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The Flying Circus – Albatros D.V von Richthofen dal kit Wingnut Wings in scala 1/32.

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Quando ho deciso di iniziare l’Albatros D.V della Wingnut Wings sono stato colto da un certo timore reverenziale perché si trattava di un aereo pilotato da LUI, l’asso tra gli assi della prima guerra mondiale: Manfred von Richthofen, il mitico Barone Rosso.

Il kit è di altissima qualità e, come sempre, la cura nei dettagli si nota fin dalla box art dove delle cornici color metallo racchiudono una foto del pilota. Il volumetto delle istruzioni in 3D è ricco di foto storiche e vale la pena conservarlo anche a modello finito.

Dopo aver resistito alla tentazione di richiudere la scatola per non rovinare cotanta bellezza, mi sono messo a studiare i vari profili proposti dalla ditta del famoso regista, Sir Peter Jackson.

Alla fine ho scelto il D.V2059/17 con alcune modifiche nella colorazione. Il profilo della Wingnut, infatti, lo rappresentava con una fusoliera rossa nella parte anteriore e gialla in quella posteriore. Personalmente ho deciso di stendere il rosso su tutta la superficie poiché, come specificato anche nel libro “Windsock Fabric Special No.1 – von Richthofen’s Flying Circus_Colors and Markings of Jagdgeschwader Nr.1 ” , l’ipotesi più accreditata è che la fusoliera stessa fosse in unico colore.


Inoltre anche osservando la foto del sito della Wingnut Wings non sembra ci sia soluzione di continuità tra la tonalità della parte anteriore e posteriore.

Il muso e le ruote invece erano sicuramente rossi per l’appartenenza alla Jasta 11. Questo colore, divenuto celebre e passato alla storia, era infatti identificativo della squadriglia comandata da Von Richthofen ed era applicato sulla zona anteriore delle fusoliere dei velivoli assegnati, mentre ciascun pilota poi sceglieva dei propri colori identificativi per il resto.

Sebbene il kit sia già ricco di dettagli, ho comunque preferito completarlo con alcuni aftermarkets: tenditori della Gaspatch Models tipo A e tipo C, decal della Ushi van Der Rosten per il cuoio, canne in ottone della Master (codice AM-32-023) per le mitragliatrici Spandau e le fotoincisioni della HGW (codice 132044) per motore, fusoliera e per il radiatore posto sull’ala.

Fusoliera:

Per prima cosa ho corretto delle piccole imperfezioni e ho aggiunto alcuni particolari che sono stati trascurati dalla Wingnut.

Sotto la fusoliera sono presenti degli sportellini di ispezione solo abbozzati nelle forme, a differenza di quelli nella parte superiore (freccia in rosso). Per questo motivo li ho rimossi per poi sostituirli con delle fotoincisioni incollate solo dopo aver unito le due valve. Inoltre sono presenti due fori di drenaggio che vanno aperti e rifiniti inserendovi all’interno dei tubicini in ottone (freccia in blu).

Uno di questi due sportelli inoltre proteggeva uno spurgo con una valvola che è stato del tutto tralasciato. Per simularlo ho usato un pezzo di sprue che ho dapprima forato per ricreare un alloggiamento circolare e, successivamente, ho incassato nella fusoliera. La valvola è stata realizzata usando un dado foto inciso, un tubicino in alluminio e una fotoincisione prelevata dal magazzino “spare part”.

Su di essa ho poi incollato lo sportellino bucato al centro per riprodurre la caratteristica apertura “a pera” presente in quello reale.

Altre modifiche hanno riguardato anche altri due sportelli circolari vicino la deriva che sono stati rimossi e sostituiti con altrettante PE (photo etched part). Inoltre, nella parte inferiore della coda è stampata una cinghia che va eliminata perché non installata sull’Albatros di Ricthofen.

Rimanendo sempre nello stesso punto, i fori di uscita dei cavi che comandavano gli elevoni e il timone di profondità sono quadrati, mentre nella realtà avevano una forma più allungata e tondeggiante. Per questo, dopo aver forato la plastica, li ho sostituiti con ulteriori fotoincisioni.

Sistemata la parte esterna mi sono dedicato agli interni. L’Albatros aveva la fusoliera lignea e nella zona motore tale materiale veniva verniciato con il colore utilizzato per le parti metalliche; il cockpit era lasciato al naturale. Per riprodurre l’effetto legno (che tendeva al giallo) ho usato i colori ad olio.

Su una base ad aerografo di Gunze Radome H-318, ho dato un primo strato sottile di Terra di Siena. Poi ho depositato dei puntini di marrone scuro che, una volta “tirati” con un pennello a ventaglio, sono diventati striature che ho cercato di rendere quanto più simili possibile alle venature. Per far ciò le ho amalgamate con il Terra di Siena sottostante.

Una volta asciutto l’olio ho steso delle velature ad aerografo prima con il Clear Yellow Tamiya X-24, poi con il Clear Orange Tamiya X-26, entrambi molto diluiti con la nitro. Tali colori (specie l’arancio) esaltano le venature del legno.

Cockpit:

Il bello dei modelli Wingnut Wings sono i particolari degli interni. Il modellista puntiglioso però qualche aggiunta la riesce ugualmente a fare, ma si tratta perlopiù di interventi di rifinitura che contribuiscono a migliorarne la resa finale.

Ad esempio la cloche a cui ho aggiunto delle leve e le due ”orecchie” (trigger delle mitragliatrici) ricostruite con Magic Sculpt (uno stucco bicomponente molto plastico).

Un errore più grave, però, la ditta neo zelandese lo ha commesso nel diaframma dietro al seggiolino riprodotto con un pezzo piatto di plastica e indicato come in legno nelle istruzioni. In realtà esso era costituito da tessuto legato alla intelaiatura della fusoliera.

La modifica ha reso necessario eliminare il supporto su cui si fissa il sedile e ricostruire la tela; questa è stata riprodotta con un pezzo di carta sagomato al plotter elettronico e che ho reso meno liscio, e più grezzo, con alcune passate di carta abrasiva fine. Per simulare la stoffa ho usato il Sail H-85 Gunze.

Anche il seggiolino è stato oggetto di attenzioni ricostruendo il cuscino realizzato, anche in questo caso, con del Magic Sculpt e su cui ho riprodotto la pelle con le decal della Ushi Van Der Rosten. Dopo una mano di trasparente lucido per sigillare il tutto, con colori ad olio e opaco finale ho ricreato il giusto grado di usura e invecchiamento.

Il serbatoio del carburante ha un bellissimo dettaglio che ho arricchito aggiungendo tappi e tubicini provenienti da fotoincisioni avanzate da altri modelli. Una volta verniciato in Grey Green Tamiya XF-76 mi sono divertito a ricreare scrostature e colature usando il bruno Van Dyck ad olio.

Agli strumenti ho simulato il vetrino con una goccia di Future, poi ho iniziato ad assemblare le varie parti dell’abitacolo. Sul quadro a destra ho inserito le leve di ogni quadrante riprodotte con del filo di ottone. Dietro di esso, con del filo di rame, ho accennato i diversi tubi che comunque quasi non si vedranno una volta chiusa la fusoliera.

Per le cinture ho preferito utilizzare le fotoincisioni della scatola, le HGW in tessuto che avevo comunque a disposizione mi sembravano troppo piccole e non in scala.

I rinvii delle superfici di comando (alettoni, piani di coda e timone) sono stati riprodotti utilizzando il cavo elastico della EZ Line seguendo lo schema delle dettagliatissime istruzioni.

Da ultimo ho fissato l’intelaiatura che serviva da supporto al motore. A tal proposito si deve prestare attenzione nell’evitare che i punti di contatto tra telaio e fusoliera non siano coperti dalla vernice, dato che il fitting del modello è così preciso da essere influenzato anche solo da un piccolo spessore.

Stessa cosa vale per la parte bassa del serbatoio dove si incastrano le semi ali inferiori attraverso gli scassi predisposti sulla fusoliera.

A questo punto ho unito le due semi fusoliere. Il propulsore può essere inserito in qualsiasi momento, avendo però la accortezza di non incollare prima il serbatoio dell’olio posto sulla parte destra del castello (in caso contrario esso ne impedisce un corretto posizionamento).

Motore:

Il Daimler Mercedes D.III da 160 cavalli incluso nella scatola è davvero un gioiello e nasconderlo sotto la cofanatura è un vero peccato. Proprio per questo ho deciso di realizzarlo a vista completandolo, però, di alcuni dettagli. Ad esempio mancano le candele che ho riprodotto tagliando a fette del Plasticard con sezione esagonale in modo da ottenere tanti piccoli dadi su cui ho inserito, successivamente, una sezione da 1,5 mm di tubicino di alluminio di 0,6 mm di diametro. Al suo interno ho incollato un pezzo di filo di rame da 0,2 mm di spessore.

Ad occhio nudo tale espediente simula abbastanza le 12 candele che ho fissato su ogni cilindro (due su ciascuno).

I relativi cavi sono stati ottenuti con filo di rame da 0,1 mm. Le estremità che andavano inserite sulle candele stesse sono state avvolte sulle stesse per simulare i contatti ad anello come nella realtà.

Un’altra piccola (microscopica viste le dimensioni…) aggiunta sono state le valvole che il kit raffigura appena accennate. Ho preferito rifarle da zero inserendo al loro posto dei perni di ottone da 0,6 mm intorno ai quali ho incollato delle piccole molle; queste le ho ottenute avvolgendo del filo di stagno da 0,1 mm intorno ad una punta di stuzzicadenti. Avendo lo stecchino una forma appuntita il risultato sono molle dalla caratteristica forma conica. La parte superiore della valvola è stata ottenuta con un punzonatore e Plasticard. I piccoli dischetti sono incollati direttamente ai meccanismi delle leve.

Il corpo del motore è stato verniciato con White Aluminium Alclad spruzzato cercando un poco di spessore in modo da ricreare l’originale aspetto ruvido del basamento; lavaggi abbondanti con olio terra Cassel lo hanno scurito il necessario.

Dopo aver fissato l’olio con del trasparente opaco, ho sporcato e invecchiato il tutto con l’Engine Grime della AK.

Sui tubi che vanno dal carburatore ai cilindri ho utilizzato vari pigmenti per dare l’idea di materiale cotto e usurato dal calore.

Elica:

I biplani spesso utilizzavano eliche di legno laminato, ovvero sandwich fatti con diversi strati che conferivano il tipico aspetto a due colori. Esistono in commercio eliche in vero legno che però sono molto costose, anche se bellissime. Un’alternativa economica è ricreare l’effetto sfruttando quanto offerto dalla scatola e utilizzando le matite acquerellabili, il cui pigmento inumidito si comporta come gli acquerelli.

Su una base acrilica di XF-59 Desert Yellow Tamiya ho riprodotto con una matita nera i vari strati, aiutandomi con striscioline di nastro per seguire il non facile profilo del pezzo.

Poi ho usato le matite colorate cercando di eseguire tratti che seguissero la venatura del legno.Per le parti scure ho usato l’Ombra bruciata mescolato con il Terra di Siena bruciata che aggiunge delle piacevoli gradazioni rossastre.

Per le parti chiare ho utilizzato invece il Terra di Siena naturale, ocra bruciata e giallo scuro. Su queste parti ho tracciato anche qualche segno con la matita bianca, che ho poi sfumato, per aumentare la texture del materiale dando più tridimensionalità e corpo.

Per finire una passata del solito Clear Orange Tamiya ha sigillato e accentuato le venature.

Mitragliatrice Spandau:

Il kit offre due possibilità per le mitragliatrici: in un unico pezzo in plastica oppure con la fotoincisione per realizzare il rivestimento a rete cilindrica e il mirino.

La seconda opzione è ottima ma, come detto anche all’inizio di questo articolo, ho optato per una terza alternativa acquistando le canne della Master in ottone.

Per invecchiarle le ho immerse nel brunitore della AK. La parte in plastica, da unire alle parti in ottone, l’ho verniciata con un mix di Jet Exhaust e Pale Burnt Metal Alclad. La Master fornisce anche il supporto delle armi in fotoincisione, ben realizzato ma anche molto delicato. Dovendolo inserire e incollare su un sostegno all’interno della fusoliera, ho preferito sostituirlo con un pezzo di Plasticard che mi garantiva una maggiore stabilità e resistenza.

Radiatore:

Anche se poco visibile, la differenza qualitativa tra le fotoincisioni e il pezzo originale in plastica è notevole.

Esso si compone di due parti: quella a lamelle va incollata sulla parte inferiore dell’ala mentre su quella superiore è prevista una retina foto incisa da posizionare dopo aver eliminato il dettaglio in plastica.

L’assemblaggio richiede molta pazienza e mano ferma.

Verniciatura:

Il rosso è un colore difficile da gestire e il pericolo dell’”effetto giocattolo” è sempre in agguato. Dopo lunga meditazione ho deciso di tentare un approccio diverso da quello che utilizzo solitamente. In alcune foto avevo notato che a volte sulla fusoliera, sotto il colore, si intravedeva il legno. Gli Albatros, infatti, uscivano dalla fabbrica in legno naturale lucido e dopo la consegna ogni squadriglia e ogni pilota era solito personalizzare gli aerei verniciandoli con diversi colori. In alcuni casi essi risultavano coprenti forse anche per una mano di fondo sotto la vernice, in altri si percepiva una certa disomogeneità nella superficie. Questo mi ha fatto pensare che dipendesse dal legno sottostante che in parte traspariva con la sua venatura.

Ho così inaugurato una mia tecnica che ho definito… “pre-wooding”, ovvero un pre-shading fatto con venature anziché seguendo le linee di pannellatura! Per ottenere l’effetto ho dapprima dato una mano di XF-55 Deck Tan Tamiya, poi ho utilizzato delle fotoincisioni della RB Production (esse non sono altro che delle maschere che riproducono la trama) spruzzando del Flat Brown XF-10 Tamiya. Il colore risultante è scuro ma in questo modo le venature sono molto marcate in vista della copertura successiva con il colore rosso. Non mi sono preoccupato di essere molto preciso, mi interessava maggiormente che si percepisse solo la texture del rivestimento ligneo. In ogni caso ho seguito la scomposizione della pannellatura spezzando così l’omogeneità dei tratti. Una leggera passata di Clear Yellow Tamiya prima, e Clear Orange dopo, hanno accentuato l’effetto.

La copertura con il rosso è stata graduale. Il colore è un mix di X-7 e XF-99 Hull Red (entrambi Tamiya) in proporzione 5 a 1, ed è stato diluito con Lacquer Thinner Tamiya (tappo giallo) in modo da farlo asciugare rapidamente e vedere in tempo reale l’effetto raggiunto.

Sebbene le decal fornite dalla Wingnut siano di buona qualità, di queste ho utilizzato solo i numeri sulla deriva. Le croci ho preferito realizzarle con maschere tagliate con il plotter; quella sulla deriva con il bordo bianco mi ha creato qualche difficoltà per il punto delicato in cui si trova (la superficie scomposta in due parti non aiuta) ma, in ogni caso, con un poco di pazienza tutto è andato bene. Terminata la fusoliera, dopo il lucido, ho effettuato dei lavaggi col Bruno Van Dyck ottenendo il risultato che vedete in foto.

Per la verniciatura delle ali ho seguito lo schema mimetico, con il quale i biplani uscivano dalla fabbrica, suggerito dalle istruzioni: il classico verde e lilla per le superfici superiori e azzurro chiaro per le inferiori. Ho iniziato stendendo il tono più chiaro (il lilla) che ho ricavato seguendo il mix di colori Tamiya suggerito dalla Wingnut: X-16 (1 goccia) + XF-52 (1 goccia) + XF-2 (2 gocce). Poi, come al solito, ho coperto le centine con il nastro da 1,5 mm e sui bordi ho passato il colore base scurito con molto grigio per dargli maggiore volume e risalto.

Una volta rimosse le mascherature ho ridotto il contrasto con il lilla molto diluito in modo da lasciare le ombre ai lati e schiarendo il centro delle stesse.

Per il verde ho scelto il Tamiya XF-76 e l’ho spruzzato delimitando l’andamento della mimetica col metodo del Patafix. Anche in questo caso ho messo ben in evidenza le centine con lo stesso procedimento sopra descritto, cercando di riprendere le sfumature già ottenuto sul primo tono.  


Per l’azzurro chiaro mi sono affidato il mix suggerito che riporta Tamiya XF-2 (10 gocce) + XF-18 (1 goccia). Anche in questo caso ho operato sulla centinatura come nella parte superiore.

Assemblaggio finale:

Dopo aver usato il Flat Clear H-20 Gunze con moderazione per lasciare la fusoliera leggermente satinata, è giunto il momento della verità: unire tutte le parti dell’aereo.

Le ali inferiori mi hanno dato un po’ di filo da torcere per via del fitting preciso al decimo di millimetro, a cui avevo già fatto cenno all’inizio di questo articolo, e hanno fatto un po’ di fatica ad inserirsi negli alloggiamenti attraverso la fusoliera. Per evitare anche il minimo spessore non necessario, le ho fissate con la colla Gunze Extra Thin Cement.

Prima di verniciare lo scarico ho eliminato la plastica che chiudeva il terminale con una punta da trapano sottile. Per ottenere il tipico colore del metallo ossidato dai fumi ho usato il Copper Alclad su cui, dopo il Flat Gunze, ho applicato i pigmenti della Mig nero, Track Rust (marrone rossiccio) e ruggine rossa. All’interno, per riprodurre i fumi incombusti, ho dato piccole quantità di polvere grigia.

Ho quindi posizionato il parabrezza, il motore e, sopra di esso, le due mitragliatrici Spandau.

Le canaline che alloggiavano i nastri di munizioni sono molto complicate da allineare agli otturatori sulle armi. Mentre per la mitragliatrice di sinistra è prevista una carenatura che copre il tutto, per quella di destra rimane un piccolo ma anti estetico spazio che ho dovuto nascondere utilizzando una fotoincisione avanzata e adattata allo scopo. 

Anche il serbatoio dell’olio sulla destra è stato incollato con i due tubicini di mandata e di ritorno, come sul componente reale.

Avevo poi una piccola fissazione: in una foto ho visto la chiavetta di accensione penzolare con una catenella fuori dalla fusoliera… perché non riprodurla all’interno del cockpit? Quasi non si vede ad occhio nudo ma a me basta sapere che c’è…!

Infine, sotto l’ala superiore ho fissato il radiatore e, sotto la carlinga, il relativo spurgo.

A proposito delle ali, è necessario prestare attenzione al loro allineamento perché quella inferiore aveva un particolare diedro positivo, mentre quella superiore aveva diedro nullo. Bisogna, quindi, forzare leggermente le semiali inferiori verso l’alto per evitare che, una volta incollate, trascinino verso il basso l’ala superiore piegandola e facendogli assumere una posizione del tutto errata.

Superato questo scoglio ho fissato l’ogiva e l’elica, dedicandomi poi ai tiranti.

Volevo utilizzare i tenditori della Gaspatch con estremità sferica tipici dell’aereo ma, alla fine, mi sono reso conto che sono leggermente fuori scala e bisogna affondarli un po’ nella plastica per renderli realistici. Per non effettuare operazioni rischiose a modello finito ho usato gli altri tipi che avevo già a disposizione, in combinazione con tondino di alluminio per assicurare il filo elastico EZ line.

Diorama:

Per riprodurre la base del diorama ho scelto il prodotto in resina della True Details n.32001 che raffigura, con un dettaglio notevole, una pista in assi di legno ai cui bordi è presente della vegetazione e alcune parti di biplani (radiatore, elica, una ruota).

A sua volta è stata innestata su una cornice in legno fatta in casa predisposta per essere coperta da una teca in plexiglas.
Per la colorazione sono partito dando ad aerografo una base in marrone cioccolato (Gunze H-406) su tutto il pezzo poi, sulle assi, mi sono divertito a stendere diversi layer con marroni sempre più chiari tendenti al giallo, sfumando e schiarendo il colore verso il centro.


Terminata il fondo ad acrilico è stata la volta dei lavaggi ad olio sulle assi usando del Siena Bruciata, Ombra Bruciata e lo Shadow Braun della Abteilung (un marrone scuro). Li ho applicati molto diluiti sfumandoli tra loro e cercando di ottenere le variazioni cromatiche tipiche del legno. Il lavoro ha richiesto diverse fasi, aspettando che l’olio asciugasse per valutare il risultato raggiunto.

Per quanto riguarda il terreno e le rocce, invece, dopo un lavaggio scuro per le ombre ho usato il dry brush per evidenziare le asperità con colori più chiari. Un poco di pigmenti hanno concluso il lavoro, amalgamando gli elementi tra loro.


I personaggi invece sono della Blackdog in scala 1/32. Non sono rimasto molto colpito dal loro dettaglio che in alcuni punti sembrava solo abbozzato. Per Manfred von Richthofen avevo deciso di utilizzare il figurino della Wingnut Wings compreso nel kit ma purtroppo risultava troppo basso in confronto al fotografo. Ho scelto, quindi, di usare solo la testa e di innestarla sul corpo della Blackdog avendo visto una foto d’epoca in cui il Barone indossava calzoni, stivali e un maglione (con binocolo annesso) esattamente come il figurino.


Per la divisa, visto che le foto ricolorate non sono attendibili, ho studiato dei dipinti dell’epoca e mi sono basato su un Green Grey tendente al verde.
Un vero e proprio gioiello è la cisterna in resina della Aviattic (codice ATTRES 011), è stato piacere montarla e invecchiarla. Per farlo, dopo un lavaggio per evidenziarne i particolari, ho utilizzato l’Engine Grime della Mig per la sporcizia e il Fresh oil per le colature.


Da ultimo ho arricchito la scena con qualche attrezzo e con la scala della Copper State Model. Gli elementi, come la tanica e l’imbuto sul lato anteriore, sono stati inseriti per dare l’idea di un lavoro ancora in corso da parte dei meccanici allontanatisi per permettere la foto.
Per la disposizione dei soggetti ho cambiato approccio rispetto al mio solito e non ho voluto realizzare una scena da osservare da un solo lato, come in un teatro.

Invece, prendendo come riferimento l’elemento centrale che è il biplano, ho ripartito la scena in tre diversi punti di vista. Da un lato abbiamo il momento della foto, da un altro la cisterna e infine il terzo punto con la scala che guida lo sguardo dell’osservatore verso il bel motore lasciato a vista.
In questo modo lo spettatore può girare intorno alla basetta e trovare scorci diversi ogni volta.

Per questa volta la star non sarà solo il pilota, l’intramontabile Barone Rosso, ma anche il favoloso Albatros.

Buon modellismo a tutti e ci leggiamo sul forum di Modeling Time! Andrea “nannolo” Nanni.

A difesa del Reich: Fw 190 D-9 Hans Dortenmann – dal kit Tamiya in scala 1/48.

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La bellezza di questo magnifico hobby, spesso, risiede nelle piccole cose: ad esempio entrare in un negozio di modellismo e rimanere ore per far due chiacchiere in compagnia, progettare, scambiare opinioni con i propri amici modellisti, documentarsi sul prossimo modello da mettere sul banco di lavoro. Ecco, a proposito del “prossimo” modello… da quella visita al mio rivenditore di fiducia sono tornato con un bel kit sottobraccio… un FW.190 D9 della Tamiya in 1/48!

Non avevo mai affrontato questo soggetto prima ed ero curioso di capire come me la sarei cavata con le intrigate mimetiche della Luftwaffe…

Il soggetto:

Hans Dortenmann è stato uno dei più prolifici assi della Luftwaffe durante il secondo conflitto mondiale e si pensa che Costermano sia stato abbattuto per mano sua.

Ha partecipato a 150 missioni di combattimento e gli furono accreditate ben 38 vittorie,16 sul fronte orientale e 22 sul fronte occidentale, incluso un bombardiere quadrimotore e sei Mustang.
Ha volato inizialmente con il JG.54, che il 25 febbraio del 1944 fu accorpato al JG.26. I reparti erano noti per avere il timone o l’intera coda dei propri Dora verniciata in giallo.
Il 29 marzo del 1945 a seguito della promozione a Staffelkapitain, il suo velivolo “Black 1” divenne “Yellow 1” con cui terminò la guerra. Le sue memorie raccontano che, poco tempo dopo, pur di non far cadere il suo velivolo in mani maniche, lo distrusse e cambiò radicalmente vita. Divenne un architetto è morì durante gli anni ‘70.

È proprio lo “Yellow 1” quello che ho deciso di realizzare.

Il kit:

Il Fw-190 D9 è un soggetto proposto da tantissime ditte costruttrici fin dagli albori, basti pensare addirittura al Trimaster/Dragon (annata 1987) che è più vecchio del sottoscritto!

Per il mio progetto, invece, ho scelto il classico kit made in Tamiya, cod. 61041, con pregi e difetti che mostrerò nel corso di quest’articolo.

Lo stampo ha un costo contenuto e il dettaglio di superficie e nel solito fine e ben definito negativo. Questa volta non ho utilizzato alcun tipo di aftermarket, se non le decal provenienti dal kit Eduard cod. 8184, gentilmente donato dall’amico Stefano/Tomcat97 del forum che saluto e ringrazio ancora affettuosamente!

Il montaggio:

Come di consueto il montaggio ha avuto inizio dalla cabina di pilotaggio, che si è rivelata più che discreta già da scatola rendendo inutile, secondo me, alcun tipo di accessorio in resina. Personalmente mi sono limitato a realizzare solo ed unicamente le cinture di sicurezza del seggiolino in nastro Tamiya con fibbie prelevate da alcuni kit di auto da corsa in scala 1/43.

L’intero cockpit è stato dipinto in RLM66 (Gunze H-416) in accordo con la documentazione, ricevendo successivamente dei lavaggi in bruno leggermente scurito per mettere in evidenzia i recessi della vasca. Una mano di satinato Mig ha dato la finitura finale all’intera zona.

Per far risaltare i dettagli ho usato la tecnica del dry-brush con un grigio medio della Vallejo ed un beige della Life Color. Questa volta ho impiegato anche le matite acquerellabili della Mig per simulare qualche graffio e usura; si sono rivelate un prodotto valido ed efficace per questo genere di lavori.

Il pannello strumenti, dopo essere stato lucidato con il Gunze H-30, è stato completati con la strumentazione in decalcomania della Airscale cod. AS-48. Per simulare il vetro, all’interno di ogni quadrante ho applicato una puntina di cera Future.

Il montaggio della vasca con tutti i suoi accessori è stato davvero facile, non crea alcun tipo di interferenza nell’accoppiamento delle due semi-fusoliere che combaciano alla perfezione.

La nota dolente di questo kit è la presenza nei vani carrello delle piastre di rinforzo, assenti sulla variante D9.

Perciò, armato di documentazione, cutter e lime diamantate ho asportato i dettagli superflui, aiutandomi con una mina fine per tracciare i contorni da usare come riferimenti.

Dopo aver verniciato l’intero vano in RLM02 (Gunze H-70) ho applicato, nuovamente, la tecnica del dry-brush sui rilievi in beige. Il pozzetto è stato, inoltre, completato dei vari tubi idraulici e cavi elettrici in modo da non lasciare un antiestetico vuoto al suo interno.

Un altro importante particolare che ho ricostruito da zero è stato il collimatore Revi EZ42 perché quello fornito nella scatola è davvero improponibile. Ho utilizzato Plasticard per la base e filo di rame per simulare i supporti, il tutto contenuto in ben tre millimetri di grandezza! I vetri per la riflessione del mirino li ho riprodotti con due piccoli pezzi di acetato trasparente e hanno donato quel tocco in più di realismo.

Il montaggio del modello procede veloce, ma non senza piccole difficoltà; è necessario, infatti, porre una certa attenzione sul raccordo ali/fusoliera per evitare fastidiosi scalini o un non corretto diedro alare. Per allineare tutto correttamente mi sono aiutato con dei piccoli spessori del solito Plasticard e, dopo le necessarie prove a secco per verificare che tutto fosse a posto, ho effettuato un incollaggio con colla Revell Contacta e ciano-acrilica. Successivamente il raccordo è stato stuccato col bicomponente Milliput, ottimo per la possibilità di poterlo levigare con l’acqua senza carteggiare.

La ciano-acrilica mi è tornata utile anche per riempire altre fessure, in particolare quella che si forma sulla linea di giunzione dei portelli del vano armi, perché per meta è stampato sulle ali e per metà, invece, sulla fusoliera. Sul più recente kit Eduard, ad esempio, questa zona è meglio ingegnerizzata poiché i portelloni sono a parte, in un unico pezzo.

Il resto dei componenti ha un ottimo fitting come Tamiya ci ha abituato, compreso il parabrezza che è stato incollato per capillarità con la colla tappo verde Tamiya.

Un altro dettaglio su cui ho lavorato è la presa d’aria posizionata a destra della cofanatura motore a cui ho aggiunto, con del filo elastico della SBS, il cordone di saldatura.

Verniciatura e decal:

La colorazione è uno dei momenti più divertenti del nostro hobby, soprattutto quando si ha a che fare con le mimetiche della Luftwaffe. Come detto all’inizio di questo articolo, l’esemplare che ho scelto è lo “Yellow 1” che aveva una uno schema in RLM 82/83/76.

Innanzitutto ho dipinto le parti in giallo Tamiya XF-3 (precisamente la sezione di coda e la cofanatura motore inferiore nella quale ho anche inserito due tubicini per simulare gli scarichi del radiatore dell’acqua e dell’olio), tipiche del Focke Wulf 190 di Dortenmann poiché durante il 1945, quando ebbe la promozione in Staffelkapitain, il “Black 1” divenne “Yellow 1”. L’intera coda fu dipinta in giallo obliterando la svastica e il Werknummer, e lasciando intravedere parte del colore sottostante.

Sono partito dal tono delle superfici inferiori, l’RLM 76 (Gunze H-417), che ho trovato ottimo come corrispondenza. Per donare tridimensionalità a questa tinta, sfruttando il concetto del pre shading, ho riprodotto una texture sul modello utilizzando il Tamiya XF-64 Red Brown.

Successivamente ho steso di nuovo un’altra mano, molto diluita e leggera, di l’RLM76 in modo da far intravedere il lavoro di pre-ombreggiatura fatto in precedenza.

La mimetica, infine, è stata completata con l’applicazione delle altre due vernici, il Gunze H-422 per l’RLM82 ed il Gunze H-423 per l’RLM83. In questi due casi non ho lavorato in alcun modo la base optando per dare volume alle vernici con la tecnica del post-shading, applicata solo dopo aver atteso la loro completa asciugatura. Ai colori di base ho aggiunto delle quantità graduali di bianco insistendo sulle zone più esposte e soggetto all’invecchiamento. Considerando che questo velivolo ha totalizzato ben 38 vittorie, un invecchiamento più spinto è lecito realizzarlo.

La linea di separazione fra le tinte in fusoliera non era netta e con delle piccole “mottle” per cui, con i colori ben diluiti (almeno all’80% con diluente nitro antinebbia), ho realizzato la sfumatura a mano libera.

Ho dipinto anche la fascia bianco/nera in fusoliera, con del nastro Tamiya accuratamente posizionato, che era l’insegna di teatro applicata su tutti i velivoli a difesa del Reich.

Terminata la fase di invecchiamento ad aerografo, ho proseguito simulando qualche scrostatura sulle aree di calpestio del raccordo ala/fusoliera (utilizzando la mia fidata penna gel) e, con le matite acquerellabili, ho aggiunto dei graffi sulla vernice. Queste matite, ancora una volta si sono rivelate molto efficaci, utilizzandole sia asciutte, sia leggermente inumidite con acqua.

Sulle ali e sulla fusoliera ho optato per il “Neutral Grey” e “Streaking Grimes”, invece sulle superfici inferiori per “Rubber” e, nuovamente, “Streaking Grimes” al fine di simulare perdite e colature di liquidi idraulici, e non.

A questo punto il modello è stato lucidato con il clear Gunze H-30, diluito con nitro antinebbia, che ha conferito quel bell’aspetto liscio e lucido che ha scongiurato il pericolo di silvering delle decal.

Quest’ultime, come detto prelevate dal kit Eduard, sono state applicate dopo le canoniche 12 ore di asciugatura e si sono rivelate ottime. Grazie ai liquidi Miscroscale Sol e Set hanno copiato alla perfezione le pannellature sottostanti.

Per i lavaggi ad olio ho scelto un marrone medio sul grigio, ed un bruno scurito su entrambi i verdi.

Per mettere la parola fine, a mesi di studio e di lavoro, ho spruzzato il trasparente opaco della Alclad ALC-313 che ha un potere opacizzante molto buono e che, personalmente, consiglio.

È arrivato il momento di dedicarsi agli ultimi particolari e procedere all’assemblaggio finale del mio Dora: per primi, i carrelli, i quali sono stati arricchiti con dei cavetti in rame per simulare il filo dei freni. Sulla parte bassa dei portelloni ho simulato la polvere che si accumulava durante i movimenti a terra rivolgendomi, ancora una volta, alle matite acquerellabili. Sul battistrada degli pneumatici, invece, ho spruzzato un grigio acrilico ad aerografo molto diluito.

Attenzione a quando andrete a montare le gambe di forza perché, con gli incastri proposti dalla Tamiya, il modello assumerà un assetto non proprio realistico (i pezzi tendono ad avere una posizione troppo avanzata rispetto a quella reale).

Gli scarichi hanno ricevuto un trattamento molto particolare, proveniente dagli Stati Uniti! Colgo infatti l’occasione per salutare l’amico del forum Dario Giuliano, che ci ha reso partecipi del suo modus operandi. Qui troverete il suo breve ma efficace tutorial:

Dalle pochissime foto reperite on line del velivolo di Dortnemann è inequivocabile che il canopy fosse di tipo late (siamo durante il 1944), per questo ho prelevato il pezzo con la forma a goccia dalle stampate del kit.

Le pale dell’elica sono state dipinte in RLM 70 (Gunze H-65) e l’ogiva in Nato Black Tamiya.

Anche qui è stato divertente invecchiarla ricorrendo alle onnipresenti matite già usate in precedenza. Ho scelto toni caldi, come il beige, per riprodurre graffi e weathering. Inoltre, con una spugnetta, ho applicato il verde chiaro della Mig, precisamente l’A-Mig-060, per ottenere un leggero fading.

Il filo dell’antenna, accuratamente incollato in posizione morbida come vuole la documentazione, è della SBS. Le volate delle armi originali in plastica sono state sostituite con del rod in rame di opportuno diametro, che ha degli spessori molto più in scala.

Sono finalmente al termine di questa avventura, vissuta ancora una volta con gli utenti, ma che dico, gli amici, del forum di Modeling Time! Importantissimo è stato il confronto avuto durante il Work in Progress che mi ha fatto sempre scegliere la strada corretta da prendere e per certi versi, mi ha fatto anche andare oltre le mie capacità…non si smette mai di imparare, un aspetto bellissimo di questo hobby!

Bene, adesso non mi resta che augurarvi come al mio solito, buon modellismo…ma soprattutto… che cosa aspettate ad inscrivervi nel nostro forum ed aprire il vostro primo topic?!

Su Modeling Time, il modellismo è soltanto l’inizio!

Saluti dallo Stretto di Messina – Roberto “rob_zone” Boscia.

The Whale – EKA-3B Skywarrior dal kit Trumpeter in Scala 1/48.

Se parliamo di aviazione imbarcata l’A-3 Skywarrior e uno degli aerei che più colpisce l’immaginario per la sua sagoma imponente in movimento sui ponti delle prime CVN dell’US Navy.

Era da quando avevo terminato il mio Vigilante (sempre della Trumpeter) che mi frullava in testa di realizzare questo particolare velivolo. Come da mia abitudine ho iniziato a studiare tutta la documentazione disponibile, a dire il vero non molto ampia, soprattutto per i dettagli interni.

Purtroppo la prima cosa che si può notare è che il kit ha degli errori macroscopici in diverse zone, il più importante dei quali riguarda la stiva poiché nella scatola viene erroneamente inserita la consolle del navigatore, non presente nelle versioni EA ed EKA. Di fatto il vano rimaneva identico a quello delle varianti da bombardamento, con l’inserimento del gruppo con il condotto per la sonda di rifornimento.

Gli altri quattro punti dolenti sono i motori, che pur essendo ben realizzati e addirittura predisposti per realizzarli aperti, sono sovradimensionati ed errati nel posizionamento; il muso troppo inclinato verso il basso e dalle forme un po’ generose, l’abitacolo con il cruscotto e il poggiatesta del sedile del pilota sbagliati, e il radome di contenimento dell’imbuto per il rifornimento con la curvatura troppo accentuata.

Il problema della stiva l’ho risolto ordinando, con un costo basso, al servizio clienti della Trumpeter la stampata che si trova nella scatola del bombardiere (n°02872) … ci vuole solo qualche settimana di pazienza in attesa dell’arrivo delle spare part. Per dettagliare al meglio tutta la zona ho acquistato anche le fotoincisioni del set Big Eduard (codice 49151) che danno un grosso contributo, anche se non è proprio semplice assemblarle e necessitano di diverse prove a secco prima dell’incollaggio. La griglia superiore del vano bombe (presente nell’Interior Set) deve essere messa più in basso rispetto a quanto indicato sul foglio istruzioni e per farlo è necessario tagliare i montanti della stiva per permetterne il giusto posizionamento.  

Tutto il lavoro è comunque piuttosto laborioso e porta via parecchio tempo; prima di chiudere le due semi fusoliere è opportuno testare il fitting dei pezzi e montare alcuni componenti (quali le wheel bay carrelli principali e anteriore, abitacolo con vano di collegamento alla stiva) prima, per rendere il tutto più stabile. Nonostante questo il montaggio non sarà comunque agevole e richiederà una buona dose di attenzione.

I vani carrelli principali e quello anteriore sono ben fatti ma, ovviamente, un po’ spogli. Anche qui le fotoincisioni Eduard (codice 49762 se acquistate a parte) danno loro un notevole realismo, ma l’aggiunta di fili di piombo e di piccoli dettagli in Plasticard li rendono ulteriormente accattivanti.

Altro capitolo riguarda l’abitacolo. Quello del kit è fondamentalmente inesatto per un EKA-3B e per modificarlo ho dovuto trovare i giusti riferimenti faticando un po’ perché, come detto, le foto relative a questa particolare variante non sono di facile reperimento.

Pur nascendo come bombardiere pesante imbarcato, nella sua evoluzione lo Skywarrior ha fatto da piattaforma per innumerevoli versioni operative che hanno comportato altrettante modifiche e aggiunte agli equipaggiamenti utilizzati. Alla fine, tra varie immagini trovate in rete e su alcuni libri, e il fondamentale aiuto del gruppo d’interesse su Facebook “Modeling the Douglas A-3 Skywarrior” (una delle poche cose buone di questo social) sono riuscito a confermare la possibilità di utilizzo del set Eduard, a patto di modificare le parti non corrette.

Al sedile del pilota va tagliato il poggiatesta originale in plastica per sostituirlo con uno a forma di “fungo”, inserito nella struttura dello schienale del navigatore/rifornitore, le foto vi daranno la giusta idea di quello che vi ho descritto. Una volta terminati tutti i pezzi da assemblare nella fusoliera e iniziato il calvario per chiuderle. Alla fine, non senza qualche improperio, sono riuscito nell’impresa… continuo a ringraziare l’inventore della colla ciano acrilica, la uso come stucco da anni, e non mi ha mai tradito!

Altro punto da correggere e il radome anteriore perché, come detto, quello del kit “cade” troppo verso il basso ed è leggermente sovradimensionato. Esiste un set di correzione dedicato della Steel Beach (codice SBA 48154) che avevo precedentemente ordinato ma che, purtroppo, non ho potuto utilizzare perché bloccato in chissà quale ufficio doganale causa pandemia da Covid-19. Così mi sono armato di lime e pazienza per modificarlo: per prima cosa ho riempito parte del muso con un mix di microsfere in plastica (per i più “social” il Magicdust di Colle21) e ciano, così da rendere il tutto più solido; da lì in poi ho lavorato per portare via lo spessore in eccesso e dare al cono anteriore le giuste proporzioni. Fatto questo ho abbassato la pare posteriore alta, facendo attenzione a cambiare l’inclinazione senza togliere troppo materiale. Alla fine il risultato è stato ben superiore alle aspettative.

Finite le parti principali relative alla fusoliera sono passato alle ali. Il montaggio non ha rivelato grossi problemi e l’unico intervento da me realizzato è stato rinforzare l’innesto delle semi ali fisse con dei tondini di acciaio, soprattutto se vuole realizzare il modello con tutte le superfici alari estese. L’unione tra i due tronconi non si può definire precisa, anzi si formano delle fessure importanti all’altezza delle cerniere (riempite con striscioline di Plasticard e stuccate con la solita ciano).

A questo punto mi sono dedicato ai motori che, come accennato, sono di buona fattura ma fondamentalmente sbagliati. Se non ci si accontenta di quelli da scatola, l’alternativa è utilizzare il set della Hypersonic (codice HMR 48021) che fornisce le gondole corrette e alcune parti per correggere i flap. Il colpo d’occhio iniziale e notevole, ma sinceramente lo sconsiglio a chi non ha una buona esperienza di resine.

La finezza degli spessori, la poca chiarezza nelle istruzioni e, soprattutto, la difficoltà di allineare correttamente gli iper sostentatori per la quasi totale assenza di perni di riscontro lo rendono ostico anche per il modellista più esperto. La nota positiva, invece, riguarda i piloni che si incastrano con una precisione quasi disarmante e permettono un fissaggio stabile e preciso.

Le altre correzioni riguardano lo scarico rapido del carburante, che va modificato nella sua parte terminale, e la carenatura che contiene il cestello per il rifornimento in volo.

Quest’ultima ha un profilo con una gobba troppo accentuata e per sistemarla bisogna eliminare parecchio materiale. In questo caso ho riempito di stucco epossidico l’interno del pezzo, poi ho iniziato a carteggiare e sagomare nuovamente le forme fino a che non ho asportato la plastica in eccesso facendo affiorare lo stucco all’interno.

Preparato il tutto e colorato, ho inserito il complesso nel buddy pod e, con del Milliput, ho ricostruito l’anello esterno del basket simulando poi le pieghe con la punta della lama di un bisturi (questo lavoro è necessario dato che, non si sa per quale motivo, gli stampisti cinesi lo hanno riprodotto come se stesse effettuando un rifornimento in volo, quindi completamente dispiegato).

Un altro elemento su cui intervenire è il telaio dove il tubo della sonda veniva recuperato e avvolto perché quello in plastica è sbagliato e, soprattutto, sovradimensionato. Dai pezzi del kit ho salvato solamente la bobina a cui ho dovuto asportare un paio di spire, alle estremità, per permettergli di alloggiarsi correttamente nei nuovi spazi.  In questo modo si può a sua volta montare, centrando il tutto, anche il condotto di alimentazione che parte dalla parete superiore della stiva. Naturalmente, anche questo è stato a sua volta modificato nelle dimensioni.

I portelloni della stiva sono stati completati con le fotoincisioni, mentre la “canoa” centrale è stata riempita con lo stucco epossidico, dato che era completamente vuota. Inoltre, ho ricostruito i braccetti di apertura e chiusura posteriori perché assenti nel kit.

I carrelli meritano un discorso a parte: sono ben riprodotti nei meccanismi del cinematismo, ma lo stelo dell’ammortizzatore su quelli principali è stato completamente omesso. Questo comporta anche un problema di altezza del modello che, ovviamente, è troppo basso facendo toccare terra ai portelloni. Così ho provveduto a ricostruire lo stelo con un tubicino di rame fissato con dei perni sulle parti in plastica originali; l’aggiunta dei tubicini e dei compassi anti-torsione in fotoincisione fanno il resto.

Altra modifica, un po’ più delicata, riguarda i braccetti degli aerofreni laterali. Non si capisce bene per quale motivo, sono stati stampati in posizione retratta… peccato che le superfici mobili sia comunque possibile montarle aperte… misteri dei tecnici cinesi!  Per correggerli vanno tagliati, estesi e incollati con molta cura, allineandoli all’air brache.

Anche sul tettuccio ho dovuto apportare qualche miglioria. Pur essendo corretto nella disposizione dei frame, ha le dimensioni in altezza maggiori dell’originale. Ho preferito sostituirlo direttamente con quello prodotto dalla Hypersonc (codice HMR 48020-2), corretto e anche più dettagliato, con la possibilità di realizzare il portello superiore aperto. Il set è ottimo ma, come detto sopra, da sconsigliare a chi non ha una sufficiente esperienza con i set in resina.

L’aggiunta delle luci di navigazione e posizione, anche queste presenti nel kit solo sulla parte inferiore delle ali e su quella dorsale (ma totalmente assenti sul resto), renderanno il lavoro completo.

La colorazione è nel solito schema a due colori caratteristico del periodo precedente al TPS (Tactical Paint Scheme) con tutte le superfici latero superiori in Light Gull Gray F.S. 16440 (tranne le superfici di governo) e quelle inferiori, parti mobili comprese, in White F.S. 17875. Vari passaggi di colori più o meno schiarito, insieme ad un robusto lavaggio ad olio, hanno dato un aspetto più vissuto al mio Skywarrior.

Come molti sanno, non apprezzo le realizzazioni con invecchiamento spinto e poco realistico, bensì prediligo modelli quanto più fedeli possibile al loro equivalente reale, del quale ho sempre una foto di riferimento su cui lavorare. Può non piacere, ma stiamo riproducendo un oggetto che ha vissuto una sua vita operativa in un periodo dove la manutenzione era sicuramente maggiore e si vedevano pochi aerei molto usurati. Con il TPS, il discorso cambia, ma questa è un’altra storia…

Un capitolo a parte meritano le decal. Girando su Internet ho trovato il foglio Caracal Models CD48137 che tra le cinque scelte incluse fornisce anche un EKA-3B del VAQ-133 WIZARDS con il suo caratteristico tridente sul muso e stilizzato sulla deriva. L’esemplare era operativo sulla CV-63 Kitty Hawk durante la crociera che va dal 6 Novembre del 1970 al Luglio del 1971. La cosa che più mi preoccupava era riuscire a posizionare il fregio sul lato sinistro del muso, dato che esso era applicato in corrispondenza della sonda di rifornimento. Dopo qualche valutazione, ho deciso di fotocopiare l’insegna varie volte facendo dei tagli per trovare il giusto posizionamento e, una volta sicuro, ho riportato le prove fatte direttamente sulla decal asportandone una piccola porzione. Ho proceduto al posizionamento di quest’ultima, dopo averla immersa in un piattino con acqua distillata, e con molta pazienza e con i debiti scongiuri, il tutto e andato a buon fine. Vari passaggi di ammorbidente Micro set della Microscale hanno fatto aderire la decal in maniera ottimale. Lo stesso procedimento e stato utilizzato anche sul pezzo tagliato in precedenza e applicato sul tubo, che ovviamente ha una forma circolare. Piccoli ritocchi a pennello hanno completato l’opera su parte della sonda.

Devo ammettere che questo aftermarket non ha soddisfatto le aspettative: alcuni codici e il tridente sulla coda li ho dovuto realizzare tramite mascheratura e aerografo perché il film si è aggrinzito in maniera anomala durante il trasferimento. Inoltre questo risulta un po’ spesso (ma stranamente solo su alcuni stencil e sulla scritta “NAVY”).

Dimenticavo, anche le zone di camminamento (Walkway) sulla parte superiore della fusoliera e delle ali, sono state dipinte.

Senza dubbio un soggetto poco noto e poco visto, soprattutto a livello modellistico. Mi ha impegnato per parecchi mesi anche a causa delle tante particolarità di una versione quasi sconosciuta ma molto affascinante. Gli interventi sono stati molti, spero di essere riuscito a renderli chiari agli occhi di voi lettori. Buon modellismo a tutti!


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Fulvio BenKit Modelling Benotti.

Decal Review – ModelMaker Decals: Apennine Eurofighters in scala 1/72 e 1/48.

La ModelMaker è una ditta polacca che si è affacciata nel mondo del modellismo oramai già da qualche anno. Si occupa, principalmente, di soggetti appartenenti alle Forze Armate polacche (il titolare è stato co-autore degli special color chiamati “Heroes of Kościuszko” applicati sui Mig-29 e di altre livree commemorative dei SU-22, come il “Black Boar”) ma ultimamente ha ampliato i propri orizzonti anche verso aeroplani di aeronautiche straniere.
Di recente uscita, infatti, sono una serie di fogli decal dedicati ai nostri F-2000 dal titolo “Apennine Eurofighters”, oggetto della recensione che state per leggere.

D72140 e D48140 – Apennine Eurofighters Stencils & Generic Set: questi set sono definiti generici perché permettono di riprodurre esemplari operativi assegnati a tutti i reparti che attualmente hanno in carico il caccia europeo: 36° Stormo (XII e X Gruppo), 4° Stormo (IX Gruppo e 20° Gruppo OCU), 37° Stormo (XVIII Gruppo), Reparto Sperimentale Volo (311° Gruppo) e, cosa molto gradita, anche il 51° Stormo (132° Gruppo) che ha ricevuto un’aliquota di velivoli soltanto pochissimi mesi fa.

Gli stemmi di reparto e gruppo sono completi ed è interessante notare che vengono fornite anche diverse versioni per le singole araldiche; ad esempio per il X e XII Gruppo sono previsti gli emblemi del primo tipo che erano verniciati tramite mascherine direttamente a Gioia del Colle, e gli ultimi applicati che sono invece delle simil-decalcomanie. Degni di nota anche gli stemmi a bassa visibilità del RSV, introdotti a partire dal 2019, e che nessun produttore di aftermarket modellistici aveva ancora proposto.

Per ciò che riguarda i numeri di carrozzella, sono inclusi sia quelli con bordi netti, sia quelli con bordi tratteggiati utilizzati, ad esempio, sugli EFA del 36° Stormo nel primo periodo (anche questi erano realizzati tramite mascherine e verniciati sulla fusoliera dei velivoli).

Gli stencil sono esatti con il testo ben leggibile e definito; bastano per realizzare un solo modello, che sia del biposto o del monoposto.

Piccola chicca: nel set è presente anche la “nose art” del Magg. Grande, Demo Pilot dell’Eurofighter del Reparto Sperimentale Volo, che nella stagione 2019 accanto al suo nome aggiunse anche un paio di baffi. L’esemplare da lui utilizzato era l’RS-21, Matricola Militare 7341.

I codici utilizzati dal 4° e dal 37° Stormo, con grigio di riempimento interno, hanno una tonalità del colore molto chiara (tecnicamente la tinta è denominata “Silver Grey – RAL 7001). Per rimediare all’imprecisione il produttore ha inserito un’errata corrige che contiene i numeri con tinta più fedele (anche se essa varia molto in base all’invecchiamento del singolo aereo e alle condizioni di luce, su alcuni esemplari di Grosseto è addirittura azzurrina).

Sullo stesso foglietto è fornita anche un’altra serie di coccarde a bassa visibilità poiché le originali hanno le proporzioni dei colori errate (il bianco è troppo esteso e la circonferenza esterna è troppo grande). Per dovere di cronaca riportiamo le dimensioni reali delle insegne di nazionalità: verde 13 cm, bianco 17 cm, rosso 30 cm. Misurate al calibro, le nuove sono giuste al millesimo.

Sui fogli in mio possesso, sia essi in 72, sia in 48, ho notato un leggero fuori registro del bordo bianco che contorna lo stemma ad alta visibilità della Sperimentale, difetto che comunque passa abbastanza inosservato. Rimanendo in tema, il badge del 4° Stormo non è corretto poiché all’interno è stato inserito il testo “4° Stormo Caccia” che è presente solo sull’araldica ufficiale ma mai sulle derive dei velivoli. L’errore è ripetuto anche nella correzione (dove lo stemma viene proposto con una tonalità di grigio più realistica) ed è un vero peccato perché la stampa dei tanti dettagli è nitida e ben realizzata. In 72 i caratteri sono quasi leggibili e basterebbe ritoccare la decal con qualche pennellata di nero; in 48, al contrario, l’operazione di recupero diventa più complessa.

Apennine Eurofighters 100th Anniversary: oltre al set “generico”, la ModelMaker ha colto la palla al balzo offrendo tutti gli Special Color realizzati nel 2017 in occasione dei 100 anni dalla creazione dei gruppi caccia IX, X, XII e XVIII (più il XIII appena transitato sugli F-35). In totale, quindi, i fogli proposti sono quattro.

D72141 e D48141 – Part 1: il primo in ordine di codice prodotto è quello dedicato alla livrea commemorativa del IX Gruppo. I fregi sono ben realizzati e i colori sembrano saturi, soprattutto il bianco.

Anche in questo caso è previsto una piccola errata corrige che include le coccarde (per il motivo già sopra descritto), i numeri di carrozzella (per una svista di impaginazione sono stati riportati i codici del 36° Stormo) e il piccolo guidone del Comandante di Gruppo che nel foglio principale non ha le bande in blu scuro.

D72142 e D48142 – Part 2: per il secondo set, inerente allo Special del X Gruppo, valgono le stesse considerazioni riportate sopra e anche le medesime segnalazioni: coccarde errate, numeri di carrozzella invertiti (con quelli del 4° Stormo stavolta) e guidone del Comandante non conforme. Tutte le imprecisioni vengono comunque sanate dal solito foglietto di errata corrige.

D72143 e D48143 – Part 3: il terzo foglio è dedicato al XII Gruppo ed è quello, a mio avviso, di livello qualitativo più basso. I fregi sono chiari e ben riprodotti, ma la scelta di riportare anche la mimetica (che riprende quella dello SPAD XIII di Baracca) è stata poco lungimirante dal punto di vista modellistico. I toni dei colori scelti appaiono troppo scuri (in particolare quello del marrone chiaro) e sul verde applicato sulla sommità della deriva si nota un contorno che circonda le sagome dei velivoli (probabilmente un refuso in fase di progettazione dell’artwork). Il testo applicato sulla dorsal spine dell’F-2000 reale recita “100 anni di Strali”, mentre sulla decal è stata omessa la preposizione “DI” facendo leggere solamente “100 anni Strali”.
Le anomalie sono presenti sia sul foglio nella scala del quarto di pollice, sia su quello in 1/72.

Inoltre la scelta di realizzare delle decal così grandi, che devono ricalcare perfettamente le forme del modello in scala, potrebbe mettere in difficoltà anche il modellista più esperto. Col senno di poi, forse, la scelta più azzeccata sarebbe stata proporre solamente i singoli fregi e demandare la realizzazione dello schema “mimetico” al singolo appassionato.

D72144 e D48144 – Part 4: quarto ed ultimo articolo, esso è dedicato alla livrea del XVIII Gruppo. Sul lato sinistro dell’impennaggio verticale c’è il numero del gruppo rappresentato in numeri romani sovrapposto ai classici scacchi che sfumano dal verde al nero; i colori utilizzati lasciano qualche dubbio (il verde è troppo scuro), ma la sfumatura è ben riprodotta (caratteristica non facile da gestire quando si parla di decalcomanie).

Sul lato destro, invece, è rappresentata la “Vespa Incazzata” del 3° Stormo a cui il “Diciottesimo” era inizialmente assegnato. La sagoma è ben raffigurata ma anche in questo caso il verde scelto non convince a pieno (stavolta sembra essere troppo chiaro). Probabilmente una volta applicata la decal sullo sfondo nero la tonalità tenderà a scurirsi quel tanto che basta.

In tutti i set “100th Anniversary” è incluso il foglio degli stencil, che racchiude anche alcuni stemmi di reparto e gruppo previsti per il set generico; non male visto che essi andranno ad alimentare la provvidenziale “banca decal e pezzi” cui ogni buon modellista può sempre far ricorso.

In generale la qualità dei prodotti proposti è buona, il film è sottile e nella maggior parte dei casi ridotto al minimo (solo intorno ad alcuni stencil di manutenzione è più largo). A parte le sviste poi recuperate con i fogli di correzione, essi sono sostanzialmente ben fatti e validi.

Le istruzioni sono a colori ma molto essenziali. Non riportano le vernici da utilizzare e, nel caso specifico del “generic set”, propongono solo alcuni esemplari riproducibili (la documentazione e la ricerca di immagini saranno strumenti fondamentali per allargare la lista dei soggetti). Il posizionamento dei vari stencil, invece, è raffigurato in maniera chiara e completa.

In un momento in cui gli aftermarket per velivoli della nostra Aeronautica Militare stanno subendo una totale stasi, tra fogli stampati su supporto unico dalla dubbia qualità e vecchi accessori riproposti sotto mentite spoglie, la serie “Apennine Eurofighters” della ModelMaker rappresenta senza dubbio una ventata di aria nuova. Gli accessori della ditta polacca ampliano di gran lunga le possibilità di realizzare degli Eurofighter italiani proponendo soggetti inediti e che fin ad ora erano riproducibili soltanto realizzando le insegne in casa (e sappiamo bene che il risultato finale non può mai essere paragonato alle decal stampate con metodo classico).

Quindi ben venga l’impegno della ModelMaker e, soprattutto, ben vengano in futuro nuove decalcomanie dedicate ai velivoli “tricolori”.

Per altre info vi rimando al sito Internet della ditta:

Buon modellismo.

Valerio – Starfighter84 – D’Amadio.

P-51D-15NA Mustang “Lullaby for a Dream” – dal kit Eduard in scala 1/48.

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Il P-51 Mustang è uno degli aerei che hanno fatto la storia dell’aviazione, protagonista indiscusso della Seconda Guerra mondiale.

In scala è un soggetto più che riprodotto e il mercato era già saturo di kit a lui dedicati ma, nonostante tutto, la Eduard recentemente ha proposto un inedito kit di montaggio. Conoscendo la qualità della ditta ceca l’uscita del nuovo prodotto ha suscitato in me molto interesse…ed è scattata la scintilla! Ho deciso, quindi, che questo doveva essere il prossimo modello da mettere sul banco e ho acquistato l’articolo 11134 titolato “Chattanooga Choo Choo”.

La box art è molto accattivante e aprendo la scatola il contenuto non delude le aspettative: un foglio istruzioni a colori ben fatto, fotoincisioni, mascherine adesive e un ricco foglio decal fanno da cornice a stampate con molti pezzi, puliti e ben rifiniti, senza sbavature e con incisioni sottili e precise. Eduard per questo kit propone sei esemplari a scelta, tutti nella versione D-5, ma mixando i pezzi già presenti, ma contrassegnati come da non usare, si possono ottenere anche i block successivi (quindi con variazione di radio, collimatore e seggiolino). Presenti anche i tre principali tipi di canopy (Inglewood Type 2 “early”, Type 6 “late” e il Dallas) … un ottimo lavoro!

La possibilità di poter riprodurre una versione diversa da quella proposta mi ha spinto a non prendere in considerazione le pur belle decalcomanie incluse e di realizzare qualcosa di alternative, e per questo ho iniziato a documentarmi on line. Durante le mie ricerche ho trovato una foto storica ricolorata di un P-51D dei Blue Diamond di cui mi sono innamorato, nello specifico era un D-15NA pilotato dal Lt. James A. Hickey del 360FS/356FG, battezzato “Lullaby for a dream” per la sua Nose Art che ricopiava una figura femminile apparsa su una famosa rivista attorno al 1941. Costituito a Camp Kilmer nel New Jersey, il 356FG dall’ottobre 1943 a maggio 1945 fu dislocato sulla base RAF di Martlesham Heath e si scontrò nei cieli del teatro europeo anche con i Me-262 tedeschi.

Approfondendo le ricerche su questo esemplare, anche se la documentazione non è granché estesa, ho comunque potuto constatare la presenza e la natura di alcuni dettagli quali il tettuccio da utilizzare (pezzo A-14, Type 6 che si riconosce dall’apice della bolla che è posta sopra la testa del pilota – per approfondire l’argomento cliccate QUI), il tipo di battistrada degli pneumatici (Diamonds Thread), l’assenza delle bande identificative di teatro europeo nere (ETO) sul dorso delle ali e dei piani di coda, e del supporto per l’antenna a filo sulla sommità della deriva.

Montaggio:

Prima di iniziare il montaggio mi sono assicurato di avere tutto l’occorrente per terminare il mio Mustang. Per questo ho cercato e reperito le decal dell’Aeromaster codice 48775, stampate dalla Cartograf. Sono molto belle, con colori saturi e ben definiti, anche se il film è un po’ spesso.

Mi sono fatto prendere la mano e ho sostituito le ruote e gli scarichi originali con quelli in resina della Eduard Brassin (codici 648494 e 648486).

Con tutto il “necessaire” a disposizione non ho potuto far altro che iniziare, come spesso accade, dall’abitacolo. Il seggiolino corretto è il Warren Mc Arthur (pezzi H31/35/47), ed è riprodotto molto bene in tutte le sue parti. Le pareti laterali si compongono di vari pezzi che devono essere verniciati prima dell’assemblaggio; essi si compongono della struttura della cellula sulla quale vengono montati i vari accessori come la manetta, rinvii per trim e scatole comandi radio. Quest’ultima è molto importante poiché cambia in base ai block costruttivi, e il 15NA montava la SCR-695A (pezzo H9).

Per ciò che riguarda la colorazione, il piano poggia piedi in legno del pilota l’ho verniciato in Wood Brown H-37 mentre su tutto le restanti parti ho steso il Nato Black Tamiya per eseguire la tecnica del black basing.

Ho poi passato il colore vero e proprio degli interni, l’Interior Green Gunze H-58, con velature molto leggere e molto diluite in modo da far intravedere il colore scuro di fondo e ricreare le ombre. Un leggero lavaggio a tempera color seppia naturale ha evidenziato il resto dei dettagli. I componenti in nero, invece, li ho lumeggiati tramite la tecnica del dry brush utilizzando un grigio medio.

Per la strumentazione ho deciso di utilizzare le fotoincisioni pre-colorate incluse nella confezione che, devo dire, sono ben fatte e precise nelle forme. Io mi sono limitato a sigillarle con un velo di trasparente opaco Alclad.

Sul seggiolino e su alcuni spigoli ho simulato le scrostature usando il Silver True Metal della AK steso con un pennellino molto sottile e mano leggera, prestando attenzione a non esagerare. La parte dietro al sedile non va sottoposta ad usura in quanto è una sezione di serbatoio ventrale rivestito in materiale gommoso. Il collimatore è il modello a riflessione Bell & Howell N-9, montato sui P-51D D-15 fino alla metà del 1944. Il pezzo da utilizzare è contrassegnato dal numero A4.

A questo punto ho montato le cinture sul sedile, anche queste in fotoincisione, e incollato l’abitacolo su una delle due semi-fusoliere. Nel complesso la resa del cockpit da scatola è stupefacente, qui la Eduard ha fatto un capolavoro senza dover ricorrere ad ulteriori aftermarket.

Il vano del ruotino di coda era verniciato con un protettivo anti corrosivo al cromato di zinco, per cui ho utilizzato il Chromate Yellow della Testor sempre su base nera (black basing).

Quello dei carrelli principali è composto da vari pezzi che, una volta uniti, formano una base già ricca di dettagli su cui basta aggiungere qualche cavo elettrico e qualche condotto idraulico per ottenere un ottimo risultato. La colorazione necessita di una piccola ma importante nota: nei primi lotti costruttivi del caccia della North American il pozzetto era lasciato in metallo naturale, ma durante la vita operativa delle cellule si riscontrarono problemi di corrosione (motivo per cui fu prevista l’adozione del cromato di zinco anche su questa zona). Sopra al protettivo si stendeva, poi, una mano di Interior Green (ho utilizzato il Gunze H-58 a tal proposito). Dopo la verniciatura di base ho eseguito dei lavaggi in color seppia per aumentare la profondità dei dettagli; poi ho steso un velo di trasparente opaco e messo in evidenza tutti gli spigoli con un pastello ocra.

L’unione delle due semi fusoliere non presenta problemi di sorta e i due elemento combaciano molto bene.

Il montaggio scorre via liscio e l’unica giunzione che necessita un minimo di stucco è quella di raccordo tra le ali e la fusoliera (su cui ho utilizzato il Green Putty della Squadron). In men che non si dica, comunque, ho aggiunto deriva, stabilizzatori e condotto del radiatore.

Uno dei pochi appunti che posso fare al kit, vista la presenza di un dettaglio di superficie eccelso, è la mancanza dei “fastner” sulla cofanatura motore superiore. In pratica erano delle viti che fissavano i pannelli e che si aprivano con facilità per la manutenzione del motore. Queste avevano un diametro maggiore rispetto ai rivetti “flushed” (a testa piatta) limitrofi.

Ovviamente non potevo tralasciarle quindi, per prima cosa, ho segnato i punti su cui andavano riprodotte con una matita. Poi, mediante un ago di siringa accorciato a circa un centimetro e col bordo rastremato per renderlo il più sottile possibile, ho applicato una minima pressione sulla plastica ottenendo delle incisioni realistiche, perfettamente circolari ed in scala.

Parlo, ora, delle pannellature alari… da sempre motivo di discussione nell’ambiente modellistico. L’argomento è più che trattato on line ma, a beneficio dei lettori, faccio un piccolo riassunto: a tutti i P-51 prodotti, di qualsiasi versione, sulle linee mi montaggio venivano stuccate e lisciate le pannellature del dorso e delle superfici inferiore dell’ala mediante un prodotto chiamato Red Vellutine Glazing Putty. I rivetti, invece, venivano ricoperti dal almeno sei strati di ACME Grey Surfacer dato a spruzzo (per ovvi motivi i portelli dei vani armi non erano interessati perché dovevano essere aperti per ricaricare i nastri). Tutti questi accorgimenti erano adottati in fabbrica allo scopo di aumentare il profilo laminare e le prestazioni della macchina che, indubbiamente, raggiungeva velocità ragguardevoli per l’epoca. Il resto delle superfici era ricoperto dal solito primer in cromato di zinco e, solo alla fine, verniciate con un alluminio lacquer (quindi NON erano in natural metal fatta eccezione per le superfici di governo e i sopracitati portelli delle gun bay).  

La Eduard ha deciso comunque di rappresentare le pannellature e i rivetti sul suo kit, scelta che mi ha costretto ad eliminare il dettaglio usando del Mr. Surfacer 500 della MR Hobby, che è piuttosto denso e tende a ritirare molto asciugandosi (quindi saranno necessarie più mani per avere una copertura corretta). I residui li ho eliminati un cotton fioc inumidito di Lacquer Thinner Tamiya e, alla fine, ho uniformato gli interventi carteggiando le superfici con della carta grana 2000 bagnata. A montaggio ultimato ho passato una mano di Mr. Surfacer 1000 (diluito almeno al 70% con la nitro) per verificare la bontà del lavoro fin qui svolto e, soprattutto, per eliminare i piccoli graffi in vista dell’applicazione degli Alclad che esigono un fondo assolutamente impeccabile. A tale scopo ho anche utilizzato ulteriori carte abrasive bagnate (grana 3000, 5000 e 8000) per rendere il modello ancora più omogeneo e liscio.

Verniciatura:

Dopo aver mascherato accuratamente abitacolo e vani carrello ho applicato un’ulteriore mano di Surfacer Gunze, ma questa volta ho optato per il Mr. Finishing Surfacer 1500 Black (il colore nero regala maggiore profondità ai pigmenti Alclad). Diluito all’80% con la Nitro dona una finitura perfetta al modello, compatta e liscia, lasciando intravedere ulteriori imperfezioni da correggere nel caso ci fossero.

La fase di verniciatura vera e propria ha avuto inizio dalle ali con il Dull Aluminium che non ha una resa brillante e simula bene la finitura in Aluminium Lacquer dei velivoli reali. Attese le canoniche 24 ore per la completa asciugatura, ho protetto le zone che non dovevano essere coperte dal successivo tono metallico, il White Aluminium, che ho scelto per la fusoliera, i flap, gli alettoni e i portelli del carrello.

Studiando la documentazione in mio possesso ho individuato alcuni pannelli più scuri da riprodurre col Dark Aluminium che, a mio avviso, dà il giusto contrasto rispetto al White Alu. La piastra attorno agli scarichi è in Stainless Steel. Per sigillare tutte le vernici applicate ho utilizzato il trasparente X-22 Tamiya, ancora una volta allungato con la nitro.

Il mio esemplare sfoggiava delle zone verniciate in rosso quali ogiva, canopy, timone di profondità e cofano motore. Su quest’ultimo l’andamento del colore era molto particolare e, provvidenzialmente, l’Aeromaster nel suo foglio decal ha inserito dei disegni in scala da cui ricavare delle sagome da applicare sul modello. Le ho copiate su un foglio di nastro kabuki e tagliate utilizzando un bisturi affilato controllando che la separazione fosse netta e lineare.

Il rosso che ho scelto è il Tamiya LP-50, molto vivo come colore e già lucido…una volta finito e opacizzato assumerà la tonalità ideale. L’elica Hamilton è in nero opaco, con le tip in giallo H-4 Gunze.

È ora la volta delle gambe di forza dei carrelli che si compongono di pochi pezzi quali compasso anti-torsione e gli attacchi per i portelloni, anche questi precisi e ben realizzati. Li ho verniciati in Aluminium ALC-101, sempre Alclad, per differenziarli un minimo dal resto della cellula. Lo stelo dell’ammortizzatore è Silver AK.

Come detto qualche riga sopra, alle ruote del kit ho preferito quelle in resina della Eduard Brassin che hanno un disegno dei battistrada meglio realizzato ed il cerchione (separato per verniciarlo senza ricorrere alle maschere – completato anch’esso in ALC-101) stampato egregiamente. Inoltre gli pneumatici hanno già l’effetto peso e la marca del produttore in rilievo… una piccola chicca!
Per la gomma ho scelto il Tire Black H-77 Gunze, riprendendolo poi con polvere marrone nel bordo interno verso il cerchione, e con polvere grigia sul piano di rotolamento. Il logo Goodyear l’ho evidenziato con una matita acquerellabile grigia AK.

Mancano all’appello gli scarichi del motore Merlin V-1650-7, che sono quelli comprensivi di carenatura. I pezzi del kit non sono male ma nel mio caso avevano dei difetti di stampo che mi hanno portato a scartarli e a sostituirli, ancora una volta, con l’aftermarket della Brassin. Tra l’altro, dopo aver eliminato la materozza col mio fidato Dremel, si inseriscono perfettamente in sede e richiedono solo una buona colorazione (Gunmetal Testor Metalizer, che trovo insuperabile come resa perché si può anche lucidare con una pezzuola morbida).

All’interno di ogni tubo ho aggiunto una goccia di Panel Liner Black Tamiya per dare maggiore senso di profondità, mentre all’esterno ho messo in evidenza i bordi con i Tamiya Weathering Set D.

Decalcomanie:

Avevo già accennato al fatto che per le decalcomanie mi sono avvalso del foglio Aero Master 48775. Purtroppo nell’accessorio non sono stati inclusi gli stencil che, giocoforza, devono essere ricavati dalle decal originali Eduard (a dirla tutta sono belle, nitide e reagiscono bene ai liquidi ammorbidenti della Microscale). Anche lo spessore del film trasparente non è propriamente il massimo, per cui alla fine ho dovuto impiegare qualche mano in più di lucido per livellare le insegne e nascondere lo scalino.

Senza dubbio la fase più complessa è quella che riguarda l’applicazione dei fregi sulla cofanatura (blue diamonds) che devono aderire su superfici curve. Temendo un non corretto allineamento ho deciso di scontornare e separare ogni rombo per applicarlo singolarmente; un lavoro lungo e tedioso ma che alla fine ha ripagato le mie fatiche.

Al termine delle operazioni ho steso una nuova mano di trasparente lucido X-22 Tamiya, insistendo un po’ di più lungo i bordi delle decal Aero Master.

A seguire ho riprodotto i fumi di scarico spruzzando dello Smoke X-19 Tamiya, senza esagerare per non andare a oscurare la nose art che caratterizzava il velivolo.

Stesso trattamento sulle ali per simulare le scie di cordite delle mitragliatrici Browning M2 che, foto alla mano, sporcavano poco la superficie superiore ma molto quella inferiore (soprattutto in corrispondenza dei fori di espulsione dei bossoli).

Per evidenziare le pannellature, come mia abitudine, ho optato per i colori a tempera della Gouache, scegliendo, dopo alcune prove, un seppia naturale per le parti verniciate in rosso e le gambe carrello, e un grigio medio scuro per la parte in metallo.

Ai lati dell’abitacolo ho riprodotto lo sporco del calpestio di pilota e specialisti, marcando di più il lato sinistro che era quello di salita. A tale scopo, con un pezzo di spugnetta di quelle che si trovano nei set in resina, ho picchiettato un po’ nero di seppia a tempera molto diluito.

Con lo stesso colore ho aggiunto la scia di olio motore dallo sfiato posto sotto lo scarico destro, e sotto quello dei carrelli che sporcavano la grande piastra blindata e il condotto del radiatore. In questo caso ho usato del colore più denso tirato con un pennellino piatto inumidito.

La finitura finale ho preferito utilizzare il Flat Clear Tamiya XF-86 diluito col Lacquer Thinner Tamiya tappo giallo al 90%. Dalle foto in mio possesso, infatti, ho notato che le superfici metalliche dell’esemplare scelto non erano così riflettenti complice l’ambiente operativo e l’ossidazione del metallo. Sulle parti verniciate, quali ali, muso e timone, ho scelto il Flat Alclad.

A completamente del lungo lavoro di costruzione ho incollato i carrelli e relativi portelloni, flap e stabilizzatori, elica e tettuccio, ricordando che quest’ultimo scorrendo andava quasi a toccare il dorso della fusoliera (purtroppo molto spesso, on line, si vedono modelli con canopy che assumono una posizione incorretta). 

Concludo con una lode alla Eduard che ha tirato fuori un kit eccezionale…se vi piacciono gli aerei storici e i P-51, non posso che raccomandarvi questa scatola. I dettagli sono molti e il montaggio facile e veloce nonostante i numerosi pezzi; con qualche piccola aggiunta si ottiene la riproduzione fedele di un mito dell’aviazione. Ringrazio come sempre i membri di Modeling Time e del suo FORUM per i suggerimenti e le indicazioni che ho ricevuto durante il work in progress…una grande famiglia di appassionati dove ci si aiuta e si cresce insieme, rendendo ancor più bello il nostro hobby!

Buon modellismo a tutti!

Fabio “Jolly Blue” Barazza

Where the Astronauts Born – NASA T-38 A Talon dal kit Wolfpack in scala 1/48.

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Il Northrop T-38 Talon è stato il primo addestratore supersonico ad entrare in servizio nel lontano 1961. Prodotto fino al 1972 per un totale di circa 1.148 cellule, è tutt’ora in servizio tra le fila dell’USAF e della Turkish Air Force rappresentando uno dei progetti aeronautici più longevi al mondo.

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La storia del Talon è indissolubilmente legata anche a quella della NASA (National Aeronautics and Space Administration). Agli albori della corsa allo spazio, infatti, l’ente americano si trovò a selezionare i primi astronauti per il programma Gemini prelevandoli direttamente dai reparti operativi dell’USAF e della U.S. Navy ed individuando, quindi, piloti già formati e con una certa esperienza. Questi arrivarono a comporre un gruppo di 24 persone che, oltre alle competenze specifiche, dovevano mantenere anche quelle relative al volo. Inizialmente la NASA utilizzò alcuni T-33 e F-102 appartenenti all’USAF ma ben presto si rese conto che era necessario disporre di una flotta dedicata e permanente.
Nella scelta dei candidati ideali, i vertici dell’amministrazione analizzarono l’F-4 Phantom e, appunto il T-38 Talon; a parità di rapporto tra costi e benefici per ore volate, giudicarono idoneo il secondo.

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La NASA ricevette i primi cinque trainer nel 1964 in prestito dall’Air Force, ma nel giro di breve tempo ne acquisì ulteriori venticinque (portati poi, nel corso degli anni, ad un totale di circa trentadue) – tutti basati sulla Ellington Air Force Base, nei pressi del Johnson Space Center.

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Gli aerei furono inizialmente impiegati per il solo addestramento dei piloti ma, a partire dal programma Apollo, la NASA aprì le selezioni anche a ingegneri e tecnici che non avevano esperienza di volo alcuna. Ai nuovi specialisti di missione, vista anche la complessità sempre crescente delle capsule e dei compiti a loro assegnati (come le attività extraveicolari e gli agganci tra moduli spaziali diversi), venivano richieste conoscenze sempre maggiori e diversificate. Parte di queste venivano trasmesse tramite simulatori statici a terra, ma era necessario garantire agli addetti un addestramento completo alle procedure e alle situazioni di emergenza in ambiente reale per prepararli alle sensazioni e allo stress psico-fisico di quei momenti; per questo motivo la NASA introdusse lo Spaceflight Readiness Training (SFRT) dove, ancora una volta, veniva utilizzato il T-38.
Solitamente gli ingegneri sedevano nell’abitacolo posteriore e potevano andare in volo solo in coppia con un pilota qualificato; essi venivano formati sulle procedure radio, su alcune manovre e inviluppi specifici ma non erano abilitati alla condotta del velivolo.

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Con l’avvento dello Space Shuttle i Talon furono proficuamente impiegati per lo studio e addestramento dei piloti di missione nelle procedure di rientro nell’atmosfera e atterraggio. A tale scopo, due esemplari furono modificati con degli aerofreni maggiorati per simulare il tipico avvicinamento “ripido” (Steep Approach) della navicella.

Dagli albori ad oggi il Talon ha contribuito a formare generazioni di astronauti, anzi, in alcuni casi si può dire che li ha fatti nascere.

Il kit:

Nel 2013 la Wolfpack annunciò l’uscita di uno stampo “new tool” di questo soggetto e, complice un prezzo invitante, decisi di acquistarlo con l’idea di realizzarne uno in livrea Aggressor dell’USAF. I miei programmi hanno preso una via inaspettata quando lo scorso anno i modellisti romani di Modeling Time scelsero, per l’annuale Pizza Contest, il tema NASA. Avevo il kit… avevo un “movente” … perché non metterlo sul banco di lavoro?

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Prima di iniziare questa nuova avventura mi ero un po’ documentato sul panorama delle scatole di montaggio dedicate al T-38 scoprendo che anche la Sword prima, e la Trumpeter poi, avevano realizzato due modelli nella scala del quarto di pollice. Il primo, anche se sostanzialmente corretto, era uno short run con dettagli molto approssimativi e oramai non più all’altezza degli standard moderni; il secondo, semplice nel montaggio, soffriva di qualche problema di forma (tanto, oramai, siamo abituati alle carenze documentative cinesi) soprattutto delle prese d’aria. A conti fatti, senza quasi volerlo, avevo già in casa il Talon più corretto in circolazione.  

Devo dire che gli sprue catturano subito l’occhio e, sebbene anche questo kit sia uno short run (pur se molto più evoluto), il prodotto della Wolfpack è accattivante ed ha un bel dettaglio in negativo. Inoltre nella confezione in mio possesso c’erano dei seggiolini in resina, le maschere pre tagliate per i trasparenti, una lastrina di fotoincisioni e un provvidenziale pitot in ottone tornito, tutti accessori sempre molto graditi da noi modellisti!

Ma non è tutto oro quello che luccica e procedendo con la costruzione ho dovuto risolvere alcuni problemi e sopperire a parecchie mancanze della ditta coreana… continuando la lettura di questo articolo capirete il perché delle mie affermazioni.

Cockpit:

Parto subito col dire che questa zona è molto basica e mancano diversi elementi all’appello. Studiando la documentazione, in particolare il volume della DACO (Uncovering the Northrop T-38 A, AT-38, T-38 C Talon), ho notato subito che le pareti laterali, sopra le consolle, hanno un rivestimento in plastica semi rigida che copre cavi elettrici e vari rinvii del sistema di blocco dei canopy.

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Utilizzando l’ottimo Magic Sculpt (una pasta bicomponente molto plastica e perfetta da plasmare mentre ancora è umida) ho rimodellato le paretine aggiungendo anche alcuni dettagli quali i bottoni e le piastre di fissaggio del rivestimento stesso, e i tubi del sistema anti appannamento dei canopy (rifatti con dei tubicini di ottone della Albion Alloy da 0,2 e 0,4 mm):

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Dalle prime prove a secco ci si accorge che la precisione non è la virtù di questo kit e i cruscotti non fanno eccezione lasciando un vuoto importante rispetto la fusoliera. Documentazione alla mano ho riempito tutto utilizzando del Plasticard da 0,2mm sagomato:

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Inoltre il pannello strumenti anteriore risulta più alto di circa mezzo millimetro e non permette alla palpebra di incastrarsi a dovere, quindi è stato necessario accorciarne le basi con una limetta.

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II sistema di apertura dei canopy del T-38 è un meccanismo complicatissimo e affascinante… osservandolo bene ci si accorge che è fatto da tantissimi elementi, bracci e carrucole. In pratica è un vero capolavoro di ingegneria! un abbozzo di queste carrucole, che servono ad agevolare l’apertura da parte del pilota e ad evitare che il plexiglass si apra con troppa violenza danneggiando le cerniere, è stampata sulla rotaia del seggiolino dell’istruttore (ma esse sono davvero sgraziate e fuori scala).

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Dopo averle eliminate con un bisturi affilato, ho ricostruito i pezzi con del Plasticard da 0,2 (ulteriormente assottigliato):

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I due dischetti giallo/verde raffigurano altre due carrucole in cui passano i cavi d’acciaio del sistema sopra indicato; essi, poi, si infilano all’interno di quei due cilindri laterali dove scorrono dei contrappesi.

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Ho anche aggiunto altre aste, molle di ritenuta, tiranti e supporti utilizzando i materiali più disparati e che ho riassunto nella foto seguente.

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I bracci di sollevamento del tettuccio anteriore sono quelli che creano più problemi perché non ci sono perni di riscontro sulla plastica che ne agevolano il posizionamento e, osservando le immagini, hanno anche delle forme e dimensioni non troppo corrette. Sulle fattezze ho deciso di non intervenire in modo invasivo dato che sarebbe stato troppo complicato rifare tutto da zero: i montanti, infatti, non hanno uno spessore regolare, bensì quelli reali si allargano e si stringono in determinati punti della struttura.
Ho deciso di rimuovere il solo supporto inferiore e rifarlo in Plasticard rendendolo maggiormente in scala (lo notate, è di colore bianco), e di ricostruire i due elementi contrassegnati dalle frecce.

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Per la posizione, invece, si può intervenire senza troppi patemi d’animo usando come riferimento i trasparenti stessi; li ho fissati con delle piccole palline di Patafix, poi ho preso le misure in base al montante fisso centrale e al seggiolino che ho provvisoriamente inserito nella vasca.

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Suggerisco di non affidarsi alle indicazioni de foglio istruzioni altrimenti il canopy anteriore sarà troppo arretrato, falsando completamente la linea del velivolo.

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Altra nota dolente è la dimensione della palpebra dell’istruttore che è decisamente troppo stretta in larghezza. Sul velivolo reale essa va quasi a contatto con i braccetti del canopy anteriore lasciando poco spazio ai lati; al contrario nel kit si crea un “buco” difficile da colmare senza ingannare un po’ l’occhio.

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Ed è quello che ho fatto… ovvero ho ricreato, ricostruendole più grandi, le due piastre di fissaggio del sistema di apertura (sono evidenziate dalle frecce in rosso e sono rifatte con del Plasticard da 0,2 mm, incluse le costolature superiori). Nella realtà questi elementi sono nettamente più piccoli ma fortunatamente, a modello finito le differenze si notano poco.

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Per quanto concerne la verniciatura, tutto l’abitacolo è in Gunze H-307 mentre i particolari in nero li ho verniciati in Black Vallejo. Parte della strumentazione è in decalcomania (inclusa nel foglio originale) e combacia quasi alla perfezione con il dettaglio stampato sulle parti in plastica. Tutta la parte inferiore dei cruscotti e le consolle sono, invece, verniciate a pennello.

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Sulla consolle destra dell’istruttore è installata una luce di lettura con il caratteristico filo arrotolato. Il corpo l’ho riprodotto con una sezione di tubicino d’ottone della Albion Alloy da 0,4 mm, il cavo elettrico è una corda di chitarra piegata (con fatica) per fargli assumere la forma corretta.

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I seggiolini in resina, ad un’occhiata più attenta, hanno alcuni particolari non ben definiti e abbozzati ma nel complesso fanno comunque una buona figura. Quello anteriore va completato aggiungendo il rostro frangi vetro posto sopra il poggiatesta che ha una forma abbastanza particolare; personalmente l’ho riprodotto sagomando un pezzo di cornice di una vecchia fotoincisione che ha il giusto spessore per la scala.

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In foto i colori utilizzati per completare i sedili. Dopo la verniciatura ho applicato i lavaggi ad olio (in grigio scuro sulla struttura, in Bruno Van Dyck scurito con del nero sui cuscini) e, a seguire, una mano di opaco Gunze H-20. Per mettere in risalto le forme ho applicato la tecnica del dry brush al solito, come mio modus operandi, realizzata con colori ad olio (grigio molto chiaro sulle zone in grigio, grigio medio sul poggiatesta e le cinture di sicurezza e ocra gialla sulle imbottiture della seduta).

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Gli stessi passaggi, in pratica, li ho eseguiti anche sulla vasca utilizzando i medesimi colori (ad eccezione dell’ocra gialla).

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Montaggio:

L’unione delle due semi fusoliere non presenta grossi problemi, c’è giusto un minimo disallineamento delle pannellature che si risolve forzando i pezzi e incollandoli con la ciano-acrilica. Per sicurezza ho deciso di aggiungere qualche piombino da pesca all’interno del muso anche se, da una prova sommaria, il modello è già bilanciato e non dovrebbe sedersi sulla coda una volta montati i carrelli (la prudenza non è mai troppa).

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Il primo grosso scoglio da affrontare riguarda l’inserto che chiude il ventre della fusoliera, che è a parte ed ha un fitting terribile. Per parare il colpo ed evitare carteggiature invasive (la zona, come vedete dalle foto, è piena di dettagli) ho deciso di giocare di anticipo tentando di allineare al meglio il pezzo e inserendo degli spessori in Plasticard nelle zone indicate dalle frecce.

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Dopo abbondanti spennellate di Tamiya Extra Thin Cement ho iniziato a chiudere le fessure con Attack, unico riempitivo utile poiché lungo le giunzioni dovranno essere reincise parecchie pannellature. Nella zona indicata ho utilizzato quantità importanti di ciano-acrilica per livellare uno scalino molto vistoso.

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Documentazione alla mano, ho iniziato ad aggiungere molti particolari esterni visibili tralasciati o appena accennati. Tra questi c’è lo scarico dello scambiatore di calore del sistema di condizionamento delle cabine che la Wolfpack ha rappresentato semplicemente come un avvallamento della superficie.

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Ho deciso di bucare la plastica quel tanto che basta per alloggiare un tubicino di Evergreen da 2,4 mm di diametro, incollato con l’onnipresente Attack e riportato a misura con carte abrasive via via sempre più fini.

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Lungo i fianchi sono installati due indicatori visivi dell’olio motore (uno per lato). Quando il livello è sufficiente questi segnalano uno spicchio bianco in alto ed uno rosso in basso. Quando il livello è insufficiente l’indicatore è completamente rosso. Con una punta in carburo da 1 mm ho aperto lo scasso nella fusoliera al cui interno ho inserito un cilindro di plexiglass di circonferenza simile; il fondo l’ho verniciato per metà bianco e per metà rosso per rappresentare un esemplare operativo e con livelli di lubrificante idoneo. Ho stuccato tutto con Attack che una volta lisciato e lucidato è trasparente e cristallino.

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Sul dorso, ma anche in altre zone purtroppo, alcune incisioni sono incomplete o altre sono state del tutto omesse; per fare un esempio, i pannelli rettangolari alla base della deriva (su entrambi i lati) sono forniti in decal – una scelta non proprio raffinata. Non volendo adottare questa soluzione ho reinciso tutto ciò che mancava.

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Prima di procedere oltre con il montaggio, approfittando dei vari sottoinsiemi ancora scomposti, ho preferito dettagliare i pozzetti carrello principale e aerofreni. Ho aggiunto anche delle file di rivetti, come visto in varie foto, prelevandoli dal set AR88089 della Archer Fine Transfer. L’alloggiamento anteriore, al contrario, l’ho volutamente tralasciato poiché a modello ultimato sarà quasi del tutto chiuso dal portellone.

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Anche le ali non brillano per accuratezza e quando si uniscono le superfici superiori con quelle inferiori si creano dei fastidiosi gap (che ho livellato con strisce di Plasticard e colla ciano-acrilica).

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Ad ogni modo, una volta completate, ho iniziato le prove a secco per rendermi conto degli incastri rispetto la fusoliera confermando, ancora una volta che il kit è abbastanza approssimativo. La carlinga stessa è troppo stretta e crea ampi scalini e fessure rispetto le semi ali e l’inserto inferiore che chiude il cassone nella zona dei motori.

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Per riportare gli elementi in squadro ho optato ancora una volta per il metodo già utilizzato sul mio Mirage Eduard di qualche tempo fa, il link QUI!

In pratica ho inserito dei distanziali, ricavati dagli stessi sprue del kit, per allargare e riportare a misura le varie parti; quelli evidenziati dalle frecce di colore rosso sono inserti fissi che ho incollato con generose spennellate di Tappo Verde, quello in giallo è mobile e l’ho sfilato dall’apertura degli scarichi dopo che la fusoliera si era saldata a dovere (altrimenti i condotti dei motori non avrebbero avuto sufficiente spazio).

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Per raggiungere un accoppiamento ancor più preciso ho incollato alcuni pezzi di Plasticard con funzione di perni di riscontro e battuta, tutto per evitare che il complesso alare sprofondasse all’interno aumentando le dimensioni dello scalino.

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Prima di chiudere tutto è molto importante copiare il profilo della fusoliera: lungo la giunzione, infatti, corre una pannellatura che ricalca pedissequamente l’andamento della linea e che, di conseguenza, andrà poi reincisa. Tramite la sagoma ho ricavato una dima in Plasticard che mi ha aiutato, e non poco, a guidare lo scriber.

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Se tutto il lavoro di spessoramento è andato a buon fine, le fessure delle ali risulteranno facili da sistemare utilizzando solo un po’ di Magic Sculpt lisciato con un cotton fioc inumidito d’acqua.

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Gli alloggiamenti per i perni di rotazione dei piani di coda sono imprecisi pur facendo collimare al meglio la fusoliera.

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A questo punto non ho potuto far altro che aumentarne il diametro mediante una fresa montata sul fidato trapanino elettrico…

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Inserire al suo interno una sezione di tubicino Evergreen da 3,2 mm di diametro…

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Incollare il pezzo con ciano acrilica (in modo anche da sanare le imperfezioni che inevitabilmente si formano), carteggiare e allargare leggermente il foro interno per permettere ai pivot dei taileron di infilarsi a dovere.

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Le superfici di governo, alla fine, si incastrano talmente bene che rimangono in posizione anche senza colla.

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Un altro problema riguarda la carenatura aerodinamica fissa alla base del timone di direzione che, purtroppo, è più corta e bassa del dovuto. 

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Ho preferito asportarla completamente dalla fusoliera e ricostruirla con dei profilati sagomati di Evergreen che ho incollato e raccordato direttamente alla deriva.

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Rimanendo in questa zona, facendo ancora una volta riferimento a libri e foto mi sono accorto di altri particolari su cui lavorare:

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Verde: questa pannellatura non è presente su tutti gli esemplari, probabilmente essa dipende dal block costruttivo. Sui velivoli assegnati alla NASA, da quello che sono riuscito a capire, non è mai visibile e l’ho quindi eliminata stuccandola su ambo i lati.

Rosso: il “bulbo” stampato dalla Wolfpack è un errore segnalato anche da altri modellisti, in quel punto infatti c’è solo una pannellatura circolare a filo col resto della superficie. Ho provveduto a carteggiare e a reincidere il pannello.

Giallo: evidenziata in giallo è la luce di navigazione che ho riprodotto forando la plastica e inserendovi un tondino trasparente in plexiglass.

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Sulla sommità dell’impennaggio è montata l’antenna VOR/ILS. Quella fornita nel kit ha uno spessore decisamente fuori scala e per questo ho deciso di ricostruirla da zero usando una lastrina di Plasticard con spessore 0,2 mm (ulteriormente assottigliato). Il nuovo pezzo l’ho incollato con abbondanti spennellate di Tamiya Tappo Verde.

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Ho anche riprodotto il raccordo aerodinamico sul bordo d’uscita sfruttando un piccolo triangolo dello stesso materiale usato sopra, sagomato con una lima a sezione circolare.

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La zona segnalata dalla freccia è stata rappresentata piatta dalla ditta coreana quando, nella realtà, in quel punto si crea una curva di raccordo (anche abbastanza vistosa) tra i due scarichi.

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Lo si evince anche dalle foto dei velivoli reali, come questa:

Immagine proveniente da www.cybermodeler.com/

Armato di trapanino elettrico e una fresetta, ho asportato la plastica in eccesso cercando di ricreare questa forma caratteristica. Ovviamente per fare questo ho anche eliminato la piastra che scherma il calore dei turbogetti in plastica (tra l’altro abbastanza approssimativa) che ho sostituito con la fotoincisione fornita nel kit (decisamente più accattivante):

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Nella realtà le coperture degli scarichi sono fissate alla struttura con una serie di rivetti a testa tonda ben visibili in tutte le foto:

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Purtroppo sul kit sono stampati in negativo e non sono neanche ben allineati tra loro. Per questo motivo li ho chiusi uno ad uno utilizzando il solito Attack, poi lisciati e lucidati per farli sparire sotto la superficie. Per ricreare il dettaglio sono ricorso nuovamente ai positive rivet della Archer (set 88146) che hanno svolto un lavoro egregio:

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Già che c’ero ho approfittato per aggiungere una serie di sfiati ricreando i piccoli fori che vedete evidenziati dalle frecce in rosso.

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Le prese d’aria sono altri due elementi abbastanza critici di questo kit e, tanto per cambiare, non si incastrano granché bene. Inoltre il labbro esterno ha una strana “modanatura” stampata dalla Wolfpack che sul velivolo reale è assente; dovendo già stuccare e lisciare i condotti per eliminare i segni di giunzione, ho asportato anche questo dettaglio non utile.

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A seguire ho incollato gli intake che mi hanno dato un po’ di filo da torcere: a sinistra la situazione era leggermente migliore rispetto a destra dove ho dovuto riempire le fessure utilizzando dei profili in Plasticard. Stessa operazione, purtroppo, si è resa necessaria anche nella parte inferiore.

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Ho anche approfittato per assottigliare i bordi d’attacco che non sono propriamente in scala.

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Con la maggior parte delle correzioni già apportate, la mia attenzione si è spostata sull’ultima e, forse, anche la più impegnativa: la riproduzione del blindo-vetro centrale che divide i due abitacoli. Inutile dire che tra le stampate c’è solo il frame centrale, quello esterno per intenderci, ma il divisorio non è proprio previsto.

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Comunque, dopo alcune prove, ho deciso di disegnare la sagoma del pezzo in plastica su di un cartoncino e passarla allo scanner per digitalizzarla. Il file ottenuto l’ho dato “in pasto” al programma del mio plotter da taglio con cui ho progettato la cornice interna su cui il trasparente è fissato:

Vetro 1 Vetro 2

Il pezzo così ottenuto è in Plasticard da 0,1mm che ho assottigliato ulteriormente con qualche colpo di lima. I rinforzi sono dello stesso materiale tagliato in piccoli triangolini, poi saldati con l’ausilio della Extra Thin Cement Tamiya che è provvidenziale per questo genere di lavorazioni. La freccia gialla indica una piccola maniglia realizzata con acciaio armonico sagomato.

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Nella fase successiva ho incollato il montante centrale sul modello: devo segnalare che esso è più stretto rispetto la sede prevista, pertanto è necessario forzarlo e allargarlo affinché le basi vadano a filo con la fusoliera.

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La struttura è anche carente del rinforzo su cui si poggia il canopy e su cui fa pressione la guarnizione di tenuta, personalmente l’ho riprodotto con una strisciolina del solito Plasticard anch’essa incollata con la Tamiya tappo verde.

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Tutte queste zone sono verniciate in rosso sui Talon, anche quelli della NASA, per ricordare a tutto il personale che… potrebbe rimetterci le mani se le lascia in quei punti, mentre i canopy si chiudono…!

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A questo punto ho di nuovo acceso il plotter per tagliare il blindo-vetro utilizzando un foglio di acetato trasparente. L’ho incollato alla cornice in Plasticard, precedentemente verniciata in Gunze H-307, con due micro gocce di Vinavil lasciando asciugare il tutto per qualche ora.

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Alla fine ho aggiunto la cornice esterna che ha avuto doppia funzione: rifinire il pezzo e nascondere lo spessore di quella interna. Non ho utilizzato il Plasticard in questo caso, bensì il nastro Kabuki che, tra l’altro, è già adesivo e non si corre il rischio rovinare la trasparenza del vetrino utilizzando altri collanti. Mi è bastato verniciarlo con lo stesso colore del cockpit e applicarlo.

Alla base del vetro, sul velivolo reale, c’è una guarnizione nera; per questa nuovamente ricorso al Kabuki, ma questa volta già nero in partenza. È importante non scegliere il classico nastro giallo perché, altrimenti, si vedrebbe il colore dalla parte interna del frame, e sarebbe davvero anti estetico.

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Passando oltre ma rimanendo sempre in tema, il parabrezza è tutto fuorché preciso nelle dimensioni, purtroppo. Nonostante svariate prove a secco e aggiustamenti, larghezza rimane insufficiente rispetto il suo alloggiamento.

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Ma prima di fissarlo in posizione ho dettagliato un po’ l’interno aggiungendo una fila di rivetti in positivo della Archer sul frame centrale. Sempre sullo stesso componente è installata la bussola di emergenza che è tra i pezzi del kit ma decisamente inadeguata.

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Per tale motivo ho deciso di auto-costruirla da zero partendo da un rod Evergreen tondo da 0,75mm su cui ho incollato una fotoincisione proveniente dal set “Scale Modern Jet Components” della Airscale, completata da una decal dal set “Scale Modern Jets Cockpit Dataplate & Warning Decals” della medesima ditta. Il tocco finale è stato il cavetto elettrico per la retroilluminazione dello strumento simulato con del filo di rame.

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Prima di incollare il windshield l’ho fissato in sede con un pezzo di nastro Kabuki allargandolo leggermente (senza esagerare e senza correre rischi di crepe irrecuperabili), poi ho spennellato le giunzioni a contatto con la fusoliera mediante la Tamiya “tappo verde” saldandole alla plastica del kit. Nonostante tutti gli sforzi si è reso necessario stuccare il pezzo (con colla ciano-acrilica) e carteggiare pesantemente:

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Per ridare trasparenza al pezzo ho eseguito i passaggi spiegati nel nostro VIDEO TUTORIAL. E questo è il risultato finale:

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Altra grave carenza di questo modello è la trasparenza di entrambi i tettucci. Evidentemente gli stampi non sono stati lucidati e rifiniti a dovere dal produttore col risultato di avere le parti trasparenti con una superficie satinata e piena di graffi. Per ripristinarne la limpidezza ho dovuto carteggiare approfonditamente ricorrendo, ancora una volta al tutorial linkato sopra; il risultato finale non è dei migliori ma sicuramente più accettabile della situazione di partenza.  

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Sul dorso della fusoliera, sotto la deriva, sono presenti due air scoop; sul velivolo reale questi sono fissati a delle piastre di rinforzo sagomate che ho tagliato, anche questa volta, col plotter.

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Anche le gambe di forza dei carrelli hanno ricevuto delle migliorie, quelle più estese hanno riguardato l’anteriore. Il pezzo da scatola è molto scarno e anche molto incompleto:

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Ho aggiunto i due smorzatori utilizzando dei tubicini in ottone della Albion Alloy di varie sezioni; le teste di fissaggio alle estremità sono vecchie fotoincisioni modificate e adattate allo scopo.

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Anche il braccio frontale a “V” ha subito pesanti interventi scavando la plastica e riproducendo l’ammortizzatore centrale.

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Sui posteriori mi sono limitato ad eliminare le bave dello stirene e ad aggiungere i cavetti elettrici ed idraulici dei freni (il materiale scelto è stato il filo di stagno Plus Model da 0,2mm).

Al termine di questa lunga sequenza di montaggio il modello si presenta così:

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Verniciatura:

La livrea dei Talon della NASA ha subito vari cambiamenti durante gli anni di servizio, quella da me scelta è del 2004 circa.

Immagine proveniente da: http://www.dfrc.nasa.gov/Gallery/Photo/T-38/

Per il fondo, ovviamente bianco, non ho usato i classici colori acrilici, smalti o lacche, bensì mi sono affidato al Mr. Finishing Primer 1500 White della Gunze; non è la prima volta che lo utilizzo come vernice vera e propria e ogni volta ho ottenuto un risultato ottimo. Ho diluito questo prodotto all’80% circa col Mr. Levelling Thinner, sempre della Gunze, e ne ho atteso la completa asciugatura (il modello può essere maneggiato già dopo circa 20 minuti comunque). Trascorse 24 ore ho carteggiato le superfici con carte dalla grana 3000 alla 10.000 raggiungendo una finitura liscia e molto vellutata.

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Al contrario delle vernici classiche, questo primer regge molto bene le manipolazioni, si maschera senza problemi ed è davvero molto coprente. Personalmente per questo genere di verniciature lo reputo il massimo e lo consiglio.

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Per il pannello anti riflesso sul muso, il bordo di attacco delle ali, prese d’aria e piani di coda ho optato per il Mr. Finishing Primer 1500 Black per i medesimi vantaggi già segnalati qualche riga sopra.

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A proposito dei bordi di attacco, sul velivolo che ho scelto (e non solo su quello) hanno un andamento particolare con le estremità che si rastremano alla fusoliera e alle tip. Dato che è importante ottenere delle forme uguali e speculari, anche in questo caso ho progettato delle mascherine pre tagliate col plotter.

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Le estremità delle ali e dei taileron sono verniciate nello stesso blu delle fasce in fusoliera; il riferimento ufficiale della NASA corrisponde all’F.S.15092. Partendo dal presupposto che non esiste un colore pronto con questo codice (purtroppo), in ogni caso sarebbe inutile averlo perché la tinta a cui ci si deve rifare è quella delle decalcomanie e che, ovviamente, non sono codificate in Federal Standard. Ho provato a replicare un mix di vernici per raggiungere l’esatto tono delle decal Wolfpack, ma ogni tentativo non mi ha del tutto soddisfatto. Alla fine, nel mio magazzino, ho trovato una vernice che si avvicinava abbastanza – un barattolo di smalto Revell Email Color SM350. La tinta non è del tutto fedele ma è pur vero che le zone sono molto delimitate e alla fine non si nota molto la differenza.

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Le coperture dei jet pipe (scarichi motore) sono state verniciate dapprima in Alclad Airframe Aluminium, poi scurite con delle velate leggere di Steel (diluito con la nitro).

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Le luci di posizione alari sono il Clear Red e Clear Blue Tamiya (scuriti con del Transparent Smoke Alclad), stesso rosso usato anche per la beacon light rettangolare sulla deriva. La flood light (quella circolare) l’ho lasciata trasparente ma ne ho verniciato uno “spicchio” con lo Smoke Alclad in accordo con le foto reperite nei vari walkaround in rete:

Immagine proveniente da www.net-maquettes.com/

Lavaggi e decalcomanie:

Arrivato a questo punto ho steso le prime tre mani di trasparente lucido H-30 Gunze diluito all’80% con il Mr. Levelling Thinner. A completa essiccazione ho ulteriormente lucidato le superfici con la pasta abrasiva Coarse della Tamiya allo scopo di ottenere una finitura a specchio; tale procedimento l’ho ripetuto dopo ogni mano di clear fino a quella finale.

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I lavaggi li ho eseguiti con colori ad olio mediante un grigio molto chiaro (mix di Bianco di Marte e Nero D’Avorio della Maimeri) e cercando di non marcare molto l’effetto sulle pannellature. Come si può vedere dall’immagini qui sotto, i velivoli assegnati alla NASA sono davvero ben tenuti e a volte è quasi impossibile notare l’andamento dei vari pannelli.

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Non me la sono sentita di non applicare la tecnica del washing perché, altrimenti, il modello sarebbe risultato davvero piatto. Il colore ad olio ha contribuito a dare un minimo di volume alle forme ma il mio consiglio è quello di non esagerare, anzi. All’interno dei pozzetti ho preferito utilizzare gli acquerelli che sono più facili da rimuovere e mi hanno permesso di non sporcare troppo una zona che, in realtà, è molto pulita.

Decal:

Le decalcomanie meritano una prefazione. Avendo a disposizione una scatola che non prevedeva insegne per l’ente spaziale americano, avevo preventivamente acquistato un aftermarket della Fundekals (una piccola ditta americana).

A prima vista il prodotto è davvero bello e accattivante, complici anche delle istruzioni ben disegnate e complete di tante informazioni sui singoli velivoli proposti. Ad un esame più approfondito, al contrario, ho notato che i colori delle bande laterali non erano poi così corretti e nel foglio mancavano parte degli stencil di manutenzione necessari per completare il modello (in particolare le walkway nere presenti sul dorso delle ali). Inoltre proseguendo la ricerca e lo studio della documentazione ho anche constatato degli errori sugli esemplari proposti, ma di questo ho parlato nella prima pagina del Work In Progress sul nostro forum.

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A conti fatti l’acquisto è stato abbastanza deludente e di conseguenza ho deciso di richiedere direttamente alla Wolfpack il piccolo foglietto originale incluso nella scatola dedicata alla NASA; mi è stato spedito con pochi Euro di spesa e, devo dire, il servizio clienti è stato ottimo. Inoltre la sua qualità mi ha stupito: decal ben stampate e dai colori saturi, scritte di manutenzione molto nitide e film molto lucido… a saperlo prima avrei risparmiato i soldi per l’acquisto delle Fundekals (anche se da esse ho recuperato un particolare di cui parlerò tra poco).

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Prima di applicarle ho eseguito delle prove a secco delle bande laterali, di cui temevo un’eccessiva lunghezza. A tale scopo ho fotocopiato le insegne e ho ritagliato quelle che mi servivano per avere un riscontro; dopo averle posizionate provvisoriamente con dei pezzi di nastro ne ho controllato le misure: le strisce anteriori sono molto precise e sbordano solo di circa mezzo millimetro sull’ogiva del musetto in nero (basta “trimmarle” spuntandole leggermente prima di trasferirle sul kit). Le posteriori sono più lunghe di 2,5mm ma non è un problema sistemarle – le ho riportate a misure tagliandole lungo la pannellatura che delimita la zona degli scarichi mediante la lama nuova di un bisturi n°11.

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Le restanti calzano a pennello, hanno un potere adesivo soddisfacente (ma permettono di essere riposizionate senza problemi) e reagiscono perfettamente ai liquidi ammorbidenti della Microscale.

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Montaggio finale:

Dopo lunghe fatiche la fine dei lavori si avvicina. Di seguito tutti gli elementi, quali carrelli, portelloni e pitot (la Wolfpack fornisce le spirali rosse in decal ma io ho preferito verniciarle) pronti per essere installati.

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I canopy, dopo aver eliminato le mascherature, sono stati completati con i tubi del sistema de-mister (anti appannamento) sui lati: anche questi sono inclusi nella confezione sottoforma di fotoincisioni ma, personalmente, ho preferito rifarli da capo con del tubicino di ottone della Albion Alloy per dargli maggiore tridimensionalità. Un tocco di colore è rappresentato dalle guarnizioni che su alcuni aerei sono arancioni.

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Sul tettuccio posteriore ho aggiunto il nome del pilota/astronauta che, stavolta, proviene dal Fundekals (uniche decal da lì prelevate).

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Le quattro piccole antenne per comunicazioni UHF, caratteristica di questo esemplare specifico, sono verniciate in nero e applicate due sulla dorsal spine superiore, e due sulle superfici inferiori. Tutte provengono dal magazzino pezzi di, avanzi di un vecchio A-4 Skyhawk Hasegawa. Sulla sommità della deriva, invece, c’è un’antenna VHF a frusta che ho ricreato con una sezione di corda di chitarra.  

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Per ultimo ho ricostruito e aggiunto il trasduttore del sensore dell’angolo d’attacco (AOA) sul lato destro, sotto il cockpit anteriore. È fatto di rame (l’asta) e da Plasticard sottile (la paletta).

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Conclusioni:

Se avete avuto la pazienza di leggere l’intero articolo vi sarete resi conto che questo è uno dei classici progetti solo in apparenza semplici. Il kit nasconde delle mancanze che, per chi non è amante del super dettaglio e della fedeltà assoluta, possono anche essere tralasciate. Per i più esigenti questo T-38 necessita di molti, forse troppi, interventi per poter essere portato ad un livello accettabile.

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Ad ogni modo questo progetto, con la mente, mi ha riportato indietro di molti anni. Mio padre, colui che mi ha trasmesso questa bella passione per il nostro hobby, è da sempre un appassionato di velivoli della NASA e delle missioni spaziali… ricordo ancora quando realizzò anche lui un Talon con questa livrea (un vecchio Hasegawa in 1/72) tanto, tanto tempo fa. Io, ancora bambino, lo osservavo mentre era alle prese con il suo modello… a lui dedico con piacere il mio!

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Buon modellismo a tutti!

Valerio – Starfighter84 – D’Amadio.

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Hawker Hunter Mk.6 dal kit Airfix in scala 1/48.

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Un po’ di storia:

Considerato da tanti come uno dei caccia più belli mai costruiti, l’Hawker Hunter effettuò il primo volo il 20 luglio 1951 con ai comandi lo Squadron Leader Neville Duke.  

Dopo aver risolto gli inevitabili problemi di gioventù, quali l’instabilità del flusso del motore con conseguente spegnimento del reattore e lo spostamento del freno aerodinamico sul ventre della fusoliera (inizialmente ne erano previsti due sulle ali), l’Hunter entrò in servizio con il 43° Squadron nel luglio 1954. Esso costituì un enorme passo avanti rispetto ai Vampire e ai Meteor che, ai tempi, erano la spina dorsale del Fighter Command della RAF. Armato con quattro cannoni Aden da 30mm, l’Hunter era accreditato di una velocità massima di 1.150 Km/h al livello del mare e Mach 0,95 ad alta quota. In affondata, a piena manetta, riusciva a superare Mach 1.

Alla Hawker avevano previsto anche una variante supersonica dotata di postbruciatore, ma il progetto fu abbandonato e si preferì adottare un reattore Avon serie 200 senza post combustione che debuttò a partire dalla versione F Mk.6, il 22 gennaio del 1954. Questa variante era dotata di ala con corda maggiorata che aumentava la manovrabilità e preveniva la tendenza del velivolo a cabrare a velocità elevate. Con questa versione furono equipaggiati diciannove Squadron della RAF e molti esemplari furono esportati (ed altri ancora prodotti su licenza dalla Fokker nei Paesi Bassi e dalla SABCA in Belgio). Molti di questi velivoli videro il battesimo del fuoco in azioni di guerra, in particolare sotto le insegne della Giordania e India. Nel 1967 gli Hunter giordani furono impiegati durante la guerra dei sei giorni e ad uno di essi fu accreditato l’abbattimento di un Mirage israeliano. Altri riuscirono a procurare diversi danni alla Israeli Air Force risultando, alla fine del conflitto, tra i migliori caccia arabi per efficienza aria-aria, secondi solo ai MiG-21.

Il kit:

Reduce dall’ottima esperienza con il Defiant (click QUI per l’articolo), anche per questo progetto mi sono voluto avvalere del new tool dell’Airfix.

Come aftermarket ho acquistato il seggiolino in resina della Quickboost (di ottima fattura), il pitot della Master dal rapporto qualità prezzo incredibile e il foglio decal Cutting Edge 48043 dedicato alle versioni “esotiche” dell’Hunter.

Al momento dell’inizio lavori non era ancora presente sul mercato l’abitacolo in resina della Aires che, per la legge di Murphy, si è reso disponibile immediatamente dopo la chiusura delle semi-fusoliere… un classico!

Utilizzando come riferimento le foto presenti all’interno del volume della SAM Publication, ho iniziato a dettagliare la vasca dell’abitacolo che è alquanto spoglia. In particolare, alle spalle del seggiolino è presente un’intrigata rete di tubazioni e cablaggi che ho cercato di riprodurre il più fedelmente possibile.

Utilizzando avanzi di fotoincisioni recuperate dal sempre provvidenziale magazzino pezzi, ho aggiunto le manette sulle consolle laterale le fibbie sulla pedaliera.

Il pannello strumenti del kit è realizzato in rilievo. Come mia consuetudine ho fustellato singolarmente gli strumenti dalla decalcomania (già fornita nel kit), applicandoli nei relativi quadranti. Dopo aver applicato una goccia di Future per simulare il vetro, l’effetto è abbastanza godibile.

Sulla palpebra del cruscotto ho aggiunto alcuni strumenti e cavi come visto nella documentazione in mio possesso. L’abitacolo è stato dipinto interamente in NATO Black Tamiya e, su tutti gli angoli e parti in rilievo ho eseguito la tecnica del “lining” (essa consiste nel tracciare delle linee sottili a pennello, in questo caso con del grigio chiaro, per mettere meglio in evidenza forme e volumi). Un lavaggio nero ad olio ha aumentato la profondità di tutti i recessi donando un minimo di tridimensionalità a un pezzo che, altrimenti, sarebbe risultato piatto e poco dettagliato.  Il seggiolino Quickboost è, come detto, molto bello e merita di essere valorizzato con un’attenta verniciatura. Oltretutto in un cockpit interamente nero, esso rimane praticamente l’unico elemento su cui si focalizzerà l’occhio dell’osservatore. Anche in questo caso mi sono affidato alle foto presenti sul SAM Datafile e ad altre trovate in rete.

Contemporaneamente alla realizzazione dell’abitacolo, sfruttando degli ottimi disegni trovati in rete e verificata la loro esattezza con le foto, ho provveduto a rivettare l’intero modello. È sempre buona abitudine non affidarsi ciecamente ai disegni in scala, sia per quanto riguarda le linee dei pannelli sia per ciò che concerne i rivetti, ma cercare sempre un riscontro nelle foto presenti in documentazione e sul web. Internet è uno strumento potentissimo e dobbiamo cercare di sfruttarlo al massimo!

Se nella cabina di pilotaggio Airfix avrebbe certamente potuto fare di meglio, devo dire che sono rimasto piacevolmente colpito dalla realizzazione delle prese d’aria con il condotto che si allunga fino al primo stadio della turbina. Molto ben fatto!

La chiusura della fusoliera, divisa in due tronconi, ha fatto insorgere qualche problema di fitting. Di certo non aiuta la plastica relativamente morbida e la lunghezza delle parti. Il mio consiglio è quello di aggiungere dei pezzetti di Plasticard all’interno della carlina, lungo le giunzioni, per forzare l’allineamento e ridurre la formazione di antiestetici scalini. Malgrado queste precauzioni qualcosa da stuccare e carteggiare rimane, con conseguente re incisione delle pannellature andate perse. Oltretutto il mio esemplare ha le superfici inferiori in alluminio e quindi, alla fine, occorre che i pezzi siano perfettamente lucidati dato che le tinte metallizzate mettono in evidenza anche il più piccolo graffio. Per fare questo mi sono avvalso di classici tamponi abrasivi e lime per il nail art delle nostre mogli, fidanzate e compagne, utilizzando gradazioni via via più sottili fino ad ottenere una lucidatura a specchio.

Anche i vani carrello sono ben realizzati, occorre aggiungere solo qualche cablaggio e tubatura per ottenere una riproduzione fedele all’originale. Ho utilizzato fili di stagno di vari spessori della Plus Model, in particolare quelli da 0,2 e 0,3mm, più altri in rame addolcito alla fiamma di una candela. La stessa qualità non contraddistingue il pozzetto anteriore, purtroppo; è vero che si tratta di un pezzo semplice anche nella realtà, ma quello del kit è stampato in maniera abbastanza grossolana. Ho aggiunto qualche rivetto ottenuto tagliando delle sezioni di sprue filato a caldo e ho riprodotto il doppio martinetto che permette al portello di chiudersi insieme alla gamba di forza (Airfix ne ha previsto curiosamente soltanto uno ed è decisamente fuori scala).

Dall’esame delle foto in mio possesso mi sono accorto di alcuni elementi che sono sfuggiti alla ditta inglese, probabilmente perché difficilmente realizzabili in plastica iniettata o per eccessiva semplificazione. Ho modificato quindi il bumper in coda e ho aggiunto diversi sfiati e aperture presenti lungo la fusoliera.

Inoltre, ho sostituito i flare dispenser con delle sezioni di tubo di ottone opportunamente assottigliati tramite una lima a sezione circolare.

Anche le alette dei serbatoi sub alari, indubbiamente spesse e fuori scala, le ho ricostruite con del Plasticard sottile.

Airfix prevede la possibilità di montare i flaps e l’aerofreno estratti. Siccome non è raro vedere gli aerei a terra in questa configurazione, ho deciso di sfruttare questa opportunità. L’aerofreno è ben fatto, anche nella parte interna, ma lo stesso non si può dire dei flaps, che sono totalmente privi di dettagli. Armato di fustellatrice, taglierino e Plasticard, ho ricostruito il dettaglio interno o quantomeno la parte resa visibile quando le superfici sono parzialmente abbassate.

Colorazione e Weathering:

Gli Hunter giordani venivano consegnati direttamente dalla Gran Bretagna con la classica mimetica NATO che prevedeva le superfici superiori in grigio-verde e quelle inferiori in alluminio verniciato (anche le insegne erano realizzate direttamente nel Regno Unito). Tutte le foto che ho potuto consultare sul web o nella maggior parte delle pubblicazioni mostrano gli Hunter della Royal Jordanian Air Force sempre in ottime condizioni. Quasi tutte queste immagini provengono da air show o mostre statiche e non mostrano gli esemplari in ambiente operativo. Tramite un amico modellista, grande appassionato delle tematiche che riguardano le guerre arabo-israeliane, ho avuto modo di consultare i volumetti Arab Migs di Tom Cooper (volumi splendidi, per inciso) dove sono presenti diverse foto di Hunter impiegati durante la guerra dei sei giorni. Beh, la situazione è del tutto diversa con la mimetica che mostra chiaramente i segni della permanenza nel deserto, con scoloriture piuttosto accentuate e sporcizia accumulata lungo il raccordo ala fusoliera. Ho cercato di riprodurre una situazione intermedia, realizzando un weathering dove si può notare una certa usura ma senza spingermi troppo oltre. Sono convinto che anche l’invecchiamento debba essere soggetto al fattore scala ed esagerando troppo si rischia di creare più una caricatura che una riproduzione fedele.

Per le superfici superiori mi sono affidato alle tinte Gunze H-330 e H-331, mentre per l’alluminio inferiore ho usato il Flat Alluminium LP-38 della nuova linea lacquer di Tamiya, su una base in nero opaco. Caratteristiche distintive di questo aereo sono la deriva e la parte anteriore della fusoliera verniciate in rosso ad alta brillantezza e per questo sono partito da una base in Gunze H-414 in seguito schiarita con gocce di Giallo H-413. La mimetica è stata stesa dopo aver applicato la tecnica del pre-shading in NATO Black Tamiya, seguito da una trama random all’interno dei pannelli effettuata col bianco LP-4 di Tamiya. Queste lacche permettono di ottenere una copertura ottimale in un’unica passata, senza rischio di accumuli di colore (caratteristica rara per tinte come il bianco, il giallo o il rosso che di regola sono poco coprenti).

Ho applicato i colori della mimetica diluendoli al 70% con il Levelling Thinner Gunze e stando attento a non coprire completamente il pre-shading.

A seguire ho iniziato a desaturare il verde e il grigio aggiungendo, rispettivamente, del giallo e dell’off white alle tinte base. Anche la desaturazione è stata applicata in modo random, senza seguire né le pannellature né i rivetti. Ho insistito di più nella parte superiore della spina in fusoliera e nella zona di raccordo tra la stessa e le ali, cercando di seguire le foto in mio possesso.  

Sulle parti in alluminio ho iniziato un abbozzo di weathering spruzzando dell’inchiostro seppia lungo le linee dei pannelli, come se si trattasse di un post shading classico. L’inchiostro è quasi trasparente e si sposa bene con le tinte metalliche simulando l’accumulo di sporco lungo i pannelli.

Dopo la canonica passata di trasparente lucido (Tamiya X-22) e l’attesa della sua completa asciugatura, mi sono dedicato alla posa delle decal. Le Cutting Edge purtroppo erano abbastanza vecchie e rigide, infatti alcune si sono spezzate durante l’applicazione costringendomi ad una ricostruzione faticosa. È stato anche abbastanza impegnativo farle aderire alle pannellature e sono dovuto ricorrere a diverse applicazioni di liquidi ammorbidenti. Alla ho dovuto usare il prodotto della Tron, formulato per far aderire le decalcomanie agli pneumatici in gomma dei modelli di automobili! Si tratta di un ammorbidente molto forte che, se usato al naturale, distrugge le insegne anche se applicato in minime quantità; se diluito al 60/70% con acqua distillata, invece, riesce a “convincere” perfino le decal più ostinate.

Qualche problema si è presentato anche con gli stencils prelevati dal foglio Airfix. Questi hanno un supporto molto opaco che aumenta la possibilità di silvering (ovvero quando il film rimane visibile lasciando un alone intorno alla decal), come in effetti è stato. Fortunatamente le successive fasi di invecchiamento hanno eliminato del tutto il problema, vedremo come…

Dopo aver sigillato le decalcomanie con delle ulteriori passate di trasparente lucido, ho effettuato i lavaggi utilizzando il colore ad olio Bruno Van Dyck su tutto il modello. A questo punto non resta che opacizzare con il Gunze H-20 e godersi il risultato. Purtroppo, mi sono reso conto che molti degli effetti di invecchiamento erano stati attenuati dai trasparenti e, per questo, ho nuovamente caricato l’aerografo, un Badger Patriot Extreme 105, ripassando i punti in cui volevo ripristinare l’effetto deteriorato (in questo caso con la vernice è stata diluita al 90% e stesa a bassissima pressione). Ho ripassato anche in corrispondenza degli stencils, eliminando completamente il già citato problema del silvering e dando alle piccole scritte un effetto sbiadito molto convincente.  

Per completare l’opera ho utilizzato i colori ad olio terra d’ombra, giallo ocra e varie tonalità di verde, picchettando la superficie del modello e sfumando i pigmenti con il pennello inumidito nel diluente sintetico (acqua ragia). Ho cercato di simulare anche gli accumuli di sporco lungo alcuni spigoli e le colature verticali che si possono notare lungo la fusoliera, soprattutto in corrispondenza dell’abitacolo e dietro le ali. Per quanto riguarda le superfici inferiori, anche in questo caso ho cercato di seguire il più possibile le foto in mio possesso. L’Hunter aveva la tendenza a trafilare e sporcarsi in particolar modo nella zona centrale del cassone alare e in corrispondenza della zona motore. Molto meno sulle ali, che restano abbastanza pulite ad eccezione della parte attorno ai vani carrello. Di nuovo ho utilizzato i colori ad olio, picchettando col Bruno Van Dyck e tirando il colore nella direzione del flusso, usando un pennello asciutto o appena inumidito di diluente. Quando mi è sembrato tutto abbastanza bilanciato e aderente alla realtà, ho sigillato con l’ultima mano di trasparente opaco Gunze. Alla fine ho montato i carrelli, le ruote, i serbatoi e ho finalmente liberato i trasparenti dalle maschere… et voilà!!

Questo kit mi ha tenuto impegnato per cinque mesi, da maggio a settembre 2019 con una pausa di circa un mese nel periodo estivo. Non mi cimentavo nella costruzione di un jet da più di trent’anni e, malgrado io sia un appassionato di caccia della seconda guerra mondiale, questo Hunter mi ha particolarmente divertito ed appassionato, tanto che ho già in programma la costruzione di altri due soggetti simili (uno per il Group Build Africa 2020 di Modeling Time e l’altro, al momento top secret, ma che mi terrà occupato per parecchio tempo)!

Come al solito, ringrazio tutti i ragazzi del forum e lo staff di Modeling Time, per il supporto e per l’opportunità di veder pubblicata questo mio lavoro in Home Page.

Un abbraccio dalla Sicilia.

Fabio Cannova.

La Manica aspetta… – Seehund with Water Effect Diorama in scala 1/35.

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Mi sono affacciato al mondo del modellismo a circa dieci anni, quando ancora giocavo con i modellini che mio padre aveva costruito da giovane. È stato proprio lui che, raccontandomi della sua passione, mi ha portato in un negozio di giocattoli del mio paese a comprare il mio primo modello: me lo ricordo come se fosse ieri, un Dornier Do.18 della Revell in 1/72 che custodisco ancora come una reliquia. Da allora, a parte una breve diversione nel mondo delle navi e dei carri armati, ho costruito solo e soltanto aerei della seconda guerra mondiale rimanendo affascinato dalla magia dei motori ad elica e dal periodo storico che essi rappresentano.

Dopo tempo volevo prendermi una pausa dai soliti soggetti aeronautici e quando ho iniziato a lavorare al piccolo sommergibile (coprotagonista di questo articolo) non avrei mai immaginato di arrivare a creargli intorno un diorama, ma soprattutto una scena così ricca di particolari. Sapete com’è…l’appetito vien mangiando…ed aggiungerei che lo stomaco, stavolta, l’ho riempito per bene!

Mi sono messo in gioco e la scelta è ricaduta su questo soggetto perché di facile realizzazione e mi avrebbe permesso di sperimentare nuove tecniche di invecchiamento come, ad esempio, quella per simulare la ruggine. Sinceramente all’inizio non sapevo di poterne apprendere tante altre, come la riproduzione dell’acqua, perché l’idea del diorama è subentrata solo in seguito alla realizzazione del sommergibile.

È stato così che ho iniziato ad andare alla ricerca di quella che poteva essere la scena giusta per metterlo in risalto; dopo aver passato diverso tempo a documentarmi, dato per certo che lo avrei posizionato sulla sezione di un molo, ed una volta individuato per questo scopo il kit della Italeri N.5615 (Dock with stairs), l’ho immaginato sia su un vagone ferroviario, sia adagiato su delle assi di legno vicino a dei binari.

Tutto questo per evitare di doverlo “immergere” rischiando di rovinarlo irrimediabilmente visto che fino a quel momento non avevo mai usato la resina trasparente.  Superata questa fase e presa la decisione di realizzarlo in acqua, i lavori hanno preso il via!

Ma andiamo per ordine, voglio prima fare un piccolo riepilogo della realizzazione della “foca” della Kriegsmarine assieme a qualche cenno storico.

“Seehund” (foca, per appunto, in tedesco) era il nome di una classe di sommergibili tascabili della Kriegsmarine anche nota come Tipo XXVIIB o Tipo 127. Derivati dai precedenti minisommergibili Hecht, i Seehund furono prodotti a partire dal 1944, troppo in ritardo per avere una seria efficacia sugli eventi del conflitto: dei pianificati 1.000 esemplari, infatti, solo 137 entrarono effettivamente in servizio.

Questi piccoli battelli avevano lo scafo lungo 11,9 metri e largo 1,68 metri, per un pescaggio di 1,52 metri e un dislocamento di 14,9 tonnellate in emersione e di 17 tonnellate in immersione; la profondità raggiungibile in condizioni operative era di 30-50 metri, ma riuscirono a toccare una profondità massima di 70 metri senza registrare incidenti. L’apparato propulsivo per la navigazione in superficie era costituito da un motore Diesel da 64 hp della Büssing-NAG, originariamente progettato per automobili, mentre in immersione il sottomarino era spinto da un motore elettrico da 25 hp della AEG. L’autonomia era di 300 miglia nautiche a 7 nodi di velocità in emersione, e di 63 miglia nautiche a 3 nodi in immersione; normalmente un Seehund poteva operare continuativamente per cinque giorni consecutivi, ma una missione raggiunse il record di dieci giorni di durata. L’equipaggio, alloggiato nella parte centrale e con a disposizione un periscopio lungo tre metri, era composto da un ufficiale e un ingegnere di bordo.


I Seehund presero parte a diverse azioni lungo le coste tedesche del Mare del Nord e nel canale della Manica, affondando però solo un numero ridotto di unità navali degli alleati. Al contrario degli Hecht, equipaggiati solo con cariche esplosive da rilasciare nelle vicinanze del naviglio nemico, i Seehund furono costruiti per imbarcare dei siluri (due ordigni tipo G7e erano alloggiati in supporti esterni allo scafo).

Le loro caratteristiche tecniche rendevano li rendevano i migliori sommergibili tascabili realizzati dalla Germania nella WW2 incorporando le lezioni apprese con i poco riusciti progetti dei tipi precedenti. Questi battelli si rivelarono quasi impossibili da localizzare da parte degli apparati ASDIC degli alleati a causa delle loro ridotte dimensioni, mentre la bassa velocità li rendeva molto difficili da individuare per gli idrofoni; lo scafo era molto resistente alle bombe di profondità, le quali semplicemente spingevano via l’unità a causa del suo piccolo peso, ma se danneggiato esso aveva la tendenza a riversare pericolosi quantitativi di monossido di carbonio nella cabina di pilotaggio. Attacchi in superficie potevano essere condotti con onde non superiori al grado 4 della scala di Beaufort, mentre sortite in immersione potevano essere realizzati solo con il sottomarino praticamente immobile.

Fonte di parte del testo: Wikipedia.

Il Kit – German Seehund XXVIIB/B5 – Bronco Models 1:35

Il contenuto della scatola Bronco N. CB35053 si rivela sin da subito “essenziale”. I pezzi che la compongono sono relativamente pochi, perlopiù destinati alla realizzazione dei siluri che quelli del sommergibile stesso. A corredo una piccola lastra foto incisa utile per riprodurre le eliche delle testate degli ordigni. Il montaggio è stato molto semplice filando via liscio come l’olio; degne di nota sono le saldature già stampate sulla superficie, ben realizzate e che invitano a sbizzarrirsi con l’invecchiamento (da mantenere leggero visto il breve impiego operativo di questi mezzi).

Di seguito qualche foto Work in Progress partendo dalla colorazione del modello.

Una volta steso il primer ho applicato la tecnica del pre shading in nero con cui ho messo in risalto le saldature, bullonature, portelli vari, ma utile anche a movimentare la superficie dello scafo stesso.

Successivamente ho aggiunto leggerissime velature di TAMIYA XF-25 in modo tale da far trasparire il pre shading sottostante.  Per quanto riguarda il siluro, ho utilizzato l’AK 476 STEEL per il corpo ed un rosso TAMIYA X-7 scurito e desaturato per la testata.

Per l’invecchiamento del modello, dopo aver steso il trasparente lucido Tamiya X-22, ho utilizzato diverse tonalità di colori ad olio che variano dal Terra di Siena, all’ocra, al rosso, all’arancio. Oltre ad agire sulle saldature o sui bulloni, ho utilizzato la tecnica del “dot filter” su tutto il modello così come mostrato in foto; infine con l’AK 306 Salt Streaks for Ships ho simulato l’erosione tipica dell’acqua salata.

Il tutto è stato sigillato con diverse mani di trasparente opaco Gunze H-20. Il weathering del siluro è stato realizzato con post shading e pigmenti.

IL MOLO.

Progettazione:

Una volta assemblato il molo Italeri, ho ricreato in compensato le pareti laterali e posteriori ed ho inserito un tubo in corrispondenza del tombino presente sulla superficie per simulare le tubature fognarie (il risultato lo mostrerò solo alla fine dell’articolo).

Per accomodare il sommergibile (più lungo della sezione del prodotto Italeri) e movimentare un po’ la scena, ho dovuto allungare la banchina aggiungendo un pontile in legno, autocostruito in balsa, che ha poi avuto la funzione di accogliere merci e materiali accatastati oltre ad un lampione realmente funzionante!

Ho dovuto, inoltre, aumentare l’altezza dell’approdo per ottenere uno strato abbastanza alto di resina da poter “immergere” il mio mini sottomarino tedesco. Per lo scopo è stato utilizzato uno strato di polistirolo estruso da circa 4 cm poi rivestito in Plasticard e “texturizzato” con stucco pronto in pasta “Aguaplast Universale” picchiettato con le dita per simulare il cemento grezzo.

Verniciatura ed invecchiamento:

Sono partito dando ad aerografo diverse tonalità di grigio in modo tale da creare differenze cromatiche e verniciando i tombini con vari toni metallici.

Successivamente, utilizzando i colori ad olio, ho effettuato lavaggi in grigio sulla parte posteriore mentre su tutto il resto ho preferito dei toni terrosi.

I binari sono stati prima dipinti, sempre ad aerografo, con l’H-28 Metal Black ed H-18 Steel entrambi Gunze, per poi ricevere un invecchiamento con pigmenti color ruggine. Anche il pavé circostante è stato sporcato con i medesimi effetti “rust” sopra citati oltre che con dei lavaggi Vallejo (76.505 Light Rust e 78.507 Dark Rust). La parte superiore della rotaia è stata, poi, leggermente ripulita per far riemergere i toni metallici.

Sulla parte inferiore dell’attracco ho riprodotto l’effetto delle alghe. Sempre mediante l’uso dei fondamentali colori ad olio ho creato una base miscelando tra loro un verde vescica ed un giallo primario applicandoli sulle pareti come in foto. Il colore è poi stato tirato e sfumato verso il basso in modo tale da avere una linea di demarcazione tra la zona emersa e quella immersa (quindi attaccata dalle alghe). Per donare tridimensionalità ho utilizzato il set della Lifecolor SPG 07 Powder & Color set ALGAE: il prodotto è composto da quattro vasetti di polvere colorata (da un verde alga secca ad un verde brillante) e da due tinte (sabbia e verde) di “Fluid Fixer” che fungono da collante. Adoperando il Fixer verde e stendendolo dove volevo creare la mucillagine, ho lasciato cadere le polveri scuotendo il tutto per rimuovere l’eccesso. L’operazione è stata ripetuta diverse volte e usando colori diversi fino ad ottenere l’effetto desiderato. Ulteriori variazioni di tonalità le ho ottenute lasciando cadere sulle alghe, a lavoro finito, dei colori ad olio molto diluiti. In foto si può notare la struttura del molo dall’interno, con i tubi cui facevo riferimento sopra.

Le bitte sono state invecchiate adagiando pigmenti color ruggine su uno strato di colore ad olio ancora bagnato; a seguire, con l’aiuto di una pipetta, ho depositato del white spirit in modo tale da far amalgamare il tutto in maniera casuale ed ottenendo un risultato realistico (Non fate caso al fatto che una delle due sia stata posizionata al contrario, ho corretto l’errore in seguito).

Nelle foto si può notare il lavoro eseguito per simulare il cemento grezzo, dipinto anche esso prima in grigio e poi con dei lavaggi in terra bruciata. Anche su questo strato ho aggiunto delle alghe.

Pontile in legno:

È stato totalmente creato da zero usando listelli in balsa. Dopo aver buttato giù uno schizzo e prese le misure necessarie, ho costruito il telaio sul quale poi ho incollato le tavole precedentemente tagliate.

L’intero ponte è stato dipinto utilizzando esclusivamente colori ad olio, sfruttando il potere assorbente del legno. Le assi sono state completate separatamente per creare uno stacco di colore tra di esse, inoltre ho praticato delle incisioni per simulare delle crepe alle estremità di ognuna allo scopo di aumentare il realismo.

Una volta posizionate tutte sul telaio, negli interstizi tra una tavola ho passato un Bruno Van Dick, per creare profondità e contrasto. Questo il risultato.

Essendo i colori ancora troppo vivi ho desaturato le assi utilizzando degli ocra e dei grigi ad olio, ottenendo questo effetto finale.

I tralicci che sostengono il pontile, e i pali di ancoraggio che ho posizionato di fronte, sono stati realizzati utilizzando un tondino in balsa di circa 0,8mm sagomato con un bisturi per ottenere una superficie irregolare, e dipinto con i soliti colori ad olio.  Per finirlo ho utilizzato un dry brush sabbia per enfatizzare le zone più esposte. Anche i pali, ovviamente, sono stati completati con le alghe come sopra e su alcuni di essi sono andato a posizionare una corda del diametro di 1 mm circa.

A completare la struttura che sorregge il pontile vi sono dei listelli che uniscono tra di loro i vari piloni di sostegno.

Nelle foto sopra si può notare il trattamento effettuato per simulare le alghe che si formano generalmente a pelo d’acqua, o comunque nelle zone soggette alla marea. Nella parte più superficiale, quindi più esposta all’aria e che meno sovente si trova immersa, i vegetali assumono un colore più giallastro mentre nella parte sommersa sono più scuri. La spugna tritata è stata colorata mediante l’uso di una pipetta caricata con colore ad olio molto diluito.

Di seguito una vista d’insieme del lavoro svolto fino a questo momento.

Non fate caso ai ciuffi di erba che sono poi stati rimossi (è stato un errore di valutazione). Come giustamente mi è stato consigliato sul forum di Modeling Time, nelle vicinanze di un molo non è poi così rigogliosa la crescita di erba o altri arbusti.

REALIZZAZIONE DELL’ACQUA.

Questa è stata la fase più delicata ma, al contempo, anche la più rappresentativa dell’idea che c’è dietro questo diorama. Prima di intraprenderla ho dato un’occhiata ai TUTORIAL pubblicati tempo fa sull’home page di Modeling Time.

Per la realizzazione dell’acqua ho scelto la resina E-30 Prochima colorata usando tre colori a smalto, nello specifico Revell Blu 52, Humbrol Khaki 26, Humbrol Marine Green 105 nel rapporto di 1:2:2 parti. Ogni livello (per un totale di circa 12 in tutto) ha uno spessore compreso tra 0,5 ed 1 cm (non colate strati più corposi altrimenti la reazione termica della resina potrebbe rovinare i pezzi immersi o, peggio, non catalizzare completamente). Per ridurre al minimo la differenza cromatica tra gli strati ho diminuito la percentuale di colore ad ogni colata fino ad arrivare all’ultima che ho lasciato trasparente.

Un altro piccolo ma utile accorgimento è stato quello di non attendere la completa catalizzazione (ho temporeggiato circa un’ora tra le varie fasi) di ogni strato prima di aggiungere il successivo, questo per far sì che la resina si fondesse creando ulteriori variazioni di colori. Una pistola ad aria calda mi ha aiutato ad evitare la formazione di antiestetiche bolle d’aria all’interno dell’acqua, basta passarla con attenzione scaldando le superfici; bisogna, però, prestare molta attenzione perché si rischia di rovinare irrimediabilmente gli elementi immersi… ed io, sbadatamente, ci sono andato molto vicino!

Di seguito uno schema molto semplificato per rendere l’idea della stratificazione che ho realizzato.

Inutile dirvi che prima di procedere ho effettuato svariate prove, lasciando anche immerso uno stuzzicadenti per accertarmi della trasparenza della resina.

Una volta creata la “vasca di contenimento” utilizzando dei listelli di plexiglass e saldato il tutto con molta, ma molta colla vinilica (la resina si infila ovunque) ho iniziato ad effettuare le colate al suo interno, strato per strato fino a quello superficiale. Il primo, quello nella foto qui sotto, è stato volutamente tinto in maniera più marcata per dare un colore più intenso come base al lavoro che è venuto in seguito.

Durante l’ultima applicazione, quella trasparente, all’interno della E-30 ho incluso le alghe superficiali, le foglie di quercia (della Plusmodel No.225 Leaves Oak) e qualche tavola spezzata nelle zone in cui l’acqua è più ferma. Alcuni elementi li ho “incastrati” tra i pali di ancoraggio e le pareti del molo così come anche vicino ad una corda che finisce in acqua trasportata dalla corrente. Per simulare le alghe, al contrario del metodo sopra descritto, questa ho volta ho utilizzato del lichene fresco (quello comunemente venduto per i presepi).

Il tutto è stato lasciato riposare per circa 48 ore, dopo le quali ho rimosso il plexiglass che conteneva la resina con questo risultato. (Lo scopo della patina bianca che vedete nell’angolo inferiore destro lo illustrerò nei prossimi passaggi).

Il manifesto aggiunto durante questa fase sulla parete adiacente le scale viene dal set DioDump “German political & commercial media” scale 1:35 (codice DD078-C). è stato immerso in acqua e pochissima colla vinilica per ammorbidirlo e quindi applicato sui mattoni; per strapparlo è stato sufficiente sfregare con le dita su di esso.

A questo punto ho dovuto ricreare il movimento superficiale dell’acqua. Trattandosi di un porto ovviamente il moto deve essere minimo, altrimenti non sarebbe stata plausibile la presenza di alghe e detriti vicino alle pareti del molo stesso. Dopo diverse ricerche la scelta per riprodurlo è ricaduta sulla Mod Podge, ce ne sono moltissimi tipi, quella che ho utilizzato io è la Gloss. Altro non è che un collante a base acquosa che è in grado di mantenere la sua densità e la forma impressa, livellandosi solo in minima parte; inoltre, a differenza della classica Vinavil, mantiene perfettamente la sua trasparenza una volta asciutta.
Mi sento di darvi un piccolo consiglio: qualora doveste decidere di utilizzarla non agitatela prima dell’uso, ma fatela rotolare lentamente sul vostro banco di lavoro come fosse un mattarello. Questo eviterà che si formino delle fastidiose bollicine che sono poi difficili da eliminare. L’effetto delle onde l’ho ricreato con l’ausilio di un pennello tondo morbido N°8 passato delicatamente sulla superficie, come si vede in foto.

Non stavo nella pelle per osservare l’effetto una volta essiccata, ma è stato necessario avere solo qualche ora di pazienza ed ecco il risultato…davvero soddisfacente.

Le alghe in lichene alla base delle scale sono state “bagnate” anch’esse con la Mod Podge.

BASE IN LEGNO.

Come avete potuto notare fino ad ora, a sostenere il diorama vi è un pannello multistrato da 18mm che dopo aver rimosso il plexiglass è stato rivestito utilizzando dei listelli in legno di Ayous, dell’altezza di 30mm, acquistati presso un Brico Center.

Successivamente l’intero diorama è stato incollato su di un ulteriore pannello in multistrato della stessa altezza di quello precedente, ma di larghezza e profondità superiori ad esso per accogliere una teca in vetro. Per il rivestimento ho scelto dei listelli in balsa da 20mm, quindi leggermente più alti del multistrato per creare un gradino necessario a contenere le sponde della teca stessa.

Per la colorazione del legno ho utilizzato un mordente Flatting Acqua Gel noce scuro della 3V3 acquistato da Leroy Merlin. è stato necessario stenderne tre o quattro mani abbondanti per ottenere il risultato che volevo, brillante e leggermente lucido, cosicché donasse prestigio al lavoro.

Per quanto riguarda il retro del diorama, è stato dipinto in nero acrilico in tubetto. Anche i pannelli posteriori sono in balsa, sagomati in modo tale da ricavare un piccolo vano di ispezione calamitato (ho utilizzato calamite di scarto) utile ad accedere al vano batterie necessarie al funzionamento del lampione. Di seguito una foto, anche se non a lavoro ultimato, ma necessaria a farvi capire le operazioni svolte.

IL LAMPIONE.

Girovagando sul web in cerca di idee mi sono imbattuto in questo magnifico kit della Mig che rappresenta un lampione da porto industriale, ma che si presterebbe benissimo ad essere utilizzato anche in altri contesti. L’articolo in questione è l’MP35-115 PORT INDUSTRIAL LAMP WWII. Purtroppo di questa fase non sono in possesso di molte foto, ma vi spiego come ho proceduto.
Innanzitutto, dal momento che ho deciso di renderlo funzionante, ho fatto passare all’interno dei tre pali che compongono la base (e dietro quello più alto) i cavi elettrici che portano l’alimentazione alla lampada. Il braccio della plafoniera originale l’ho sostituito con un tondino di ottone cavo (così da farci passare dentro i fili elettrici), sagomato e piegato a dovere. Ho effettuato un foro passante nel porta lampada in resina semitrasparente per creare la sede del diodo a led cui, una volta messo in sede, ho collegato i cavi che avevo già sistemato in precedenza. Una volta fatta la saldatura dei cavi al diodo, ho incollato il tutto e sono andato avanti passando alla fase della verniciatura che è iniziata con una mano di Mr. Surfacer 1200 ad aerografo. Successivamente ho steso una mano di Buff Vallejo sul quale, una volta asciutto e dopo aver dato il trasparente lucido, ho eseguito varie passate di lavaggi ad olio più o meno coprenti fino ad ottenere l’effetto desiderato. Le corde sono state verniciate partendo sempre da un nocciola chiaro e completate con un washing in toni terrosi. Per enfatizzare i rilievi e donare tridimensionalità ho sfruttato la tecnica del drybrush con giallo chiaro miscelato ad una punta di Terra di Siena naturale ad olio. Un ulteriore lavaggio ha uniformato il tutto.
Per le parti metalliche del lampione sono partito da un fondo silver Citadel dato a pennello, poi ripassato con pigmenti color ruggine Ak e MIG. Anche in questo caso, per uniformare ho eseguito un lavaggio in Terra di Cassel ad olio. I cavi che corrono fino all’interruttore di accensione sono stati dipinti in nero Vallejo, i ferma cavi in silver Citadel.

Vi lascio alle poche foto del lavoro descritto sopra, rammaricato di non potervene mostrare di più.

ACCESSORI.

Il molo è finalmente pronto a ricevere tutti gli accessori ed i dettagli necessari a “raccontare” la scenetta.

Parto col dire che ho voluto ricreare un binario tronco e vien da sé che in fondo ad esso fosse molto probabile trovare varia merce accatastata. Non ho voluto esagerare, perciò qualche tavola di legno, qualche cassetta e delle grandi bobine in legno sono bastate allo scopo.

Il materiale utilizzato per “arredare” il pontile proviene dai seguenti kit:

  • Miniart 35583 CABLE SPOOLS.
  • Miniart 35575 CHAMPAGNE & COGNAC BOTTLES WITH CRATES.
  • Miniart 35581 WOODEN BOXES CRATES.
  • Miniart 35574 BEER BOTTLES & WOODEN CRATES.
  • Miniart 35568 RAILWAY TRACK W/DEAD END.
  • Plusmodel EL041 METAL DRUM.
  • Amati 4360/07 CATENA OTTONE SALDATA TIPO E.
  • Corel C284 CORDA ø 2,00 mm.
  • DioDump DD038 WEATHERED WOODEN PLANKS.
  • Plusmodel 165 German newspaper & magazines WWII.
  • Plusmodel 171 RATS.

Come vedete la lista è lunga, gli elementi sono molti, ma li definirei tutti necessari per particolareggiare e rendere più realistico l’intero diorama.

Mi sono avvalso di molti prodotti Miniart che ha sul mercato un’infinità di articoli per i nostri scopi. Devo dire che nonostante siano in plastica, sono davvero ben fatti.

Le bobine sono state aerografate tutte in Vallejo 70.876 Brown Sand e poi ognuna di esse ha ricevuto, sulle parti esterne un colore diverso. Quella verde in Vallejo 70.942 Light Green, quella blu in Tamiya X-14 Sky Blue e quella rossa in Vallejo 70.908 Carmine Red scurito con del nero. Le parti verniciate sono state scrostate utilizzando uno stuzzicadenti e passandone la punta sulle zone in cui volevo ottenere l’usura.

Per la prima volta ho sperimentato l’utilizzo delle matite acquerellabili applicate al modellismo scegliendo quelle dell’AK, ma sul mercato ce ne sono di tantissimi tipi e sicuramente con prezzi più accessibili. Il loro impiego è più facile a farsi che a dirsi, basta letteralmente “disegnare” laddove si vuole ottenere l’effetto. Per marcare le scrostature mi sono avvalso del 10010 Sepia, del 10016 Light chipping for wood e del 10017 Dark chipping for wood insistendo soprattutto sui bordi delle bobine. Le stesse si sono rivelate utili anche a riprodurre dei veri e propri graffi sulle superfici legnose. Dopo questa fase è seguita una mano di trasparente lucido per sigillare e per fungere da base per un lavaggio in bruno Van Dick che ha messo in risalto le varie venature. Su alcune assi ho insistito con i lavaggi per spezzare la monocromia. Un’altra mano di lucido, decals, qualche scrostatura su di esse, sempre con la punta di uno stuzzicadenti, ed infine trasparente opaco…et voilà!

Ulteriori dettagli come le teste dei bulloni sono stati realizzati in seguito. Le casse in legno sono state sottoposte al medesimo procedimento spiegato sopra.

Il tronchino prelevato dal kit Miniart 35568, del quale è superfluo soffermarsi sul semplice montaggio, è stato verniciato partendo da un Gunze H-344 Rust che è servito come base di ruggine per la tecnica del chipping. Essa consiste nel dipingere il fondo del colore che si vuole far affiorare e, successivamente, ricoprirlo con l’apposito prodotto (vedi AK 089 Heavy Chipping fluid o AMIG2011 Heavy chipping effects per citarne alcuni); nel mio caso ho preferito una comune lacca per capelli che funziona ugualmente bene ed è anche molto meno costosa. A questo punto si dipinge il pezzo col colore finale (Tamiya XF69 Nato Black, preferibilmente ad aerografo così da lasciare uno strato sottile di vernice che è più facile da rimuovere) ed una volta asciutto, con un pennello a setole dure bagnato d’acqua, si strofina laddove si vuole appunto scrostare in modo tale da far emergere nuovamente il tono sottostante. 

L’asse in legno è stata dipinta dapprima in bianco Gunze ad aerografo, quindi mascherata per riprodurre le bande scure in Gunze H77 Tire Black. Sul bianco sono stati effettuati dei lavaggi in Terra di Cassel, mentre sul nero in grigio chiaro. Le placche in metallo ed i bulloni sono in color ruggine dato a pennello. Le colature sono state ottenute con l’ausilio delle matite acquerellabili (usate, però, a secco) e dei pigmenti in polvere.

Il carrellino per il trasporto della merce è in Gunze H-70 RLM02, mentre le ruote e le parti metalliche in H-344 Rust. Quest’ultime, in particolare, sono state rifinite mediante l’utilizzo delle matite ma questa volta intingendone la punta nell’acqua, in questo modo il colore si scioglie e quando la matita viene poggiata sul pezzo rilascia il pigmento in forma più o meno liquida. Si ottengono così le sfumature della ruggine in maniera piuttosto naturale. Impiegando una matita color sabbia, a secco, sono andato a sfregare sugli spigoli dell’attrezzo ottenendo le luci, mentre le ombre sono frutto di un lavaggio ad olio.

Le catene in ottone sono state lasciate un’intera giornata in una soluzione al 50 e 50 di aceto bianco e candeggina, molti di voi si chiederanno il perché…

Si tratta di due forti acidi facilmente reperibili in casa che hanno contribuito ad arrugginire “naturalmente” il metallo e a renderne la superficie meno liscia. Questo non è bastato, quindi le maglie hanno ricevuto vari passaggi di pigmenti color ruggine e successivamente sono state incollate alle superfici con ciano acrilato.

I barili in resina, dopo il primer, sono stati verniciati in Rust Gunze e poi lavorati con le matite Ak come per il carrellino sopra. Le colature di olio sono state ricavate facendo scorrere in verticale, vicino al barile, un pennello 2/0 intinto in una miscela composta da un trasparente lucido ed un marrone molto scuro, entrambi Humbrol a smalto, abbondantemente diluiti. Gli schizzi con la stessa miscela li ho ottenuti picchiettando il pennello intriso di colore su uno stuzzicadenti posto ad un paio di centimetri dal fusto.

I FIGURINI

Tutti in resina, provengono dai seguenti kit:

  • U-Models um108 U-boat commander at rest
  • Royal Model n. 573 Man with children – WWII
  • Cix Models CixM.022 Meccanico

Per questa fase non entro nel dettaglio, ma mi limito a dire che per la verniciatura ho utilizzato come primer il Mr. Surfacer 1200 miscelato all’acetone (lo trovate al brico in latta da 0.5L, 1L) nella proporzione di 80% diluente e 20% primer. I colori utilizzati sono acrilici vinilici Vallejo, Citadel o Ak.

Nel caso dell’uomo con la cassa sullo sfondo, il figurino, indossando una divisa monocromatica è stato dipinto interamente ad aerografo, poi con due passate via via più chiare della tinta di base ho schiarito, sempre ad aeropenna, le zone più in luce come spalle e schiena spruzzando il colore dall’alto, in maniera perpendicolare al pezzo. Altre luci e poi le ombre sono state fatte a pennello così come tutti i dettagli.

Lo stesso procedimento è stato utilizzato per la giacca del comandante, ma ripeto, le luci e le ombre hanno più risalto una volta passate a pennello.

Il bambino con il nonno sono stati interamente dipinti a pennello. Il solo bianco della camicia e della maglia del bambino sono stati aerografati, ovviamente prima di dipingere tutto il resto.

Partiamo dal presupposto che non sono un figurinista, il nonno ed il bambino sono stati i miei primi figurini in assoluto, a parte due piloti in 1/48 inseriti in un’altra piccolissima scenetta insieme ad un aereo e di qualche esperimento fatto negli anni addietro. Dopo qualche mese e qualche consiglio ho realizzato gli altri due pezzi presenti sulla scena, migliorando le tecniche utilizzate. Per dirvene una, sui primi due ho ottenuto le ombre sulle parti in bianco utilizzando una sorta di lavaggio ad olio… Alcuni errori li ho commessi, ad altri ho posto rimedio, ma alla fine mi sono divertito un sacco. A voi qualche foto:

Ultimi, ma non per importanza, piccoli dettagli…

I topolini, chicca alla quale non ho voluto rinunciare, sono un’idea portata avanti dall’inizio. Rappresentano uno di quei piccoli dettagli dei quali l’occhio va sempre alla ricerca. Proprio come le foglie di quercia…e vi spiego il perché. Il diorama è ambientato ad inizio primavera del ’45, dal momento in cui questi mini sommergibili tedeschi iniziarono a svolgere le loro funzioni operative sono nel gennaio dello stesso anno. I figurini indossano un abbigliamento consono al periodo, vedi il bambino in pantaloncini e maniche tirate su, così come il nonno. Bene, qualcuno si chiederà come mai le foglie secche in primavera? Ed ecco spiegato l’arcano…

Alcune specie di querce non perdono il fogliame d’inverno, pur non essendo sempreverdi, ma lo mantengono fino alla primavera successiva, quando cade con lo spuntare delle nuove foglie.

A questo proposito mi permetto di riportavi la favola raccolta da Alfredo Cattabiani nel suo libro “Florario”:

Una leggenda sarda testimonia come il simbolo “paterno” e protettivo della quercia, sia radicato nell’immaginario collettivo.

Un giorno il diavolo si recò dal Signore dicendogli: «Tu sei il signore e padrone di tutto il creato, mentre io, misero, non possiedo nulla. Concedimi una signoria, pur minima, su una parte della creazione: mi accontento di poco».

«Che cosa vorresti avere?» chiese Domineddio.

«Dammi, per esempio, il potere su tutto il bosco» propose il diavolo.

«E sia» decretò il Signore «ma soltanto quando i boschi saranno completamente senza fogliame, ovvero durante l’inverno: in primavera il potere tornerà a me».

Quando gli alberi e le foglie decidue dei boschi seppero del patto, cominciarono a preoccuparsi, e con il passare del tempo la preoccupazione si mutò in agitazione. «Che cosa possiamo fare?» si domandavano disperati. «A noi le foglie cadono in autunno».

Il problema pareva insolubile quando al faggio venne un’idea: «Andiamo a consultare la quercia, più robusta e saggia e di noi tutti la più anziana. Forse lei troverà un espediente per salvarci».

La quercia, dopo aver riflettuto gravemente, rispose: «Tenterò di mantenere le mie foglie secche sui rami finché sui vostri non spunteranno le foglioline nuove. Così il bosco non sarà mai completamente spoglio e il demonio non potrà avere alcun dominio su di noi».

Da allora le foglie secche della quercia, coriacee e seghettate, rimangono sui rami per cadere completamente soltanto quando almeno un cespuglio si è rivestito di foglie nuove.

Ci tengo a specificare questo particolare per farvi capire quanto sia andato a fondo lo studio di ogni minimo particolare. Ovviamente non sono esente da errori di qualsivoglia genere, ma l’impegno ce l’ho messo tutto!

Le tecniche impiegate per la realizzazione di questo lavoro sono delle più disparate, sovente mi sono trovato a doverle sperimentare per la prima volta, questo è dovuto al fatto che il lavoro è stato creato durante un periodo di tempo di 18 mesi circa (lungo i quali ho appreso nuove nozioni) ed al fatto che questo è il primo diorama che io abbia mai realizzato. Durante gli anni ho osservato i lavori visti in giro per mostre, su riviste varie o sul web; questo, insieme all’irrefrenabile aspirazione di creare un diorama tutto mio, mi hanno portato a vivere la fantastica esperienza che vi ho appena raccontato, non senza difficoltà, ma con tanta, tantissima passione e soddisfazione, anche grazie a chi come voi osserva e commenta il mio lavoro.

Grazie a tutti voi, modellisti e non.

Buon modellismo!

Giampiero Ferrante.

Kit Review – F-14D Tomcat AMK 1/48, Seconda Parte.

F-14D AMK VS. F-14D TAMIYA: SCONTRO FRA TITANI?

Una premessa: i miei commenti non vogliono essere esaustivi e sono ovviamente soggetti a discussione; vi prego però di leggere tutto l’articolo fino alla fine perché le conclusioni, secondo me, potrebbero essere interessanti a prescindere dalle vostre preferenze istintive per l’uno o l’altro modello.
Dopo aver analizzato il nuovo kit AMK in dettaglio (la PRIMA PARTE della recensione la trovate QUI!), è giunta l’ora di metterlo di fronte al suo rivale per antonomasia, l’F-14D offerto dalla Tamiya.
I due kit sono abbastanza diversi, sia per impostazione che per scelte progettuali. Da una parte abbiamo il prodotto giapponese che eccelle nella qualità delle parti e nell’ingegnerizzazione (molti modellisti hanno montato e verniciato il kit in sezioni separate, per poi unirle a verniciatura già conclusa), mentre dall’altra abbiamo il nuovissimo modello cinese che promette di essere il riferimento assoluto per dettaglio e progettazione.

Dettaglio:

Innanzitutto, il dettaglio. AMK ha realizzato un modello molto dettagliato, con alcune finezze assolutamente di prim’ordine ma anche con alcune complicazioni inaspettate. Il livello generale di tutto il kit è comunque davvero alto: il cockpit presenta particolari ben fatti e definiti, con cruscotti e console ben riprodotti. I seggiolini sono buoni, con la parte posteriore (purtroppo la meno visibile) al livello di un set in resina. L’ala e l’aerofreno aperti sono ben realizzati e con elementi notevoli. Le prese d’aria hanno tutti gli attuatori riportati e anche i motori (parliamo di quelli aperti) sono ben studiati e suddivisi in 5 parti. Il carrello e i relativi vani sono molto curati, in fusoliera troviamo griglie traforate con piastre e rivetti ben riprodotti. La scaletta è buona, peccato per la mancanza di dettagli all’interno dei predellini e alle prese NACA del muso poco tridimensionali e molto schiacciate.
Di contro, il Tamiya ha tutto al suo posto ma con qualche semplificazione (ala e aerofreno chiusi, pozzetti carrello buoni ma non eccezionali, motori un po’ troppo piatti, canopy con struttura interna parziale e prese d’aria complete ma meno dettagliate del concorrente). Di contro, le prese NACA sono ben fatte e le ruote di livello superiore.

NOTA: questi voti si basano su una scala da 1 a 5, dove 1 è “pessimo” e 5 “ottimo”.

Per dettaglio, si intende il livello di particolari riprodotti nelle varie zone del velivolo. Ad esempio, le tubazioni nei vani, rivetti, attuatori, i cruscotti nel cockpit, etc. Non si sta valutando la loro fedeltà al reale ma la loro esecuzione.

Fedeltà:

Qui il divario è netto. L’AMK nel complesso è sufficiente ma i difetti (già elencati nella prima parte di questa review) presenti nella zona posteriore, nel muso, nel parabrezza e nelle ruote del carrello giustificano i voti bassi. I problemi sono molteplici e evidenti, una volta notati è difficile far finta di niente…
Scendendo più nello specifico si può affermare che la rappresentazione complessiva dei taileron è discreta, che il cockpit (pannelli e posizione degli strumenti) è molto fedele ma che i seggiolini hanno il poggiatesta leggermente sovradimensionato e i rostri non riprodotti correttamente. Le derive sembrano giuste e l’ala è anch’essa ben riprodotta.
Grazie a una riproduzione molto fedele sia delle forme che delle dimensioni del velivolo vero, il modello Tamiya emerge decisamente nel confronto tra i due. Dal mio punto di vista c’è poco da aggiungere: gli ingegneri nipponici hanno catturato le forme del velivolo e le sue peculiarità in maniera ottima, non sbagliando nemmeno i profili più difficili e subdoli della controparte reale. Le derive Tamiya, rapportate ai disegni, sembrano più basse di circa 0,2 mm. ma questa differenza non ha impatti sull’aspetto finale del modello.

Nella foto sopra si nota come l’andamento del modello Tamiya sia molto più fedele e armonico rispetto al vero. Mentre il kit AMK è già incollato, il Tamiya è solo assemblato a secco. Si possono osservare diverse fessure e disallineamenti nell’AMK ma anche come il dettaglio dei motori sia molto più ricco e completo.

Sopra è possibile apprezzare sia il bel dettaglio dell’AMK nel vano aerofreno, sia la forma più squadrata dei motori del prodotto cinese. Anche qui, scalini e gap sono abbastanza evidenti, con il Tamiya che non presenta fessure di sorta malgrado sia bloccato solamente dal nastro adesivo.

AMK: anche con l’ala in posizione di parcheggio, l’errore della depressione all’altezza della griglia resta in bella vista.
Inoltre qui si nota ulteriormente la poca precisione dell’accoppiamento tra le varie parti della zona motori. Nel mio modello la parte sinistra è più problematica della destra che invece chiude molto meglio.
L’ala, invece, si inserisce perfettamente nella fusoliera, con un accoppiamento solido e preciso. Le derive sono fissate temporaneamente con colla vinilica, la fessura risultante sparirà al momento dell’incollaggio definitivo.

Tamiya: di seguito, invece, un ulteriore confronto della stessa zona dove si notano chiaramente dei profili più fedeli e forme più realistiche.

NOTA: questi voti si basano su una scala da 1 a 5, dove 1 è “pessimo” e 5 “ottimo”.

Per fedeltà al prototipo si intende il rispetto di forme, dimensioni e particolari rispetto al velivolo originale. Per le decal, ci si riferisce alla fedeltà rispetto alle insegne dei velivoli riprodotti.

Montaggio:

Il Tomcat è un velivolo grande e complesso che rende una sua riproduzione in scala un’operazione giocoforza complicata. Le caratteristiche peculiari dell’F-14 quali, ad esempio, l’ala a geometria variabile o la particolare tecnologia delle prese d’aria, fa sì che i kit ad esso dedicati adottino una scomposizione articolata e con molte parti da assemblare, aumentando la mole di lavoro e i potenziali mal di testa per i modellisti.
La grandissima differenza tra i due kit la fanno proprio il montaggio e l’ingegnerizzazione. Anche qui non c’è storia: il Tomcat Tamiya è il riferimento assoluto per quanto riguarda la precisione, la facilità di accoppiamento e la scomposizione intelligente. Si monta senza problemi e non ha passaggi difficili o complicati; di contro, AMK presenta soluzioni macchinose che hanno come conseguenza un fitting non sempre preciso, con errori di progettazione (ad esempio le consolle laterali dell’abitacolo svasate di 45 gradi sul lato sbagliato) e la complicazione (secondo me inutile) della fusoliera anteriore in un solo pezzo.
Tolleranze millesimali del Tamiya comportano fessure o scalini inesistenti sul prodotto nipponico, mentre le parti AMK hanno spesso bisogno di aggiustamenti vari. Il kit Tamiya si monta senza bisogno di nessun tipo di correzioni o modifiche, al punto che può essere assemblato in sotto-insiemi separati e verniciato a pezzi. In effetti, si rasenta quasi la perfezione.
Il kit AMK, al contrario, ha dei passaggi difficili e non sempre le scelte progettuali hanno semplificato la vita di noi appassionati. La parte più ostica è, manco a dirlo, l’unione tra la fusoliera anteriore e la posteriore dove, malgrado tutte le attenzioni possibili, si forma un vistosissimo scalino tra le due sezioni accompagnato da importanti fessure sia verticali che orizzontali. In generale, il lato destro risulta più problematico del sinistro e non si riesce ad ottenere una superficie omogenea.
Inoltre utilizzando i riscontri previsti da AMK, si formano gap e moltissimi accoppiamenti da rifinire, costringendo anche a re-incisioni non sempre agevoli.

(NOTA: nel mio esemplare, ho scelto di mitigare il problema sul lato sinistro e di spessorare la fusoliera a destra. Nelle foto potete vedere la striscia bianca di Plasticard inserita per portare a misura la fusoliera in quel punto. Altri modellisti hanno preferito stringere con delle morse la fusoliera posteriore all’altezza della presa d’aria, guadagnando così il millimetro circa di spazio necessario all’allineamento delle due parti. In entrambi casi, però, il lavoro è decisamente lungo e antipatico. Un esempio di questo approccio alternativo lo trovate QUI).

Una curiosità: montando i seggiolini così come previsti da scatola non è possibile posizionare il canopy chiuso perché i rostri, oltretutto sbagliati, interferiscono col trasparente.

A proposito dei sedili, i poggiatesta presentano una fessura difficile da chiudere proprio al centro, nella zona più visibile; le dimensioni generose acuiscono il problema. Complessivamente la resa è buona ma non eccezionale (soprattutto per i cuscini e il poggiatesta stesso).

La parte inferiore: non perfetta ma accettabile. Si notino i disallineamenti delle pannellature e le prese NACA per il cannone molto piatte.

AMK: da sottolineare le fessure sulle carenature dei motori. Un disallineamento della parte superiore della fusoliera è evidente, con uno scalino difficile da correggere. La fusoliera stessa è stata montata come da istruzioni sfruttando i riscontri e i perni predisposti dal kit.

AMK, bordo d’attacco: bene ma non benissimo. Anche qui, troviamo fessure e qualche incollaggio difficile da realizzare. Inoltre il lato destro del mio modello sembra affetto da qualche strano problema che lo rende peggiore dell’altro. Questa cosa è davvero buffa!

NOTA: questi voti si basano su una scala da 1 a 5, dove 1 è “pessimo” e 5 “ottimo”.

In questa sezione ho fatto riferimento alla facilità di assemblaggio delle varie parti della cellula usando le opzioni disponibili (ad esempio, ala estesa aerofreni aperti etc) .
Per le decal, si intende la facilità di applicazione con metodo tradizionale usando liquidi Microscale (di media intensità).

Esecuzione:

Come detto l’ingegnerizzazione dell’AMK, concettualmente molto avanzata, non si sposa con un’esecuzione finale altrettanto valida. La plastica rugosa, alcune parti stampate abbastanza approssimativamente o scarsamente rifinite, oltre al disallineamento delle pannellature (già segnalato anche nella prima parte) fanno pendere la bilancia dalla parte del Tamiya che, manco a dirlo, presenta pezzi stampati in maniera perfetta e senza alcun tipo di incertezza. La pulizia e l’accuratezza del prodotto nipponico si conferma anche verificando l’assenza di segni di estrattori in punti difficili da raggiungere e dalla finitura degli stampi, liscia e senza rugosità di sorta.


La plastica AMK è abbastanza morbida ma si lucida e si incolla bene sia con colle capillari (es. Tamiya Extra Thin Cement, la tappo verde per capirsi) sia con colle tradizionali di buona qualità (es. Faller Expert). Anche le colle ciano-acriliche lavorano bene, la porosità del materiale ne favorisce l’azione anche usando quantità minime di prodotto. La plastica Tamiya è, se possibile, di qualità ancora superiore. Sia la consistenza che la finitura del polistirene è eccellente, garantendo un’esperienza modellistica davvero appagante.


Passando alle decal, le AMK sono poco sature e con colori poco fedeli, particolarmente nell’abitacolo (grigio al posto del nero) ma stampate con dettagli ottimi e scritte molto definite. Il film è molto sottile e abbastanza delicato, applicando le insegne si rischia di strapparlo se non si presta la dovuta attenzione. Le Tamiya sono invece più spesse ma al contempo più robuste; anch’esse sono ben stampate e con una saturazione dei colori decisamente migliore. Entrambi i set reagiscono bene ai liquidi Microscale, le Tamiya sono sensibili anche al calore quindi un panno caldo o un colpo di asciugacapelli le aiuta ulteriormente ad aderire alle superfici.

NOTA: questi voti si basano su una scala da 1 a 5, dove 1 è “pessimo” e 5 “ottimo”.

Per esecuzione si intende il modo in cui i pezzi sono stati fisicamente realizzati. Vengono presi in considerazione, ad esempio, la mancanza di bave, la rifinitura superficiale dei pezzi, i segni degli estrattori, la qualità della plastica etc.

Gli altri aspetti:

La confezione AMK può piacere o no; il soggetto della box-art però è davvero bruttino, con la coda tozza e le proporzioni sballate. La scatola Tamiya ha un disegno più accattivante anche se la grafica generale può sembrare forse un po’ meno moderna.
AMK ha inserito alcune sprue con parti delicate all’interno di scatole di cartone più piccole per maggiore protezione. Malgrado questo, in diverse confezioni alcuni pezzi si sono rotti durante il trasporto (scaletta, frame del canopy, alette dei missili) facendomi pensare che forse questa non è la soluzione migliore per imballare le parti, soprattutto se in fabbrica ce le fanno entrare per forza…
Il packaging Tamiya è invece molto classico, con scatola sovradimensionata e sprue separati in buste singole. La spaziosità della scatola evita sfregamenti e danni risultando protettiva e abbastanza sicura.

AMK ha optato per un libretto a colori che stranamente riporta gli schemi delle livree all’inizio. Le istruzioni non sono sempre chiare e contengono qualche errore sia nella sequenza di montaggio che nei riferimenti (vedi ad esempio il vano della sonda, le rampe delle prese d’aria e i perni di fissaggio dei taileron).

Un dettaglio che mi ha lasciato perplesso del modello AMK: perché fornire la possibilità di rappresentare l’aereo in decollo (o in atterraggio) senza inserire i figurini dei piloti?

NOTA: questi voti si basano su una scala da 1 a 5, dove 1 è “pessimo” e 5 “ottimo”.

Qui si sono giudicati tutti gli altri aspetti non direttamente valutati nelle altre categorie.

Pregi e difetti:

Pregi:
Livello di dettaglio elevato, molte opzioni di montaggio (es. ali con superfici di governo separate), livree accattivanti.
Difetti:
Forme e dimensioni, rispetto al vero, lasciano molto a desiderare. Montaggio ostico.

Pregi:
Forme e dimensioni rispondenti al vero, montaggio incredibilmente facile e veloce, realizzazione (stampaggio, precisione delle parti) eccellente.
Difetti:
Alcuni dettagli semplificati, poche opzioni di montaggio disponibili.

CONCLUSIONI (mescolate, non shakerate):

Poco più di mezzo punto. I miei voti dicono che tra i due kit c’è poco più di mezzo punto di differenza e io, che avrei voluto ridurre questa seconda parte della recensione a due parole (cioè “comprate Tamiya!”) mi sono ritrovato a dover fare delle considerazione diverse.

Quindi quale scegliere?

In sintesi:
⦁ volete un po’ di dettaglio in più, non amate troppo l’aftermarket e riuscite a chiudere un occhio su forme e dimensioni non proprio perfette? Riuscite a non prendervela troppo se non tutto si monta come dovrebbe (o non si monta affatto)? Vi piace stuccare, reincidere, fare decine di test a secco perché “bisogna provare, provare, provare e provare”? (cit. “Non ci resta che piangere”) Sì? Allora prendete l’AMK.
⦁ volete un modello che si monta praticamente da solo, vi piace usare qualche aftermarket e siete dei fanatici del Tomcat che conoscono bene la macchina vera e a cui piace trovare tutto al posto giusto? Prendete il Tamiya. Stop. Non cercate altrove.

Di sicuro, per me, c’è che AMK non è il modello definitivo che molti aspettavano. Entrambi i kit hanno pregi e difetti ma dal mio punto di vista la resa finale del Tamiya resta, nel complesso, superiore a AMK (ben più del mezzo punto che emerge dalle pagelle).

Considerazione personale: appena dopo l’uscita montai l’F-14A Tamiya e fu uno dei modelli più divertenti che abbia mai realizzato. L’AMK, invece, sta mettendo a dura prova la mia pazienza al punto che ho pensato più di una volta di accantonarlo. E’ davvero un kit che consente di dare un nuovo significato al termine “perseveranza” (almeno per me).

Il fattore prezzo nei negozi (AMK 69€ vs. Tamiya 89€) può essere un ulteriore elemento importante nella vostra decisione. La facilità di montaggio del giapponese, per me che ormai non ho più nessuna voglia di spendere ore a correggere i difetti di accoppiamento di un modello in scala, vale ampiamente la differenza di costo.

Ultime considerazioni sparse, per dar seguito a qualcuno dei commenti (apparsi nei vari forum e gruppi tematici su Facebook) che la prima parte dell’articolo ha suscitato:

1) l’AMK è un kit complesso, difficile e che non si monta facilmente. Non basta un colpo di lima o una stuccatura qua e là; arrivare al modello pronto per la verniciatura richiede tempo, pazienza e abilità.

2) di modelli complicati ne ho montati tanti ma erano prodotti progettati trent’anni fa, non usciti nel 2020. Al giorno d’oggi mi aspetto che i kit chiudano meglio delle ultime scatole di montaggio cinesi che ci sono state propinate, nessuna esclusa.

3) 69€ non sono esattamente pochi, almeno per la maggior parte dei modellisti che conosco. Se voglio plastica mediocre e dettagli inventati, a meno di 10€ trovo dei fantastici kit Zhengdefu. Se la Zhengdefu vi sembra troppo esotica, sono sicuro che cercando bene qualcosa si trovi anche qui da noi, zona colline bolognesi.

Detto questo, vi saluto e vi do appuntamento alla terza e ultima parte di questo di questo articolo infinito in cui (forse) un F-14 AMK montato e completo si paleserà in tutto il suo giunonico splendore e che, per una volta, sarà fotografo senza trucchi e senza inganni. Nessuna ripresa stile Barbara D’Urso (nota conduttrice televisiva italiana – nota di riguardo per tutti i lettori stranieri che leggeranno questa recensione!), nessun Photoshop per “ammazzare” le ombre e foto fatte da tutte le angolazioni, comprese le più scabrose e “pericolose”!


Stay tuned, the Bounty Hunters are coming to town!

Buon modellismo a tutti!
Fulvio “Spillone” Felicioli.

Kit Review – F-14D Tomcat AMK 1/48, Prima Parte.

Alla fine, è arrivato. Dopo ben 3 anni dal pre order e ben 5 dall’annuncio, il famigerato F-14D Tomcat AMK in 1/48 è qui. In questo lasso di tempo, Tamiya ha fatto uscire il suo kit, GWH ha annunciato un altro new tool (un A, per ora) mentre Hasegawa ha in catalogo un D già da molti anni. Quindi perché c’era tutta questa attesa spasmodica per un kit di cui esiste già almeno una controparte di qualità eccellente?

AMK è una ditta relativamente giovane nel panorama modellistico ma che si è guadagnata una buona reputazione tra gli appassionati soprattutto per il MIG-31, unanimemente riconosciuto come modello fedele, dettagliato, ben ricercato e dal montaggio estremamente preciso. AMK non è stata immune da scivoloni clamorosi (come ad esempio la prima release del Kfir, inficiata da un problema di forme della fusoliera) ma la qualità percepita dei loro modelli si è fatta rapidamente apprezzare tra i modellisti. Quando annunciarono il loro Tomcat, le caratteristiche del modello fecero venire l’acquolina in bocca a tutti. Esse comprendevano:

  • Ugelli super dettagliati e in due versioni (aperti o chiusi).
  • Barra per catapulta riprodotta e carello anteriore posizionabile esteso o compresso (in posizione di lancio dalla catapulta).
  • Riproduzione degli armamenti AA (aria/aria) in un solo pezzo, realizzati tramite sliding molds.
  • Aerofreni aperti o chiusi.
  • Ala posizionabile a scelta: completamente avanti, completamente indietro e oversweep in parcheggio (NOTA: AMK dichiarò che questa feature sarebbe stata presente per la prima volta in assoluto in un kit di F-14. Tamiya ha però incluso questa caratteristica anche nel suo kit, prendendosi il primato. Sempre se il vecchio Monogram non avesse già questa possibilità, cosa di cui sono abbastanza sicuro ma che non ho potuto ancora verificare).
  • Superfici mobili dell’ala posizionabili (completamente aperte o chiuse, diruttori compresi).
  • 5 livree diverse, tra cui VF-2 e VX-9.
  • Livello di dettaglio elevato.
  • Fusoliera anteriore in un solo pezzo.
  • Canopy in due versioni; a scelta in un pezzo unico o con telaio separato e trasparenti divisi (per la bolla posteriore).
  • Prezzo ultra competitivo (si parlò di circa 55$ in caso di pre ordine).

Con queste premesse è abbastanza ovvio che l’attesa fosse spasmodica. La politica commerciale AMK, per quanto discutibile dal mio punto di vista, si è rivelata in effetti vincente con i kit venduti praticamente sulla fiducia senza che se ne fosse visto ancora nemmeno un pezzo. Passò diverso tempo (parliamo di almeno due anni) e finalmente vennero mostrati i primi test shot del modello con un lancio mediatico molto aggressivo, sfruttando al massimo le piattaforme social ma evitando, tranne un paio di eccezioni, i forum specializzati. A questo punto, diversi modellisti e esperti di aviazione avanzarono forti perplessità su alcune forme e dettagli del kit, concentrandosi in modo particolare sulla parte posteriore della fusoliera che sembrava presentare i problemi più evidenti. Seguirono mesi di botta e risposta tra AMK e gli appassionati, con accuse reciproche e bordate da entrambe le parti senza però arrivare a un confronto costruttivo e imparziale. Il bailamme mediatico fece sì che diverse persone ritirarono i preordini non essendo convinti dalle risposte che AMK forniva alle varie obiezioni. Contemporaneamente, alcuni modellisti particolarmente coinvolti nel progetto iniziarono una guerra di religione contro i cosiddetti “conta rivetti”, a loro dire colpevoli di togliere voce a chi fa modellismo principalmente per divertimento e rei di accusare AMK di peccati veniali rispetto all’importanza e al livello generale del prodotto. Mentre AMK forniva i primi kit di serie a un piccolo e selezionatissimo gruppo di modellisti incaricati di realizzarne alcuni nel modo più spettacolare possibile, a dicembre 2019 il Tomcat è stato finalmente reso disponibile al pubblico pur se con un aumento di prezzo rispetto ai preordini di circa 5€. Convinto a giudicare la bontà del modello secondo i miei parametri e non leggendo le storie Facebook di qualche modellista che tutto è fuorché che imparziale, ho ritirato la mia scatola potendo così fare una recensione esaustiva e equilibrata sul modello, circostanziandola il più possibile con riscontri oggettivi.

NOTA: il kit è stato acquistato in un negozio a Roma, non ho legami di nessun tipo con nessun produttore e se uno stampo ha dei difetti li riporto senza dovermi preoccupare di urtare la sensibilità di qualcuno. Ho visto dal vivo gli F-14D in più occasioni e ho documentazione in abbondanza. D’altro canto, se siete prevenuti nei confronti di AMK o di altre ditte, siete liberissimi di chiudere qui e farvi la vostra idea.

Dividerò questa recensione in due macro sezioni e in tre puntate. La prima sezione sarà squisitamente tecnica (qualità delle parti, montaggio, stampaggio) mentre la seconda tratterà la fedeltà del modello al vero. Nella seconda puntata faremo invece un confronto con tra AMK e il suo principale competitor (cioè il kit Tamiya) e nella terza vi presenterò il kit montato (rigorosamente da scatola). Ma ora, iniziamo dalla volgare plastica.

Parte 1 – Il kit: tanto dettaglio e qualche problemino realizzativo.

Iniziamo dalla box art: bene ma non benissimo. Il disegno rappresenta un F-14D del VF-2 in decollo dalla portaerei. Abbastanza accattivante, se non fosse per il fatto che il disegno appare sproporzionato, con tutta la parte posteriore del velivolo tozza e corta. OK, l’abito non fa il monaco ma senz’altro aiuta. La scatola è abbastanza grande e comprende 24 stampate compresi i trasparenti, un piccolissimo set di fotoincisioni e decals divise su 3 fogli. Le fotoincisioni includono HUD, cinture, griglie dei flares, specchietti e maniglie del canopy.

La qualità delle stampate è buona, senza bave e in linea di massima ben definita. Ci sono diversi segni degli estrattori, alcuni dei quali in posizione molto difficile da eliminare (ad esempio sulle piastre interne delle prese d’aria).

La superficie della plastica di colore grigio scuro è leggermente rugosa ma comunque di qualità. I trasparenti sono ben fatti, senza distorsioni apparenti ma le luci di posizione alari e i frames (soprattutto del parabrezza) sembrano poco definiti. Sono inclusi due canopy: uno tradizionale in un pezzo solo e un altro diviso in 3, cioè i due cupolini e il telaio completo. Qualcuno ricorderà il Tornado ESCI che usava lo stesso sistema.

La forma a omega delle bolle sembra ben interpretata anche nel canopy in un pezzo solo. Mi domando allora il perché della complicazione: AMK ci dice che il tettuccio scomposto salva moltissimo tempo nella mascheratura dei frames e del loro interno, anche se mascherare il canopy del 14 non mi pare sia un’operazione troppo lunga e tediosa… Credo che il vantaggio di avere un solo pezzo robusto e il non dover incollare due trasparenti valgano il prezzo di una mascheratura leggermente più difficile. Nel mio esemplare, il frame centrale del canopy è spezzato a metà e viziato malgrado la stampata sia contenuta in una scatolina di cartone a parte e non sfusa nella confezione principale.

La fusoliera anteriore è stampata in un solo pezzo ed è ricca di dettagli, con la piastra di rinforzo intorno al predellino di salita posteriore di dimensioni e posizione corrette.

Sul lato destro ci sono due piccole piastre rettangolari sotto la slime light anteriore che non trovano riscontro nella realtà. Sono inoltre presenti dei fastidiosi disallineamenti nelle pannellature nel lato inferiore del pezzo.

Vanno rimosse le cornici delle slime light, nella realtà esse sono addirittura leggermente rientrate e bordi.

A livello di stampaggio delle parti, in alcuni punti si nota una certa disomogeneità delle incisioni, in particolare in quelle nella zona inferiore della fusoliera posteriore che sono molto evidenti. È presente un segno di stampo che corre lungo tutta la presa d’aria e che sarà difficile da eliminare senza rovinare il dettaglio adiacente. Nel mio esemplare è abbastanza profondo e evidente.

Le decals, il cui artwork è stato curato da Furball e che includono 5 esemplari, a prima vista sono ben stampate e in registro, con le scritte leggibili. Guardando meglio, però, si nota che la saturazione (soprattutto dei colori più scuri) è scarsa e fa apparire i neri slavati e i toni falsati. Questo difetto è stato riscontrato in diverse confezioni ma non posso dire se è un problema comune o limitato ad alcuni batch produttivi. Sarebbe un peccato se le decal dovessero risultare inutilizzabili, perché i soggetti sono molto interessanti e il progetto ben realizzato… La strumentazione per gli interni e i cruscotti è ben stampata e copia bene la parte in plastica. Gli interni e l’abitacolo sono molto dettagliati e fedeli, così come i seggiolini e i vani carrelli.

Le soluzioni adottate da AMK per la scomposizione della cellula sono un misto di tradizione e innovazione. Detto del troncone anteriore in un solo pezzo, troviamo il radome in un pezzo unico e la fusoliera posteriore divisa orizzontalmente in due. La beaver tail e le carenature dei motori sono separate, così come i cuscini gonfiabili dell’ala e la carenatura posteriore del carapace. Ovviamente, derive semiali e tailerons sono anch’essi parti scomposte.

AMK ha deciso di fornire due cassoni alari completi di martinetti e della riproduzione del perno di rotazione. È necessario scegliere all’inizio del montaggio in quale posizione verrà costruita l’ala perché essa non è mobile e verrà bloccata in posizione di freccia massima o di freccia minima dal cassone stesso. Stesso discorso per i taileron: prima della chiusura della fusoliera bisogna scegliere quale delle tre posizioni consentite dovranno assumere: tutto a picchiare, neutro o tutto a cabrare. In base alla scelta, si è obbligati a montare il perno corrispondente senza possibilità di interventi successivi. Di contro, l’assemblaggio è estremamente robusto e a prova di errore.

Gli aerofreni sono anch’essi posizionabili così come anche la sonda RIV; un tocco di classe è dato anche dalle paratie interne delle prese d’aria raffigurabili in regime di volo subsonico, transonico e supersonico a seconda della scelta desiderata. Veniamo ora a quello che secondo me è il pezzo forte di questo kit: l’ala.

AMK ha scelto la via più costosa a livello di stampo ma probabilmente la migliore, fornendo due ali complete in configurazione clean (tutto chiuso) o con tutta la “biancheria” estesa, compresi gli spoiler divisi in 3 sezioni come al vero. La parte sotto gli slat è liscia e senza soluzione di continuità con l’estradosso alare: ottimo. Nel vero Tomcat, infatti, la superficie mobile si poggia sopra la pelle della semiala senza alcun tipo di incasso: brava AMK, bel lavoro.

Sono forniti due scarichi completi per i GE F110-400, aperti e chiusi. Mentre la riproduzione degli scarichi aperti è molto buona, quelli chiusi sono davvero scarsi di dettagli e praticamente inutilizzabili.

I motori sono completi ma solo abbozzati; è comunque una base per eventuali lavori di super dettaglio o eventuali portelli aperti. Le palette del compressore e la griglia dell’AB sono ben fatti e dettagliati. Il condotto di scarico, invece, presenta delle nervature troppo spesse e il solito problema della scomposizione che lascia una vistosa fessura, difficile da stuccare, una volta assemblato.

Il carrello d’atterraggio principale è molto buono, dettagliato e scomposto in modo efficace. Il carrello anteriore (o meglio, le sue ruote) ha qualche problema ma ci torneremo sopra tra poco.

Sono inclusi tutti i principali armamenti (sia aria/aria che aria/terra) usati dal D e i lanciatori corrispondenti. I missili e le bombe sono stampati in un pezzo unico ma anche qui c’è qualche problema di dimensioni.

In particolare, tutti i missili AA sono leggermente sottodimensionati. Un paio di rapidi calcoli portano a questi risultati:

Weapon Lunghezza al vero riportata in 1/48 Lunghezza effettiva AMK in 1/48 Scarto
AIM-54 82,50mm 82,35mm -0,15mm
AIM-7 75,84mm 75,4mm -0,44mm
AIM-9 59,375mm 59,2mm -0,17mm

Poca roba, senza dubbio. Però anche qui bastava davvero poco per essere precisi al millesimo…

Passiamo al montaggio delle parti principali. Il modello si assembla agevolmente, con incastri ben fatti e una scomposizione che consentirà la realizzazione delle altre versioni del Tomcat. Sono previsti inserti e parti alternative in fusoliera, la precisione delle parti più grandi è molto buona ma nel montaggio a secco si evidenziano delle fessure e dei punti critici come l’unione tra la parte anteriore e la fusoliera centrale. Anche la beaver tail lascia vedere un accoppiamento difficile; consiglio di unire la metà superiore della beaver tail alla fusoliera (e lo stesso per la metà inferiore) prima di unire le due semi fusoliere. Sarà più facile lavorare sulla giunzione orizzontale piuttosto che stuccare la fessura che si creerebbe montando la beaver tail completa. La soluzione adottata da AMK per le rampe mobili delle prese d’aria, molto buona a livello teorico, all’atto pratico si è dimostrata complicata e poco funzionale. Vi consiglio di montare a secco tutto diverse volte e di restringere leggermente con una lima le piastre posteriori. Montate prima queste e solo dopo aver installato tutto il complesso nella fusoliera, aggiungete quelle anteriori. Così facendo sarà più facile assemblare il complesso delle rampe allineando correttamente il tutto alla presa d’aria.

Il vano carrello principale è pure abbastanza antipatico da allineare e va forzato un po’ per restare a posto. Nessun problema invece per le prese d’aria esterne che sono molto precise malgrado la lunghezza e chiudono bene sulla fusoliera inferiore. Il condotto interno, invece, presenta una brutta rugosità dovuta allo stampaggio e richiederà parecchio lavoro. Anche qui mi sorprendo di come questo problema sia passato indenne al controllo qualità, visto che è davvero molto evidente e molto fastidioso.

Parte 2 – La fedeltà al vero: gioie e dolori (anche se forse sono più dolori che gioie)…

Il kit è stato rivisto pesantemente durante la fase di sviluppo ma alcuni aspetti (già emersi durante le prime presentazioni sul web) non sono stati corretti. Malgrado la buona impressione generale guardando i pezzi nella scatola, andando ad analizzare le forme del modello mi sento di dire che qualcosa decisamente non va.

  • Le ruote anteriori sono troppo piccole (10,2mm in scala, dovrebbero essere 11,5mm)
  • Anche le ruote posteriori sono piccole (19,08mm in scala, dovrebbero essere 19,38mm)
  • Il carrello anteriore è leggermente corto (circa 0,8mm. in meno misurato sul perno di retrazione); questo fatto, sommato all’errore nelle ruote, fa sì che tutto l’aereo sembri pendere verso il muso
  • Il parabrezza ha forme e proporzioni sbagliate. Il pezzo poggia troppo in basso sulla linea della fusoliera e se visto di ¾, il problema si nota abbastanza. La lunghezza del blindovetro è scarsa di 1 mm. e la curvatura della parte superiore vicino al frame è spigolosa e poco raccordata. Soprattutto, la base del canopy è più larga di quasi un millimetro rispetto all’originale, alterando di fatto le proporzioni tra i frames e i trasparenti.
  • Gli scarichi General Electric sono lunghi. Credo che contribuiscano alla sensazione di “strano” che si ha guardando la zona posteriore del modello (sono lunghi 15,9 mm. invece di 14 mm.).
  • Come detto sopra, gli scarichi chiusi sono davvero bruttini. Sembra quasi di guardare il GE F404 dell’Hornet! La curva dei petali è troppo dritta, dovrebbe essere più pronunciata. Il diametro sembra comunque corretto.
  • Il radome ha il profilo inferiore che sale verso l’alto troppo repentinamente, cosa che lo fa apparire goffo. Il vero F-14 ha un muso grande ma decisamente filante mentre il muso AMK sembra tozzo e leggermente troppo largo all’altezza dell’ordinata del radar, segno che forse tutta la semi fusoliera anteriore potrebbe essere un pelino larga. Questo difetto comporta anche un’inclinazione delle pareti del cockpit poco accentuata. Se visto di fronte, le paratie laterali dell’abitacolo del vero Tomcat sono abbastanza inclinate mentre nel kit AMK sono più verticali.
  • Il chin pod doppio è sbagliato sia come dimensioni, sia come forme.
  • Le slime light sono a rilievo mentre nel vero sono a filo.
  • La sezione anteriore dei pallet dei Phoenix è riprodotta in modo errato sia in sezione che in profilo.
  • Il bordo d’attacco della parte fissa dell’ala è troppo spesso, facendo sembrare l’aereo impacciato e anche qui, sproporzionato.
  • Nella parte inferiore delle gondole motori mancano 4 fastener del portello di ispezione motore (al vero controllo olio) sulla gondola destra. In quella di sinistra sono invece presenti delle pannellature non presenti sul velivolo reale.

“Curvy” o no?

Ci sono state infinite polemiche e discussioni circa la zona posteriore del kit. Molti modellisti hanno giustificato le forme AMK in tutti i modi, ad esempio sovrapponendo il pezzo C1 del kit su svariati disegni in scala (diversi dei quali di dubbia provenienza), parti di altri kit, fotografie, forme di cartone, prosciutti, sportelli di auto abbandonate e chissà cos’altro…

La questione è complessa ma cercherò di essere il più chiaro possibile: per me, tutta la parte posteriore della fusoliera è abbastanza approssimativa e non riproduce in pieno le forme del vero Tomcat. La curvatura della fusoliera verso i motori è troppo accentuata e la fusoliera in quel punto è larga; il problema diventa evidente se si monta TUTTA la zona posteriore del modello, comprese le carenature dei motori e i motori stessi. Gli errori, piccoli o piccolissimi se presi singolarmente, si sommano portando tutta la zona fuori sagoma e rendendo, di fatto, il nostro povero Tomcat più fuori forma di una pin-up degli anni ’50.

Ma perché nel 2020 ancora si fanno errori simili e le ditte degli anni ’70 tiravano fuori modelli che erano praticamente perfetti nelle forme e nelle proporzioni? Il discorso è lungo ma fondamentalmente dipende dal modo in cui si realizzano i kit oggi rispetto a trent’anni fa.

Negli anni prima del CAD, le ditte si procuravano i progetti (o blue prints, dal colore della carta su cui erano stampati) del velivolo e mandavano una squadra a misurare l’aereo vero. Fatto questo, un masterista realizzava un modello in scala 1/10. Questo prototipo veniva confrontato con i disegni, le foto e le rilevazioni fatte sul campo e corretto in base alle necessità. Quando tutto era a posto, il prototipo in scala grande veniva pantografato nella scala definitiva e da questo venivano tratti gli stampi in acciaio del modello di serie. Questo processo, per quanto lungo e costoso, faceva sì che il prodotto fosse realizzato da persone che avevano visto sia i progetti che il velivolo vero garantendo in qualche modo la fedeltà delle forme che venivano percepite e poi confrontate sui disegni. Il rovescio della medaglia era che il dettaglio ottenibile rimaneva condizionato dalla bravura del masterista e dall’accuratezza dei rilevamenti fatti al vero. Ciò non toglie che alcuni kit progettati negli anni ’70 riescano ancora a tener testa ad alcuni realizzati quarant’anni dopo. Mi vengono in mente l’F-106 Monogram e lo Spitfire Mk.5 Airfix, giusto per citarne un paio. Sto parlando di forme e fedeltà e non di dettaglio, sia chiaro; anche se i vani carrelli e i cockpit Monogram credo siano ancora favolosi, molto più di certe cose che ho visto in alcuni blasonati kit moderni provenienti dall’estremo oriente…

Oggi, grazie al CAD, le cose sono decisamente cambiate (e non sempre per il meglio).

La ditta si procura un set di disegni che non è detto siano quelli originali anzi, a volte provengono da fonti non proprio affidabili. Partendo da questi, un disegnatore CAD inizia a sviluppare le forme del modello per poi scomporre il tutto nei pezzi che troveremo negli sprue. Nel contempo vengono aggiunti tutti i particolari e si verifica che il progetto sia “chiuso”, cioè che non ci siano elementi non gestibili dal software o, peggio, elementi in conflitto tra loro. Alcune ditte arrivano a impiegare la scansione 3D per misurare i velivoli veri ma questa pratica non è ancora diffusa anche se probabilmente prenderà sempre più piede nel futuro prossimo. Una volta che è tutto pronto, i disegni vengono passati a una macchina CNC che realizza direttamente gli stampi, di solito per fresatura o elettroerosione. Gli stampi prototipali sono di metallo più morbido rispetto a quelli definitivi per una ragione di costi e il test shot del modello può anche essere stampato in 3D per verificare rapidamente forme e volumi del pezzo finale, facilitando le correzioni del caso in tempi molto brevi. Parte quindi un processo di QA (quality assurance) che segnala errori e correzioni fino a quando il prototipo è considerato definitivo e pronto per l’industrializzazione. Se è il caso, il QA rimanda indietro il prototipo alla progettazione fino a quando tutto non sia stato sistemato. Quindi, con tutta questa tecnologia a disposizione, perché ci ritroviamo ancora con profili sbagliati e errori più o meno seri nei nostri kit di ultima generazione?

Anche qui, come spesso accade, è una questione di tempi e di costi. Per realizzare una forma curvilinea, è necessario trasformare un disegno 2D in un qualcosa che si sviluppa in 3 dimensioni. Fare questo significa “sezionare” detta forma in migliaia (spesso decine di migliaia) di punti che possano essere interpretati dal software come una curva e non come un poligono. In poche parole più punti vengono rilevati, migliore è la fedeltà alla forma iniziale. In caso di sagome estremamente complesse bisogna, poi, interpolare tutti questi punti (o coordinate) tra loro per disegnare le curve che compongono la sezione finale. I software aiutano il progettista suggerendo, ad esempio, come raccordare una sezione o come scomporre un volume. Il problema è che i software suggeriscono sempre il modo più semplice per risolvere l’equazione ma in aviazione quasi mai la forma più semplice è quella che ritroviamo effettivamente sull’aeroplano. Diciamo che spesso, entro certi limiti, le ditte ritengono queste approssimazioni accettabili consapevoli del fatto che i “conta rivetti” in grado di accorgersene sono in netta minoranza rispetto a chi monterà ugualmente il kit perché “Oh, somiglia a un Tomcat quindi va bene. E poi ha gli aerofreni e le ali aperte, ma vuoi mettere?”.

Quindi, possiamo dire che i fattori che impattano pesantemente sul risultato finale sono essenzialmente due:

  • L’abilità del disegnatore nel “capire” l’andamento di una sezione per poi tradurla in coordinate da fornire al software CAD senza usare scorciatoie.
  • Il tempo che si è disposti a spendere sul progetto. Ovviamente più tempo si ha, migliori saranno le approssimazioni che poi diventeranno il disegno da dare in pasto alle macchine CNC. Nel tempo bisogna ovviamente includere anche il processo di correzione/QA del progetto: più tempo e risorse si dedicheranno a questa fase migliore sarà il prodotto finale.

Questo spiega anche il motivo per cui se sovrapponiamo un pezzo a un disegno, questo magari coincida senza differenze apprezzabili. Stiamo guardano un pezzo tridimensionale poggiato sopra un disegno bidimensionale, che per sua stessa natura non può fornire riscontri volumetrici o nelle sezioni trasversali del pezzo.

Tornando ai nostri modelli, è ovvio che aerei con forme molto complesse (mi viene in mente l’YF-23, un vero incubo di forme complesse e raccordi complicati che infatti è stato clamorosamente sbagliato nella sua reincarnazione in 1/48) siano difficili da riprodurre partendo dal foglio bianco. Nel caso del nostro Tomcat AMK, ho la sensazione che sia successo qualcosa di simile. Non sapremo mai quali siano state le circostanze esatte, ma credo che qualcosa a livello di progettazione e QA non sia andata esattamente come ci si aspettava.

Analizzando le forme del modello più in dettaglio, ho riscontrato queste che per me sono le “anomalie” più evidenti del kit:

  • Il profilo sopra il perno dei taileron scende facendo una specie di “S” che nella realtà non esiste (la fusoliera in quel punto è molto meno sinuosa). In quella zona specifica, nel kit è presente una specie di depressione come se qualcuno avesse premuto sulla fusoliera facendola rientrare verso il basso.
  • Lo spessore della parte compresa tra il gonfiabile e la cerniera del portello motore è molto più raccordata e dall’andamento più dolce. L’angolo della paratia sotto al taileron è maggiore e quindi la parete più inclinata.
  • Il vano della sonda è spostato verso l’alto, presupponendo che lo sviluppo del cono del muso sia anch’esso spostato di qualche grado verso l’alto o comunque poco fedele.
  • Nella parte superiore della fusoliera, bisogna separare le due sezioni seguendo il pannello già presente. Nel vero F-14 c’è una fessura evidente tra le due parti.
  • La sezione della coda è più larga di quasi 3 mm. rispetto al prototipo. Quindi sì: è CURVY, anche se per qualcuno di poco o niente (per me di molto, ma si sa io sono un conta rivetti senza speranza).

Come faccio a dirlo? Semplice, “so contare!” (cit. Jack Swigert, Apollo 13 CSM pilot).

In realtà, ho semplicemente misurato e ribattuto la fusoliera usando dei disegni di provenienza certa. In particolare, ho usato una copia digitale del foglio A51F0911 della Grumman Corporation, code 26512. La misurazione è stata fatta alla station 7025 corrispondente (per darvi un riferimento) al centro delle griglie presenti sotto la deriva. La station è stata scelta perché è il punto più largo della fusoliera e anche perché è facilmente individuabile sul modello e sul disegno.

(Una piccola nota polemica a margine. Questi disegni sono disponibili pubblicamente in quanto declassificati e si possono acquistare facilmente sul web per una quindicina di dollari. Sono in scala 1/10, data la mia passione per il Tomcat non ci ho pensato un attimo e li ho comprati subito. Sono bellissimi, sto pensando di stamparli in grandezza naturale e appenderli nel mio studio. A volte o ci si accontenta o si prova venire a capo delle questioni in modo meno approssimativo e più documentato. In una parola, facendo ricerca e documentandosi).

Andiamo a vedere i risultati:

F-14 larghezza alla stazione di fusoliera 7025 riportata in 1/48: 94,31 mm.

F-14 AMK larghezza alla stazione di fusoliera 7025 misurata in 1/48: 97,79 mm.

(Attenzione, spoiler! F-14 Tamiya larghezza alla stazione di fusoliera 7025 misurata in 1/48: 94,69 mm.)

Quindi tra il disegno Grumman e il kit AMK ballano 3,48 mm. Non molto in realtà, stiamo parlando di un errore del 2% sul totale della larghezza di fusoliera che in quel punto, al vero, è larga circa 4500 mm. o di una differenza di circa 17 cm. totali.

Questa è la fredda analisi. In realtà, c’è qualcos’altro che va considerato. In generale, guardando il modello, ho la percezione nettissima che ci sia qualcosa che non va, che qualcosa sia sbagliato. Che siano le proporzioni generali o alcune parti specifiche del modello, la sensazione che l’aereo sia “strano” non riesco proprio a farmela passare. Le curve e i raccordi sono approssimativi, le lunghezze e le proporzioni sono sballate e non rendono giustizia alle forme dell’aereo vero. Sembrerà a un Tomcat una volta costruito? Si, senza dubbio. Ma a un esame più attento non cattura tutte le forme e le sfumature dell’F-14D. È un bel modello, ma sistemarlo per renderlo più “accurato” è probabilmente troppo complesso senza un rifacimento totale della fusoliera. Il fatto che anche le misure siano discrepanti con il reale non fa altro che confermare questa mia sensazione che mi lascia l’amaro in bocca.

Sì OK, ma il Tamiya invece com’è? Questa risposta, miei cari amici gattari, ve la darà la seconda puntata!

“Negative AMK, the pattern is full!”

Vi aspetto per la seconda puntata! Fulvio “Spillone” Felicioli.