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Il vero caccia italiano – Macchi C.202 “Folgore” dal kit Hasegawa in scala 1/48

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Guido Carestiato, collaudatore storico dei velivoli AerMacchi, definì il C.202 Folgore “Il vero caccia sano, sicuro, senza sorprese”. Nonostante le ottime doti di volo fu, ovviamente, sminuito dalla propaganda di guerra alleata ma si guadagnò da subito il rispetto dei piloti e dei reparti della Regia Aeronautica.

Parlando di velivoli italiani spesso si sottolineano più i difetti che i pregi; il Folgore è sicuramente un’eccezione. Non fu il migliore in assoluto, e neanche il più prodotto, ma è senza dubbio il più iconico dando prova di essere una macchina matura ed affidabile, e prestando orgogliosamente servizio in tutti i reparti C.T. (caccia terrestri). Allo scoppio della guerra, gli stormi caccia erano costituiti da aeroplani non proprio brillanti, propulsi da motori radiali sottopotenziati rispetto a quelli in linea raffreddati a liquido. Una lacuna che li poneva in ombra rispetto ai più prestanti prodotti dell’industria aeronautica inglese e americana.

Ed è proprio su queste evidenze che l’Ingegner Mario Castoldi decise di unire la collaudata cellula del Macchi C.200 con il potente motore tedesco DB 601A, dando vita ad un caccia contemporaneo. Riprogettando il castello motore e le carenature anteriori, ottenne una linea filante, agile nelle manovre, con un brillante propulsore.

Il soggetto:

Il Folgore ha volato con tutti i reparti C.T. della Regia si è fregiato di vari distintivi di Stormo e Gruppo, e su mimetiche molto differenti l’una dalle altre. Per noi modellisti c’è davvero l’imbarazzo della scelta perché soggetti rappresentabili sono davvero tanti. Personalmente preferisco scegliere i miei modelli per gli aspetti tecnici e storici peculiari, e come descritto qualche riga sopra, il C.202 ha rappresentato un vero e proprio salto di qualità per la nostra aeronautica.

Un velivolo elegante e con ottime qualità di volo, quindi perché non scegliere la prima cellula che ha visto concretizzarsi queste qualità? quella che vanta il primo abbattimento in assoluto? Il Group Build 2018 del forum di Modeling Time, dedicato al “Made in Italy” è stata un’occasione ghiotta per mettere sul tavolo da lavoro un kit che mi ronzava in testa da parecchio tempo: il C.202 pilotato dal S.Ten. Jacopo Frigerio – 97 Squadriglia – IX gruppo – 4° Stormo, aeroporto di Comiso – settembre 1941.

Il velivolo, registrato come M.M. 7712 e di costruzione AerMacchi, è uno dei primi dieci esemplari in assoluto (Serie II con matricole comprese tra la 7709 e la 7718). Il 4° Stormo fu il primo a riceverli per un totale di 31 cellule assegnate proprio alla 97^ squadriglia del IX Gruppo.

Alla fine del Settembre 1941, esso si trasferì temporaneamente da Udine in Sicilia, con tutte le sue squadriglie (97-96-73) per un primo ciclo operativo su Malta. Alcuni Folgore della 73^ furono anche adattati per la foto ricognizione. Nel pomeriggio del 30 Settembre una formazione di sei Hurricane RAF si diresse verso l’aeroporto con l’intento di un bombardamento a bassa quota sulle linee volo. I tre velivoli di allarme si alzarono immediatamente in volo per intercettare la formazione nemica, tra di loro il 97-2 pilotato da Frigerio che vanta il primo abbattimento accreditato per il velivolo della Macchi. Fu, a tutti gli effetti, il battesimo del fuoco!

La vittima fu un Hurricane II B (Z5265) marche GL-B, appartenente al 185° Squadron della RAF, che precipitò nel canale di Sicilia (altre fonti affermano invece che il velivolo fu danneggiato sul canale ma successivamente arrivò a precipitare a qualche km dall’isola di Gozo). Il pilota, Officer Donald William Lintern, fu visto lanciarsi fuori dalla carlinga ma non venne mai recuperato. Invece il S.Ten. Frigerio passò indenne tutta la guerra e fu richiamato in servizio dalla neocostituita Aeronautica Militare Italiana dopo il conflitto, in qualità di istruttore, sempre al 4° Stormo. Ironia della sorte, morirà nel 1955 a bordo del suo F-86E durante un volo di addestramento a causa di una piantata motore a parecchie miglia dalla base di Nellis, in Nevada.

Tornando al 97-2, il velivolo non abbandonerà mai più l’isola sicula nonostante il 24 novembre la 97^ e la 96^ Squadriglia lasceranno Comiso per rinforzare le linee in Africa settentrionale, affiancando il 1° stormo. Solo la 73^ squadriglia resterà in Sicilia, essendo l’unica del gruppo ad avere velivoli dotati di camera foto planimetrica, continuando le ricognizioni su Malta. Il “7712” venne successivamente convertito in ricognitore.

Alla fine del 1941 anche la 73^ squadriglia, alla volta di Udine, lasciò gli aeroplani efficienti ad altri stormi operanti sull’isola e il Folgore oggetto di quest’articolo fu preso in carico dalla 168^ Squadriglia, 16° Gruppo, del 54° Stormo basato a Castelvetrano. Il velivolo sopravvisse fino alla primavera del ‘43, assegnato alla 377^ Squadriglia autonoma C.T. sull’aeroporto di Boccadifalco. Successivamente non si hanno più notizie riguardo al suo impiego o sulla sua sorte.

In accordo con le pubblicazioni, la matricola appartiene alla serie II prodotta nello stabilimento di Lonate Pozzolo della Aermacchi.

Il kit:

La scatola da me utilizzata è la 09139 (JT39) della Hasegawa, nella scala del quarto di pollice (quella che preferisco). Essa risale al 1995 ma ancora è molto curata nel dettaglio e con delle incisioni finissime. Analizzando con più attenzione, lo stampo del Folgore non si può definire “puro” ed è più simile alle caratteristiche del successore C.205 (commercializzato l’anno precedente).

Per questo motivo è adeguato per le versioni più tarde del C.202, ma approssimativo per le prime (ne parlerò in modo più approfondito fra qualche riga). Tornando al contenuto, sono presenti sei stampate in stirene grigio (più una trasparente), oltre ad un foglio decal, assolutamente inadeguato per gli standard modellistici moderni, che permette di realizzare un esemplare del 4° e uno del 1° Stormo.

Aftermarket utilizzati:

  • Stormo! 48007 – Decal: il foglio, intitolato “Battle of Malta Macchi C.202 Italian Aces”, è veramente ben fatto ed accattivante. Messo in commercio nel 2017 da una nuova ditta canadese, gode dell’ottima qualità di stampa della Cartograf e mostra numerosi profili tutti a colori. Accanto ad ognuno vi è una breve descrizione del velivolo e delle vittorie di ciascun pilota. Le informazioni sono precise, anche se in alcuni casi ho riscontrato piccole incongruenze facilmente risolvibili con un attento studio della documentazione. Si possono realizzare otto differenti soggetti, dalla serie I alla serie VIII, e viene illustrato anche l’andamento della mimetica che differisce tra costruzioni Macchi, Breda e Sai Ambrosini. Sebbene le insegne di reparto, di gruppo e i numeri identificativi siano presenti per tutti gli esemplari, i distintivi della Regia Aeronautica e gli stencil permettono di realizzare al massimo tre modelli con un unico foglio. Bastano ed avanzano, a meno che voi non siate degli appassionati del Folgore!
  • S.B.S. 48017 – Cockpit: il set in resina è ben fatto e ingegnerizzato proprio sul kit Hasegawa, quindi si adatta facilmente. Il sedile è il pezzo forte, molto dettagliato. Fornite anche le fotoincisioni e il foglio acetato per gli strumenti.
  • Eduard 648278 – Undercarriage: già da solo questo articolo è un piccolo modello. Il vano carrello del C.202 ha la peculiarità di essere incassato in una grande porzione del pianetto alare inferiore, in prossimità della ordinata para fiamma. Al suo interno, quindi, è ben visibile la struttura tubolare del castello motore posteriore e parecchie tubazioni di vari impianti. Necessita di qualche attenzione per poterlo inserire correttamente nel minuscolo ingombro ma è assolutamente consigliato.
  • Eduard 648281 – Exhaust stack: i collettori di scarico del kit sono molto poco rifiniti. Con questo set il salto di qualità è evidente, per quello che costano l’acquisto è praticamente obbligato.

Cockpit:

Come detto sopra, l’aftermarket in resina è praticamente pronto all’uso e ci vuole davvero poco sforzo per adattarlo al suo spazio.

Quindi ho concentrato maggiormente la mia attenzione sul colore degli interni. Le direttive dello Stato Maggiore Aeronautica dell’epoca prevedevano l’utilizzo del verde anticorrosione e non solo per l’abitacolo, ma anche per il vano carrelli. Più in generale tale vernice era usata come protettivo per tutte le superfici metalliche interne. Molti modellisti partono dal più comune U.S. Cockpit Green schiarendolo con del bianco ma, dal mio canto, ho preferito utilizzare il mix che riporto nella foto sottostante:

Per le tubazioni e i cavi ho utilizzato il giallo, il blu, il nero e il bruno in base alla natura del fluido che vi scorreva o nel caso di cavi elettrici. (ad esempio, giallo carburante, bruno olio idraulico, ecc.).

Altri dettagli come aste, barra di comando, piastre protettive sul pavimento e gruppo manetta sono stati verniciati con uno smalto color alluminio. Ovviamente la documentazione è fondamentale in ogni passaggio.

Il sedile è ben fatto ed ha il cinghiaggio completo già stampato. Purtroppo, per un mio errore di ricerca, o forse per mancanza di documentazione esaustiva, ho eliminato in un primo momento tutto il dettaglio lasciandolo spoglio. A quanto pare il seggiolino così riprodotto è corretto sia per un Macchi 202, sia per il successivo 205. Oltre agli spallacci e ad un ancoraggio centrale, è presente un’imbottitura sullo schienale atta a proteggere il sistema di azionamento del paracadute, più precisamente la maniglia di estrazione. Voi non fate il mio errore, il seggiolino va già benissimo come si presenta.

Per ripristinare le cinture perse ho utilizzato del semplice nastro kabuki, incollando due facce una sopra l’altra e ritagliando due striscioline di spessore 1 mm. La lunghezza non è importante perché può essere sistemata prima dell’incollaggio. Le fibbie, invece, sono state riprodotte con del filo di rame abbastanza sottile da essere modellabile con delle pinzette a punta. C’è voluto parecchio tempo per realizzarle considerate le dimensioni, partendo da un filo unico si fanno delle curve di 90° gradi creando una specie di “8” che non è mai chiuso.

La catena e le fibbie sono state dipinte con uno smalto Mr. Color Silver mentre il sedile, precedentemente verniciato con Alclad White Alluminium, ha subito un lavaggio ad olio ed è stato, poi, opacizzato. Il cruscotto è completo ed è composto dal pannello frontale con tutti gli strumenti di volo, un pannellino più piccolo posto sotto quello principale per la gestione dell’idraulica, e un pannello inferiore laterale. Quasi tutto è fornito in fotoincisione e trasparenti acetati, alcuni pezzi come il collimatore San Giorgio sono in resina.

Il pannello è stato verniciato in nero opaco ad eccezione della parte di centina sul quale è fissato, e che sarà in verde anticorrosione. I vetrini dei quadranti sono stati simulati con la canonica goccia di cera Future. Tornando al cockpit, prima di eseguire i lavaggi con un bruno Van Dick poco scurito con del nero, ho applicato la tecnica del dry brush sui correntini e sulle centine visibili cercando di mettere in risalto qualche particolare.

Il set della SBS non considera affatto due dettagli importanti: una parte del sistema di controllo degli elevatori, fatto di aste e rinvii e che all’interno attraversa tutta la parte destra rimanendo molto in vista, ed il tubo corrugato che porta ossigeno alla maschera del pilota. L’asta l’ho realizzata con del filo di acciaio rigido dello spessore di 0.5 mm; il corrugato, invece, è un filamento molto sottile di rame arrotolato attorno ad un’anima più spessa, sempre di acciaio.

A proposito del tubo corrugato, ho notato che in realtà era diviso in due parti: una attaccata alla maschera che il pilota portava con sé nell’equipaggiamento, e l’altra solidale al miscelatore in cabina. Quindi ho ritenuto giusto realizzare il tubo abbastanza corto e di appoggiarlo al sedile.

Alla fine, l’abitacolo è stato sigillato con il solito opaco Gunze H-20 diluito al 70 % con la nitro.

Montaggio:

Prima di chiudere le due valve della fusoliera occorre modificare alcuni particolari specifici per l’esemplare che ho scelto. Come anticipato, quando l’Hasegawa propose la scatola dedicata al Folgore utilizzò gli stessi stampi del Macchi C.205 aggiungendo solo alcune parti relative al predecessore. Per questo motivo troveremo sulla fusoliera degli elementi non appartenenti al C.202 e, nel mio caso, anche elementi non presenti sulle primissime serie.

Per migliorare la comprensione, ho assegnato dei colori differenti in base alla modifica:

Rosso: rimozione.

Blu: stuccatura.

Verde: nuova posizione.

Inizio dal lato sinistro, dove sono presenti tre bugne sulla cofanatura. La più avanzata è peculiare dei C.205, per le altre due c’è da aprire una piccola parentesi: dalle foto esistenti del Folgore si può notare che alcuni velivoli ne mostrano soltanto una, la centrale posta in alto, altri invece ne hanno due. Su quei velivoli con fondo sabbia, oppure con la livrea continentale in verde oliva scuro, notare le bugne è abbastanza semplice. Invece nei primissimi esemplari verniciati con lo schema “uovo in camicia”, la loro individuazione è quasi impossibile per via della fitta mimetizzazione.

Quindi ho cercato ulteriori informazioni sia sulle pubblicazioni (Ali D’Italia n°22 – Macchi Mc 202 di Di Terlizzi – ecc.), sia sul nomenclatore illustrato del 1939 della stessa ditta Aermacchi (si trova in rete con qualche ricerca) e, dopo qualche giorno di letture, ho scoperto il motivo tecnico della presenza di entrambe le bugne:

All’inizio della produzione, i motori montati sul Folgore erano stati inviati dalla Germania direttamente dalla Daimler-Benz e fissati alla struttura tramite un castello motore tubolare saldato. Successivamente, il motore fu prodotto su licenza dalla Alfa Romeo con il nome RA 1000 RC 41 e fissato tramite un castello stampato in duralluminio. Quindi, con l’adozione del nuovo sistema si aggiunse la seconda bugna. Per mia fortuna, ho trovato sul nomenclatore illustrato le M.M. dei velivoli che hanno utilizzato il primo tipo di castello (dal 7709 al 7730 – dal 7732 al 7737 – dal 7742 al 7748 – e il 7751) e di conseguenza presentano un’unica bugna sulla cofanatura motore.

Detto ciò, sul mio esemplare va lasciata solo quella centrale. Altri dettagli da eliminare sulla cofanatura sono tre piccole prese d’aria posizionate sui pannelli di accesso alle candele del motore; va lasciata solo la più avanzata. Correndo lungo la fusoliera, all’altezza del abitacolo troviamo alcuni fori. Come indica la freccia verde, quello che rappresenta la presa ricarica ossigeno va spostato più in basso accanto all’alloggiamento del test sistema elettrico (il precedente foro va, ovviamente, stuccato). In realtà questa modifica è necessaria solo sui primi esemplari, successivamente la presa fu spostata più in alto come rappresentata sul kit (ma non chiaro da quale matricola in poi). Altro particolare da eliminare è quello posto più in basso, dietro il raccordo ala fusoliera. Qui è previsto un piccolo “pitot” facente parte del sistema di sfiato dei serbatoi carburante, ma fino alla M.M. 7759 non era presente.

Medesimo discorso per il dipolo del sistema ricetrasmittente posto sulla carenatura dell’anti cappottata. La serie I aveva una semplice antenna a frusta. I pannelli di accesso al vano mitragliatrici erano completamente lisci, quindi vanno stuccati quelli tondi e rimossi gli estrattori d’aria. Anche gli inviti per la presa d’aria cabina sono da asportare poiché essa è stata montata solo dalla versione A.S. in poi. Anteriormente a questi pannelli, sulla cofanatura accessori motori, va stuccato uno degli estrattori d’aria perché superfluo. Posteriormente invece è necessario riempire il pannello di accesso al vano pronto soccorso. Ovviamente questi interventi si sono resi necessari dopo aver studiato e aver trovato conferma dalle foto trovate in rete e dalla documentazione in mio possesso.

Sul lato destro la situazione è più o meno simile.

Sulla cofanatura motore vanno eseguite le stesse operazioni inerenti le bugne e le prese d’aria in basso. Unica differenza è la presenza di un piccolo foro su uno dei pannelli accesso alle candele che va spostato poco più avanti, nella posizione indicata dal punto verde. Anche in questo caso il vecchio elemento va riempito e carteggiato.

Sulla cofanatura accessori motore vanno stuccati il foro centrale e il pannellino in basso. Quanto detto prima vale anche per il lato sinistro dei pannelli vano mitragliatrici, e sul pannello di accesso sotto la carenatura dell’anti cappottata. Su questo lato troviamo anche un portello quadrangolare poco dietro il raccordo ala fusoliera, anch’esso da togliere. Passando alle semi ali che, come per la fusoliera, sono più corrette per un “205” che per un “202”; le modifiche sono speculari per la destra e la sinistra. Al solito ho assegnato dei colori differente in base alla modifica:

Blu: stuccatura.

Giallo: modifica forma.

I tre piccoli pannelli che si trovano a sinistra sono caratteristici del C.205, invece il pannello rettangolare più lungo (accesso munizionamento) e quello più piccolo alla sua destra (riarmo mitragliatrice) sono presenti sui Folgore che montavano l’arma da 7.7 mm.

Anche in questo caso bisogna consultare le fonti a disposizioni per cercare di arrivare al punto:

La predisposizione per accogliere le mitragliatrici Breda-Safat 7.7 mm inizia dalla serie VII. Quindi, in termini temporali, dal maggio 1942.Spesso questa modifica veniva introdotta anche su velivoli di serie precedenti in quanto era possibile il “retrofit”, senza dimenticare che era prassi comune cannibalizzare parti intere di altri aerei, come per esempio le due semiali. Inoltre il fatto che l’ala fosse predisposta non corrisponde alla presenza reale delle mitragliatrici, spesso fatte rimuovere su richiesta dei piloti. Anche sulle serie successive alla VII la predisposizione prevedeva due pannelli sul dorso d’ala per ricarica e riarmo, un foro di espulsione bossoli sul intradosso alare e un piccolo oblo sul bordo di attacco che permetteva lo sparo. Le mitragliatrici erano montate sul campo dagli armieri e l’oblo veniva tappato in caso di assenza.

Ne ho dedotto che gli esemplari delle primissime serie non abbiano avuto la predisposizione. Ovviamente analizzare le foto aiuta moltissimo, anche se la bassa qualità del periodo può non confermare o smentire la tesi.

Quindi in futuro, per chi si accingesse a costruire un qualsiasi Folgore, è sufficiente guardare il bordo di attacco sopra la gamba carrello per individuare oblò e mitragliatrice.

Tornando al modello, ho quindi cancellato tutti i pannelli di accesso per ottenere una semiala pulita. Ho altresì stuccato anche alcune incisioni che non ho riscontrato sui disegni tecnici di Angelo Brioschi allegati in alcune monografie. Per logica, ho anche chiuso la volata dell’arma sul bordo d’attacco.

Immagine inserita a scopo di discussione – fonte forums.ubi.com

Infine, il piccolo pannellino circolare evidenziato in giallo.

Esso rappresenta l’accesso diretto alla testa della gamba carrello, importante per effettuare la carica di aria e rabbocco di olio dell’ammortizzatore durante la manutenzione. Oltre ad avere una forma leggermente diversa, presentava un indicatore visivo di ausilio al pilota. Praticamente consisteva in un dischetto rotante, mezzo rosso e mezzo verde, il quale era collegato al movimento del carrello. Era mosso da un sistema di funi e pulegge, quindi in caso di avaria della strumentazione, il pilota poteva accorgersi se il carrello era eclissato (colore verde) oppure estratto (colore rosso.)

Il pannello è un’eredità del precedente Macchi 200 e ha una forma è particolare, il rettangolino nero in figura è un visivo trasparente.

Immagine inserita a scopo di discussione – fonte drawingsdatabase.com

Per ciò che riguarda la parte inferiore, qui gli interventi sono molto più contenuti. Bisogna eliminare i fori di espulsione dei bossoli e qualche pannellatura che, sempre in base ai disegni, è superflua. È, invece, importante modificare la forma degli ipersostentatori più interni, sotto la fusoliera, che sul kit sono molto più simili a quelli del Saetta. Per agevolarmi il compito mi sono creato una dima in Plasticard per reincidere correttamente le superfici mobili.

Corretti tutti questi particolari, ho voluto verificare direttamente due note negative conosciute dai modellisti riguardo questo kit:

  • Raccordo ala-fusoliera posteriore.
  • Lunghezza fusoliera posteriore.

E purtroppo ho avuto conferma di questi due piccoli difetti di forma, confrontando le stampate con le tavole in scala.

La fusoliera risulta essere più corta di circa 2 mm. Se voleste cimentarvi nell’impresa dovrete tagliarla poco prima degli stabilizzatori orizzontali (all’altezza del piccolo foro di sollevamento) ed aggiungere uno spessore in Plasticard. Un lavoro lungo e tedioso che, personalmente, ho deciso di non affrontare. Invece il raccordo tra ala e fusoliera, visto in pianta, ha un raggio di curvatura troppo stretto. Quest’imperfezione è abbastanza complicata da correggere perché, oltre a rendere la curva più dolce, bisogna ridurre anche lo spessore del raccordo stesso. È un punto molto delicato da sistemare, ma non ho resistito.

Fin da subito mi è stato chiaro che accorciare quel raccordo si sarebbe tradotto nella rimozione di un bel pezzo di plastica tra fusoliera ed ala (in più in un punto di giunzione). In un primo momento ho pensato che un eventuale vuoto l’avrei potuto riempire con l’uso di stucco bicomponente, ma spingerlo dall’esterno verso l’interno, senza qualcosa che fungesse da battuta, avrebbe significato perdere gran parte del riempitivo dentro al modello.

Quindi ho preferito stendere una generosa porzione di Milliput negli ultimi centimetri della fusoliera posteriore, nel punto di intersezione del pianetto inferiore dell’ala (proprio sotto l’aerea del radiatore), per poi pressare con attenzione le due parti a contatto facendo fuoriuscire l’eccesso di filler. Dopo aver provvisoriamente bloccato i pezzi con del nastro carta, ho proceduto ad incollare con calma tutto il resto. Ovviamente ho atteso ventiquattro ore per permettere allo stucco di indurire correttamente e, solo dopo, ho iniziato a correggere le forme con lime e carte abrasive.

Se possibile, è meglio lavorare parallelamente il lato destro e il sinistro per avere una visione d’insieme ed essere quanto più simmetrici. Altra miglioria da attuare riguarda la carenatura del radiatore liquido refrigerante. Già accostando il pezzo sotto la fusoliera salta all’occhio qualcosa che non quadra, e la conferma si ha con i soliti utilissimi disegni. È palese che il pezzo è troppo lungo e deve essere riportato alle giuste proporzioni.

In un primo momento ho semplicemente pensato di tagliare il pezzo lungo l’ultima linea di pannello e ridurne la lunghezza, ma non è la strada giusta da percorrere poiché la parte finale (che si rastrema verso la fusoliera) deve combaciare con le nuove forme del raccordo precedentemente corretto.

A questo punto ho deciso di limare e ridurre direttamente dall’estremità posteriore, cercando di mantenere le linee dei bordi con la giusta curvatura. Prima di incollare il radiatore nella sua sede mi sono preso cura dei pannelli per la dissipazione del calore. Ho subito rifatto e sostituito, con del Plasticard da 0.25 mm, l’aletta che divide il flusso dell’aria nel blocco anteriore. È meglio non incollarla subito per non rendere la successiva verniciatura oltremodo difficoltosa.

Posteriormente, invece, è presente una parte mobile che aumentava la sezione di uscita ed è presente una aletta parzializzatrice che ho riprodotto allo stesso modo, ricorrendo ancora una volta al Plasticard da 0.25 mm. Per essere pignoli vanno riprodotte anche due aste di comando, che la muovono, collocate lateralmente dentro la carenatura stessa.

Il tutto è stato dipinto con un nero vinilico come fondo, poi ho applicato la tecnica del dry brush con l’alluminio sulle griglie.

Il radiatore dell’olio posto sotto la carenatura del motore è completamente spoglio al suo interno; per questo motivo ho ritagliato due pezzi di Plasticard della stessa sagoma e li ho incollati sulla parte del kit. Per riprodurre le maglie ho usato un sacchetto di confetti che avevo messo da parte; la trama non è molto in scala, ad essere sincero, e l’uso delle fotoincisioni avrebbe restituito un realismo diverso, ma tutto sommato, l’elemento è talmente piccolo che si vede solo con la luce diretta.

Prima di chiudere la fusoliera va inserito il vano carrello. Al posto di quello da scatola, come detto all’inizio di questo articolo, ho utilizzato il set in resina della Eduard Brassin che è davvero ben fatto. È progettato in maniera talmente precisa che, anche con un montaggio a secco, resta tutto al proprio posto. Vi è un unico pezzo proveniente dal kit Hasegawa, ovvero la porzione di longherone principale (che attraversa l’ala da un’estremità all’altra) visibile nel vano stesso.

La fotoincisione di forma triangolare (pezzo unico da piegare in vari punti) è di una fragilità estrema e va fissata saldamente sulla piccola centina che divide il vano carrello in due. Essendoci poco spazio di manovra, è necessario fare molta attenzione posizionandola a colpo sicuro con un alone di ciano acrilica, in caso di errore sarebbe davvero ostico sistemarla.

Le parti interne sono in verde anticorrosione, stesso mix del cockpit steso ad aerografo in tutto il vano.

La struttura tubolare è dipinta con il Gunze Mr. Color 159 a smalto, dato a pennello. Ho messo in risalto i dettagli con la tecnica del pennello asciutto e, dopo il trasparente lucido acrilico, ho eseguito i lavaggi ad olio in bruno Van Dick. Per finire, ho opacizzato il tutto con il flat clear Gunze H-20.

Riguardo i colori utilizzati per distinguere le tubazioni, le istruzioni Brassin sono abbastanza precise. Ma in realtà tutte queste informazioni si trovano sui manuali AerMacchi, già citati precedentemente, in cui vi è una tabella che stabilisce la colorazione dedicata a ciascun impianto.

Ad esempio:

·        Colore Marrone per le tubazioni in cui circola Olio motore.

·        Colore verde per le tubazioni in cui circola Liquido refrigerante.

·         Colore blu per le tubazioni in cui vi è passaggio di aria.

·        Colore giallo è dedicato a tutti gli elementi del sistema carburante.

Infine, vi consiglio vivamente di fissare il complesso accessori senza tutti i tubi per incollare al meglio il pozzetto e avere meno pezzi delicati che potrebbero essere di disturbo. Per dare maggiore movimento al modello ho deciso di separare i timoni di profondità per rappresentarli a picchiare, come spesso si vedevano nei velivoli a terra.

I piani di coda del kit hanno stampate le cerniere che andranno perse con la modifica e devono, giocoforza, essere ricostruite. Visionando le foto sui vari testi a disposizione, ho notato che il Folgore aveva delle piastrine a copertura delle cerniere, molto sottili e non rigide.

Sono presenti solo sulla parte superiore e sono più large della cerniera stessa, quindi ipotizzo che nel movimento a cabrare questi pezzi di lamiera si potessero flettere senza ostacolare il movimento della superficie, essendo fissate solo da un lato. Per simularle ho tagliato dei piccoli quadrati di nastro alluminio adesivo.

Come per i piani di coda, ho voluto rappresentare anche il direzionale leggermente sbandato. Diversamente dagli equilibratori, la superficie era incernierata in dei semplici occhielli in cui ruotava. Dalle foto si può notare che erano leggermente rigonfi, come delle piccole bugne, per questo li ho riprodotti con una micro-goccia di Mr. Surfacer 1000.

Passando alle semiali, ho eliminato le luci di navigazione originali in plastica e le ho rifatte con dello sprue trasparente.

Altro piccolo dettaglio sono le coperture degli attacchi a pettine (che fissano le semiali alla struttura del pianetto alare). Vanno tagliati in totale otto rettangoli dal solito nastro d’alluminio adesivo, quattro per semiala. Dopo averli posizionati ne ho ridotto lo spessore carta abrasiva grana 1000 e 1500.

Prima di incollare il parabrezza è necessario posizionare il collimatore San Giorgio fornito nella scatola del set SBS per il cockpit. È formato da un telaio in fotoincisione, lastrina di acetato trasparente (per il vetrino) e dal gruppo proiettore in resina.

Ho fissato l’acetato sul telaio cospargendolo di cera “Future” perché, così facendo, l’ho contemporaneamente incollato e mantenuto lucido. Ho applicato una goccia di trasparente anche sul proiettore per enfatizzare l’effetto vetro della lente.

I montanti interni del windshield sono stati dipinti con del nero opaco steso a pennello.

Dopo le necessarie prove a secco, ho notato che il vetrino è leggermente più stretto dell’alloggiamento in fusoliera. Inizialmente avevo valutato di forzare leggermente il pezzo per aumentarne la larghezza, ma alla fine ho preferito non rischiare e incollarlo direttamente con alcune pennellate di colla Tamiya Extra Thin Cement. Il leggero scalino che si forma l’ho sistemato riducendo lo spessore (con carta abrasiva) dello stirene nel punto indicato dalla freccia.

Attenzione al corretto montaggio della piastra blindata che proteggeva la testa del pilota: inizialmente l’avevo incollata direttamente a contatto con la struttura dell’anti cappottata ma, dopo aver controllato nuovamente la documentazione, mi sono accorto che vi è un spazio evidente tra le parti. Quindi ho rimosso delicatamente la fotoincisione e, grazie ad uno spessore di 0,5 mm incollato sul retro, ho ottenuto il corretto montaggio.

Finalmente, ultimata l’intera sagoma del velivolo, ho predisposto il modello per la tanto attesa fase della verniciatura. Armato di pazienza e carta abrasiva, ho trattato le superfici in progressione con carte abrasive bagnate grane 1200, 1500, 2000, 3000 ed infine lucidato con una spugnetta per unghie al fine di eliminare anche le più piccole imperfezioni.

Verniciatura:

Apro questo capitolo con un preambolo, perché ritengo necessario fare alcune considerazioni:

Vernici e schemi mimetici:

Agli albori della Regia Aeronautica il concetto di mimetizzazione era in fase teorica e sperimentale. Macchie e bande di colori diversi apparvero pian piano sulle superfici dei velivoli e, con il passare degli anni, l’importanza della mimetizzazione si consolidò nell’ottica strategica dell’uso del mezzo aereo in guerra. Quindi, ben presto si fece incalzante la necessità di standardizzare le vernici usate e gli schemi mimetici. Un primo tentativo ufficiale fu denominato serie mimetica (1938-1941), ovvero l’insieme di tonalità e di schemi mimetici da adottare su tutte le tipologie di velivoli del fascio. Fecero la loro comparsa tonalità caratteristiche come il giallo, il verde e il marrone mimetici.

Invece gli schemi erano a bande trasversali, usati soprattutto su bombardieri e siluranti, oppure a reticolo a macchie rade, su base gialla o verde, per lo più per i velivoli da caccia. In realtà, solo gli schemi mimetici furono in linea di massima standardizzati per tutti i produttori. Per le vernici si crearono involontariamente varie tonalità della stessa tinta in quanto ogni azienda costruttrice aveva il proprio fornitore. Il risultato fu quello di avere diverse gradazioni simili ma non uguali.

Infatti, discutendo del solo giallo: La Aermacchi e le IMAM avevano come fornitore la Max Mayer e il giallo usato sui loro velivoli è oggi identificato come Giallo mimetico 4. Invece la Breda, la SIAI e la Caproni avevano come fornitore Arson-Sisi e il giallo è identificato come Giallo mimetico 3. Ovviamente, al tempo, i colorifici indicavano le vernici semplicemente come giallo mimetico (vedi verde o marrone) senza numerazione, la quale è un modo utile e moderno per distinguerli. In generale erano quattro le tonalità di giallo mimetico usate:

  • Giallo mimetico 1 FS 33531.
  • Giallo mimetico 2 FS 33481.
  • Giallo mimetico 3 FS 33434.
  • Giallo mimetico 4 FS 30266.

Successivamente, l’incalzare della guerra rese necessario anche la completa standardizzazione delle vernici.

Questo portò alla cosiddetta Tavola 10 (1941-1943), che determinava, per i velivoli da caccia, l’uso di due sole vernici per le superfici superiori, e una sola per quelle inferiori.

Date le informazioni di cui sopra, tradurre nella maniera corretta la mimetica sul mio modello è stata la mia preoccupazione sin dall’inizio. Ovviamente la fonte più importante è la documentazione fotografica, e fortunatamente ne ho trovata parecchia sui Folgore delle prime produzioni.

Purtroppo, la bassa risoluzione e il bianco e nero delle foto d’epoca mettono in difficoltà alcuni dettagli ma, in ogni caso, lo schema utilizzato sui primi velivoli della serie I, ereditata tra l’altro dal predecessore C.200, è il classico continentale a macchie rade (schema C8 e più comunemente conosciuto come “uovo in camicia”).

Dalle immagini si può notare che le macchie sono di dimensioni diverse, di forma pressappoco simile, e che il bruno all’interno della chiazza in giallo spesso la ricopre quasi completamente. Il contrasto tra il giallo e il bruno è abbastanza evidente quindi, anche se minimo, il bordo si nota. Anche questa volta ho iniziato a verniciare le superfici inferiori, completamente in grigio mimetico.

Ho utilizzato il Gunze H-317, diluito al 70% con il Leveling Thinner Gunze. Successivamente ho mascherato il grigio utilizzando il Patafix per demarcare la linea di stacco.

Il verde mimetico 2 (Gunze H-312) ha una bella resa, molto coprente, ed è stato diluito con le stesse percentuali indicate sopra.

Per le macchie consiglio di alzare la diluizione all’80%, abbassare la pressione a 0,5 bar circa e lavorare con l’aerografo molto vicino alla superficie.

Sul muso, e a ridosso della gobba dell’anti cappottata, le ho interrotte poiché, in quei punti, andranno dipinte le bande rispettivamente giallo cromo e bianco. Riassumendo questi sono le vernici utilizzate:

Per il giallo mimetico 4 ho preferito spegnere la tonalità e scurirla leggermente. Il Gunze H-34 utilizzato è, a mio avviso, più corretto per un giallo mimetico 3 della Breda e della SIAI (ditte subappaltatrici della Macchi per la produzione del Folgore).

In realtà, secondo codifica FS, il giallo mimetico 4 sarebbe da scurire ulteriormente ma non mi convinceva il contrasto che si veniva a creare con il bruno mimetico. A conti fatti ho lasciato la tinta leggermente più accesa.

Per completare la verniciatura bisogna aggiungere le due bande trasversali di riconoscimento, una sul muso e una in fusoliera. Come al solito mi diverto, e trovo utile, integrare con alcune precisazioni storiche:

Distintivi ottici

Le due bande dipinte sopra la mimetica sono particolari distintivi ottici adottati dalla R.A. per esigenze pratiche. Con il sempre maggiore impegno della R.A. nei più disparati teatri operativi, soprattutto a diretto contatto con la Luftwaffe, si rese necessario rendere i propri velivoli immediatamente distinguibili, ed evitare pericolosi fraintendimenti da parte dei tedeschi. In realtà già nel breve conflitto aereo contro i francesi, il 15 giugno 1940, i piloti della R.A. ebbero problemi ad identificare i compagni durante un raid notturno condotto dal nemico.

Si crearono parecchi incidenti e furono fatte delle modifiche non ufficiali sul campo, aggiungendo una fascia bianca a tre quarti di fusoliera posteriore ai primi C.R.42 del 23° Gruppo. Verso la fine del 1940 si iniziò ad applicare su tutti gli aerei la fascia bianca di riconoscimento, di larghezza circa 600 mm per i caccia (1200 mm per plurimotori), e fu ufficializzata a partire dall’anno seguente divenendo standard per tutti gli aerei della Regia Aeronautica, fino all’armistizio del 1943.

In Nord Africa, alle insegne standard, furono aggiunte le estremità delle ali dipinte di bianco e i tedeschi le applicarono anche sui loro velivoli. La banda giallo cromo sul muso, apparve durante gli scontri aerei della battaglia di Inghilterra. Per uniformare i velivoli del CAI (Corpo Aeronautico Italiano) alle direttive della Luftwaffe, si dipinsero così le cappottature motore. Nel teatro operativo russo invece, oltre al muso, anche la fascia in fusoliera fu dipinta di giallo. La banda sul muso fu usata fino al novembre 1941, poi fu eliminata.

Secondo le direttiva, lo standard di larghezza per la fascia bianca era di 600 mm. In scala 1/48 corrispondono a 12,5 mm. Per il bianco ho usato direttamente il Surfacer 1500 White, che ha un tono già soddisfacente e ha svolto anche funzione di base per il successivo giallo.

Per la banda del muso non ho trovato nessuna misura di riferimento, spesso coincideva con la cappottatura dei motori radiali. Sui musi lunghi era una porzione contigua all’ogiva, quindi bisogna trovare il riferimento attraverso le foto a disposizione. Per il giallo cromo ho usato il Gunze H-4 tagliato al 50% col Gunze H-34. Puro, a mio parere, è troppo acceso. Stesso fondo e stessa vernice usata, ovviamente, anche per l’ogiva del gruppo elica. Per la porzione anteriore delle pale ho mixato il Tamiya XF-23 e l’XF-19 (proporzione 1:1), mentre il retro in nero perché aveva funzione di anti riflesso per il pilota.

Al fine di dare un po’ di movimento alle parti telate delle superfici di comando, ho utilizzato una tecnica già utilizzata con successo da un altro nostro amico modellista, Andrea “Nannolo” – CLICK QUI!

In pratica ho ricreato le ombre tra le centine, dovute alla tela che si rilassa, spruzzando all’interno i colori di base leggermente scuriti del 30% (7 base – 3 nero), diluiti all’80%.

Ultimo dettaglio da verniciare, per chiudere definitivamente il capitolo, riguarda la cofanatura del radiatore ventrale. Ho notato grazie alle foto che, sui primissimi esemplari, la parte centrale era lasciata in alluminio (in realtà la porzione centrale è il radiatore vero e proprio fissato direttamente sul ventre. La carena era un convogliatore d’aria anteriore e posteriore). Ho trovato ulteriore riscontro in alcune immagini in cui sono ritratti proprio i velivoli della 97^ Squadriglia sull’aeroporto di Ciampino, durante il trasferimento verso Comiso.

Quindi, ancora una volta, mi sono affidato agli Alclad scegliendo il White Aluminium.

Wheatering:

In tutte le immagini che ho potuto visionare, l’esemplare che ho scelto non presentava particolari segni di usura dovuta all’attività operativa avendo poche ore di volo all’attivo. Per cui ho deciso di non esagerare con l’invecchiamento e di attenermi, ovviamente, alla documentazione. Per iniziare ho steso tre mani abbondanti di trasparente lucido Tamiya X-22 diluito all’80% col Mr. Leveling Thinner della Gunze.

Lasciato asciugare il clear un giorno intero, ho preparato due tinte principali per i lavaggi ad olio: un grigio medio per le superfici inferiori (utilizzato anche per la fascia bianca in fusoliera) e il bruno Van Dyck scurito con del nero per le superfici superiori.

Sulla banda in giallo e sull’ogiva, invece, ho usato il Van Dyck puro.  

Sugli scarichi ho riprodotto una semplice cottura della parte più interna dei collettori, senza la presenza di ruggine tipica dei metalli soggetti al calore dei gas.

La verniciatura di base l’ho realizzata con l’Alclad Dark Alluminium sui cui ho spruzzato a bassa pressione un mix 50/50 di nero e marrone acrilico, diluito al 90 %. Sulle estremità dei collettori, in corrispondenza dei fori d’uscita, ho aggiunto una miscela ancora più scura per simulare i residui carboniosi. Con un nero vinilico a pennello ho dipinto l’interno, mentre con un vinilico grigio ho lumeggiato gli spigoli vivi.

Decalcomanie:

Come già indicato ad inizio articolo, ho utilizzato il bellissimo foglio della Stormo! Decals, stampato dalla Cartograf. Colori molto belli e in registro, disegni molto accurati. il supporto è resistente ma morbido, anche se a conti fatti risulta abbastanza spesso e opaco per cui le insegne necessitano di un fondo perfettamente lucido per scongiurare il silvering.

Le istruzioni sono abbastanza precise sulla posizione, ma come sempre, un riscontro fotografico è molto meglio per decidere dove collocarle. A parte i fasci littori sull’ala che sono decisamente grandi, non ho avuto problemi con le altre. Anche la croce sabauda sulla deriva e sul timone si posiziona agevolmente con l’ausilio dei liquidi ammorbidenti.

Per completezza di cronaca, il colore della scritta “AerMacchi C.202” su questo soggetto non è corretta perché il colore blu chiaro utilizzato era standard per i velivoli A.S. (Africa Settentrionale) che avevano un fondo nocciola. Sui velivoli Macchi con livrea continentale come il mio soggetto, la scritta della ditta costruttrice era in blu più scuro.

Sempre per completezza di trattazione, riporto qualche informazione che può tornare utile a noi modellisti:

Introduzione del fascio littorio sugli aeromobili – FOGLIO D’ORDINI N.6 25 Febbraio 1927 – Anno V.

Viene introdotto a partire dal 1° Marzo 1927 su tutti gli aeromobili in uso o in carico agli Enti dipendenti. Il fascio di verghe sarà dipinto in giallo oro e la scure in grigio argento con sfumature; il tutto racchiuso in un circolo a fondo grigio piombo scuro avente il diametro di cm. 50 per le specialità: bombardamento notturno, bombardamento diurno, bombardamento idro e dirigibili; cm. 35 per le altre specialità. Sarà dipinto per la specialità bombardamento notturno, sulla parte anteriore e da ambo i lati della carlinga; per le specialità: bombardamento diurno, ricognizione terrestre e caccia terrestre da ambo i lati della fusoliera a circa un metro dal bordo d’uscita dell’ala.

Possiamo dedurre facilmente che nella scala 1/48, per un caccia terrestre, il Fascio littorio avrà un diametro di circa 7 mm. Inoltre, se volete essere pignoli, posizionatelo a circa 20 mm dal bordo di uscita dell’ala (Nel caso la foto non aiutasse) e ricordate che la lama dell’ascia va rivolta sempre verso il muso. Per le insegne alari, invece, le lame sono rivolte sempre verso l’estremità. Invece per i fasci alari, furono tre le tipologie adottate durante gli anni:

  • Fasci neri, cerchio nero su fondo bianco.
  • Fasci bianchi, cerchio bianco su fondo nero.
  • Fasci e cerchio nero e fondo trasparente.

Alcune erano decalcomanie, altri delle maschere da verniciare. Dalla metà del 1941 si cominciarono ad utilizzare le decalcomanie a fondo trasparente. Prima invece i vari stili erano utilizzati in modo diverso in base alle ditte costruttrici. Le dimensioni previste erano: per i bombardieri erano di 180 cm; per i ricognitori erano di 120 cm; Per i caccia erano di 96 cm.

Quindi facendo un rapido calcolo, in scala 1/48 sono rispettivamente: 3,75 cm; 2,5 cm; 2 cm.

Data la grande dimensione e il fondo omogeneo e liscio, il posizionamento dei fasci sulle ali mi ha dato un po’ di filo da torcere. Il film aggrappa immediatamente e riposizionarlo diventa alquanto problematico; se dovesse capitare anche a voi lo stesso inconveniente, bagnate la zona con abbondante acqua e cercate di spostarli con un bastoncino cotonato. L’insegna va posizionata al di sopra dell’alettone, con la circonferenza del cerchio che lambisce la linea che delimita la superficie di governo.

Alla fine della posa ho protetto le decalcomanie con un ulteriore mano abbondante di trasparente nel tentativo di il loro spessore che non è trascurabile in scala, purtroppo. A seguire ho applicato dei lavaggi mirati per mettere di nuovo in risalto le pannellature che passano al di sotto dei fregi.

Ultimi dettagli

Ormai sono rimasti pochi pezzi per completare il modello, ma quelli più piccoli vanno rifiniti tutti comunque. È necessario assottigliare tutti i portelli del vano carrello per raggiungere un buon effetto scala; si possono, inoltre, aggiungere altri particolari come l’effetto peso degli pneumatici o le staffe di fissaggio del portello alla gamba carrello principale.

Su quest’ultima ho anche aggiunto i tubi che alimentano aria compressa all’impianto frenante (purtroppo ben poco visibili in quanto collocati posteriormente). Per le zone in alluminio ho utilizzato l’Alclad white Aluminium, per gli interni il verde anticorrosione Macchi, e per l’esterno in grigio mimetico H-317 come per le superfici inferiori. Ho completato tutto con dei lavaggi mirati in Bruno Van Dyck scurito ad olio.

Per rendere più omogeneo l’invecchiamento ho preferito desaturare le decal stendendovi sopra delle velature leggerissime di verde mimetico diluito al 95%. La stessa procedura l’ho ripetuta per spegnere (di poco) l’azzurro delle scritte e del fascio littorio in fusoliera. Soddisfatto del risultato, ho caricato l’aerografo con l’opaco Gunze H-20 (diluito all’80% con la nitro) dando circa tre mani.

Il lavoro si è concluso fissando le pale dell’elica e l’ogiva, tutto il sistema del carrello, il canopy e il sottilissimo il cavo dell’antenna realizzato con il filo elastico della Uschi Van Der Rosten.

A presto e buon modellismo a tutti.

Luca “Madd22” Miceli

Kit Review – F-14D Tomcat AMK 1/48, Prima Parte.

Alla fine, è arrivato. Dopo ben 3 anni dal pre order e ben 5 dall’annuncio, il famigerato F-14D Tomcat AMK in 1/48 è qui. In questo lasso di tempo, Tamiya ha fatto uscire il suo kit, GWH ha annunciato un altro new tool (un A, per ora) mentre Hasegawa ha in catalogo un D già da molti anni. Quindi perché c’era tutta questa attesa spasmodica per un kit di cui esiste già almeno una controparte di qualità eccellente?

AMK è una ditta relativamente giovane nel panorama modellistico ma che si è guadagnata una buona reputazione tra gli appassionati soprattutto per il MIG-31, unanimemente riconosciuto come modello fedele, dettagliato, ben ricercato e dal montaggio estremamente preciso. AMK non è stata immune da scivoloni clamorosi (come ad esempio la prima release del Kfir, inficiata da un problema di forme della fusoliera) ma la qualità percepita dei loro modelli si è fatta rapidamente apprezzare tra i modellisti. Quando annunciarono il loro Tomcat, le caratteristiche del modello fecero venire l’acquolina in bocca a tutti. Esse comprendevano:

  • Ugelli super dettagliati e in due versioni (aperti o chiusi).
  • Barra per catapulta riprodotta e carello anteriore posizionabile esteso o compresso (in posizione di lancio dalla catapulta).
  • Riproduzione degli armamenti AA (aria/aria) in un solo pezzo, realizzati tramite sliding molds.
  • Aerofreni aperti o chiusi.
  • Ala posizionabile a scelta: completamente avanti, completamente indietro e oversweep in parcheggio (NOTA: AMK dichiarò che questa feature sarebbe stata presente per la prima volta in assoluto in un kit di F-14. Tamiya ha però incluso questa caratteristica anche nel suo kit, prendendosi il primato. Sempre se il vecchio Monogram non avesse già questa possibilità, cosa di cui sono abbastanza sicuro ma che non ho potuto ancora verificare).
  • Superfici mobili dell’ala posizionabili (completamente aperte o chiuse, diruttori compresi).
  • 5 livree diverse, tra cui VF-2 e VX-9.
  • Livello di dettaglio elevato.
  • Fusoliera anteriore in un solo pezzo.
  • Canopy in due versioni; a scelta in un pezzo unico o con telaio separato e trasparenti divisi (per la bolla posteriore).
  • Prezzo ultra competitivo (si parlò di circa 55$ in caso di pre ordine).

Con queste premesse è abbastanza ovvio che l’attesa fosse spasmodica. La politica commerciale AMK, per quanto discutibile dal mio punto di vista, si è rivelata in effetti vincente con i kit venduti praticamente sulla fiducia senza che se ne fosse visto ancora nemmeno un pezzo. Passò diverso tempo (parliamo di almeno due anni) e finalmente vennero mostrati i primi test shot del modello con un lancio mediatico molto aggressivo, sfruttando al massimo le piattaforme social ma evitando, tranne un paio di eccezioni, i forum specializzati. A questo punto, diversi modellisti e esperti di aviazione avanzarono forti perplessità su alcune forme e dettagli del kit, concentrandosi in modo particolare sulla parte posteriore della fusoliera che sembrava presentare i problemi più evidenti. Seguirono mesi di botta e risposta tra AMK e gli appassionati, con accuse reciproche e bordate da entrambe le parti senza però arrivare a un confronto costruttivo e imparziale. Il bailamme mediatico fece sì che diverse persone ritirarono i preordini non essendo convinti dalle risposte che AMK forniva alle varie obiezioni. Contemporaneamente, alcuni modellisti particolarmente coinvolti nel progetto iniziarono una guerra di religione contro i cosiddetti “conta rivetti”, a loro dire colpevoli di togliere voce a chi fa modellismo principalmente per divertimento e rei di accusare AMK di peccati veniali rispetto all’importanza e al livello generale del prodotto. Mentre AMK forniva i primi kit di serie a un piccolo e selezionatissimo gruppo di modellisti incaricati di realizzarne alcuni nel modo più spettacolare possibile, a dicembre 2019 il Tomcat è stato finalmente reso disponibile al pubblico pur se con un aumento di prezzo rispetto ai preordini di circa 5€. Convinto a giudicare la bontà del modello secondo i miei parametri e non leggendo le storie Facebook di qualche modellista che tutto è fuorché che imparziale, ho ritirato la mia scatola potendo così fare una recensione esaustiva e equilibrata sul modello, circostanziandola il più possibile con riscontri oggettivi.

NOTA: il kit è stato acquistato in un negozio a Roma, non ho legami di nessun tipo con nessun produttore e se uno stampo ha dei difetti li riporto senza dovermi preoccupare di urtare la sensibilità di qualcuno. Ho visto dal vivo gli F-14D in più occasioni e ho documentazione in abbondanza. D’altro canto, se siete prevenuti nei confronti di AMK o di altre ditte, siete liberissimi di chiudere qui e farvi la vostra idea.

Dividerò questa recensione in due macro sezioni e in tre puntate. La prima sezione sarà squisitamente tecnica (qualità delle parti, montaggio, stampaggio) mentre la seconda tratterà la fedeltà del modello al vero. Nella seconda puntata faremo invece un confronto con tra AMK e il suo principale competitor (cioè il kit Tamiya) e nella terza vi presenterò il kit montato (rigorosamente da scatola). Ma ora, iniziamo dalla volgare plastica.

Parte 1 – Il kit: tanto dettaglio e qualche problemino realizzativo.

Iniziamo dalla box art: bene ma non benissimo. Il disegno rappresenta un F-14D del VF-2 in decollo dalla portaerei. Abbastanza accattivante, se non fosse per il fatto che il disegno appare sproporzionato, con tutta la parte posteriore del velivolo tozza e corta. OK, l’abito non fa il monaco ma senz’altro aiuta. La scatola è abbastanza grande e comprende 24 stampate compresi i trasparenti, un piccolissimo set di fotoincisioni e decals divise su 3 fogli. Le fotoincisioni includono HUD, cinture, griglie dei flares, specchietti e maniglie del canopy.

La qualità delle stampate è buona, senza bave e in linea di massima ben definita. Ci sono diversi segni degli estrattori, alcuni dei quali in posizione molto difficile da eliminare (ad esempio sulle piastre interne delle prese d’aria).

La superficie della plastica di colore grigio scuro è leggermente rugosa ma comunque di qualità. I trasparenti sono ben fatti, senza distorsioni apparenti ma le luci di posizione alari e i frames (soprattutto del parabrezza) sembrano poco definiti. Sono inclusi due canopy: uno tradizionale in un pezzo solo e un altro diviso in 3, cioè i due cupolini e il telaio completo. Qualcuno ricorderà il Tornado ESCI che usava lo stesso sistema.

La forma a omega delle bolle sembra ben interpretata anche nel canopy in un pezzo solo. Mi domando allora il perché della complicazione: AMK ci dice che il tettuccio scomposto salva moltissimo tempo nella mascheratura dei frames e del loro interno, anche se mascherare il canopy del 14 non mi pare sia un’operazione troppo lunga e tediosa… Credo che il vantaggio di avere un solo pezzo robusto e il non dover incollare due trasparenti valgano il prezzo di una mascheratura leggermente più difficile. Nel mio esemplare, il frame centrale del canopy è spezzato a metà e viziato malgrado la stampata sia contenuta in una scatolina di cartone a parte e non sfusa nella confezione principale.

La fusoliera anteriore è stampata in un solo pezzo ed è ricca di dettagli, con la piastra di rinforzo intorno al predellino di salita posteriore di dimensioni e posizione corrette.

Sul lato destro ci sono due piccole piastre rettangolari sotto la slime light anteriore che non trovano riscontro nella realtà. Sono inoltre presenti dei fastidiosi disallineamenti nelle pannellature nel lato inferiore del pezzo.

Vanno rimosse le cornici delle slime light, nella realtà esse sono addirittura leggermente rientrate e bordi.

A livello di stampaggio delle parti, in alcuni punti si nota una certa disomogeneità delle incisioni, in particolare in quelle nella zona inferiore della fusoliera posteriore che sono molto evidenti. È presente un segno di stampo che corre lungo tutta la presa d’aria e che sarà difficile da eliminare senza rovinare il dettaglio adiacente. Nel mio esemplare è abbastanza profondo e evidente.

Le decals, il cui artwork è stato curato da Furball e che includono 5 esemplari, a prima vista sono ben stampate e in registro, con le scritte leggibili. Guardando meglio, però, si nota che la saturazione (soprattutto dei colori più scuri) è scarsa e fa apparire i neri slavati e i toni falsati. Questo difetto è stato riscontrato in diverse confezioni ma non posso dire se è un problema comune o limitato ad alcuni batch produttivi. Sarebbe un peccato se le decal dovessero risultare inutilizzabili, perché i soggetti sono molto interessanti e il progetto ben realizzato… La strumentazione per gli interni e i cruscotti è ben stampata e copia bene la parte in plastica. Gli interni e l’abitacolo sono molto dettagliati e fedeli, così come i seggiolini e i vani carrelli.

Le soluzioni adottate da AMK per la scomposizione della cellula sono un misto di tradizione e innovazione. Detto del troncone anteriore in un solo pezzo, troviamo il radome in un pezzo unico e la fusoliera posteriore divisa orizzontalmente in due. La beaver tail e le carenature dei motori sono separate, così come i cuscini gonfiabili dell’ala e la carenatura posteriore del carapace. Ovviamente, derive semiali e tailerons sono anch’essi parti scomposte.

AMK ha deciso di fornire due cassoni alari completi di martinetti e della riproduzione del perno di rotazione. È necessario scegliere all’inizio del montaggio in quale posizione verrà costruita l’ala perché essa non è mobile e verrà bloccata in posizione di freccia massima o di freccia minima dal cassone stesso. Stesso discorso per i taileron: prima della chiusura della fusoliera bisogna scegliere quale delle tre posizioni consentite dovranno assumere: tutto a picchiare, neutro o tutto a cabrare. In base alla scelta, si è obbligati a montare il perno corrispondente senza possibilità di interventi successivi. Di contro, l’assemblaggio è estremamente robusto e a prova di errore.

Gli aerofreni sono anch’essi posizionabili così come anche la sonda RIV; un tocco di classe è dato anche dalle paratie interne delle prese d’aria raffigurabili in regime di volo subsonico, transonico e supersonico a seconda della scelta desiderata. Veniamo ora a quello che secondo me è il pezzo forte di questo kit: l’ala.

AMK ha scelto la via più costosa a livello di stampo ma probabilmente la migliore, fornendo due ali complete in configurazione clean (tutto chiuso) o con tutta la “biancheria” estesa, compresi gli spoiler divisi in 3 sezioni come al vero. La parte sotto gli slat è liscia e senza soluzione di continuità con l’estradosso alare: ottimo. Nel vero Tomcat, infatti, la superficie mobile si poggia sopra la pelle della semiala senza alcun tipo di incasso: brava AMK, bel lavoro.

Sono forniti due scarichi completi per i GE F110-400, aperti e chiusi. Mentre la riproduzione degli scarichi aperti è molto buona, quelli chiusi sono davvero scarsi di dettagli e praticamente inutilizzabili.

I motori sono completi ma solo abbozzati; è comunque una base per eventuali lavori di super dettaglio o eventuali portelli aperti. Le palette del compressore e la griglia dell’AB sono ben fatti e dettagliati. Il condotto di scarico, invece, presenta delle nervature troppo spesse e il solito problema della scomposizione che lascia una vistosa fessura, difficile da stuccare, una volta assemblato.

Il carrello d’atterraggio principale è molto buono, dettagliato e scomposto in modo efficace. Il carrello anteriore (o meglio, le sue ruote) ha qualche problema ma ci torneremo sopra tra poco.

Sono inclusi tutti i principali armamenti (sia aria/aria che aria/terra) usati dal D e i lanciatori corrispondenti. I missili e le bombe sono stampati in un pezzo unico ma anche qui c’è qualche problema di dimensioni.

In particolare, tutti i missili AA sono leggermente sottodimensionati. Un paio di rapidi calcoli portano a questi risultati:

Weapon Lunghezza al vero riportata in 1/48 Lunghezza effettiva AMK in 1/48 Scarto
AIM-54 82,50mm 82,35mm -0,15mm
AIM-7 75,84mm 75,4mm -0,44mm
AIM-9 59,375mm 59,2mm -0,17mm

Poca roba, senza dubbio. Però anche qui bastava davvero poco per essere precisi al millesimo…

Passiamo al montaggio delle parti principali. Il modello si assembla agevolmente, con incastri ben fatti e una scomposizione che consentirà la realizzazione delle altre versioni del Tomcat. Sono previsti inserti e parti alternative in fusoliera, la precisione delle parti più grandi è molto buona ma nel montaggio a secco si evidenziano delle fessure e dei punti critici come l’unione tra la parte anteriore e la fusoliera centrale. Anche la beaver tail lascia vedere un accoppiamento difficile; consiglio di unire la metà superiore della beaver tail alla fusoliera (e lo stesso per la metà inferiore) prima di unire le due semi fusoliere. Sarà più facile lavorare sulla giunzione orizzontale piuttosto che stuccare la fessura che si creerebbe montando la beaver tail completa. La soluzione adottata da AMK per le rampe mobili delle prese d’aria, molto buona a livello teorico, all’atto pratico si è dimostrata complicata e poco funzionale. Vi consiglio di montare a secco tutto diverse volte e di restringere leggermente con una lima le piastre posteriori. Montate prima queste e solo dopo aver installato tutto il complesso nella fusoliera, aggiungete quelle anteriori. Così facendo sarà più facile assemblare il complesso delle rampe allineando correttamente il tutto alla presa d’aria.

Il vano carrello principale è pure abbastanza antipatico da allineare e va forzato un po’ per restare a posto. Nessun problema invece per le prese d’aria esterne che sono molto precise malgrado la lunghezza e chiudono bene sulla fusoliera inferiore. Il condotto interno, invece, presenta una brutta rugosità dovuta allo stampaggio e richiederà parecchio lavoro. Anche qui mi sorprendo di come questo problema sia passato indenne al controllo qualità, visto che è davvero molto evidente e molto fastidioso.

Parte 2 – La fedeltà al vero: gioie e dolori (anche se forse sono più dolori che gioie)…

Il kit è stato rivisto pesantemente durante la fase di sviluppo ma alcuni aspetti (già emersi durante le prime presentazioni sul web) non sono stati corretti. Malgrado la buona impressione generale guardando i pezzi nella scatola, andando ad analizzare le forme del modello mi sento di dire che qualcosa decisamente non va.

  • Le ruote anteriori sono troppo piccole (10,2mm in scala, dovrebbero essere 11,5mm)
  • Anche le ruote posteriori sono piccole (19,08mm in scala, dovrebbero essere 19,38mm)
  • Il carrello anteriore è leggermente corto (circa 0,8mm. in meno misurato sul perno di retrazione); questo fatto, sommato all’errore nelle ruote, fa sì che tutto l’aereo sembri pendere verso il muso
  • Il parabrezza ha forme e proporzioni sbagliate. Il pezzo poggia troppo in basso sulla linea della fusoliera e se visto di ¾, il problema si nota abbastanza. La lunghezza del blindovetro è scarsa di 1 mm. e la curvatura della parte superiore vicino al frame è spigolosa e poco raccordata. Soprattutto, la base del canopy è più larga di quasi un millimetro rispetto all’originale, alterando di fatto le proporzioni tra i frames e i trasparenti.
  • Gli scarichi General Electric sono lunghi. Credo che contribuiscano alla sensazione di “strano” che si ha guardando la zona posteriore del modello (sono lunghi 15,9 mm. invece di 14 mm.).
  • Come detto sopra, gli scarichi chiusi sono davvero bruttini. Sembra quasi di guardare il GE F404 dell’Hornet! La curva dei petali è troppo dritta, dovrebbe essere più pronunciata. Il diametro sembra comunque corretto.
  • Il radome ha il profilo inferiore che sale verso l’alto troppo repentinamente, cosa che lo fa apparire goffo. Il vero F-14 ha un muso grande ma decisamente filante mentre il muso AMK sembra tozzo e leggermente troppo largo all’altezza dell’ordinata del radar, segno che forse tutta la semi fusoliera anteriore potrebbe essere un pelino larga. Questo difetto comporta anche un’inclinazione delle pareti del cockpit poco accentuata. Se visto di fronte, le paratie laterali dell’abitacolo del vero Tomcat sono abbastanza inclinate mentre nel kit AMK sono più verticali.
  • Il chin pod doppio è sbagliato sia come dimensioni, sia come forme.
  • Le slime light sono a rilievo mentre nel vero sono a filo.
  • La sezione anteriore dei pallet dei Phoenix è riprodotta in modo errato sia in sezione che in profilo.
  • Il bordo d’attacco della parte fissa dell’ala è troppo spesso, facendo sembrare l’aereo impacciato e anche qui, sproporzionato.
  • Nella parte inferiore delle gondole motori mancano 4 fastener del portello di ispezione motore (al vero controllo olio) sulla gondola destra. In quella di sinistra sono invece presenti delle pannellature non presenti sul velivolo reale.

“Curvy” o no?

Ci sono state infinite polemiche e discussioni circa la zona posteriore del kit. Molti modellisti hanno giustificato le forme AMK in tutti i modi, ad esempio sovrapponendo il pezzo C1 del kit su svariati disegni in scala (diversi dei quali di dubbia provenienza), parti di altri kit, fotografie, forme di cartone, prosciutti, sportelli di auto abbandonate e chissà cos’altro…

La questione è complessa ma cercherò di essere il più chiaro possibile: per me, tutta la parte posteriore della fusoliera è abbastanza approssimativa e non riproduce in pieno le forme del vero Tomcat. La curvatura della fusoliera verso i motori è troppo accentuata e la fusoliera in quel punto è larga; il problema diventa evidente se si monta TUTTA la zona posteriore del modello, comprese le carenature dei motori e i motori stessi. Gli errori, piccoli o piccolissimi se presi singolarmente, si sommano portando tutta la zona fuori sagoma e rendendo, di fatto, il nostro povero Tomcat più fuori forma di una pin-up degli anni ’50.

Ma perché nel 2020 ancora si fanno errori simili e le ditte degli anni ’70 tiravano fuori modelli che erano praticamente perfetti nelle forme e nelle proporzioni? Il discorso è lungo ma fondamentalmente dipende dal modo in cui si realizzano i kit oggi rispetto a trent’anni fa.

Negli anni prima del CAD, le ditte si procuravano i progetti (o blue prints, dal colore della carta su cui erano stampati) del velivolo e mandavano una squadra a misurare l’aereo vero. Fatto questo, un masterista realizzava un modello in scala 1/10. Questo prototipo veniva confrontato con i disegni, le foto e le rilevazioni fatte sul campo e corretto in base alle necessità. Quando tutto era a posto, il prototipo in scala grande veniva pantografato nella scala definitiva e da questo venivano tratti gli stampi in acciaio del modello di serie. Questo processo, per quanto lungo e costoso, faceva sì che il prodotto fosse realizzato da persone che avevano visto sia i progetti che il velivolo vero garantendo in qualche modo la fedeltà delle forme che venivano percepite e poi confrontate sui disegni. Il rovescio della medaglia era che il dettaglio ottenibile rimaneva condizionato dalla bravura del masterista e dall’accuratezza dei rilevamenti fatti al vero. Ciò non toglie che alcuni kit progettati negli anni ’70 riescano ancora a tener testa ad alcuni realizzati quarant’anni dopo. Mi vengono in mente l’F-106 Monogram e lo Spitfire Mk.5 Airfix, giusto per citarne un paio. Sto parlando di forme e fedeltà e non di dettaglio, sia chiaro; anche se i vani carrelli e i cockpit Monogram credo siano ancora favolosi, molto più di certe cose che ho visto in alcuni blasonati kit moderni provenienti dall’estremo oriente…

Oggi, grazie al CAD, le cose sono decisamente cambiate (e non sempre per il meglio).

La ditta si procura un set di disegni che non è detto siano quelli originali anzi, a volte provengono da fonti non proprio affidabili. Partendo da questi, un disegnatore CAD inizia a sviluppare le forme del modello per poi scomporre il tutto nei pezzi che troveremo negli sprue. Nel contempo vengono aggiunti tutti i particolari e si verifica che il progetto sia “chiuso”, cioè che non ci siano elementi non gestibili dal software o, peggio, elementi in conflitto tra loro. Alcune ditte arrivano a impiegare la scansione 3D per misurare i velivoli veri ma questa pratica non è ancora diffusa anche se probabilmente prenderà sempre più piede nel futuro prossimo. Una volta che è tutto pronto, i disegni vengono passati a una macchina CNC che realizza direttamente gli stampi, di solito per fresatura o elettroerosione. Gli stampi prototipali sono di metallo più morbido rispetto a quelli definitivi per una ragione di costi e il test shot del modello può anche essere stampato in 3D per verificare rapidamente forme e volumi del pezzo finale, facilitando le correzioni del caso in tempi molto brevi. Parte quindi un processo di QA (quality assurance) che segnala errori e correzioni fino a quando il prototipo è considerato definitivo e pronto per l’industrializzazione. Se è il caso, il QA rimanda indietro il prototipo alla progettazione fino a quando tutto non sia stato sistemato. Quindi, con tutta questa tecnologia a disposizione, perché ci ritroviamo ancora con profili sbagliati e errori più o meno seri nei nostri kit di ultima generazione?

Anche qui, come spesso accade, è una questione di tempi e di costi. Per realizzare una forma curvilinea, è necessario trasformare un disegno 2D in un qualcosa che si sviluppa in 3 dimensioni. Fare questo significa “sezionare” detta forma in migliaia (spesso decine di migliaia) di punti che possano essere interpretati dal software come una curva e non come un poligono. In poche parole più punti vengono rilevati, migliore è la fedeltà alla forma iniziale. In caso di sagome estremamente complesse bisogna, poi, interpolare tutti questi punti (o coordinate) tra loro per disegnare le curve che compongono la sezione finale. I software aiutano il progettista suggerendo, ad esempio, come raccordare una sezione o come scomporre un volume. Il problema è che i software suggeriscono sempre il modo più semplice per risolvere l’equazione ma in aviazione quasi mai la forma più semplice è quella che ritroviamo effettivamente sull’aeroplano. Diciamo che spesso, entro certi limiti, le ditte ritengono queste approssimazioni accettabili consapevoli del fatto che i “conta rivetti” in grado di accorgersene sono in netta minoranza rispetto a chi monterà ugualmente il kit perché “Oh, somiglia a un Tomcat quindi va bene. E poi ha gli aerofreni e le ali aperte, ma vuoi mettere?”.

Quindi, possiamo dire che i fattori che impattano pesantemente sul risultato finale sono essenzialmente due:

  • L’abilità del disegnatore nel “capire” l’andamento di una sezione per poi tradurla in coordinate da fornire al software CAD senza usare scorciatoie.
  • Il tempo che si è disposti a spendere sul progetto. Ovviamente più tempo si ha, migliori saranno le approssimazioni che poi diventeranno il disegno da dare in pasto alle macchine CNC. Nel tempo bisogna ovviamente includere anche il processo di correzione/QA del progetto: più tempo e risorse si dedicheranno a questa fase migliore sarà il prodotto finale.

Questo spiega anche il motivo per cui se sovrapponiamo un pezzo a un disegno, questo magari coincida senza differenze apprezzabili. Stiamo guardano un pezzo tridimensionale poggiato sopra un disegno bidimensionale, che per sua stessa natura non può fornire riscontri volumetrici o nelle sezioni trasversali del pezzo.

Tornando ai nostri modelli, è ovvio che aerei con forme molto complesse (mi viene in mente l’YF-23, un vero incubo di forme complesse e raccordi complicati che infatti è stato clamorosamente sbagliato nella sua reincarnazione in 1/48) siano difficili da riprodurre partendo dal foglio bianco. Nel caso del nostro Tomcat AMK, ho la sensazione che sia successo qualcosa di simile. Non sapremo mai quali siano state le circostanze esatte, ma credo che qualcosa a livello di progettazione e QA non sia andata esattamente come ci si aspettava.

Analizzando le forme del modello più in dettaglio, ho riscontrato queste che per me sono le “anomalie” più evidenti del kit:

  • Il profilo sopra il perno dei taileron scende facendo una specie di “S” che nella realtà non esiste (la fusoliera in quel punto è molto meno sinuosa). In quella zona specifica, nel kit è presente una specie di depressione come se qualcuno avesse premuto sulla fusoliera facendola rientrare verso il basso.
  • Lo spessore della parte compresa tra il gonfiabile e la cerniera del portello motore è molto più raccordata e dall’andamento più dolce. L’angolo della paratia sotto al taileron è maggiore e quindi la parete più inclinata.
  • Il vano della sonda è spostato verso l’alto, presupponendo che lo sviluppo del cono del muso sia anch’esso spostato di qualche grado verso l’alto o comunque poco fedele.
  • Nella parte superiore della fusoliera, bisogna separare le due sezioni seguendo il pannello già presente. Nel vero F-14 c’è una fessura evidente tra le due parti.
  • La sezione della coda è più larga di quasi 3 mm. rispetto al prototipo. Quindi sì: è CURVY, anche se per qualcuno di poco o niente (per me di molto, ma si sa io sono un conta rivetti senza speranza).

Come faccio a dirlo? Semplice, “so contare!” (cit. Jack Swigert, Apollo 13 CSM pilot).

In realtà, ho semplicemente misurato e ribattuto la fusoliera usando dei disegni di provenienza certa. In particolare, ho usato una copia digitale del foglio A51F0911 della Grumman Corporation, code 26512. La misurazione è stata fatta alla station 7025 corrispondente (per darvi un riferimento) al centro delle griglie presenti sotto la deriva. La station è stata scelta perché è il punto più largo della fusoliera e anche perché è facilmente individuabile sul modello e sul disegno.

(Una piccola nota polemica a margine. Questi disegni sono disponibili pubblicamente in quanto declassificati e si possono acquistare facilmente sul web per una quindicina di dollari. Sono in scala 1/10, data la mia passione per il Tomcat non ci ho pensato un attimo e li ho comprati subito. Sono bellissimi, sto pensando di stamparli in grandezza naturale e appenderli nel mio studio. A volte o ci si accontenta o si prova venire a capo delle questioni in modo meno approssimativo e più documentato. In una parola, facendo ricerca e documentandosi).

Andiamo a vedere i risultati:

F-14 larghezza alla stazione di fusoliera 7025 riportata in 1/48: 94,31 mm.

F-14 AMK larghezza alla stazione di fusoliera 7025 misurata in 1/48: 97,79 mm.

(Attenzione, spoiler! F-14 Tamiya larghezza alla stazione di fusoliera 7025 misurata in 1/48: 94,69 mm.)

Quindi tra il disegno Grumman e il kit AMK ballano 3,48 mm. Non molto in realtà, stiamo parlando di un errore del 2% sul totale della larghezza di fusoliera che in quel punto, al vero, è larga circa 4500 mm. o di una differenza di circa 17 cm. totali.

Questa è la fredda analisi. In realtà, c’è qualcos’altro che va considerato. In generale, guardando il modello, ho la percezione nettissima che ci sia qualcosa che non va, che qualcosa sia sbagliato. Che siano le proporzioni generali o alcune parti specifiche del modello, la sensazione che l’aereo sia “strano” non riesco proprio a farmela passare. Le curve e i raccordi sono approssimativi, le lunghezze e le proporzioni sono sballate e non rendono giustizia alle forme dell’aereo vero. Sembrerà a un Tomcat una volta costruito? Si, senza dubbio. Ma a un esame più attento non cattura tutte le forme e le sfumature dell’F-14D. È un bel modello, ma sistemarlo per renderlo più “accurato” è probabilmente troppo complesso senza un rifacimento totale della fusoliera. Il fatto che anche le misure siano discrepanti con il reale non fa altro che confermare questa mia sensazione che mi lascia l’amaro in bocca.

Sì OK, ma il Tamiya invece com’è? Questa risposta, miei cari amici gattari, ve la darà la seconda puntata!

“Negative AMK, the pattern is full!”

Vi aspetto per la seconda puntata! Fulvio “Spillone” Felicioli.

Fast Eagle 107 – The Sukhoi Killer! F-14 A Tomcat dal kit Tamiya in scala 1/48.

Il 19 ottobre 1973 la Libia intraprese un’azione unilaterale volta ad estendere il limite delle proprie acque territoriali rivendicando l’intero Golfo della Sirte come territorio nazionale. Il leader Mu’ammar Gheddafi fissò il confine tracciando una linea di base della lunghezza di 302 miglia nautiche coincidente con il parallelo 32° 30′ N detta “linea della morte”, il cui attraversamento avrebbe comportato un’immediata reazione militare.

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La decisione del paese nordafricano violava le norme del vigente diritto internazionale in materia di delimitazione delle acque territoriali e fu di conseguenza disconosciuta da quasi tutti i governi del mondo. In particolare la reazione degli Stati Uniti fu immediata e la U.S. Navy iniziò a condurre delle missioni “FON” (Freedom Of Navigation) all’interno dell’area reclamata dalla Libia per dimostrare l’infondatezza delle pretese avanzate. In due occasioni, tra il 1973 e il 1980, caccia libici aprirono il fuoco contro ricognitori americani: la prima volta contro un C-130, la seconda contro un EC-135, mancando i bersagli in entrambi i casi.

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Nell’agosto del 1981 il neo eletto presidente Ronald Reagan decise di intensificare le operazioni dispiegando nell’area le portaerei USS Forrestal e USS Nimitz; come risposta la Libia rischierò un gran numero di velivoli nella zona, tra cui Mirage V, Mig-25, Mig-23, Mig-21 e SU-22. Il 18 agosto ci fu il primo confronto tra i due schieramenti quando un gruppo di 32 aeroplani libici, composto da vari Foxbat, Fishbed e Mirage, tentò di forzare il blocco di alcuni Tomcat e Phantom posti a difesa della flotta. Dopo svariate manovre per tentare di ottenere una posizione di supremazia, lo scontro si risolse in un nulla di fatto e i velivoli rientrarono alle rispettive basi. Ma il giorno successivo gli avvenimenti presero una piega differente…

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Il 19 agosto l’F-14A AJ107, codice di chiamata radio Fast Eagle 107, del VF-41 “Black Aces” fu lanciato dal ponte della USS Nimitz per una missione CAP (Combat Air Patrol) a largo della Libia; ai comandi il Tenente Larry “Music” Muczynski e il Naval Flight Officer Tenente James Anderson. Dopo il primo rifornimento in volo i piloti si diressero verso la zona denominata CAP Station 4, dove si ricongiunsero con un altro Tomcat del VF-41, l’AJ102 – Fast Eagle 102 – pilotato dal comandante di gruppo Cdr Henry “Hank” Kleemann e il Tenente David “DJ” Venlet. Dopo 45 minuti nella zona a loro assegnata i due Tomcat virarono a sud per l’ultima orbita della CAP prima di fare rotta verso il tanker per il secondo rifornimento, quando Venlet nel Fast Eagle 102 rilevò una traccia radar in avvicinamento da uno degli aeroporti libici che stava controllando. Pochi secondi dopo anche Anderson acquisì il segnale confermando che due aerei nemici stavano puntando la coppia di F-14. Kleeman assunse il comando della formazione mentre Muczynski si separò portandosi a due miglia ad ore sei dal leader, circa 800 metri sopra di esso. Man mano che la distanza diminuiva gli F-14 cercarono di guadagnare una posizione favorevole di attacco ma ad ogni manovra i velivoli libici rispondevano annullando il vantaggio degli americani; entrati in un raggio di circa 8 miglia Kleemann avvistò i due ostili identificandone almeno uno come Sukhoi 22 Fitter, l’altro come probabile Mig-23 Flogger (la storia ci insegna che entrambi fossero in realtà SU-22). Contemporaneamente Muczynski iniziò una lunga virata per posizionarsi ad ore 4 rispetto i due Su-22. Quando l’AJ-102 arrivò a circa 1000 piedi di distanza uno dei due Fitter libici fece fuoco con un missile che passando sotto il Tomcat si perse mancando nettamente il bersaglio. A questo punto fu chiaro che l’atteggiamento degli avversari era ostile e secondo le regole d’ingaggio previste gli americani erano autorizzati a rispondere immediatamente senza ulteriori autorizzazioni. Subito dopo l’attacco i Fitter aprirono la formazione salendo con il leader che virava verso sinistra e il gregario a destra: sfruttando la sua posizione Muczynski picchiò bruscamente virando a sinistra verso il capo formazione, seguito da Kleemann che copriva il lato cieco. Dopo alcuni istanti lui stesso, notando che la posizione dell’AJ-107 era ottimale, tornò indietro verso il gregario che in quel momento era contro sole e non poteva essere inquadrato con precisione; attese, quindi, qualche istante e a circa tre quarti di miglio lanciò un AIM-9L dal pilone sinistro che esplose a pochi metri dal Su-22 danneggiando parte della coda. L’impatto delle schegge distrusse il vano del parafreno che si aprì in volo facendo precipitare il velivolo con una lenta spirale; il pilota riuscì ad eiettarsi con successo.

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Nel frattempo l’AJ-107 si avvicinò ulteriormente al Fitter del leader che aveva completato la manovra ascendente e si stava preparando a virare per scendere nuovamente verso i due Tomcat ma, poco prima che potesse iniziarla, “Music” riuscì a posizionarsi perfettamente ad ore sei sparando il Sidewinder dalla Station 1A (medesimo pilone da cui era partito l’ordigno di Kleemann) che centrò in pieno l’ultimo SU-22. Il missile si infilò direttamente nello scarico facendo esplodere il Sukhoi in tanti piccoli pezzi; Music temette di risucchiarli nelle prese d’aria del suo F-14 danneggiando i motori per cui eseguì una violenta cabrata di 6g per allontanarsi immediatamente. All’apice un mezzo tonneau si portò di nuovo in vista del Su-22 che stava precipitando in mare; Il pilota tentò di eiettarsi ma il paracadute non si dispiegò uccidendolo all’impatto con la superficie dell’acqua.

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La durata totale del combattimento fu di soli 45 secondi, in questo breve lasso di tempo l’AJ-102 e 107 divennero i primi Tomcat al mondo ad abbattere due aeroplani nemici entrando di fatto nella leggenda!

Un interessante estratto delle comunicazioni radio di quel fatidico giorno le potete ascoltare QUI!

Il modello:

I conflitti del medio oriente sono, da sempre, un argomento che mi affascina e stimola la mia curiosità. Per tale motivo l’idea di realizzare in scala uno dei due F-14 protagonisti del così detto “incidente del Golfo della Sirte” mi ronzava in testa già da parecchio tempo. L’uscita del kit Tamiya ha dato ulteriori input a tale progetto, tanto che alla fine mi sono convinto di metterlo sul banco e testare io stesso l’eccelsa qualità del prodotto di cui tutti, e non solo sul web, tessono le lodi. Ho deciso di riprodurre il Fast Eagle 107, il velivolo di Muczynski e Anderson, perché tra i due è quello che modellisticamente trovo più interessante per tutta una serie di motivi che spiegherò nel corso di questo articolo… se avrete pazienza di proseguirne la lettura!

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L’F-14A Bu. No 160390- AJ107 (appartenente al Block 95) fu commissionato nell’anno fiscale 1976. Assegnato al VF-84 a gennaio del 1978 fu poi trasferito al VF-41 “Black Aces” dove divenne, come riportato nell’introduzione, un Sukhoi Killer. Per riprodurlo nella scala del quarto di pollice la scatola Tamiya 61114 è praticamente già pronta e dispone di (quasi n.d.r.) tutto il necessario per un Tomcat delle prime serie costruttive.

Tomcat 2 Tomcat 3

Lo stampo è, senza dubbio, bellissimo con pannellature delicatamente incise e particolari finissimi. Alcune soluzioni di montaggio proposte dalla casa di Shizuoka lasciano piacevolmente stupiti e, in generale, la scomposizione dei pezzi è veramente ben studiata (anche se un paio di scelte, a mio avviso, sono poco logiche… parlerò anche di questo).

Ovviamente anche un modello “perfetto” a mio avviso è “perfettibile”, per cui ho deciso di dotarmi di alcuni aftermarket come mia abitudine. Ecco la lista:

  • Aires 4713 Exhaust Nozzle Varied: gli scarichi da scatola sono senza dubbio già belli… ma comunque non paragonabili a quelli in resina della Aires. Ho scelto il set che prevede uno scarico aperto ed uno chiuso, posizioni che normalmente assumevano a terra e che derivavano dalla caduta di pressione del circuito idraulico. Anche questa è una delle caratteristiche peculiari del famoso caccia della Grumman.
  • Aires 4715 Cockpit Set: posso affermare con assoluta certezza che questo è, contemporaneamente, l’abitacolo più bello e più complicato da adattare su cui io abbia mai lavorato. Ha un dettaglio e una nitidezza che non avevo mai visto nei precedenti accessori della ditta ceca ma richiede un impegno molto gravoso per poter essere inserito all’interno delle fusoliere.  
  • CrossDelta CD48002 Anti-Skid/Formation Lights: questo set contiene le zone anti sdrucciolo che erano applicate sopra le prese d’aria. Sono in alluminio adesivo e riproducono benissimo il rivestimento “anti skid” dei tamponi. Sono fornite anche le piastre di rinforzo dei predellini di salita all’abitacolo e le luci di formazione, entrambi non utilizzati sul mio modello.
  • Hobby Decal 48003M1 Alpha Probe: la sonda è tornita in metallo e molto resistente agli urti (testata personalmente!) ma è ideata per il vecchio kit Hasegawa. Può essere utilizzata anche sul Tamiya ma questo comporta un non facile lavoro di adattamento, al suo posto consiglio l’utilizzo del prodotto Master 48007.
  • Brassin 648304 F-14A Wheels EARLY: poca spesa, molta resa. Consigliate per dare un tocco di dettaglio in più al modello finito!
  • Brassin SIN64828 Weapons Set + Brassin 648029 AIM-9L Sidewinder: i due set in accoppiata includono tutti gli armamenti per l’AJ-107. Nel BigSin 64828 sono presenti gli AIM-9G/H non utilizzabili dato che gli abbattimenti avvennero grazie a due AIM-9L. A conti fatti sconsiglio l’acquisto di questi prodotti, spiegherò il motivo in un capitolo a parte.
  • Quickboost 48831 Tail Reinforcement Plates: le piastre di rinforzo sulle derive dei Tomcat furono installate a partire dal 1978 ed entro il 1981 quasi tutti gli esemplari ne erano provvisti. Il Fast Eagle 107 rientrava tra questi e devono, quindi, essere aggiunte al kit che rappresenta le derive “early.
  • Eduard EX540 Express Mask: nella confezione la Tamiya già fornisce un set di mascherine adesive per i trasparenti che però, a differenza delle Eduard, devono essere ritagliate dal modellista.
  •  Eduard 49096 F-14A Fabric Seatbelts: le cinture di sicurezza in tessuto danno veramente una marcia in più ai seggiolini rispetto a quelle fotoincise incluse nel set Aires. Davvero consigliate!
  • Furball F/D&S 4808: il foglio decal è di ottima qualità ma presenta degli errori che tratterò nel corso dell’articolo.

Cockpit:

Come scritto qualche riga sopra, l’abitacolo presenta una difficoltà tale nell’inserimento che merita un discorso a parte. Attualmente sul mercato esistono due accessori dedicati: quello oggetto di questo capitolo e il Brassin. Il secondo è basato sulle vasche da scatola e si innesta senza ulteriori adattamenti nelle fusoliere, ma è meno dettagliato e soprattutto non fornisce la struttura interna del canopy che la Aires ha rappresentato in maniera davvero eccellente! Posso tranquillamente affermare che la mia scelta è stata quasi del tutto influenzata dalla presenza di questo elemento.

Le operazioni di adattamento hanno avuto inizio con l’asportazione dei riscontri originali e l’assottigliamento della plastica dove indicato dalle frecce azzurre. Munitevi di una buona mascherina e di tantissima pazienza perché sarà necessario eliminare molto materiale in eccesso.

Tomcat 6 Tomcat 4

In particolare devono essere ridotti gli spessori degli scassi per i predellini di salita altrimenti la fusoliera viene sottoposta ad una pressione laterale eccessiva da parte dell’abitacolo.

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La vasca originale poggia sul complesso del pozzetto carrello anteriore che, in pratica, funge anche da perno di riscontro per l’intero abitacolo. Nel tentativo di recuperare quanti più decimi di millimetro possibili in altezza ho dovuto limare le zone indicate in foto. Ho anche asportato i due perni centrali poichè interferivano con il blocco Aires; in ogni caso, ai fini dell’allineamento questi non risultano fondamentali (al contrario degli altri).

Tomcat 7 Tomcat 8

Dopo aver trattato la plastica sono passato alla resina iniziando a ridurre l’altezza della vasca che, come scritto sopra, è un blocco unico. Dalla sua base alla piastra del cannone del seggiolino eiettabile del pilota deve misurare al massimo 1,65 cm per poter entrare correttamente nel proprio alloggiamento. Qualora si rimanesse al di sopra il cockpit risulterà troppo alto non permettendo alle paratie laterali e ai frame di battuta del canopy di incastrarsi a dovere. Ricordatevi che in questa fase è fondamentale eseguire decine e decine di prove a secco per controllare le dimensioni delle varie parti in gioco!

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Purtroppo per raggiungere tale valore è inevitabile “bucare” il pavimento dell’abitacolo anteriore che è impreziosito da un bel dettaglio interno. Per non perderlo del tutto ho asportato la “sfoglia” di resina utilizzando un bisturi affilato prima che si frantumasse del tutto, poi l’ho incollata nuovamente su un supporto in Plasticard dopo aver terminato tutte le necessarie modifiche.

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Le frecce in rosso indicano i punti in cui alla vasca è stata data una forma tondeggiante per conformarsi meglio alla fusoliera, quelle in giallo indicano degli scassi al cui interno possono incastrarsi i perni del pozzetto carrello.

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A questo punto ho verniciato tutto con il Dark Compass Ghost F.S. 36320, Gunze H-307; è d’obbligo precisare che l’abitacolo dell’F-14 era in grigio F.S. 36231 ma tra lavaggi e invecchiamento il tono utilizzato è comunque convincente. Le consolle laterali sono in nero Vallejo a pennello, i vari pulsanti il Silver Grey Vallejo più qualche elemento in rosso e giallo (pochi e sempre in accordo con la documentazione).

Tomcat 17 Tomcat 16

Sulla vernice non protetta ho eseguito il classico “washing” con un grigio abbastanza scuro ad olio (mix di Bianco di Marte e Nero Avorio Maimeri); sulla paratia laterale sinistra, anteriormente, era presente una sacca porta documenti che ho verniciato in Olive Drab Vallejo. Alla fine ho protetto con una mano abbondante di Flat Clear H-20 Gunze diluito con la nitro al 70%.

Tomcat 15

I tanti dettagli dell’abitacolo sono stati messi in evidenza con la tecnica del dry brush che personalmente eseguo sempre con colori ad olio puri prelevati direttamente dal tubetto (il pennello deve essere molto scarico durante l’esecuzione). Sulla strumentazione ho usato un grigio medio mentre sul resto della vasca ho preferito direttamente il sopracitato bianco.

Tomcat 14

Inoltre ho eseguito una profilatura con nero Vallejo molto diluito lungo le incisioni che simulano lo stacco dei vari pannelli sulle consolle laterali. Per l’operazione ho sfruttato la punta sottile di un pennello doppio zero, la tecnica ha contribuito a dare maggiore profondità e definizione a tutta la vasca.

Tomcat 19 Tomcat 18

La palpebra del cruscotto del pilota è leggermente più corta del previsto e lascia intravedere un antiestetico vuoto dopo aver montato il parabrezza, per tale motivo l’ho allungata di quel tanto che basta utilizzando la pasta bi-componente Magic Sculpt. Una volta asciutta l’ho modellata e carteggiata per farla sembrare il naturale prolungamento del pezzo.

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Rimanendo sulle palpebre, quelle dei primi Tomcat erano ricoperte, in gran parte, da teli scuri fatti di un materiale simile alla pelle che nascondevano i cablaggi della strumentazione; le “coperte” erano molto soggette all’azione del sole e, soprattutto, della salsedine che le scoloriva facendole tendere al verde violaceo già dopo pochi mesi. A seguito di svariate prove con i vinilici Vallejo ho trovato la mescola indicata qui sotto:  

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Il colore è stato successivamente trattato con dei washing abbastanza pesanti in Bruno Van Dyck e, per concludere, ho eseguito il dry brush ad olio con ocra gialla, bianco e grigio, aggiungendo altri lavaggi selettivi in nero solo nelle pieghe per aumentarne la profondità.

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I seggiolini Aires mantengono la bellezza del resto dell’abitacolo e sono già buoni come forniti dal produttore; giusto il posteriore assume una posizione poco corretta una volta infilato nella vasca poiché rimane troppo staccato dalla struttura e dal tubo del cannone che contiene la carica esplosiva. Per ovviare al piccolo inconveniente ho scavato la resina nel punto indicato dalla foto per farlo aderire meglio alla paratia del cockpit.

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Come anticipato le cinture fotoincise sono state scartate e sostituite con quelle in tessuto. Le cinghie dei GRU-7A avevano un andamento molto particolare e complicato da riprodurre con le PE (photoetch) che sono rigide e difficili da plasmare.

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Le Eduard sono pre colorate e hanno una tonalità davvero poco realistica, per cui ho deciso di sovra verniciarle con l’H-307 Gunze e sigillarle con una leggera mano di trasparente lucido; esso è propedeutico per eseguire il lavaggio e mettere di nuovo in risalto la trama e le cuciture già stampate sopra. Il materiale con cui sono fatte è un elastomero tagliato al laser che reagisce facilmente a contatto con colle e solventi (tende ad arricciarsi), per questo è necessario proteggerle per evitare che si rovinino.

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L’installazione di queste cinture è un procedimento che può mettere in serio pericolo la stabilità mentale di qualsiasi modellista! Personalmente ho fissato i seggiolini su dei supporti utilizzando una pallina di Patafix, poi ho incollato un’estremità della cinta in posizione utilizzando solo un velo di cianoacrilica; a questo punto utilizzando due pinzette, una per ogni mano, ho lavorato e piegato le varie sezioni per fargli assumere la forma voluta… un lavoro che fa sudare le proverbiali sette camicie. Non ho seguito pedissequamente le istruzioni perché alcuni passaggi sono complicati ed inutili da riprodurre, in definitiva è meglio far riferimento alle immagini dei sedili reali per farsi un’idea più chiara.

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Tutte le tinte indicate sono Vallejo e alcune le ho ottenute mixando varie boccette. Perdonatemi se non vi fornisco le percentuali precise ma, in questo caso, ho sperimentato in corso d’opera aggiungendo volta per volta i pigmenti per ottenere il risultato più veritiero. In ogni caso ho segnalato i colori di base.

Tomcat 51 Tomcat 50

Ovviamente ho variato i toni eseguendo dei lavaggi mirati (ad olio, con toni terrosi) che hanno portato al risultato finale. Anche il dry brush, eseguito con colori ad olio grigio (sul nero), verde vescica e ocra gialla (sui cuscini), ha fatto in modo che i seggiolini acquistassero volume e dettaglio.

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L’ultimo upgrade eseguito sul cockpit ha riguardato il proiettore dell’Head Up Display (sugli F-14A i parametri erano riflessi direttamente sul blindovetro del parabrezza). La lente l’ho simulata fustellando un tondino da quello che gli anglosassoni chiamano “confetto”; il termine è molto lontano da quello che utilizziamo correntemente noi… Non si mangiano, bensì sono dei coriandoli di plastica rivestiti di una pellicola iridescente che cambia colore a seconda di come viene colpita dalla luce.

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Simulano perfettamente l’effetto prismatico dell’HUD e fa davvero un bell’effetto (grazie all’amico Fulvio del forum di Modeling Time per il suggerimento).

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Montaggio:

Inutile sottolineare come lo stampo Tamiya sia un capolavoro di ingegneria tale che i vari pezzi si montano senza necessitare del minimo uso di stucco, ma al mondo nulla è perfetto e alcune fasi della costruzione necessitano di qualche cura in più.

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Per chiudere il troncone di coda bisogna necessariamente prima completare le grandi prese d’aria la cui scomposizione è molto logica. Il condotto interno è diviso in due parti che combaciano quasi alla perfezione; personalmente le ho incollate con abbondanti spennellate di Tappo Verde che ha creato un piccolo cordolo di plastica lungo la giunzione interna. Una volta asciutta l’ho carteggiata con tamponi abrasivi da 600 fino alla 4000 per eliminare tutte le fessure.

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I colori utilizzati sono il Mr. Paint MRP-98 (36440) per la parte iniziale, per la parte finale ho utilizzato un Off White aggiungendo qualche goccia di Nato Black al Flat White Tamiya. Ho anche approfittato per mascherare il labbro anti ghiaccio e stendere una prima mano di White Aluminium Alclad. Lo stesso metallizzato l’ho usato anche sulle ventole di bassa pressione. Sulle palette, anche se saranno poco visibili a modello ultimato, ho eseguito un lavaggio in grigio scuro ad olio.

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K15 e K14 sono una sezione delle gondole motore e vanno aggiunte per completarla in lunghezza; sono due rari casi in cui i pezzi faticano a rimanere in sagoma e per evitare carteggiature invasive (nella zona sono presenti tantissime pannellature che possono deteriorarsi) ho preferito assottigliarne il bordo interno e risolvere agevolmente il problema. Le piccole fessure le ho riempite col Magic Sculpt che, tra l’altro, ha quasi lo stesso colore dello stirene Tamiya.

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Rimanendo in questa zona quella contrassegnata è una fastidiosa linea di stampo, presente su entrambe i lati, che è quasi invisibile ad occhio nudo… ma ben riconoscibile sotto il primo strato di vernice. Non dimenticate di eliminarle con una leggera carteggiata prima di passare oltre.

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Alcuni pezzi dello stampo sono in comune con l’ultima scatola uscita, quella dedicata alla variante D, quindi ricordatevi di eliminare questa porzione di plastica dalla semi fusoliera superiore e inferiore. Il labbro evidenziato dalla foto era presente solo sui D a seguito della sostituzione dei vecchi Pratt & Whitney TF-30 con i più moderni General Electric F-110.

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A proposito di motori, l’adattamento di quelli in resina ha richiesto circa un’ora di lavoro:

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Il jet pipe si deve infilare all’interno dei pezzi K8 e K9 del kit e per fare ciò bisogna ridurre la circonferenza del tubo in resina di qualche decimo di millimetro. Allo stesso modo è utile eliminare i riscontri dall’anello in plastica ed assottigliarne lo spessore interno:

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Dalla fusoliera vanno fresati i riscontri contrassegnati dalle frecce in blu:

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Per ciò che riguarda la verniciatura, l’interno ceramico è in bianco opaco Tamiya; a seguire ho riprodotto le striature dei gas combusti che si possono riscontrare in tantissime foto stendendo prima il Deck Tan XF-55 Tamiya e dopo, sopra di esso, del nero opaco. Un lavaggio ad olio in Bruno Van Dyck molto scurito e delle passate di pigmento Tamiya “Snow” hanno amalgamato le scie.

Tomcat 74

Studiando i tanti walkaround e libri disponibili sul Tomcat ho notato che la Tamiya ha rappresentato i pallet dei missili Phoenix in maniera non del tutto realistica chiudendone completamente il retro. Nella realtà sono così:

Immagine inserita a scopo di discussione – fonte www.cybermodeler.com

Non volendo lasciare i pezzi incompleti mi sono armato di righello e calibro ed ho messo in funzione il mio plotter da taglio:

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Dopo aver disegnato da zero il fondo dei rail ho tagliato la nuova paratia su del Plasticard da 0,1 mm di spessore. Ho aggiunto anche i connettori mediante un pezzo di tubicino d’ottone da 0,4 mm.

Tomcat 73

A mio avviso la zona meno curata del modello è quella del carapace. Dopo le prime prove a secco mi sono reso conto che esso era troppo distanziato dall’ala:

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Sul velivolo vero era così:

Immagine inserita a scopo di discussione – fonte www.cybermodeler.com

Come primo passo ho segato ed asportato, lavorando dall’esterno, il grande supporto evidenziato dalla freccia:

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Poi è arrivata la fase più critica dove ho scaldato la plastica con un asciuga capelli e, mediante una pinza a becchi piatti, ho forzato il lembo verso il basso così da fargli chiudere maggiormente la fessura e arrivare quasi a battuta sull’ala. La freccia indica i segni bianchi dello stirene che si è dilatato… fa una certa impressione vederli ma se ponete la giusta attenzione utilizzando poco calore per volta il dettaglio di superficie non viene intaccato.

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Passo ora alle derive: dalle prime prove a secco ho riscontrato un eccessivo spessore dei pezzi D23 e D24 che creano un anti estetico scalino rispetto ai corrispondenti D21 e D22; per questo ho raschiato via un po’ di stirene dalla faccia interna ottenendo, infine, un allineamento pressoché perfetto. 

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Come detto l’F-14A Bureau Number 160390 era già dotato di piastre di rinforzo sulla sommità degli impennaggi (al contrario del 160403, coprotagonista dell’abbattimento, che non era ancora stato oggetto di retrofit). Per installare il set Quickboost è necessario eliminare, con estrema attenzione e con un bisturi affilato, tutti i rinforzi già stampati dalla Tamiya:

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A seguire ho reinciso le pannellature perse e applicato le nuove “stiffner plate” in resina e fotoincisione; le ho assottigliate per quanto possibile in modo da farle sembrare più in scala e, per fortuna, a verniciatura ultimata la loro altezza non è poi così evidente.

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I pozzetti carrello del kit hanno un buon dettaglio delle centine e dei componenti basici, ma ovviamente sono carenti di tutte le tubazioni idrauliche, i collegamenti elettrici ed alcuni accumulatori di pressione. Per riprodurli ho utilizzato sprue stirato a caldo, rame, stagno dai vari set della PlusModel (in particolare quello misura 0,2 mm) e alcuni componenti di microelettronica che sono utilissimi in queste situazioni.

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Gli stessi materiali li ho impiegati anche per dettagliare le gambe di forza dei carrelli. Su quello anteriore, in particolare, ho aggiunto i bulloni che fissano il compasso anti torsione che ho ricostruito con due tubicini di ottone infilati l’uno dentro l’altro.

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Sempre sul compasso, guardando le foto dei velivoli reali, ho notato uno smorzatore dinamico che probabilmente ne regolava l’escursione quando lo stelo idraulico dell’ammortizzatore veniva scaricato per il lancio dalla catapulta. L’ho auto costruito sfruttando una sezione di corda di chitarra, più precisamente il RE con scalatura 8/38.

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La struttura interna del canopy è l’elemento più bello e significativo del set Aires, ma è comunque migliorabile! guardando le foto dell’originale, infatti, si notano i tubi del sistema “demister” (anti appannamento) correre lungo i frame laterali:

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I posteriori li ho realizzati con dello sprue filato a caldo, gli anteriori (con delle forme più elaborate) con del filo di rame. Tutti sono stati incollati con ciano-acrilica.

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Uno dei passaggi più delicati di questa fase è senza dubbio il montaggio delle fotoincisioni che dettagliano i frame verticali interni del canopy (forniti in fotoincisione e molto belli da vedere). Per renderle più malleabili e conformarle con più facilità le ho scaldate sulla fiamma di un accendino poi, con pazienza e cautela, le ho applicate in posizione utilizzando delle micro gocce, anche in questo caso, di ciano-acrilica.

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Non dimenticate, inoltre, di eliminare la linea di stampo presente al centro del tettuccio. Il metodo utilizzato lo potete vedere in questo VIDEO TUTORIAL.

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Gli elementi che permettevano la salita dell’equipaggio nel cockpit sono stati elaborati. La scaletta originale, in particolare, è stata del tutto sostituita con quella della Kokopelli Scale Design che è un piccolo gioiello stampato con la tecnica della modellazione 3D. Ha molti dettagli e degli spessori perfettamente in scala, di contro ha un costo decisamente elevato per un accessorio di così ridotte dimensioni. All’interno dell’alloggiamento ho aggiunto un tubolare di rinforzo con una sezione di Plastirod tondo da 0,5 mm e alcuni cavi elettrici ricavati dal filo di stagno da 0,2 della Plus Model.

Tomcat 108

Nei vani dei predellini, in cui la Tamiya non ha aggiunto nessun particolare, erano installate delle piastre di rinforzo rivettate alla struttura; se si lasciano aperti, questi elementi risultano molto visibili e per tale motivo non potevo non aggiungerli.

Tomcat 107

Le piastre le ho disegnate mediante il programma grafico del plotter da taglio e, a seguire, sono state tagliate su di un foglio di nastro Kabuki che ha il giusto spessore e già adesivo.

Tomcat 110

Dopo averle trasferite sulla plastica nuda ho steso una mano di Mr. Finishing Surface 1500 White della Gunze, che è già bianco come il colore finale delle baie, ho applicato i Surface Details #14 della Archer (codice prodotto 88014). Questi sono dei rivetti in positivo di plastica fissati su di un film trasparente che si utilizzano come una decalcomania e si fissano mediante il Mr. Mark Softer della Gunze. Li ho aggiunti anche all’interno del portellone della scaletta in accordo con le immagini contenute nel volume “Uncovering the F-14 Tomcat” della DACO.

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Ovviamente ho modificato anche i predellini stessi che da scatola sono davvero poco realistici. Nella foto sopra a sinistra il Tamiya, a destra lo stesso dopo la modifica.

Tomcat 137

In pratica ho riprodotto le cerniere di blocco forando la plastica (non sono perfettamente fedeli ma il ridotto spazio a disposizione non permetteva di più) e ho aggiunto la “skin” esterna del velivolo, che si vede chiaramente nelle foto degli esemplari veri, incollando i pezzi originali su d’un foglietto in fotoincisione ricavato dalle cornici di un vecchio set Eduard.

Tomcat 136

Il rivestimento anti skid è realizzato con uno strato di Mr.Surfacer 1000 “picchiettato” con un pennello a setole piatte e dure mentre asciugava.

II parabrezza di questo modello è studiato in maniera molto intelligente e sul modello da scatola si incastrerebbe alla perfezione senza necessità di stucco. Nel mio caso, però, il cockpit Aires ha spostato un po’ le geometrie di questa zona ed è stato necessario riempire qualche piccola fessura con la cianoacrilica e carteggiare il tutto. L’operazione è stata abbastanza delicata a causa della gran quantità di rivetti e pannellature riprodotti sulla superficie.

Tomcat 120

In ogni caso prima di montare il windshield ho verniciato il blindovetro centrale con l’Armored Glass della Alclad steso puro e direttamente sulla superficie interna constatando che la tonalità di verde è perfetta per i Tomcat; inoltre ho aggiunto due supporti in Plasticard su cui, nel finale, ho incollato una maniglia fotoincisa (fornita alla Aires) che il pilota poteva utilizzare per uscire dall’abitacolo.

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Con il montaggio quasi concluso mi sono dedicato alle rifiniture aggiungendo, dapprima, i tamponi anti sdrucciolo della CrossDelta di cui ho parlato all’inizio del testo. La loro applicazione può sembrare complicata ma con un piccolo accorgimento si bypassa la difficoltà: il mio consiglio è quello di far aderire bene le parti al rivestimento trasparente che le ricopre e, solo dopo, staccarle dal supporto inferiore. Così facendo rimarranno correttamente distanziate e potranno essere trasferite sul modello facendo comunque attenzione al corretto allineamento (personalmente mi sono regolato con le pannellature già presenti).

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Un elemento poco visibile, ma su cui ho deciso di mettere comunque mano, è il gancio d’arresto… quello reale segue:

Immagine inserita a scopo di discussione – fonte www.anft.net/

Questo, invece, il Tamiya da scatola molto semplificato:

Tomcat 112

In verde: Ho riprodotto il martinetto idraulico che permette al gancio di estendersi; è fatto di due tubicini della Albion Alloy (quello più grande da 0,5 mm, il più piccolo da 0,4) infilati l’uno dentro l’altro.

In rosso: Con un’altra piccola sezione del tubicino da 0,5mm ho realizzato il perno di fissaggio del gancio.

In giallo: Dopo aver eliminato parte della plastica del kit per “liberare” il perno di supporto del gancio ho aggiunto, utilizzando una strisciolina recuperata dal telaio di una fotoincisione, la staffa che lo collega al martinetto per l’estensione.

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Già che ero all’opera ho anche aperto lo sfiato evidenziato dalla freccia in blu scavando la plastica con una fresa montata sul mio fidato trapanino elettrico, poi ho rifinito i bordi con un bisturi affilato.

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Col senno di poi l’utilizzo dell’Alpha Probe Hobby Decal non è stata la scelta migliore poiché il set è ideato su base Hasegawa e il suo montaggio non è stato dei più facili (il diametro della base è decisamente più largo rispetto alla sede del kit Tamiya). In ogni caso l’adattamento è fattibile ancorché abbastanza difficoltoso.

Tomcat 140

La freccia blu indica un invito che ho ricreato con una sezione di ago da insulina e che è servito ad alloggiare, a modello ultimato, la così detta “YAW STRING”:

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Di fatto questo cordino non era altro che una rappresentazione immediata di quanto l’assetto del velivolo fosse sbandato; un virosbandometro molto empirico che, essendo montato proprio davanti il parabrezza, permetteva al pilota di capire immediatamente se l’aeroplano fosse correttamente allineato senza abbassare lo sguardo sul cruscotto per controllare lo strumento. La lunghezza del cordino variava molto e dipendeva anche dal grado di usura perchè, col flusso dell’aria, si sfilacciava e rovinava accorciandosi progressivamente. Personalmente l’ho riprodotto prelevando alcune fibre da un filo di cotone per cucito che ho poi “ricomposto” fissandole assieme con una spennellata di Flat Clear.

Tomcat 103

Gli armamenti:

Gli armamenti hanno richiesto davvero molte ore di lavorazione e meritano un capitolo a parte nell’articolo.

Prima di addentrarmi nell’argomento è utile parlare della configurazione utilizzata dal Fast Eagle 107 il 19 agosto del 1981, che era composta da due AIM-54A Phoenix agganciati sotto i pallet anteriori, due AIM-7E sotto i piloni alari e un solo AIM-9L sulla rotaia sinistra (Station 1A). La particolarità del Sidewinder l’ho trovata molto interessante da riprodurre in scala: durante il periodo in cui l’AJ-107 si rese protagonista del famoso episodio, infatti, la Station 8A (quella di destra) era fuori uso perché guasta e inutilizzabile. Essendo i carichi esterni un elemento importante di questa “storia” avevo deciso di scartare quelli contenuti nel kit e rivolgermi alla Brassin con il suo set “Big Sin” in resina. Appena li ho tirati fuori dalla confezione ho subito avuto dei dubbi sulla corretta lunghezza dei Phoenix:

Tomcat 124

Quindi, calibro alla mano, ho iniziato a misurare i missili aftermarket scoprendo che TUTTI presentavano grossi problemi di dimensioni: le copie in resina sono più corte di quasi 4 mm rispetto ai reali che misurano 13 piedi/3.9 metri (8,125mm in scala 1/48). I Brassin si attestano su 7,8mm e confrontati con quelli originali Tamiya, che sono perfetti nelle misure (nel vero senso della parola), risultano davvero corti.

Tomcat 125

Ho contattato il customer care Eduard spiegando il problema e, gentilmente, mi è stato inviato un nuovo set (codice 648097); misurato nuovamente col calibro anche questo aveva errori dimensionali anche se più contenuti (i missili sono più corti di 3mm anziché 4mm).

Phoenix 2 Phoenix 3 Phoenix 4

Per scrupolo di coscienza sotto la lente sono finiti gli Sparrow e i Sidewinder scoprendo che anche loro non sono esenti da difetti, purtroppo.

Tomcat 181 Tomcat 180 Tomcat 182 Tomcat 183 Tomcat 184 Tomcat 185

In definitiva ho deciso di scartare gli AIM-7 e 9 preferendo quelli da scatola che, con pochissime migliorie, fanno davvero una bella figura. Per i Phoenix, invece, ho optato per la via più complicata ma che mi ha permesso di ottenere il miglior rapporto tra dettaglio e fedeltà delle forme (indubbiamente gli AIM-54A della Brassin hanno più particolari già stampati). Tutto il procedimento è spiegato in questo video:

Le rotaie originali Tamiya non sono all’altezza della qualità dello stampo, lisce e senza alcun dettaglio. Dato che una station rimarrà vuota diventa ancora più importante aggiungere particolari, per questo le ho sostituite entrambe con quelle del set Brassin dedicato agli AIM-9 L/M. Per montarle ho dovuto eliminare le originali in plastica che sono solidali al travetto e per garantire un corretto allineamento ho aggiunto due pin in ottone sul pezzo in resina.

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Verniciatura e Weathering:

La fase più divertente di tutta la costruzione si è aperta con la zona degli scarichi, verniciata in Alclad Steel steso direttamente sulla plastica e qualche velatura di Transparent Smoke della stessa marca per creare dei riflessi e scurire ulteriormente la tonalità.

Tomcat 151

Successivamente è stata la volta della tecnica del pre shading, eseguita lungo le pannellature utilizzando il nero opaco della Tamiya molto diluito (almeno al 90% con la Nitro) e pressione bassa (0,6 bar circa). Al centro di tutti i pannelli ho steso il bianco opaco della stessa marca per schiarire la successiva tinta di base.

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Inoltre, per iniziare un abbozzo di invecchiamento, su alcuni punti concentrati soprattutto sul dorso e sotto le gondole motore, ho aggiunto alcuni spot di Olive Drab e di Dark Tan Gunze che simulano benissimo colature di liquidi idraulici, lubrificanti e sporcizia in genere.

Tomcat 156

Il Fast Eagle 107 era completamente verniciato il Light Gull Grey F.S. 36440 per cui, inizialmente, avevo programmato di utilizzare il Mr. Paint 098. Queste lacche danno delle ottime finiture e sono molto semplici da usare ma era la prima volta che le testavo su livree con effetti molto spinti dove si gioca con trasparenze e velature sottilissime di colore. Ebbene dopo alcune prove ho riscontrato che il pigmento è molto sensibile al fondo e coprendo il pre shading lascia degli anti estetici aloni. Le superfici non sono lisce e setose a meno che lo strato che si stende non è corposo e uniforme, in più diluendo ulteriormente il colore (con Nitro o Mr. Leveling Thinner) questo inizia a perdere le proprietà diventando quasi trasparente (come quando si aggiunge del “blender” nella miscela). La prova l’ho fatta sui piani di coda sapendo che, mal che andasse, avrei avuto la possibilità di sverniciare e ricominciare da capo.

Tomcat 157

Alla fine ho tirato fuori i soliti e fidatissimi Gunze e ho passato l’H-325 sull’altra superficie di governo; come al solito non mi ha deluso, diluito al 90% con la nitro e steso con velature leggerissime in poco tempo ho coperto il pre shading lasciando trasparire l’effetto che volevo! Questi colori sono sempre una garanzia.

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Avevo solo qualche dubbio circa l’esatta tonalità della vernice perché, notoriamente, tende ad essere un pò troppo nocciola. Invece sul fondo chiaro e con la mazzetta del Federal Standard alla mano ho potuto costatare che la tinta è pressoché corretta e che è praticamente identica a quella Mr. Paint.

Tomcat 168 Tomcat 167

Ad essere del tutto sinceri il Gunze è leggermente più chiaro, e forse lo si riesce a percepire anche dalla foto sopra, ma l’ho comunque preferito come base di partenza per giocare ancora di più con il weathering.

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A proposito di weathering la prima fase, molto leggera, è iniziata schiarendo il Gunze H-325 di base con del bianco (circa 50% e 50%). Il post shading è stato realizzato in maniera molto randomica creando dei “ricci” di vernice che ho collegato cercando di non avere uno schema preciso. In prossimità dei predellini di salita del cockpit, sulle derive e nella zona del dorso ivi compresa ho aggiunto qualche nuovo spot di Olive Drab (diluito sempre con la nitro al 90%) per far riaffiorare nuovamente qualche traccia di sporco più scura.

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Stesso trattamento riservato anche alle superfici inferiori, ma sulle gondole motore ho calcato un pò più la mano in modo che l’effetto rimanesse più visibile.

Tomcat 197

Per ciò che riguarda i lanciatori Chaff & Flare sotto la così detta “beaver tail”, il telaio è in Magnesium Alclad, l’interno è in nero opaco Tamiya ad eccezione di una porzione in Flat Red (essa è ben documentata in varie foto e probabilmente conteneva cartucce con diverso esplosivo).

Tomcat 206

Dopo aver lucidato il modello con almeno quattro mani di trasparente lucido X-22 Tamiya diluito col Leveling Thinner Gunze (aiuta a stendere il clear soprattutto quando le temperature ambientali sono elevate) ho proseguito con i lavaggi; a tale scopo ho utilizzato i classici colori ad olio creando un grigio neutro (più o meno la stessa tinta del Neutral Grey Tamiya) partendo dal Bianco di Zinco e dal Nero Avorio. Sulla zona dei motori ho, invece, preferito il Bruno Van Dyck scurito con del nero.

Tomcat 194 Tomcat 196

Tutti i pigmenti sono stati diluiti con il thinner Humbrol ottenendo una consistenza simile alla crema per le mani.

Tomcat 193 Tomcat 207 Tomcat 195

Ho completato la verniciatura dei Phoenix, che esternamente sono completamente bianchi, aggiungendo lo Steel Aclad sull’anello dello scarico. Il tappo in vetro resina era in rosso scuro (sono partito dall’XF-7 Tamiya a cui ho aggiunto varie gocce di blu scuro Gunze H-326). Tra la testata e il corpo c’era un anello di raccordo lasciato in metallo naturale, l’ho rifatto con il Magnesium Alclad.

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Questi invece gli Sparrow che hanno il corpo in bianco opaco (ho utilizzato il Mr. Base Primer 1500 White della Gunze diluito con la nitro) e la testata in Gunze H-308.

Tomcat 178

Qui l’unico Sidewinder.

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Piccola nota, il Tomcat oggetto di questo articolo aveva i rail LAU-7 ancora verniciati in bianco anziché grigio.

Tomcat 198

Decalcomanie:

Anche le decalcomanie meritano un capitolo dedicato a causa di alcune incongruenze riscontrate sul foglio Furball 4808, quello che ho utilizzato per riprodurre il mio Tomcat in scala.

È doveroso constatare che il prodotto della ditta americana ha una qualità del film eccellente; essendo stampate dalla Cartograf aderiscono bene, si conformano senza problemi e reagiscono correttamente ai liquidi ammorbidenti. I problemi saltano fuori quando si approfondisce la ricerca storica su questo famoso esemplare….

Stante la documentazione in mio possesso (in particolare le informazioni contenute nel Detail & Scale numero 9 e il Detail & Scale Colors & Markings of U. S. Navy F-14 Tomcat Part 1, Atlantic Coast Squadrons – 2018 Edition) l’aspetto e i kill marking dei due velivoli coinvolti nell’incidente del Golfo della Sirte sono cambiati più volte nel corso della loro vita operativa. Ufficialmente durante la crociera operativa del 1981 al Tenente Larry Muczynski e al Tenente James Anderson era assegnato il Tomcat con numero individuale (detto anche “modex”) 112 ma difficilmente gli equipaggi volavano con i loro aerei, bensì questi variavano spesso in base alle disponibilità manutentive. Per questo motivo i Tomcat del VF-41 non avevano i nomi dei naviganti verniciati sui frame dei canopy e anche il Tomcat 107 ne era sprovvisto il giorno dell’abbattimento. Il 19 agosto, subito dopo lo scontro aereo, la notizia si era già diffusa tra il personale della Nimitz e gli specialisti prepararono gli stencil con i nomi dei piloti e una sagoma raffigurante un SU-22 da aggiungere ai velivoli; quest’ultima fu verniciata solamente sul lato sinistro della fusoliera, sotto l’abitacolo anteriore, non appena rientrarono sulla portaerei.

Kill Marking sulla deriva dell’AJ-102 – fonte http://www.usmilitariaforum.com

Qualche tempo dopo Kleeman decise che le sagome del Fitter fosse più giusto spostarle sulle derive, sotto gli assi di picche, pertanto furono cancellate dalla posizione iniziale e riportate su entrambe gli impennaggi sotto i simboli del VF-41. Ad ogni modo i kill marking cambiarono posizione almeno per altre tre volte negli anni successivi passando nuovamente sotto l’abitacolo (ma sia sul lato sinistro, sia sul destro). Nel 1980 i Black Aces furono insigniti del Clifton Award (un riconoscimento in memoria dell’Ammiraglio Joseph C. Clifton consegnato annualmente allo Squadron della US Navy che più si è distinto per merito), della “Combat E” (un riconoscimento delle unità di marina che producono la massima efficienza in base ai rispettivi compiti e assegnata a seguito di una valutazione lunga un anno) e alla “Safety S” (un premio assegnato ad uno Squadron per ogni gruppo navale – East Coast e West Coast – per il rateo più basso di incidenti di volo/terra occorsi durante l’anno) e per questo motivo i Fitter furono di nuovo verniciati sulle derive. Nel 1984 il Bu. No 160390 era ancora assegnato al VF-41 e sfoggiava il Fitter nuovamente collocato sotto il canopy, ultima sua posizione conosciuta.

Tomcat 211

Successivamente il velivolo fu trasferito e assegnato al VF-213 Black Lions, precipitò il 25/10/1994 circa 50 miglia a largo di San Diego durante il tentativo di appontaggio sulla USS Abraham Lincoln con un motore in avaria. Il navigatore riuscì ad eiettarsi mentre il pilota, Kara Hultgreen – primo pilota donna combat ready sull’F-14, perì nel disastro. Il video dell’incidente è disponibile QUI.

Tomcat 210

Senza allargare troppo il discorso rischiando di diventare noioso, sin da subito il mio intento è stato quello di rappresentare il mio Tomcat in scala come fosse ripreso il giorno successivo alla battaglia. Studiando le utilissime foto presenti nei libri sopracitati mi sono reso conto che il foglio Furball ha delle mancanze. Partiamo da quelle facilmente risolvibili:

Tomcat 215

Le due frecce rosse mettono in evidenza il Buzz Number e lo stencil di attenzione circa i gas di scarico: confrontando la posizione sulle istruzioni rispetto a quella del velivolo reale salta subito all’occhio come la Furball suggerisca di applicarle nei punti non corretti, quindi fate attenzione quando aggiungerete le vostre!

La freccia gialla indica lo stencil del pannello anti incendio – altro piccolo particolare, in apparenza poco significativo, che al contrario ben visibile sia in scala sia sul vero F-14. All’epoca del passaggio dalla prima livrea grigio/bianca a quella “overall 36440” molti stencil di manutenzione cambiarono aspetto e colore; il pannello anti incendio del mio esemplare presentava il solo quadrato rosso esterno e la scritta “Fire Panel” al suo interno mentre la Furball lo propone con il quadrato e un cerchio che borda il pannello circolare, come si vede in foto qui sotto:

Con estrema pazienza e attenzione ho rifilato ed eliminato il cerchio rosso con un bisturi dalla lama affilata… ricomposto il quadrato sul modello e aggiunta la scritta al centro riportando lo stencil alle fattezze di quello originale. Un lavoro estremamente tedioso e ad alto rischio di possibili danni.

Tomcat 213

Correttamente sono forniti i Modex 107 con la foggia del numero “7” diversa tra il lato destro e sinistro, era una caratteristica del Fast Eagle 107 che viene anche portata all’attenzione in vari libri. Gli stencil “RESCUE”, che avevano il testo scritto in verticale (al contrario di quelli normalmente utilizzati), sono sostanzialmente a posto se non fosse che le frecce risultano un pò sottodimensionate (essendo il foglio dimensionato sul kit Hasegawa è possibile qualche piccola e accettabile differenza rispetto il Tamiya).

Tomcat 212

Un’altra seria mancanza sono alcuni piccoli, ma estremamente visibili, stencil applicati sopra la total temperature probe sotto il canopy a destra e sopra le pitot static probe su entrambi i lati; tali scritte non erano molto comuni sui Tomcat della Navy ma il 107 ne era provvisto tanto che nel Detail & Scale 9 c’è una foto che li immortala con chiarezza. Nel foglio Furball non c’è traccia di queste scritte e in altri prodotti, anche più vecchi e di altre marche, non esiste qualcosa di adattabile. Dopo svariate ricerche non ho potuto far altro che ordinare l’articolo Data & Stencil 48059 della stessa ditta dove essi sono correttamente forniti.

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L’omissione più complicata da risolvere riguarda i portelloni del vano carrello anteriore che riportavano il nome del Plane Captain An Sugg verniciato su entrambi i lati; la Furball non li ha stampati costringendomi, grazie anche all’aiuto dell’amico Fulvio “Spillone” che ringrazio, a ricreare in casa delle decal mediante una stampante laser. Ovviamente lo spessore del supporto trasparente non è il massimo ma con varie passate di lucido sono riuscito a livellarlo e ad integrarlo quasi completamente al resto della verniciatura.

Tomcat 221

In definitiva, contrariamente a quanto indicato sul frontespizio delle istruzioni, l’accessorio della Furball permette di rappresentare i velivoli con l’araldica che avevano al momento del loro rientro sulla Naval Air Station di Oceana nel 1982, dopo la fine della crociera operativa. In quel dato frangente temporale al Fast Eagle 107 era stato, infatti, obliterato il nome sui portelloni. Volendo “fermare” il tempo al 19 agosto 1981 (modellisticamente parlando) sarà necessario eseguire tutte le integrazioni riportate qui sopra.

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Ultimi dettagli:

Con la costruzione oramai agli sgoccioli mi sono dedicato agli ultimi dettagli.

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I pozzetti, precedentemente verniciati in bianco utilizzando il Mr.finishing Surfacer 1500 White della Gunze, hanno ricevuto il solito lavaggio ad olio (in grigio) per aumentarne la profondità e i dettagli. Tubazioni e cavi sono stati verniciati con colori vinilici Vallejo.

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I bordi rossi di pericolo che corrono intorno ai portelli delle wheel bay, sulla scaletta e sui predellini di salita agli abitacoli li ho riprodotti utilizzando il Gundam Marker rosso della Gunze ed il metodo è molto comodo perché fa risparmiare un bel pò di mascherature. Di fatto il pennarello è una specie di Uniposca quindi non sopporta granché bene i solventi (sia nitro, sia alcool), per questo quando stendete il trasparente lucido non esagerate con mani troppo corpose altrimenti rischiate di sciogliere lo strato di pigmento che inevitabilmente colerà dove non deve. È l’unico inconveniente di un prodotto altrimenti molto comodo da usare!

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Per ultimo ho incollato le varie antenne, i pezzi restanti già preparati e pronti, e gli scarichi in resina della Aires rappresentati uno chiuso (il sinistro) e uno aperto (il destro). Li ho verniciati con una base di Steel Alclad e successive velature di Pale Burnt Metal Alclad solo sul primo anello; un dry brush in grigio chiaro ha poi fatto il resto.

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Le gambe di forza dei carrelli si sono incastrate senza il minimo uso di colla e, nonostante questo, sono solide e inamovibili… segno che l’ingegnerizzazione di questo stampo è davvero ben fatta. Discorso simile anche per i portelli e i piloni che rimarrebbero in posizione già da soli ma ho preferito applicare piccole gocce di Vinavil perché le parti sono più esposte e soggette a possibili urti.

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Conclusioni:

Volete divertirvi montando un F-14? Comprate questo kit. Volete avere un’ottima base di partenza per dettagliare ancor di più un modello già bellissimo da scatola? Comprate questo kit.

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In definitiva…. comprate questo kit!

Uno stampo davvero ben fatto, preciso e con soluzioni comode ed innovative. Ci sono dei punti migliorabili che ho cercato di elencare e spiegarvi in questo articolo, con poco impegno si riesce ad ottenere un risultato finale davvero bello.

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La parte storica, senza dubbio, ha occupato un posto di rilievo in questo progetto. Mi piace partire da un avvenimento e riportarlo poi in scala, la mia idea di modellismo si rifà soprattutto a questo principio: mettere un pezzo di storia in vetrina. E questo Tomcat, è proprio il caso di dirlo, la storia l’ha fatta sul serio!

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Al prossimo articolo, buon modellismo a tutti!

Valerio – Starfighter84 – D’Amadio.

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Return with Honor! F-16CM Block 40 dal kit Tamiya in scala 1/48.

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Abitando a pochi chilometri da Aviano, nel corso degli anni ho visto transitare sull’aeroporto friulano praticamente tutti i principali velivoli da combattimento in forza ai Paesi NATO. Questo continuo “allenamento” mi ha portato a riconoscere, anche a grande distanza, il timbro caratteristico dei singoli aeromobili. Ciò che non sono mai riuscito a spiegarmi fino in fondo, però, è perché l’F-16 sia sempre rimasto il mio preferito!

Situato ai piedi delle Alpi, l’aeroporto “Pagliano e Gori” ospita il 31st Fighter Wing, articolato sui due squadroni da caccia, il 555th “Triple Nickel” e il 510th “Buzzards”, entrambi equipaggiati con F-16CM. Negli ultimi anni si è inoltre aggiunto il 57th Rescue Squadron, operativo con elicotteri HH-60G Pave Hawk.

Lo Special Tail del 31st Fighter Wing

Nel 2023 sono ricorsi i trent’anni dall’arrivo del “Viper” ad Aviano quando nell’aprile 1994 il primo F-16 toccò la pista. L’anniversario è stato celebrato con una livrea “Special Tail” applicata al velivolo personale del comandante di Stormo, l’F-16 serial number 89-2009.

La deriva riprende i colori dell’emblema del 31st Fighter Wing: il blu a rappresentare il cielo e il giallo la potenza della forza aerea. I due campi cromatici sono separati da una linea ondulata sulla quale si sovrappone una viverna; alla base compare il motto del Reparto, “Return with Honor”. Anche le fin ventrali sono state verniciate con il medesimo stile. Il 30 ottobre 2023 questo F-16 Special Tail è uscito dall’hangar, decollando e mostrandosi al pubblico in tutta la sua bellezza. È stato il momento che mi ha convinto definitivamente a riprodurre in scala questo soggetto!



Il Modello:

Il primo passo è stato quindi acquistare il kit Tamiya in scala 1/48, scatola 61106, dal quale è possibile ricavare un F-16C Block 40 con presa d’aria maggiorata MCID, scarico per motore General Electric F110 e WAR HUD. L’aftermarket più atteso era naturalmente il foglio decal, arrivato poco dopo: progettato da Twobobs e stampato da Cartograf con codice 48-288, comprende anche gli altri due Special Tail realizzati dagli squadroni “fratelli” dell’USAF basati ad Aviano, i Triple Nickel e i Buzzards.

Ho scelto di lavorare subito sulla deriva, fase cruciale, per verificare fin dall’inizio la resa della livrea prima di dedicarmi al resto del modello. La qualità degli incastri Tamiya consente infatti di assemblare diversi componenti anche a verniciatura ultimata, offrendo un margine di sicurezza molto utile. Non ho condiviso pienamente la scelta di stampare in un’unica decal tutta la porzione inferiore della deriva, inclusa la viverna. Avrei preferito elementi separati, così da poter verniciare il giallo, evitare problemi di copertura sull’azzurro e gestire una decalcomania di dimensioni più contenute. Non avendo molte alternative, ho verniciato l’intera deriva in Sky Blue X-14, tonalità che ho ritenuto corretta confrontando le numerose fotografie del soggetto reale. Con l’aiuto dei solventi Microscale ho applicato la grande decal gialla, cercando di allinearla con precisione ai bordi dell’impennaggio, per poi proseguire con la matricola. La scritta “Return with Honor”, alla base della deriva, è stata invece applicata per sezioni, così da facilitarne l’allineamento e garantire una buona adesione sui rilievi, sulle bugne e sugli airscoop. Successivamente ho mascherato la sezione blu sotto la tip per verniciare in giallo il resto del pezzo. Il colore doveva combaciare perfettamente con la decal, senza stacchi o ritocchi visibili; per questo ho eseguito varie prove su una superficie di scarto. Partendo dal Lemon Yellow X-8 Tamiya, ho aggiunto una punta di arancio H-14 Gunze fino a ottenere una tinta sovrapponibile. Lo stesso mix è stato usato per saturare i bordi d’attacco e d’uscita, ottenendo un risultato più uniforme e un effetto “painted on” delle insegne. Rimosse le mascherature, ho aggiunto la scritta “31st Fighter Wing” e steso una mano di lucido per livellare e uniformare la finitura. Un lavaggio leggero in blu a olio ha definito le pannellature, mentre la finitura finale è stata ottenuta con trasparente semilucido X-35 Tamiya, lasciando opaca soltanto l’antenna UHF verniciata in grigio H-306 Gunze. Lo stesso procedimento è stato poi applicato alle pinne ventrali.

Eduard Brassin ha recentemente realizzato un set per i vani carrello dell’F-16 (648984), caratterizzato da un dettaglio molto fine e pulito grazie alla stampa 3D. Pur essendo pensato per il kit Kinetic, il pozzetto principale è compatibile anche con il Tamiya, dato che lo stampo cinese ne riprende sostanzialmente l’impostazione.

Diverso il discorso per il vano anteriore, che richiede alcuni adattamenti alla presa d’aria: è necessario assottigliare sia la resina sia la parte esterna del condotto quasi fino alla trasparenza. Nonostante ciò, il pezzo tende comunque a spingere leggermente sui semi-gusci laterali dell’intake, impedendo la chiusura completa lungo la giunzione inferiore. In corrispondenza del vano carrello anteriore resta quindi una fessura evidente, che ho infine stuccato con colla cianacrilica.

Per eliminare le giunzioni interne del condotto ho usato il manico di un pennello rivestito con carta abrasiva grana 800. Ho quindi spruzzato il Surfacer White 1500 Gunze, diluito con Leveling Thinner Mr.Color per limitare la formazione di pulviscolo all’interno del tubo. A completa asciugatura, ho carteggiato l’intero condotto con una spugnetta abrasiva bagnata, aiutandomi con pinzette lunghe e sottili per raggiungere ogni zona ed eliminare graffi e imperfezioni.

Dopo ho verniciato l’interno col colore definitivo (Off White Gunze) e applicato gradualmente dello sporco con le polveri dei Weathering Set Tamiya, dosandole con attenzione per evitare un effetto eccessivo. Il labbro esterno, con rivestimento antighiaccio, è stato verniciato in Haze Gray FS 36270 (MRP-039). Il primo stadio del compressore è dipinto in Magnesium Alclad, seguito da un lavaggio con Panel Line Black Tamiya per evidenziarne la profondità. Ho preferito sostituire la lama antighiaccio del kit, troppo spessa e fuori scala, con una copia ricavata da un pezzo fotoinciso di recupero, sagomato e brunito con la fiamma di un accendino.

Davanti alle luci di posizione è presente una piccola piastra di rinforzo, assente nei set di dettaglio disponibili. L’ho quindi autocostruita disegnandola e tagliandola con il plotter da taglio su un foglio di vinile già adesivo, soluzione che ha facilitato notevolmente il suo posizionamento.

Il cockpit originale rappresenta una buona base di partenza, ma ho deciso di arricchirlo con il set fotoinciso Eduard 49383, il “Canopy Frame” Wolf3D Resin Parts WOL481514 e alcuni interventi di autocostruzione. Dal set Eduard ho utilizzato il bracciolo e il poggia-polso sulla paratia destra, la maniglia di blocco del canopy (dalla forma particolare e difficilmente riproducibile da zero) e la leva di sblocco d’emergenza sul lato sinistro. Anche i ganci di ritenuta del tettuccio provengono dal foglio photoetched.

Alle spalle del seggiolino si trova la scatola del programmatore di rilascio delle contromisure chaff/flare. In un primo momento avevo impiegato quella fornita da Eduard, ma l’ho poi rimossa perché troppo grande e fuori scala, sostituendola con una nuova realizzata in Plasticard. Poco sopra è presente il motorino di apertura del canopy, fornito provvidenzialmente dalla Wolf3D insieme alla bocchetta d’aerazione del cockpit. Quest’ultima è proposta in due versioni, “early” con griglia o “late” senza; la documentazione fotografica del soggetto reale indica chiaramente l’impiego della variante “late”, completamente aperta, che si monta senza modifiche e calza perfettamente. Ai lati della bocchetta ho aggiunto connettori e cablaggi autocostruiti. Nella zona sotto il cupolino fisso, invece, il rivestimento è vincolato da due file di rivetti, riprodotte con i “positive rivet” della Archer.

Una volta posizionata, la palpebra lascia anteriormente una piccola fessura che ho chiuso con un filo di Milliput Black. Sul WAR HUD è presente un pannellino mobile antiriflesso, regolabile dal pilota in base alle condizioni operative: l’ho riprodotto con una sezione di fotoincisione sagomata ad hoc. Sotto di esso si trova una piccola consolle, appena accennata da Tamiya ma fortunatamente inclusa nel set Eduard, che ho utilizzato per completare correttamente il pezzo. Per la verniciatura dell’abitacolo ho steso una base generale in grigio scuro H-331 (per aumentare profondità e sottosquadri) su cui poi aggiunto lo strato definitivo in Gunze H-36. La zona dei frame della fusoliera, il canopy e la palpebra sono stati invece verniciati in nero H-77. Sulle consolle laterali ho ripreso a pennello i vari switch in grigio chiaro H-57 Gunze, aggiungendone alcuni in rosso e giallo dove indicato dalla documentazione fotografica. Due mani leggere di lucido X-22 Tamiya hanno preparato il fondo ai lavaggi, eseguiti con grigio scuro a olio. Strumenti e indicatori provengono dal foglio decal Anyz AN037, particolarmente utile per questo tipo di particolari.

Il seggiolino da scatola è stato sostituito con una copia in resina 3D della MCC: un componente molto dettagliato, corretto nelle forme e nelle dimensioni, che richiede soltanto una verniciatura accurata per valorizzarne la resa. Anche sul sedile ho applicato lavaggi e drybrush per enfatizzare i volumi, in particolare sui cuscini. Su tutti gli elementi dell’abitacolo ho infine steso una mano di trasparente opaco Alclad, ottenendo la finitura finale.

Prima di unire le due valve della fusoliera ho aggiunto la bocca del cannone M61A1. Anche se il dettaglio rimane poco visibile a modello finito, l’ho ricostruito utilizzando un pezzo di scarto recuperato dal sempre provvidenziale magazzino degli “spare parts”.

Verificando la dotazione del kit ho notato che Tamiya fornisce un solo pod del sistema AN/ALE-50 “Little Buddy”, mentre gli F-16 di Aviano sono spesso configurati con due unità. Ho quindi scartato il pezzo originale e scelto il set Wolf3D WOL481518, più dettagliato e con la possibilità di rappresentare i contenitori con due diverse tipologie di esche installate.

Vista la qualità del seggiolino MCC, ho voluto provare anche il loro set dedicato agli esterni, codice 4809, che comprende dispersori statici, scatole chaff/flare e sonda dati in prossimità del radome. Un altro intervento importante riguarda le piastre di rinforzo sui lati e sul dorso della fusoliera. Per queste ho utilizzato il set Fab Scale 48052, scartando sia le piastre Eduard, errate nella zona alla base della deriva, sia quelle Astra Decal, costituite da semplici elementi in vinile tagliati al plotter e privi di dettaglio. Attualmente Wolf3D propone il set WOL481528, che risulta il più completo e corretto.

Seguendo la documentazione ho eliminato alcune pannellature caratteristiche di altri Block costruttivi, tra cui lo sfiato del raffreddamento avionica sul lato destro sotto l’abitacolo e due pannelli circolari alla base della deriva.

Lo scarico ECS in prossimità del vano carrello principale è stato invece sostituito con l’elemento fotoinciso Eduard.

Per lo scarico avevo inizialmente scelto il set Reskit RS048-0084. Dopo averlo verniciato e rifinito, durante una prova a secco mi sono però accorto che il diametro era inferiore di circa 1 mm rispetto alle misure della fusoliera. L’errore, piuttosto grave per un accessorio aftermarket, mi ha costretto a trovare una soluzione alternativa senza perdere del tutto il lavoro già svolto.

La parte interna dello scarico Reskit è molto valida e ben rifinita; ho quindi deciso di separarla con attenzione, conservando i petali e adattandoli allo scarico originale Tamiya. Sul pezzo in stirene ho fresato l’interno con il Dremel, procedendo con estrema cautela per innestare correttamente la resina. Dopo numerose prove a secco e rifiniture progressive, l’assemblaggio è risultato preciso e convincente.

La verniciatura è iniziata con una base di Mr. Surfacer Black 1500 Gunze, seguita da Dark Aluminium e Magnesium Alclad sulle zone di retrazione dei petali. Internamente ho applicato Mr. Finishing Surfacer 1500 White e successivamente l’Off-White H-21 Gunze. Il tutto è stato completato con un lavaggio nero, leggere fumate in Smoke Tamiya e una ventola verniciata in Gun Metal Alclad. Gli ultimi effetti sono stati aggiunti gradualmente con matite acquerellabili, fino a ottenere il risultato desiderato.

Per i carichi esterni ho previsto due CATM-120, un pod ACMI, un AIM-9X e un travel pod. I CATM-120 provengono da un precedente progetto GWH e sono molto ben realizzati. L’ACMI da scatola è valido ed è stato sufficiente aggiungere i tre sensori in prossimità dell’ogiva. Il Sidewinder è Reskit, unico pezzo utilizzabile di un set da quattro (i restanti erano talmente svergolati da essere inservibili), mentre il travel pod proviene ancora una volta dalla Wolf3D Resin Parts.

Prima di partire con la verniciatura vera e propria, ho preferito completamente alcuni elementi: l’anello del motore General Electric ha una base in Gun metal Alclad ripreso poi con leggere velature in Steel. Il canopy, che sul mio F-16 è color ambra, presenta la classica linea di stampaggio al centro e una piccola “cricca” purtroppo già riscontrata nella maggior parte dei kit Tamiya dedicati al Viper. Personalmente sono stato fortunato perché il difetto era abbastanza superficiale ed è bastata un’attenta carteggiatura per renderla quasi del tutto invisibile (sono risultati utilissimi anche i Compound Tamiya).   

Come già accennato, ho comprato anche la struttura interna (quella con sensore JHMCS già stampato) della Wolf3D Resin Parts che s’inserisce all’interno copiando perfettamente le forme del tettuccio originale. L’ho verniciata prima di fissarla in nero H-77 Gunze poi, una volta opacizzata, ho lumeggiato con i weathering set Tamiya dando vita a tutti i bellissimi dettagli. Devo ammettere che questo aftermarket vale davvero la spesa!

A seguire mi sono dedicato ai vani carrello e relativi portelli; a tal proposito i principali sono compresi nel set Brassin e presentano vistosi segni dei layer di stampa 3D, inaccettabili per un accessorio aftermarket. Carteggiarli nella parte interna non è stato semplicissimo ma, ad ogni modo, una volta rifiniti fanno una bella figura e si innestano molto bene nella loro sede. Per la verniciatura di tutte le wheel bay ho usato il Mr.Base White 1500 Gunze, diluito con il Leveling Thinner, per poi colorare cavi e tubazioni in nero, argento e blu (seguendo la documentazione), le fascette fermacavi in giallo e la bombola dell’Halon in alluminio Alclad 101.

La batteria compresa nel set (con telaio di ritenuta esterno, idonea per gli F-16 più recenti) non è corretta per i Block 40, quindi ho tenuto quella del kit verniciandola in rosso H-3 Gunze. Dopo qualche mano leggera di lucido Tamiya X-22 ho eseguito un lavaggio in grigio scuro, evidenziando ancora di più tutti i dettagli. Dopo l’opaco Alclad 134 ho lumeggiato alcune superfici con le polveri Tamiya.

Ho seguito lo stesso procedimento anche per le gambe di forza, sostituite con quelle Detail & Wonder (480622). Il set è pensato per il Kinetic ma, avendo scelto i vani Eduard destinati alla stessa marca, ho preferito mantenere la compatibilità tra gli accessori. Una volta rimossi i supporti di stampa, gambe e attuatori si montano perfettamente; inoltre, oltre a offrire un dettaglio molto realistico, risultano anche particolarmente solidi. Li ho verniciati con lo stesso procedimento sopra descritto aggiungendo le decal da scatola Tamiya e delle targhette Anyz.

Prima di procedere con la colorazione del radome ho installato il pitot in metallo Master. Il muso è stato quindi trattato con una base più scura in grigio AK RC248, sulla quale ho velato il Gunze H-337 per ottenere una tonalità più modulata e coerente con l’aspetto operativo del soggetto reale.

Con il modello finalmente pronto, ho iniziato la fase della verniciatura applicando il preshading su tutte le pannellature (ho scelto due grigi scuri, l’H-331 e l’H-416 Gunze). Questo primo passaggio mi ha permesso di creare fin da subito una base tonale utile a movimentare le superfici, evitando una finitura troppo piatta una volta stesi i colori principali.

Le superfici inferiori e la parte anteriore della fusoliera sono state verniciate in Haze Gray FS 36270 MRP-039, mentre per le superfici superiori ho utilizzato il Gunship Gray FS 36118 MRP-040. Lo stacco tra i due toni, soprattutto ai lati del cockpit, sul velivolo reale appare sfumato; per questo l’ho riprodotto a mano libera, senza mascherature rigide, cercando di mantenere una transizione morbida e credibile.

Sul dorso è presente il ricettacolo per il rifornimento in volo, identificato da uno stencil molto evidente. Sebbene l’elemento fosse incluso nel foglio decal, ho preferito verniciarlo direttamente, realizzando una maschera dedicata con il plotter da taglio.

Con le fotografie del velivolo reale sempre a portata di mano, ho individuato alcune scrostature sul flap del bordo d’attacco sinistro e sulla parte frontale del pilone ventrale. Inoltre, sull’ala destra è presente un pannellino evidentemente sostituito, riconoscibile per la diversa finitura. Ho riprodotto questi particolari con Chromate Yellow Testor. Un ulteriore dettaglio riguarda un ritocco sulla piastra RAM laterale destra, in prossimità del flap, dove sul velivolo reale si nota chiaramente uno stacco in un grigio più scuro. Per riprodurlo ho utilizzato il Gunze H-305, che si è rivelato adatto a restituire la differenza cromatica senza creare un contrasto eccessivo.

Dopo diverse mani leggere di trasparente lucido Tamiya X-22, la superficie era pronta per ricevere le decal. Il foglio Twobobs, stampato da Cartograf, ha confermato un’ottima qualità: le decal reagiscono molto bene a Micro Set e Micro Sol, adagiandosi senza particolari difficoltà anche nelle pannellature e sui dettagli più minuti.

Una volta sigillate con un’ulteriore velatura di Clear, ho proseguito con i lavaggi a olio, utilizzando due diverse tonalità di grigio: una per l’Haze Gray e una per il Gunship Gray. Questa scelta ha evitato contrasti troppo marcati e poco realistici, mantenendo equilibrato l’aspetto della mimetica. Nella zona immediatamente dietro ai vani carrello ho intensificato leggermente lo sporco con Bruno Van Dyck, senza però eccedere. Dopo aver rimosso gli eccessi dei lavaggi e verificato che tutte le pannellature fossero ben definite, ho aggiunto graffi, tracce di usura e sporco localizzato con matite acquerellabili, concentrandomi sulle aree più soggette a manutenzione e calpestio. Pur essendo una tecnica che rende al meglio su superfici opache, preferisco applicarla sul lucido perché eventuali correzioni o cancellazioni complete risultano molto più semplici, anche se la presa dei pigmenti è più laboriosa. Completata questa fase, ho eseguito un ultimo controllo generale e steso il fidato trasparente opaco Alclad ALC-314 in passate leggere.

Tolte tutte le mascherature ho ripreso le luci di navigazione, in Clear Green X-25 Tamiya sul lato destro e Clear Red X-27 sul sinistro e trasparente X-22 su quella alla base della deriva. Non mi è rimasto altro che montare tutto, a partire dai carrelli e relativi portelloni che si inseriscono con precisione, il gancio d’arresto d’emergenza, i lanciatori delle contromisure, i carichi e le strake ventrali. I dispersori statici del set MCC non mi hanno convinto, non per forme e misure che sono perfette, ma per la loro composizione. Pensati per essere flessibili e meno delicati in caso di urto, se toccati si piegano senza staccarsi ma poi non tornano dritti (anzi risulta estremamente difficile ridargli la forma originaria). Alla fine, li ho scartati e ho preferito rifarli col del filo d’acciaio armonico colorandoli in Silver AK alla base, nero XF-1 Tamiya nel corpo e giallo H-34 Gunze sul terminale.

Con l’aggiunta dello scarico, dei sensori AOA in metallo della Master, della sonda dati e della deriva, che si inserisce a secco senza necessità di stucco, il mio F-16 è così terminato.

Il colpo d’occhio finale è notevole: i colori vivaci della Special Tail, volutamente più pulita e brillante, contrastano con il resto dell’aereo in configurazione operativa e rendono il soggetto particolarmente accattivante. Ora il modello si è guadagnato il suo posto in prima fila in vetrina, dove il motto “Return with Honor” risulta più appropriato che mai.

Buon modellismo a tutti!

Fabio “jolly blue” Barazza

P-47 D-28 Thunderbolt dal kit MiniArt in scala 1/48.

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Il P-47 Thunderbolt è uno tra i più noti aerei alleati della Seconda guerra mondiale. Tozzo, enorme e potente, era molto amato dai suoi piloti grazie alla sua robustezza e la capacità di sopportare danni estesi. Di questo magnifico velivolo ne sono state prodotte diverse versioni, con delle differenze più o meno evidenti tra l’una e l’altra, a cui prestare attenzione quando si va a riprodurre in scala uno specifico esemplare. Dal momento dell’uscita del kit MiniArt all’effettivo acquisto il passo è stato breve, più che altro perché ero molto curioso di capire se questo new tool fosse davvero in grado di “mandare in pensione” il buon vecchio Tamiya. Ho scelto il kit con codice 48009 del P-47 D-25 che la ditta ucraina propone come “Basic Kit”.

Dalla prima analisi dei pezzi lo stampo appare molto bello, pieno di dettagli ben definiti e ben curati. A proposito di “dettagli”, forse sono perfino troppi…  personalmente, ho trovato eccessiva tutta la rivettatura delle superfici esterne; nelle foto storiche, anche ravvicinate e di buona qualità, non si riesce a percepire tutta quella che la MiniArt ha riprodotto su questo Thunderbolt in scala. Sarà una questione di gusti personali oppure di moda attuale, ma foto alla mano preferisco ancora il dettaglio, minore ma corretto e non esasperato, del Tamiya. La scomposizione è tale da poter inserire nelle scatole solo i pezzi necessari a realizzare la specifica versione proposta, ad eccezione di alcuni piccoli particolari comunque inutilizzabili singolarmente. Questo non vuol dire, però, che sia un kit “restrittivo”: quello che serve c’è tutto e anche con più opzioni dove previsto (per esempio vengono forniti tre set completi di ruote con battistrada differenti). Il vero punto forte di questo prodotto sono le decal: corrette in colori e dimensioni, ben realizzate, e per di più, stampate da Cartograf. Se vi procurate una lente d’ingrandimento potrete addirittura leggere chiaramente anche gli stencils più piccoli.

Da parte mia questo Thunderbolt ha avuto una storia un po’ travagliata. Partito come test di confronto con il diretto concorrente di casa Tamiya, senza un’idea precisa sul soggetto da rappresentare, ho successivamente deciso di realizzarlo da scatola e completarlo con le insegne di uno dei due esemplari proposti. Alla fine, dopo svariati mesi, l’ho accantonato per poter terminare altri progetti già avviati. Facendo le solite ricerche on line, un giorno sono incappato in un P-47D-28 col quale è stato amore a prima vista; dopo essere riuscito a trovare delle decal per quello specifico soggetto, ho iniziato a studiare le differenze tra la variante proposta dal kit e la D-28.

La più evidente sta nel tipo di elica montata. Il kit ne fornisce solo una, corretta per il D-25, anche se è sempre da verificare con le foto del proprio esemplare perché spesso sul campo venivano sostituite. Il Thunderbolt da me scelto, al contrario, montava una A.O. Smith Asymmetrical che ho reperito dal provvidenziale Tamiya (in base alla scatola, la ditta giapponese fornisce più scelte). Il perno di fissaggio è più grosso, per adattarla mi è quindi bastato allargare l’alloggiamento sulla campana (al contrario, l’elica MiniArt ha un perno davvero esile e a rischio rottura). Le tip delle pale sono state verniciate in giallo. Le A.O.Smith, inoltre, avevano delle ulteriori linee sottili per permettere ai meccanici di distinguere velocemente il tipo di elica proprio in virtù alle frequenti sostituzioni dovute agli aggiornamenti, alla disponibilità delle forniture ed anche alle preferenze del pilota.

La seconda modifica ha riguardato il motore. Per ottenere una corretta rappresentazione del Pratt & Whitney R-2800-59, coerente per la versione D-28, bisogna omettere il pezzo GC13 e sostituirlo con un tappo (ottenuto con un pezzo di Plasticard); fatto ciò occorre ricreare il governo dell’elica al posto del pezzo GC9. Per informazioni più accurate vi rimando comunque al WIP, dov’è stato ampiamente discusso e documentato.
Il corpo principale del propulsore è stato verniciato con l’Aluminium AK Xtreme Metal, mentre la campana anteriore con un mix ideato dal nostro amico del forum Luca (Madd 22), composto da 8 parti di XF-53, 2 parti di XF-8 e 4 parti di XF-69. La parte interna della naca motore richiede un po’ di ricerca fotografica perché poteva essere sia in Interior Green, sia in metallo naturale come nel caso del mio Thunderbolt. Anche per questa zona ho scelto l’Aluminium sopra menzionato.

Un’informazione utile a chi andrà ad affrontare questo Thunderbolt: le istruzioni per l’assemblaggio del motore dei kit “Basic” differiscono da quelle degli “Advanced”. Se si vuole montare tutto chiuso le indicazioni della scatola “Advanced” propongono una soluzione alquanto assurda, se non impossibile, da attuare ed è quindi bene basarsi su quelle fornite dal “Basic” facilmente reperibili online. Il modello, a prima vista accattivante, ha iniziato a mostrare i primi difetti già dalle prime fasi del montaggio. I pezzi vanno tutti accuratamente puliti dalle linee di stampo, anche quelli più piccoli e fragili, e ci sono delle bave di stirene in più di qualche punto. Una volta rifinite, le parti combaciano abbastanza bene ma per riuscire ad assemblarle ricorrendo ad un uso minimo dello stucco è necessario eseguire molte prove a secco e piccole correzioni. Insomma, non è un Tamiya e ci vuole davvero molto tempo per curare tutto.

Il cockpit è stato realizzato da scatola: la vasca è verniciata con Gunze H-302, che ha un’ottima corrispondenza con il Dark Dull Green, ed i particolari verniciati a pennello con vinilici AK. Sono, poi, seguiti i lavaggi con un colore ad olio marrone molto scuro. Gli strumenti del quadro e gli stencil sono tutte decal provenienti dal foglio del kit. L’unico elemento che ho modificato sono le cinture sulla seduta del seggiolino che, da stampo, hanno una forma davvero inaccettabile e per nulla realistica.

I vani carrello sono davvero ben dettagliati e necessitano solo dell’aggiunta di due piccoli tubi del pistone che movimenta la gamba del carrello. Sono stati verniciati con Tamiya XF-4 su cui, successivamente, ho eseguito i lavaggi ad olio in marrone scuro.

Prima di chiudere le due semi fusoliere mi sono sentito in dovere di migliorare gli scarichi delle wastegate, forando la plastica e realizzandoli da zero con un tubo in ottone e due dischetti di Plasticard.

Sempre con le dovute prove a secco e piccole modifiche alla plastica, alla fine il kit si mette insieme abbastanza bene. L’unica nota negativa è che dove occorrono stuccature o lisciature è assolutamente necessario ripristinare pannellature e rivetti, una montagna di rivetti, operazione a volte non facile e che necessita di molte di ore di lavoro.

Dopo aver curato il più possibile le superfici che hanno subito delle lavorazioni, ho deciso di passare l’Aluminium della serie AK Xtreme Metal direttamente sulla superficie senza dare prima un fondo nero. Successivamente, ho differenziato alcuni pannelli cercando di basarmi sulle foto, dapprima con una tonalità metallizzata differente, e poi uniformando un po’ con delle leggerissime passate di Aluminium fino ad ottenere un contrasto piacevole alla vista e non troppo marcato.

A seguire, ho protetto il modello con una mano leggera di lucido X-22 Tamiya e ho verniciato tutte le parti in azzurro scartando l’uso delle decal (seppur fornite nel foglio della Bombshell). L’antiriflesso, che su questo Thunderbolt si estendeva dal muso alla coda, è verde oliva Mr. Color C-12, la parte anteriore del motore in blu Tamiya X-14, gli scacchi sui flabelli del motore e le bande nere in coda di riconoscimento, tipiche del teatro Europeo di quel periodo, in Tamiya XF-1. Su questo particolare velivolo era nera anche la base della deriva.

Sono, quindi, passato ai lavaggi eseguiti con lo Starship Flit della Abteilung 502. In questa fase ho avuto l’accortezza di evidenziare solo le pannellature, e non i rivetti, per non appesantire l’effetto visivo totale. Ho scelto questa via perché, a mio avviso, il risultato finale è molto più equilibrato. Dopo il lucido X-22 Tamiya a protezione ho applicato le decal. Di buona fattura anche le Bombshell (il foglio ha il codice BS48012) che ho utilizzato esclusivamente per le insegne specifiche del soggetto; a tal proposito, fortunatamente esiste una serie di buone foto che ritraggono il P-47 con serial number 229173 anche da molto vicino, e non ho potuto far a meno di notare delle discrepanze tra i nomi degli specialisti e del pilota stampati sul foglio. Oltre ad essere diversi, anche il carattere utilizzato dalla Bombshell è completamente inventato (sembrerebbe un semplicissimo “Comica Sans” di Windows).

Altre ditte di settore hanno utilizzato i medesimi nominativi nei loro prodotti, quindi le conclusioni a cui sono giunto sono due: si sono tutti copiati a vicenda, oppure il Thunderbolt proposto nei fogli aftermarket si riferisce ad un periodo differente rispetto a quello delle foto pubblicate sopra.  Ad onor del vero, durante le mie ricerche non sono riuscito a trovare altre immagini che possano avvalorare questa tesi quindi, in definitiva, ho deciso di tenere il modello così com’è.

A questo punto sono seguite un po’ d’invecchiamento e sporcature varie ottenute con colori ad olio e pigmenti, senza esagerare e comunque compatibili con lo stato d’usura dell’esemplare raffigurato. Per la finitura finale ho scelto l’opaco sulle zone verniciate (fregi in azzurro, simboli di teatro e anti riflesso) mentre sul metallizzato ho optato per il semi-lucido. La colorazione dei piccoli dettagli e l’assemblaggio degli ultimi pezzi, preparati separatamente, hanno completato il modello. L’unico aftermarket che ho deciso di utilizzare, oltre alle decalcomanie, è stato il tubo di pitot della Master.

In conclusione posso affermare che quello presentato in questo articolo è un kit che necessita molta cura e attenzione, per nulla semplice da mettere insieme. Tralasciando la questione rivetti, trovo discutibile la scelta di non fornire i flaps estesi anche nella scatola “Basic” visto che era una posizione caratteristica dei velivoli parcheggiati; la MiniArt include anche due gambe di forza dei carrelli (una con ammortizzatore completamente esteso, e una completamente compresso) entrambe non realistiche. Attualmente stanno uscendo alcuni aftermarket che sicuramente aiuteranno a migliorare alcuni aspetti di un prodotto, per fortuna, comunque corretto in quanto a forme e dimensioni. Me lo sono sudato ma questo Thunderbolt in scala, alla fine, mi piace!

Questo modello new tool è riuscito a soppiantare il Tamiya? A voi l’ardua sentenza.

Seguiteci nelle pagine di MT per altri bellissimi progetti e buon modellismo a tutti!

Andrea – Aquila1411 – Dal Pont

Kit Review: Pilatus PC-7 – Wolf3D Resin Parts in scala 1/48.

La stampa tridimensionale è diventata, oramai, un argomento entrato prepotentemente nel nostro quotidiano. A livello modellistico, è presto divenuto il metodo di stampa principale per piccoli e grandi particolari, tanto che attualmente le parti ancora prodotte col metodo classico (stampo in gomma siliconica) sono pressoché del tutto scomparse. Il 3D, oltre ad assicurare risultati migliori in termini di qualità e finezza dei pezzi, ha anche aperto la possibilità ai singoli appassionati di progettare e produrre in casa interi kit di soggetti che, diciamolo fuori dai denti, difficilmente potrebbero essere presi in considerazione dai grandi marchi produttori di stampi mainstream in stirene. Com’era facile aspettarsi, il nuovo mercato è commercialmente molto appetibile e questo ha fatto sì che sui social e sul web si moltiplicassero in breve tempo le offerte per nuovi modelli in tutte le salse, e in tutte le scale. Ovviamente, non tutte le nuove proposte hanno una qualità all’altezza e una solida ricerca tecnica (e storica) alle spalle; è, purtroppo, lo scotto da pagare quando qualcosa diventa fruibile con troppa facilità.

La Wolf3D Resin Parts è una “garage factory” che ha sede in Austria. Nonostante sia una piccola azienda di settore vanta comunque un catalogo molto vasto, che propone principalmente set di dettaglio e correzione soprattutto per velivoli moderni. Quello che andrò a presentarvi in questa breve recensione è il primo kit completo che la Wolf3D Resin Parts offre, dedicato ad uno degli addestratori turboelica più diffusi al mondo: il Pilatus PC-7.

Doverosa premessa: il titolare della ditta, oltre a sviluppare tutti i progetti in totale autonomia, è formalmente uno specialista e crewchief proprio sui PC-7 della Luftstreitkräfte (l’aeronautica militare austriaca). In pratica, il modello 3D di questo kit è stato interamente basato su rilievi, manuali tecnici e misure del velivolo reale.

Il kit della Wolf3D Resin Parts si compone di 92 parti in resina 3D di colore grigio, doverosamente protette all’interno di una robusta scatola di cartone e da spugnette anti urto. Le pannellature sono in finissimo negativo, con dei rivetti nitidi e perfettamente riprodotti. Le piastre di rinforzo sulle ali, tipiche del Pilatus PC-7, hanno il giusto spessore, così come i bordi d’uscita degli alettoni, del timone di direzione, dei flap e degli elevoni. Ad eccezione degli ipersostentatori, che a terra sono sempre chiusi, tutti gli altri organi di governo sono separati dalle ali, dalla deriva o dai piani di coda, e si possono rappresentare in posizioni diverse da quella neutra.

I pezzi, anche quelli più lunghi e sottili, non sembrano aver subito deformazioni durante il processo di “curing”; nel caso delle ali, ad esempio, all’interno vi sono delle “travi” di sostegno che ne impediscono lo svergolamento.

Le superfici sono davvero lisce, pulite, e non vi è accenno dei segni dei layer di stampa, nemmeno sulle zone più curve o con forme più complesse.

La presa d’aria della turbina è provvista del suo condotto completo, già stampato all’interno del muso.

La fusoliera è divisa in due tronconi principali (più il muso con le cofanature del vano turbina), separati lungo una linea di pannellatura, e si assemblano grazie ad un innesto che ne agevola il montaggio e ne garantisce il perfetto allineamento.

L’abitacolo è davvero molto bello e ricco di particolari, alcuni di questi già stampati all’interno della sezione mediana di fusoliera. La Wolf3D Resin Parts fornisce due tipologie di cruscotti utili a rappresentare i velivoli pre-aggiornamento e quelli più tardi con strumentazione parzialmente digitale. I seggiolini hanno una diversa posizione delle cinture tra quello anteriore e posteriore.

Parti opzionali sono previste anche per altre apparecchiature aggiornate negli anni come, ad esempio, le antenne GPS o quelle del sistema ADF.

Nella scatola si trovano anche diversi tondini di ottone da utilizzare per il corretto assemblaggio del muso e per rinforzare le ali e le gambe dei carrelli che dovranno sostenere il peso del modello. A proposito di quest’ultime, la Wolf3D Resin Parts ha previsto anche la possibilità di montarle in posizione retratta per rappresentare il PC-7 in volo.

Particolarmente apprezzabile la scelta di dotare il kit di parti trasparenti in resina e non in vacuform come, solitamente, ci si aspetta da questo tipo di prodotti. Canopy e parabrezza sono stampati in UK dalla Aerocraft Models con metodo classico (no 3D) e sono molto limpidi, con minime aberrazioni.

Osservando meglio tra i vari “vassoi”, inoltre, si possono trovare anche delle “spare parts” utili nel caso in cui qualcosa vada storto o qualche pezzo venga perso (vi è, ad esempio, almeno una pala dell’elica, delle antenne e altri piccoli elementi in più). Gli pneumatici sono forniti in due diverse opzioni: la prima completa di cerchione e gomma, la seconda con i cerchioni separati e verniciabili a parte senza necessità di mascherature.

La scatola oggetto di questa recensione è dedicata alla versione austriaca, denominata “PC-7 OE”.  Le decalcomanie sono fornite dalla Cartograf, altra accortezza che denota una certa cura e attenzione per la resa finale del modello. Il foglio non è molto grande ma permette di riprodurre tutti gli esemplari in carico all’aeronautica austriaca, compreso lo Special Color per i 20 anni di utilizzo dell’addestratore. Tra le proposte vi sono anche i due velivoli che, negli ultimi anni, hanno garantito la sicurezza del World Economic Forum di Davos (in Svizzera) e che interessa una parte dello spazio aereo austriaco (sono presenti anche le decal con le indicazioni della frequenza radio di stand by da applicare sul tettuccio o sulla fusoliera). Inutile dire che le decal sono perfettamente a registro, con colori saturi e vividi.

Un cenno anche alle istruzioni che sono fornite già all’interno della confezione, usanza che si sta lentamente perdendo a favore di file .pdf da scaricare a tutto vantaggio dei produttori che ne risparmiano i costi di produzione. Quelle relative alla fase di montaggio sono in B/N direttamente estrapolate dal progetto in 3D, ben dettagliate e chiare da leggere. Quelle per la verniciatura e le decal sono, invece, a colori su carta patinata lucida. L’unico neo è che, al loro interno, non vi sono indicazioni su quali esemplari sono stati aggiornati e quali utilizzano ancora la vecchia configurazione del cockpit e delle antenne esterne, quindi è necessario fare particolare attenzione alle foto e alla documentazione quando si andrà a scegliere il velivolo da riprodurre.

Non sono inclusi armamenti esterni ma sul sito della Wolf3D Resin Parts sono già acquistabili diversi carichi che il PC-7 può utilizzare, tra cui anche i gun pod o i lanciarazzi.

Il kit è disponibile nelle tre scale principali (1/72, 48 e 32) e assieme quella oggetto di questa recensione, è acquistabile anche la scatola dedicata alle varianti svizzere, allo stesso prezzo (una piccola review la trovate nel nostro forum, cliccando qui).

A proposito del prezzo… per la 72 è di 75€, per la 48 120€ fino ai 165€ necessari per portarsi a casa il più grande dei tre, in 1/32. Essi sono acquistabili direttamente qui:

Non è sicuramente un modello economico ma è completo di tutto ed è in linea con i costi richiesti anche da altri prodotti simili. La stampa 3D ha indubbi vantaggi, ma anche degli oneri ben più alti con cui dover fare i conti. Quindi, quale giudizio si può dare a questo Pilatus PC-7 della Wolf3D Resin Parts?

A mio avviso, positivo. La qualità è palpabile e la sicurezza di avere tra le mani un prodotto ideato e creato da chi ci lavora tutti i giorni è un altro buon motivo per muovere l’acquisto (soprattutto per chi, come me, è attento alla fedeltà delle forme e delle misure). NON è un modello per tutti perché la gestione della resina 3D richiede una certa esperienza, ma la sensazione è che i pezzi siano stati ben studiati al punto di limitare al massimo eventuali problemi.

È, inoltre, probabile che nel futuro prossimo possano uscire altre scatole con soggetti più esotici in carico alle aeronautiche sud americane e asiatiche, evenienza che renderebbe questo PC-7 ancor più appetibile a mio avviso.

Buon modellismo a tutti!

Valerio – Starfighter84 – D’Amadio

Lockheed Martin F-35B Lightning II dal kit Tamiya in scala 1/48

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In questo mio nuovo articolo voglio partire da un presupposto: la genesi di questo F-35B è stata totalmente casuale e, soprattutto, inaspettata. Ho avuto la fortuna, e l’onore, di ricevere in anteprima una “white box” del nuovo modello prodotto da Tamiya in scala 1/48, una di quelle scatole prive di box art e di qualsiasi tipo di grafica (da qui il nome “scatola bianca”) che viene inviata ai distributori sparsi in tutto il mondo prima dell’immissione ufficiale sul mercato. Quale occasione migliore per condividere quest’esperienza in anteprima per gli amici del forum?

Sebbene avessi potuto realizzare l’aereo totalmente da scatola (e vi assicuro che già così è spettacolare), ho pensato di godermi questo Lightning II con l’aggiunta di qualche dettaglio autocostruito e con l’utilizzo di qualche aftermarket generico, non necessariamente pensato per il kit in questione dato che, al momento dell’uscita, ancora non si trovava nulla. Prima di leggere questo articolo potete dare una rapida sbirciata al contenuto del kit cliccando qui (link alla review).

COCKPIT:

Aiutandomi con la scarsissima documentazione fotografica attualmente disponibile (e sbirciando da qualche aftermarket) ho cablato la parete della vasca, utilizzando dei cavi di piombo da 0.3 mm della Plus Model.


Ho forato e affinato le pedaliere aiutandomi con una micro-punta in tungsteno.

Ho verniciato la vasca in grigio F.S.36270 utilizzando il Gunze H-307 schiarito con un 20% di bianco per ovviare ai successivi filtri dovuti al trasparente lucido, lavaggi ad olio in grigio e al trasparente opaco. Tutta la strumentazione è in decal e consiglio l’utilizzo generoso del Tamiya Mark Fit Super Strongper conformarle a dovere; il risultato è ottimo e restituiscono anche una buona tridimensionalità.

Volendo rappresentare il mio F-35B in decollo non ho optato per un seggiolino in resina, bensì ho scelto di utilizzare e valorizzare al meglio quello del kit al quale ho sostituito la maniglia di espulsione realizzandola con un filo di rame da 0.1mm. Poi, ho verniciato il giallo con un colore vinilico Vallejo che ha contribuito a dare un po’ di spessore e ho realizzato le strisce nere con una Rapidograph nera con punta 0.05 mm. Il sedile Martin Baker Mk.16 è verniciato in Tamiya X-18 Semi Gloss Black mentre i cuscini sono in nero opaco vinilico della Vallejo. Il contrasto iniziale tra le due finiture del tono è stato attenuato da un leggerissimo dry-brush ad olio con un grigio chiaro, quanto basta per dare tridimensionalità e maggiori luci a spigoli e dettagli.

Ho aggiunto due piccole feritoie su entrambi i lati della palpebra del cruscotto, probabilmente hanno il compito di raffreddare il quadro principale facendo fuoriuscire aria calda. Per realizzarle ho usato dei piccoli segmenti di decal nera che hanno simulato bene la profondità delle aperture.

Il frame interno del canopy è ben dettagliato da scatola con rivetti e fori di alleggerimento strutturale che ho leggermente aumentato in profondità ripassandoli con un trapano a mano e punta da circa 1mm. Con documentazione fotografica alla mano ho aggiunto dei cablaggi mancanti, le maniglie presenti sul frame verticale (realizzate con del filo di rame) e una maniglia sul lato destro a forma di “T” per il blocco del tettuccio.

La struttura è stata verniciata in nero semilucido Tamiya X-18 e ha ricevuto del dry-brush ad olio con un grigio medio.

FUSOLIERA:

Terminato l’abitacolo ho iniziato a lavorare sul vano carrello anteriore e sul condotto della ventola verticale: nel primo il dettaglio da scatola è bello ma essenziale, privo di qualsiasi tipo di cablaggio. Mi sono divertito a realizzarlo utilizzando cavi in piombo della Plusmodel del diametro di 0.2 e 0.3mm.

Stesso discorso per quanto concerne i portelli del vano che possono essere arricchiti con i rispettivi cablaggi, dato che saranno ben visibili a modello ultimato.

Sulla gamba di forza anteriore ho aggiunto elementi in Plasticard, fili di piombo (quelli di base, il resto del lavoro l’ho terminato dopo aver verniciato il tutto – come spiegato più avanti nell’articolo) e in resina 3D della Anyz per aumentare la qualità del dettaglio generale. Ho aperto anche tutti i fori presenti, a partire da quello più grande sul compasso anti-torsione, usando una punta da 0.5mm.

Il carrello dell’F-35B si differenzia principalmente da quello dell’F-35A per la doppia colorazione in bianco e in un grigio metallico che ho ottenuto dal mix Tamiya indicato nelle istruzioni. Lo stelo dell’ammortizzatore è in Chrome della Molotow.

Una curiosità in merito a questo step di montaggio: ho utilizzato lo stelo dalla massima estensione che viene consigliato quando si vuole realizzare l’F-35B in decollo verticale o, come nel mio caso, mentre sta staccando le ruote da terra.

Il kit prevede un piccolo blocco in plastica che mantiene il carrello in posizione retratta e consente di estrarlo a modello ultimato e verniciato. Dal canto mio, invece, ho deciso di lasciarlo esteso poiché non avrei potuto dettagliare il tutto a dovere e diverse parti, come il faro di atterraggio e il compasso anti-torsione, li avrei dovuti incollare alla fine con poco spazio di manovra e troppi rischi di rovinare tutto. Non me la sono sentita…

Prima di chiudere il vano anteriore e il condotto della ventola ho verniciato il meccanismo di rotazione che si intravedrà ai lati quando l’aereo ha i portelli inferiori completamente aperti. Il primer verde è realizzato con il mix proposto nelle istruzioni ed è l’unico colore steso ad aerografo, il resto dei dettagli è pitturato direttamente a pennello.

Ho deciso di riprodurre i perni di rotazione delle lamelle che direzionano verso il basso il flusso della ventola anteriore, è un dettaglio ben visibile che si può osservare facilmente anche nelle foto non troppo ravvicinate. Per realizzarli ho fustellato dei cerchi da una decalcomania con texture carbonio ipotizzando che possa trattarsi di un materiale composito.

Ho aggiunto ulteriori particolari realizzando le viti di fissaggio con un pennino grafico dalla punta 0.05 mm. La procedura è molto scomoda per via del poco spazio in cui lavorare, e i “puntini” non sono tutti uguali, ma l’effetto che restituisce all’occhio nudo è fantastico.

I pezzi che compongono il sottoinsieme delle prese d’aria anteriori, dei relativi condotti, della presa d’aria ausiliaria sul dorso e del primo stadio del compressore sono pochi e dal fitting eccellente, ma qualche giunzione è comunque migliorabile.

Quella inferiore sul fondo del condotto è decisamente visibile, per fortuna verrà occultata dall’albero di trasmissione che collega il motore alla ventola anteriore verticale e, dunque, ho deciso di non stuccarla.

Al contrario ce ne sono altre che saranno ben individuabili qualora si lasciasse aperto il portellone della ventola sul dorso, mi riferisco alle piccole verticali che vedete in queste foto. Una volta stuccate ho riverniciato il tutto con il bianco opaco Tamiya XF-2.

La zona del motore (e del suo alloggiamento) rappresenta un lungo step decisivo nella realizzazione di questo F-35B, essa richiede più attenzioni e ore di lavoro.

I portelloni, a mio parere, sono tra le parti più complesse da realizzare di tutto il modello a causa del numero, della sovrapposizione e della tipologia di colori da utilizzare. In ordine, ho applicato l’alluminio, il bianco, il verde primer e infine il metallo scuro (simile al Gun Metal); i primi due colori sono verniciati ad aerografo mentre il verde e il metallo scuro a pennello.

I rinforzi color primer, ad onor del vero, sono forniti anche in decal ma sono spesse e non coprono del tutto il bianco di fondo per cui, alla fine, ho deciso di verniciarli direttamente con il solito mix di vernici proposto dalla Tamiya. Questi colori non nascono per l’utilizzo a pennello ma, parlando per mia esperienza, se diluiti col proprio diluente e applicati bagnati, il risultato non è poi così lontano da una verniciatura realizzata ad aerografo (ovviamente faccio riferimento all’applicazione su piccole aree).

Il condotto del propulsore è ruotato di 45° per realizzare il mio F-35B in decollo corto, e al suo interno ho realizzato un minimo invecchiamento con un lavaggio ad olio (Starship Filth) e della polvere di pastello nera passata lungo le linee di giunzione. Purtroppo, a modello ultimato, non si vedrà granché.

Il terminale snodato del motore Pratt & Whitney F135 è verniciato nel suo colore principale, il Tamiya LP-63 Titanium Gold e, per risaltare il dettaglio meraviglioso delle parti che lo compongono, ho applicato un lavaggio con il grigio medio “Starship Filth” della Abteilung 502. Il washing ad olio mette in risalto le linee di giunzione dei pezzi semicilindrici che passano nel mezzo di molti dettagli; ho preferito non correre il rischio di perderli evitando carteggiature invasive ma, devo dire, a lavoro ultimato le fessure si nascondono bene in mezzo a tutti i particolari che ho aggiunto.

La Tamiya ha realizzato i cavi e le tubazioni principali che si innestano nell’ultima sezione ma ci sono dei cablaggi mobili sul lato destro, che sugli F-35B reali sono fissati su dei punti di appoggio che scorrono con su di una piccola “rotaia”, non riprodotti dalla casa giapponese. Li ho aggiunti ricorrendo ai soliti cavi di stagno della Plus Model da 0.3 e 0.4 mm di spessore, aggiungendo anche dei connettori per le linee idrauliche in resina 3D (della Anyz) e le fascette blu di ritegno fatte con il nastro kabuki.

La scomposizione dello scarico è comoda per verniciare i petali esterni in tre colori differenti; la giunzione è esteticamente perfetta se vista da fuori, mentre dall’interno rimane in vista una sottile linea che passa nel mezzo di alcuni petali in materiale ceramico (bianco).

Queste sono state chiuse e pareggiate con un velo di cianoacrilato, carteggiato a dovere dopo la completa catalizzazione. La corona interna, come detto, è in bianco opaco su cui ho effettuato un lavaggio ad olio; il tutto è stato, infine, sigillato con del Flat Gunze H-20.

Il sistema di puntamento AN/AAQ-37 Electro-Optical Distributed Aperture System (EODAS) è ricco di dettaglio che, per quanto sembri passare inosservato, può essere valorizzato al meglio con tanti piccoli accorgimenti.

Son partito col verniciare una base di nero opaco Tamiya XF-1, poi con un dry-brush ad olio in grigio chiaro ho messo in luce la struttura portante, con il Silver della Vallejo Air ho verniciato la parte anteriore mentre con il Chrome della Molotov le due lenti posteriori.

Per concludere, ho dipinto e caratterizzato gli elementi che sono riuscito ad osservare nelle poche foto reperibili online. Prima di sigillare l’EODAS, ho “brunito” l’interno del trasparente con una passata leggera di Transparent Yellow dell’Alclad diluito all’80% con il Leveling Thinner Mr.Color.

Volendo realizzare il mio F-35B in decollo corto non è stato necessario realizzare i vani armamenti aperti; di conseguenza ho chiuso i portelloni (che si incastrano alla perfezione), ma con un po’ di rammarico sapendo che non avrei potuto mostrare uno dei punti di forza di questo kit. Le weapon bay sono davvero spettacolari…

La fusoliera si compone di diverse sezioni che si incollano senza problemi, ai lati ci sono alcuni punti nei quali dovrete stuccare e carteggiare con attenzione piccole linee di giunzione che passano attraverso i pannelli di materiale radar assorbente, potete osservarle nelle foto che seguono.

Sotto al muso vi segnalo una linea di stampa da eliminare.

Lo spigolo che si forma tra la parte superiore e inferiore del muso va controllato accuratamente, usando anche del primer, perché può nascondere micro-fessure che la verniciatura metterà in luce.

Proseguendo si arriva alle tip alari dove la linea di separazione tra semiala superiore e inferiore passa in mezzo a dei pannelli RAM e va curata con attenzione.

Infine, la parte più delicata da carteggiare e raccordare si trova nella parte terminale della fusoliera in prossimità dello scarico, la vedete nella foto sotto. La zona di manovra è un po’ scomoda e dovrete lavorare con tante parti terminate e già assemblate, ma il risultato vale lo sforzo.

Allo stesso modo, anche la verniciatura del lift fan è tutt’altro che agevole poiché i braccetti neri sono direttamente stampati sulla valva superiore della fusoliera, e tutto intorno bisogna verniciare in bianco.

A seguito di vari tentativi ho deciso di procedere in questo modo:

  • Sono partito col dipingere il bordo e il blocco centrale in Mr.Color C-8 “Silver”.
  • Ho pitturato i braccetti orizzontali a pennello con un nero opaco della Vallejo Air.
  • Ho verniciato la piccola ogiva in Mr.Color 40Th Anniversary “Graphite Black”, un nero che ricorda la finitura del carbonio.
  • Le lamelle della ventola sono in Mr.Color C-159 “Super Silver”.

VERNICIATURA & DECAL:

Verniciare o non verniciare un F-35B e rendere al meglio la verniciatura Have glass: questo è il dilemma! 

Un problema che si protratto per mesi e mesi di mix, esperimenti e proporzioni e che ha trovato una via risolutiva grazie al consiglio di Aurelio Freestyle riportato della discussione “Do you HAVE GLASS?” (che vi ripropongo prontamente qui):

LINK AL TOPIC

 Il grigio principale F.S. 36170 è realizzato utilizzando come base il Mr.Paint MRP-280 “Camouflage Grey” al quale ho aggiunto il  Mr.Color Super Metallic 2 SM204  “Super Stainless 2” e il Mr.Color C125 “Cowling color” nella seguente proporzione:

Mr.Paint MRP-280 Camouflage grey FS.36170 (8 parti) + Mr.Color C125 “Cowling color” (3 parti) + Mr.Color SM204 Super Stainless 2 (6 parti).

 Il ricchissimo foglio decal del kit consente di realizzare i pannelli in RAM utilizzando le decalcomanie appositamente sagomate per la maggior parte dei pannelli ad esclusione delle prese d’aria e della zona motore. Su questo F-35B, complice la scala comoda, ho deciso di mascherare e verniciare tutto; vi segnalo le derive che sono decisamente le parti più complesse da affrontare.

Ecco il risultato una volta terminata la verniciatura:

 Il grigio chiaro per i pannelli RAM è un mix realizzato utilizzando come base il Tamiya LP-14 “IJN Gray (Maizuru Arsenal)” al quale ho aggiunto il Tamiya LP-59 “Nato Brown” e il Mr.Color SM204 “Super Stainless 2” nella seguente proporzione:

Tamiya LP-14 IJN Gray (Maizuru Arsenal) (7 parti) + Tamiya LP-59 Nato brown (2 parti) + Mr.Color SM204 “Super Stainless 2” (5 parti).

 Il risultato è decisamente vicino a quanto avrei voluto ottenere e mi ritengo soddisfatto, di sicuro questa base è ottima per realizzare dei soggetti dalla breve vita operativa. Per realizzare l’esemplare che ho scelto di riprodurre in scala (con numero di carrozzella 32-14 e M.M. 7435) ho utilizzato le decal del kit che, al solito,risultano un po’ rigide e spesse tanto da far intravedere il bordo del film trasparente in controluce.

Per preservare l’effetto dell’Have Glass ho posizionato la maggior parte delle decal senza una base di trasparente lucido, scelta che non rifarei perché in alcuni punti ho osservato del leggero silvering. Vi consiglio di optare per una base di lucido se volete ricorrere alle decalcomanie della Tamiya.  

Per ridurre lo spessore del fil, invece, ho attuato i seguenti step: una volta posizionate tutte le decal e tutti gli stencil, e averli protetti con il trasparente lucido Mr.Color GX100 Super clear III,ho levigato e livellato il trasparente per ridurre lo scalino utilizzando dei tamponi abrasivi con grane sottili (3000/4000 e 5000) bagnando con cura il fondo.

Per preparare le superfici a ricevere i colori ad olio ho scelto il trasparente satinato Mr.Color C181 Semi-gloss super clear.

I lavaggi li ho eseguiti con lo “Starship filth” della Abteilung 502 soltanto nelle pannellature e sulle viti (pochi) per non esasperare l’invecchiamento e rispettare lo stato d’usura che ho potuto visionare dalle foto dell’F-35B reale.  

La finitura finale l’ho ottenuta con il Gunze H20 Flat clear diluito con il  Mr.Hobby Thinner a base di alcool isopropilico. Ho scelto una diluizione molto spinta (in pratica, al 90%) per evitare un di opacizzare del tutto le superfici perdendo i riflessi metallici dell’Have Glass.

DETTAGLI:

Terminata la verniciatura, ho completato e migliorato alcuni dettagli esterni. Sono partito con un piccolo upgrade al portellone della ventola dorsale al quale ho rifatto i ganci di blocco; quelli del kit sono stampati in plastica piena, io le ho ricostruito utilizzando del Plasticard da 0.2mm e un profilato metallico da 0.3 di diametro della Albion Alloy.

Verniciare la cornice interna dei tanti portelloni è stato un lavoro veramente tedioso. A tal proposito ho rimediato barando e creando un mix metallico molto similare con due colori Vallejo, il Silver della serie Air e il nero opaco, che ho applicato a pennello lungo i bordi.

Ho voluto anche riprodurre il rivestimento protettivo esterno dell’EOTS (Electro-Optical Targeting System), il sistema di puntamento dell’F-35A/B/C. Per ottenere l’effetto “iridescente” ho testato e usato con successo una pellicola in vinile trasparente olografico adesivo che ho trovato su Amazon che, di fatto, è prodotto generico per decoupage.

Quando ho ricevuto la white box in anteprima sono andato alla ricerca di qualche aftermarket da aggiungere al progetto e le ruote in resina sono un “must have” che non può mancare mai. Mi sono imbattuto nel set prodotto da Reskit F-35 (A,B) wheels set (1/48), codice RS48-0185.

Il set non nasce per i kit Tamiya e ho dovuto modificare il mozzo in cui si innesta il cerchione ricorrendo ad un pezzo di graffetta metallica.

Come di consueto ho cablato le gambe di forza utilizzando filo di piombo della Plus Models dal diametro 0.2 e 0.3 mm ma su questo modello è stato necessario prima verniciarle ed invecchiarle e solo dopo aggiungere tubicini e cavi elettrici (viceversa sarebbe stato molto difficile mascherare e dipingere a dovere ogni sottoinsieme).

ARMAMENTI

 L’F-35B che ho scelto ha preso parte ad alcune esercitazioni in modalità “beast mode” con gli armamenti installati sui sei piloni sub-alari.  È stato istintivo realizzare il modello con l’armamento che si vede nelle fotografie pubblicate dall’Aeronautica Militare, per cui ho optato per quattro GBU-12 “Paveway II” inerti lasciando, però, vuoti i rail più esterni per gli AIM-9X Sidewinder. Ho utilizzato il set Eduard GBU-12 Paveway II Bombs, codice 64815,5 facendo un piccolo confronto   dimensionale con le GBU-12 fornite dal kit Tamiya.

La lunghezza e la larghezza degli ordigni corrispondo per entrambi i marchi ma le Eduard hanno dettagli più sottili e in scala rispetto alle Tamiya.

Il corpo delle Paveway è l’AK Real colors RC234, FS35109. Ho ricostruito la parte trasparente del rilevatore ottico in sprue trasparente rimodellato sul pezzo in resina e l’ho verniciato in Tamiya X-26, Clear Orange lucido.

I rail esterni da scatola sono stati sostituiti con le copie in resina della Quickboost, prelevati dal set F-35B Lightning II Pylons And Missile Launchers (codice 49103).

PILOTA:

La ciliegina sulla torta che pone la parola fine a questo modello è il pilota, anche lui fornito dalla Tamiya. È verniciato con vinilici Vallejo e la parte superiore del casco, che riproduce la trama del carbonio, è in decal, essendo un po’ rigida dovrete armarvi di pazienza e di tanto Mark Fit Super Strong per farla aderire gradualmente e con pressione costante.

Non mi reputo un figurinista e il mio obiettivo, quando si tratta di miniature, è distinguere al meglio possibile i volumi con le rispettive luci e ombre per far in modo di rendere ben visibile il soggetto all’interno del cockpit. 

CONCLUSIONI:

Non sono mai stato un fan dell’F-35 Lightning II in ogni sua versione e credo che tanti di noi non ne siano mai stati attratti. Ma sono certo di una cosa: grazie a questo kit sono diventato sempre più fan di Tamiya e della sua nuova generazione di stampi che consentono di realizzare dei piccoli capolavori con il minimo sforzo e il massimo divertimento. W TAMIYA!

Buon modellismo a tutti, Mattia “Pankit” Pancotti.

Bandit Sundowner – F-5N Tiger II dal kit AFV Club in scala 1/48.

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Per me, appassionato di velivoli da combattimento e modellista fino al midollo, l’F-5 Tiger II è uno degli aerei più belli ed eleganti mai costruiti. Se a questo aggiungo che è una delle macchine più utilizzate dai reparti Aggressor della Navy (con schemi mimetici davvero accattivanti), esso diventa ancor di più un piacere per gli occhi e fonte d’ispirazione per il mio hobby.

Da tempo avevo intenzione di riprodurre in scala uno di questi esemplari ma, pur avendo già in casa il kit da cui partire, mancava all’appello un foglio decal.  Quando la Furball Aero Design ha messo in catalogo il prodotto n°48065 l’ho immediatamente acquistato. Al suo interno ci sono decalcomanie sufficienti per otto esemplari diversi, sette per la versione N e uno per il biposto (F-5F).

Il kit di partenza è della AFV Club, attualmente il migliore in scala 1/48; ho acquistato la scatola dedicata agli Aggressor (AR48S09) che è la più completa perché offre la possibilità di realizzare un modello sia con configurazione “early”, sia “late”, con tutte le modifiche e gli aggiornamenti eseguiti negli anni.

Osservando bene lo stampo, ho notato subito alcune lacune a livello di dettaglio come l’assenza totale dei condotti delle prese d’aria e degli scarichi, oltre alla mancanza della struttura interna del canopy e l’approssimazione del meccanismo di apertura (due particolari molto caratteristici e visibili del Tiger II).

Fortunatamente ci sono svariate ditte che offrono dei set di dettaglio per colmare le lacune, di seguito vi elenco ciò che ho aggiunto alla lista della spesa:

  • Reskit RSU48-257: prese d’aria “seamless” complete di condotti, stampati in 3D e di ottima fattura. Indispensabili.
  • Reskit RSU48-115: scarichi dei motori J85 che, a conti fatti, si sono rivelati inutilizzabili (spiegherò il motivo più avanti nell’articolo).
  • Reskit RS48-005: set di ruote in resina di buona fattura.
  • Master AM-48-150: pitot in ottone tornito, un must imprescindibile.
  • Kopecky Scale Models 48025: rail alle tip alari in resina. Quelli da scatola sono spogli e non proprio belli da vedere soprattutto se si lasciano vuoti. I corrispettivi in resina 3D, al contrario, offrono un dettaglio molto curato.
  • Kasl Hobby K48009: cockpit completo di struttura del tettuccio, davvero un bellissimo set da avere assolutamente.

Ho voluto iniziare il montaggio proprio dall’abitacolo, avendo cura di separare tutti i pezzi dalle materozze di stampa con attenzione. Ho dapprima steso uno strato di primer Mr. Surfacer Gray 1500 della Mr. Color, poi il grigio delle superfici interne (Gunze H-306). Consolle laterali e del cruscotto sono in Nato Black XF-69 Tamiya, altri particolari in grigio, rosso e giallo (come gli switch e le leve della strumentazione) hanno completato il tutto.  Il cuscino del sedile è in Olive Drab Vallejo.

Una mano di lucido X-22 Tamiya ha preparato la base per i lavaggi che ho eseguito con colori ad olio, in grigio medio e Bruno Van Dyck. Stesso procedimento per le pareti laterali, che sono già stampate all’interno della fusoliera. Per completarla ho aggiunto delle targhette in decal recuperate da un foglio della Anyz.

Con il trasparente opaco Alclad (ALC-314) ho sigillato tutto e conferito la finitura finale all’abitacolo del Tiger II. Per mettere in maggiore evidenza i dettagli e dare volume alle forme, ho ripreso tutti gli spigoli e i rilievi con le polveri dei Tamiya Weathering Set A ed E.

Il troncone anteriore del modello si compone di due valve e di un inserto che chiude inferiormente la carlinga. Quest’ultimo, dopo le prime prove a secco, si è rivelato un pezzo con un incastro poco preciso e con delle superfici di incollaggio ridotte. Per questo motivo, ho preferito chiudere prima le semi-fusoliere e inserire il cockpit da dietro onde evitare che qualche residuo di colla potesse rovinare tutto il lavoro fatto all’interno. Il troncone posteriore, invece, è composto da una grande sezione superiore che ingloba le prese d’aria, e da una inferiore con parte delle ali integrate. Per maggiore comodità e spazio di manovra, gli intake della Reskit è bene inserirli prima di incollare i due sottoinsiemi.

Come da istruzioni ho iniziato ad allargare la loro sede con un cutter, procedendo con cautela fino loro completo inserimento. Il processo va attuato con calma perché, eliminando troppo stirene si ottiene una fessura importante da stuccare e reincidere.

Ad ogni modo, prima di incollarle ho provveduto a verniciarne l’interno con il Gunze H- 310, un marrone leggermente più scuro della mimetica che ha aumentato l’effetto profondità dei condotti.  

Superato questo scoglio si può procedere col resto del montaggio: AFV indica di costruire completamente la fusoliera posteriore per poi congiungerla con quella anteriore, ma per mia esperienza questa non è la sequenza migliore perché si rischia che le giunzioni non siano perfette. Personalmente ho preferito completare il troncone anteriore e montare la fusoliera posteriore parzialmente, non incollando subito il pezzo che chiude le superfici inferiori. Così facendo ho mantenuto un certo gioco verticale che mi ha permesso di allineare con precisione la dorsal spine lungo la giunzione alle spalle dell’abitacolo; fatto ciò ho potuto finalmente aggiungere l’inserto della pancia e procedere con le (poche) stuccature del caso. Il dorso delle semiali si innesta senza fatica, come anche flap, slat e il LERX. Per queste superfici la AFV ha previsto differenti pezzi, tenete presente che gli N utilizzano quelle più grandi. I piani di coda sono stampati in un unico pezzo, ma ho preferito separarli ed inserire dei perni per aggiungerli solo a modello ultimato e facilitarne la colorazione. Ai lati della fusoliera, in prossimità degli ipersostentatori, ci sono delle prese d’aria ausiliarie composte da sei feritoie; con i motori spenti sono sempre chiuse.

Vengo ora agli scarichi Reskit. Mentre procedevo con le prove preventive per il loro adattamento ho scoperto che gli ugelli risultano sottodimensionati nel diametro e, paradossalmente, più lunghi del dovuto!

Essendo totalmente inutilizzabili mi sono dovuto rivolgere ad un altro aftermarket, scoprendo che quelli della Aires sono corretti, ben fatti, con una rivettatura piuttosto evidente ma che ben si integra con quella del kit. Tuttavia, i condotti interni dei Reskit sono stampati meglio quindi, in definitiva, ho deciso di mixare i due set constatando che con minimi accorgimenti possono convivere tra loro. Una volta montati, ho proceduto stendendo del Mr. Surfacer 1500 Black della Mr. Color e, sopra di esso, varie tonalità di metallizzati Alclad tra cui lo Steel di base rifinito con delle sfumature di Aluminium ALC-101. Per l’interno ho preferito lo Steel, lavorato ulteriormente con le polveri Tamiya Weathering set D.

Subito dietro al canopy posteriore, in prossimità dei due bocchettoni per il rifornimento carburante, trova posto l’antenna GPS. Nel kit non è presente poiché installata in epoca più recente e va ricostruita, ma solo dopo aver modificato le pannellature presenti in quella zona (come da foto sotto):

Il “dome” del sistema di navigazione è di facile costruzione: l’ho ottenuto tagliando un segmento di Plasticard da 1mm e sagomandolo seguendo le foto dei Tiger II reali; la sezione sferica sopra l’ho ricavata da un tondino Evergreen da 1mm.

Il radome è sorprendentemente preciso e, dopo averlo verificato a secco, l’ho completato con il pitot della Master e messo da parte. Vista la bontà degli incastri, infatti, ho deciso di verniciarlo separatamente (in nero lucido X-1 Tamiya) e incollarlo solo a modello finito. Nota modellistica a margine: i Tiger II in versione N sono tutti dotati del musetto denominato “duckbill nose”, più lungo e affusolato per alloggiare il radar aggiornato AN/APQ-159. Questo, assieme al radome per gli esemplari più vecchi della versione E (più corto e tondeggiane), sono entrambi inclusi nel kit. Attenzione a quale andrete a prelevare dalle stampate.

I portelli di chiusura dei vani carrelli sono in posizione chiusa quando l’aereo ha il circuito idraulico in pressione, e come tali li ho rappresentati. Il contro di questa scelta è che la gamba del carrello anteriore va finita e montata prima di fissare il pannello e verniciare, costringendo il modellista a maneggiare il modello con cura per evitare spiacevoli incidenti. Ad ogni modo le gambe di forza sono ben fatte e basta aggiungere le tubazioni idrauliche per completarle. Tutte e tre devono essere verniciate in alluminio, stesso colore utilizzato anche per i relativi vani. Dopo averle lucidate con il Tamiya X-22 ho proseguito con un lavaggio in Bruno Van Dick ad olio, risaltando forme e dettagli. Per finire, ho aggiunto le targhette di manutenzione in decal di provenienza Anyz e conferito la finitura semi lucida finale col Tamiya X-35. Le ruote Reskit sono molto belle e corrette, occorre solo un po’ di attenzione nel fissare le principali alle gambe del kit perché hanno il cerchione interno stampato solidale (va rimosso con attenzione). Le gomme le ho verniciate in Tyre Black H – 77 Gunze, ripreso con del grigio H-331 molto diluito sul battistrada.

Un ulteriore accessorio che ho aggiunto in corso d’opera è il serbatoio ventrale da 150 galloni della WandD Studio (codice R48012). Dalle foto in mio possesso ho notato che essi sono spesso sporchi e rovinati, quindi si può spingere di più con il weathering. Dopo aver dato il fondo con il Mr. Surfacer 1500 Gray ho eseguito un pre-shading in grigio scuro H-416 Gunze seguito poi dal colore finale H-306 steso in leggere velature fino alla copertura ottimale.

Una volta lucidato, ho eseguito un lavaggio ad olio con un grigio leggermente scuro applicato con un pennello piatto per riprodurre le macchie nelle superfici inferiori. Ho aggiunto delle scrostature in Interior Yellow XF-4 Tamiya e, dopo l’opaco, dei graffi con la matita grigio chiara della AK Interactive. Stessa procedura l’ho adottata anche per i rail della Kopecky Scale Model.

Con il montaggio concluso, e le altre parti già preparate, mi sono potuto finalmente dedicare alla verniciatura del Tiger II Aggressor.

Ho, quindi, mascherato tutte le parti finite da proteggere, quali abitacolo, vani carrello e aerofreni e ho iniziato attuando la tecnica del pre-shading in Brown XF-10 Tamiya. Sopra di esso, con velature leggere, ho steso il colore di base molto diluito – l’F.S. 30279.

Non è facile avere la giusta corrispondenza della tinta, foto in rete se ne trovano ma le tonalità cambiano molto in base all’anno in cui è stata scattata ed anche a come il fotografo lavora l’immagine. A mio avviso la corrispondenza più corretta si trova nell’Hataka C068 che se appena steso sembra più scuro, una volta opacizzato è perfetto!

Il colore successivo è stato il sabbia, in questo caso ho usato il Sandy Yellow H-79 Gunze ripreso poi in post-shading con il Light-Sand LP-30 Tamiya (leggermente più giallo). I disegni della sharkmouth sotto al muso e del “sundowner” sulla deriva sono presenti nelle decal della Furball che, nonostante forme e dimensioni giuste, non mi hanno convinto fin da subito per i colori. Per questo ho scannerizzato il foglio completo e ho usato l’artwork originale per tagliare delle mascherine ad hoc col mio plotter della Silhouette studio.

Applicate sul modello, ho potuto infine stendere l’ultimo tono della mimetica, il Pale Brown FS-30140 – Hataka C160, aiutandomi con il Patafix per ottenere delle linee ben sfumate e in scala.

Tolte le maschere il colpo d’occhio è notevole e convincente!

Le coperture metalliche dei motori sono in White Aluminium di fondo, sfumato lungo le rivettature con il Dark Aluminium. Successivamente ho aggiunto le antenne RWR (Radar Warning Receiver), preventivamente verniciate in nero lucido, avendo l’accortezza di rimuovere prima i rivetti in eccesso nella zona metallica sulla loro base d’appoggio. Fatto ciò, ho steso diverse mani leggere e ben diluite di lucido Tamiya X-22 per avere una superficie liscia su cui applicare le decalcomanie; queste, anche con l’aiuto degli appositi ammorbidenti Micro-Set e Micro-Sol hanno aderito perfettamente.

Ai lati della fusoliera, subito prima delle prese d’aria ausiliarie, ci sono gli indicatori del livello dell’olio del circuito idraulico.  Sono stati omessi sia da AFV, sia dalla Furball, per questo ho deciso di riprodurli. Sono di forma rotonda, base bianca e indicatore rosso, e per riprodurli sono partito da una decal della Airscale per gli strumenti degli abitacoli moderni (a pennello ho dovuto simulare la porzione rossa).  Ho protetto le (poche) insegne con un’ulteriore mano di lucido che è stata propedeutica per i lavaggi ad olio.

I colori della mimetica sono troppo diversi tra loro per utilizzare un solo tono, per cui ho preferito ricreare dei mix dedicati per ognuno di essi (sono partito dal Bruno Van Dyck che ho scurito in base alle esigenze con del nero). Selle superfici inferiori, in prossimità dei vani carrello e delle gondole motori, ho calcato un po’ la mano perché sono le zone più soggette a colature d’olio e grasso.

A questo punto ho opacizzato il modello con il Klear Kote Flat Alclad ALC-314, pigmento che amo per la sua finitura assolutamente opaca ma non gessosa. L’assemblaggio finale del mio Tiger II (carrelli e relativi portelloni, antenne, scarichi, radome) è filato via senza troppi intoppi; per ultimo, invece, ho lasciato il canopy che mi preoccupava per via della ridotta superficie utile alla colla per fare la giusta presa. Tuttavia, una volta trovata la posizione corretta, l’ho fissato con la ciano e aggiunto le ultime parti risultando, contrariamente a quanto pensavo, abbastanza solido.

In definitiva. L’F-5 N Tiger II è un aereo bellissimo dalle linee filanti ed eleganti, con una livrea accattivante che cattura l’attenzione di ogni appassionato. L’AFV ha fatto un ottimo lavoro producendo un kit che si monta bene, senza grosse difficoltà, e che con qualche aftermarket raggiunge un livello di dettaglio molto alto.

Buon modellismo a tutti!

Fabio “Jolly Blue” Barazza.

Hawker Tempest Mk.II dal kit Special Hobby in scala 1/48.

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Hawker Tempest, brevi note storiche – Nato dalle ceneri dell’Hawker Tornado, caccia destinato a rimpiazzare l’Hurricane nelle fila della RAF, il Tempest Mk.II ne montava il medesimo motore radiale Bristol Centaurus. Proprio l’esperienza sul Tornado permise lo sviluppo decisivo della nuovo velivolo inizialmente denominato Typhoon Mk.II, ma in seguito chiamato Tempest quando era oramai chiaro che le modifiche erano tali da portare allo sviluppo di una macchina praticamente diversa. Il prototipo della nuova versione, matricola LA602, compì il suo primo volo il 28 giugno 1943 e riportò immediatamente problemi di vibrazioni trasmessi dall’enorme propulsore doppia stella a 18 cilindri, successivamente risolti grazie all’adozione di supporti in gomma di tipo Silentbloc. Il nuovo Tempest si rivelò più prestazionale e confortevole rispetto al Typhoon, il “fratello” motorizzato con il Napier Sabre.

Esso costituì, insieme alle versioni tarde dello Spitfire e al De Havilland Hornet, l’asse portante della RAF del dopoguerra. Ne furono esportati anche 89 esemplari all’India e 24 al Pakistan. Ed è proprio un esemplare pakistano, appartenente al 14° Sqn. della RPAF, il soggetto di quest’articolo.

Il kit – Il kit nasce da una collaborazione tra Special Hobby e Eduard, ed è una gioia per gli occhi.

Le stampate sono esenti da difetti, con le superfici finemente incise e la presenza della rivettatura sia in negativo, sia in rilievo. Poiché il kit appartiene alla serie Hi-Tech della Special Hobby, all’interno contiene anche parti in resina come l’anello frontale del motore e una sezione laterale che può essere resa visibile eliminando i relativi pannelli in fusoliera (anch’essi in resina). Tra le parti “extra” figurano anche gli pneumatici del carrello principale e il ruotino di coda. Completa la dotazione una piccola lastra foto incisa con le cinture di sicurezza e le mascherine per il canopy in nastro kabuki. Ho comunque deciso di aggiungere qualcosa all’ottima dotazione della scatola dotandomi dell’abitacolo, dei vani armi e degli scarichi realizzati dalla Eduard nella linea Brassin, e delle volate dei cannoncini e del pitot realizzati dalla Master Model.

Montaggio – Il montaggio ha preso il via dall’abitacolo. Seppur gli elementi originali in plastica siano già abbastanza dettagliati, il cockpit della Eduard è un vero gioiello. La finezza e la quantità dei particolari lascia senza parole. Manca solo qualche cablaggio, ma per il resto si tratta di una copia perfetta dell’originale. La scatola si compone di circa sessanta pezzi in resina, una lastra PE e un piccolo foglio decal con le veglie da applicare sul pannello strumenti. Le istruzioni sono molto chiare, con disegni di dimensioni notevoli e spiegano passo passo il montaggio delle varie parti. La struttura tubolare è molto delicata e per questo motivo occorre prestare molta attenzione durante la rimozione dalla base di colata. Per fare ciò mi sono avvalso di una lama foto incisa mantenendomi, durante il taglio, il più vicino possibile alla materozza. È buona norma, quando si lavora con la resina, indossare guanti e mascherina perché e polveri di resina, se inalate, possono essere molto nocive alla salute.

Superata la fase del taglio, occorre rifinire i pezzi utilizzando bisturi, lime o carte abrasive di varie grane, sempre mantenendo i pezzi bagnati.

I componenti dell’abitacolo si incollano con la colla cianacrilica senza problemi, grazie anche ai pin di riscontro. La struttura principale si completa con alcune fotoincisioni quali manette e leveraggi vari.

Per facilitare le fasi di verniciatura è conveniente suddividere il montaggio del cockpit in tre sezioni: la struttura principale, la parte relativa al pavimento con pedaliera e cloche e gli elementi a sostegno del seggiolino. Per la colorazione mi sono affidato al RAF Cockpit Green AK RC293 che, a mio avviso, è molto vicino al riferimento fotografico.

Dalle prove a secco il tutto si inserisce in fusoliera senza problemi quindi Eduard, questa volta, ha fatto i compiti veramente bene! prima di procedere oltre occorre predisporre la fusoliera all’inserimento del motore in resina e, per fare ciò, è necessario tagliare via parte della cofanatura. In questo caso ho utilizzato l’incisore della Trumpeter come fosse un seghetto, continuando a incidere lungo la linea della pannellatura fino alla completa separazione del pezzo. Ci vuole pazienza ma il risultato è garantito.

Contemporaneamente, ho portato avanti i lavori anche sul vano armi. Nella confezione sono presenti entrambi gli alloggiamenti ma ho preferito montarne soltanto uno per lasciare intatta, almeno da un lato, la bella linea del Tempest. Anche in questo caso il set si compone di parti in resina e fotoincisione e, come già detto in precedenza, sono stampati a regola d’arte. Una volta effettuato il taglio dei pannelli sulle ali (i quali verranno sostituiti da altrettanti in resina di una finezza incredibile), la baia si applica senza problemi alla parte superiore dell’ala e non interferisce con la chiusura delle valve. Non occorre assottigliare nulla né perdere ore ed ore nel cercare di assottigliare gli spessori, tutto si incastra con estrema facilità. Terminata questa fase ho applicato le cornici e, alla fine, le armi con le relative munizioni. Per la colorazione, ho utilizzato vari toni metallici della Alclad II, enfatizzando i dettagli con dei lavaggi ad olio. Inizialmente avrei anche voluto modificare la posizione dei flaps per rappresentali estratti, ma un po’ per evitare di complicare eccessivamente il montaggio, un po’ perché non ho trovato foto che rappresentino esemplari a terra in questa configurazione, ho preferito non intervenire. Il resto del montaggio scorre via senza particolari intoppi, solo sul raccordo Karman e sulla giunzione inferiore tra ali e fusoliera è basta una piccola spennellata di Mr. Surfacer per sistemare le fessure. L’unico punto su cui fare attenzione è l’applicazione di alcuni trasparenti presenti sulle superfici inferiori. Sono più grandi delle sedi predisposte e, viste le dimensioni, quasi impossibili da rettificare con lime o carta abrasiva. Le più piccole le ho riprodotte col Crystal Clear, quella più grande l’ho convinta ad adattarsi a colpi di lima, anche se poi ho dovuto stuccare la giunzione con la colla cianoacrilica, levigarla e ridarle lucentezza con varie grane di carta abrasiva e pasta lucidante. Una volta incollato il blindo vetro e mascherato le zone già dipinte, ho ripassato con una punta di compasso alcune linee di rivetti che avevano perso profondità a causa delle lavorazioni effettuate.

Verniciatura e finitura finale – Ormai è mia abitudine dare una prima mano di Mr. Finishing Surface 1500 e in questo caso ho usato il grigio. Il primer permette di evidenziare eventuali difetti in fase di montaggio per poter intervenire prima della colorazione e, inoltre, è un’ottima base di ancoraggio per la vernice. Riguardo i colori, mi sono nuovamente affidato alla gamma Mr. Color che avevo già utilizzato in altre occasioni con ottimi risultati. Per iniziare, in previsione di effettuare successive scrostature, ho spruzzato una mano di alluminio della gamma Alclad II nelle zone interessate, sigillando il tutto con una velata di trasparente lucido. Sempre ad aerografo ho ricoperto il colore metallico con il Chipping Medium della Vallejo; quindi, ho iniziato ad applicare i colori, a partire dalle superfici inferiori, inziando con un pre-shading realizzato con un mix 60-40 di C375 JASDF Deep Ocean Blue e C370 Azure Blue. Ho, quindi, velato con diverse mani di C370 Azure Blue alle quali ha fatto seguito un leggero post-shading della tinta base schiarita con un 30% di bianco C62. A conclusione, delle ulteriori velature in Azure Blue hanno amalgamato gli effetti.

Il secondo step della colorazione ha riguardato il Middle Stone. In questo caso il pre-shading è stato effettuato con un mix 70-30 di C22 Dark Earth e C21 Middle Stone. Velature di riempimento in C21 puro e nuovo post-shading molto randomico con un mix 60-40 di C21 e C62 White.

A questo punto ho mascherato il modello con il Patafix per poter, poi, stendere l’ultimo tono della mimetica: il Dark Earth. Come già spiegato in precedenza, ho nuovamente utilizzato la tecnica del pre-shading scurendo il Dark Earth con qualche goccia di nero; poi velature della tinta base e post-shading finale ottenuto schiarendo la base con qualche goccia di Middle Stone.

Terminata la verniciatura ho realizzato le scrostature. Poiché la colorazione mi ha impegnato per diversi giorni, ho avuto qualche difficoltà nel far riattivare il Chipping Medium Vallejo anche perché le vernici lacquer creano uno strato più resistente rispetto ai classici Gunze della linea Aqueos. Tuttavia, con l’aiuto di acqua molto calda, la punta di uno stuzzicadenti e tanta pazienza, sono riuscito nell’intento. Le zone interessate sono naturalmente quelle più soggette al calpestio del pilota e degli specialisti, e all’attrito dell’aria e del pulviscolo come il bordo d’attacco delle ali e delle pale dell’elica. Alla fine, ho sigillato tutto con diverse mani di trasparente lucido che ha anche preparato il mio Tempest per l’applicazione delle decal. Queste appartengono alla nuova linea Eduard, in poche parole quelle “pelabili”; non mi sono fidato e ho preferito utilizzale all’antica, ovvero senza la rimozione del film superficiale anche perché quest’operazione desatura i colori delle insegne e li fa virare su toni davvero poco realistici. Ho dovuto faticare un pò per far copiare le pannellature che le decalcomanie hanno coperto ma, con l’uso di ammorbidenti e di uno stuzzicadenti (con molta delicatezza), alla fine ho ottenuto un bell’effetto “painted on”. Un ulteriore strato di trasparente lucido ha sigillato il tutto.

I lavaggi li ho eseguiti utilizzando colori ad olio, in particolare un grigio scuro per le superfici inferiori e terra d’ombra bruciata per quelle superiori. Sempre ad olio ho riprodotto colature e tracce di sporco. Altri effetti d’usura li ho ottenuti anche ricorrendo alle matite acquerellabili. La finitura finale al Tempest è stata ottenuta stendendo una mano di trasparente opaco.


Spero che questo resoconto vi sia piaciuto. Ci si vede sul forum di Modelingtime.com!
Un saluto dalla Sicilia,
Fabio Cannova

Chase on Crait – Star Wars Millenium Falcon Diorama in scala 1/144.

Con molta trepidazione, e una sorta di timoroso rispetto, mi sono cimentato nella costruzione del mio primo Millennium Falcon. È stato come rendere concreto un sogno!

A più di quarant’anni di distanza ricordo ancora la sera in cui andai, nel lontano 1977, a vedere “Guerre Stellari” (quando ancora si chiamava così e non esistevano i vari Episodio 1-2-3-4-ecc…). Da allora ne è passato di tempo e, dopo tanti giocattoli e modelli approssimativi, è arrivata la Bandai che ha finalmente commercializzato il leggendario Millenium Falcon in scala 1/72. Non avendo il coraggio di mettere sul banco il fratello maggiore ho deciso di farmi le ossa prima sul più piccolo… ma allargando un pochino il progetto iniziale e ambientando l’astronave in un diorama.

I kit:

Il soggetto principale è il fantastico kit della ditta giapponese in 1/144 a cui ho aggiunto anche il set dei Tie Fighter nella medesima scala.

Le forme sono essenzialmente corrette e rispecchiano quelle del modello originale da cinque piedi del primo Star Wars. Non è però una copia fedele al 100% perché presenta molte delle modifiche introdotte nel modello da 32” utilizzato nell’ Impero colpisce ancora.

Infatti, non esiste una sola versione del Millenium Falcon. Già nel secondo film, a causa delle immense dimensioni di quello usato per girare Guerre Stellari, era stato necessario crearne un altro più piccolo e maneggevole. Inoltre, a seconda delle necessità della regia, sono stati impiegati anche diversi esemplari ancora più piccoli. Con l’avvento della computer grafica, poi, sono stati aggiunti nuovi particolari. Se quindi non esiste un unico Millennium Falcon, è anche vero che esiste un prototipo che ne ha segnato e guidato tutti gli sviluppi. In questo senso il kit Bandai è in ogni caso un’ottima riproduzione perché rispetta fedelmente le proporzioni della sua controparte dei film. In precedenza, in commercio era possibile trovare (escludendo il gigantesco e dettagliatissimo De Agostini) quello della AMT, con forme non proprio fedeli, e quello Fine Molds che invece si rifaceva al modello da 32”. Pur essendo ricchissimo di particolari (più di novecento pezzi), aveva delle proporzioni un po’ piatte e allungate. Come in ogni prodotto bandai i dettagli delle stampate sono sorprendenti per qualità e finezza. Le pannellature e i dettagli hanno un livello notevole. Questo kit, in particolare risolve, anche un problema delle fiancate laterali che, nella precedente versione prodotta in occasione del “Risveglio della forza”, non erano corrette perché specchiate quando avrebbero dovuto essere diverse tra loro. Ci sono ancora alcuni errori, come i sedili della cabina di pilotaggio, o alcuni “greeblies” errati, specie sul tunnel del cockpit (i greeblies sono elementi di dettaglio che nel modello usato nel film erano stati ricavati cannibalizzando pezzi da altre scatole di kit. Se ci si fa caso sullo scafo possiamo riconoscere parti di carri armati o di carrozzerie di automobili). In ogni caso, visto il livello della scatola, ci si può passare sopra. Sono presenti opzioni per posizionare il Millenium Falcon in volo o meno, cambiando la posizione dei piedi e della rampa, oltre alla solita scelta della Bandai di fornire sia decal, sia sticker, per riprodurre le parti colorate.

La struttura del diorama:

In questo progetto ho cercato di riprodurre la scena del film “L’ultimo Jedi” in cui il Millenium Falcon è inseguito da due Tie Fighter del primo ordine nelle grotte di cristallo del pianeta Crait. In realtà, partendo da una semplice idea, il diorama si è evoluto sempre di più man mano che provavo ad alzare l’asticella della difficoltà cercando nuove soluzioni. In origine la struttura era nata come una semplice basetta piatta per il Millenium Falcon ma poi, per dare l’idea della cavità sotterranea, ho preferito aggiungere anche uno sfondo e la volta della grotta.

Quest’ultima inizialmente doveva avere le stesse dimensioni della base ma, così facendo, il soggetto principale avrebbe perso la centralità della scena. Per questo motivo ne ho ridotto le dimensioni lasciando quel tanto che bastava per rendere l’idea di una cavità sotterranea. 

Ho creato un doppio fondo nei lati per farvi passare all’interno i cavi dei i led usati per illuminare alcuni cristalli, oltre a tutta la parte elettronica. Per realizzare le rocce ho usato degli stampi in gomma in cui colare l’Hydrocal, un prodotto della Woodland Scenics (più leggero del gesso) alternandolo con del polistirene inciso per colmare gli spazi rimasti. Al centro ho inserito un laghetto come nel film, in cui ho poi posizionato diversi cristalli.

Ho colorato il tutto con diversi grigi, utilizzando nella mescola anche dell’acciaio per aggiungere un riflesso metallico. Per dare profondità e far risaltare le fratture nelle rocce, ho utilizzato un colore ad olio grigio scuro molto diluito e, su alcune parti, ho effettuato anche un lavaggio tendente al rosso per variarne la tonalità. Per le alte luci sono ricorso alla tecnica del dry brush, impiegando diverse sfumature di grigi Vallejo. Per rifinire tutta la struttura in legno ho incollato sulle pareti esterne fogli di Plasticard che ho poi verniciato con un mix di Alclad (Pale Burnt Metal e Burnt Iron per il colore metallico scuro, e Ottone e Pale Burnt Metal per quello dorato). Sul retro ho disegnato, dopo aver ricavato delle mascherine con il mio plotter da taglio, due scene che ben rappresentano la vicenda degli ultimi tre film, ovvero il rapporto e la connessione tra Rey e Ben da una parte e i due aspetti del bene e del male, rappresentati dai simboli della resistenza e del primo ordine. In entrambe le immagini sono raffigurati come elementi in conflitto e in antitesi, ma che si completano a vicenda come parti di un unico insieme.

Sulla parte superiore della struttura, con gli stessi colori, ho verniciato il titolo del film da cui è stata tratta la scena.

Nella parte anteriore ho applicato la scritta “Star Wars” in rilievo e i due stemmi della resistenza e del primo ordine. Per ogni lettera in Plasticard sono serviti tre strati incollati sovrapposti per raggiungere lo spessore desiderato.

Per i cristalli ho utilizzato la resina effetto acqua Prochima che ho colorato con vernice per vetro della Pebeo. Fortunatamente questo colore, usato con moderazione, non mi ha dato problemi di catalizzazione e ha permesso di conservare una buona trasparenza. Per la realizzazione dei cristalli ho acquistato degli stampi in silicone già pronti.

Per i due cristalli più grandi al centro del lago, invece, ho creato due master in gesso da cui ho ricavato gli stampi per la colata. Uno dei due fa anche da sostegno per il Millenium Falcon. Al suo interno è presente una canalina per il filo elettrico che alimenta le luci della astronave. I minerali sono stati fissati alle rocce inserendo alla loro base spezzoni di filo di ferro e incollati con colla cianacrilica. Per le concrezioni che legano più cristalli tra loro ho fatto un mix di Binder acrilico glossy, colla vinilica e micro-sassolini in vetro. Ho colorato la pasta ottenuta con del Vallejo rosso e colorante alimentare (utilizzato per la torta red velvet). Devo dire che questo prodotto è fantastico: basta una punta per ottenere un rosso intenso.

Non contento del lavoro fatto fin qui, ho deciso di creare dei punti luce sparsi nella scenografia e illuminare alcuni dei cristalli. Ne ho realizzati alcuni con un foro nella base in cui ho inserito un led da 5mm e ho fatto passare i relativi cavi nella intercapedine della struttura in legno. Ne ho creati più di quindici, posizionati sui tre lati del diorama. Ho aggiunto qualche led anche sotto la superficie del laghetto il cui fondo, prima della colata di resina, è stato colorato con diverse sfumature di grigio e rosso.

Per dare una luce di riempimento alla grotta ho posizionato una striscia led sul bordo del lato superiore grazie ad una canalina debitamente coperta con un diffusore di plastica e, per impreziosire ulteriormente la scena, ho deciso di realizzare le scie dei laser dei Tie che inseguono il Millenium Falcon (ho utilizzato dei led a filamento come avevo visto fare in rete per altri diorami). Inizialmente mi sono procurato una lampadina alimentata a 12v che aveva questi led all’interno. L’ho aperta e li ho staccati delicatamente. Però i led operano ad una tensione di circa 70v ed è necessario ricorrere al trasformatore interno alla lampada che porta la tensione a 12v, ovvero quelli necessari per illuminarli. Alla fine, anche per evitare l’utilizzo di valori di tensione troppo elevati e aumentare la sicurezza, ho preferito acquistare direttamente dei led a filamento da 3v e 100 mA sul web. Li ho collegati a del filo di rame smaltato e isolato inserito all’interno dei cristalli che escono dal fondo della grotta.

La seconda sfida è stata quella di renderli “lampeggianti” come se i colpi fossero sparati in sequenza. Non bastava una semplice intermittenza perché, per simulare i fasci dei laser che si spostavano nello spazio, alcuni led si dovevano accendere e spegnere contemporaneamente e secondo un ordine preciso. Ho, quindi, deciso quindi di cimentarmi con Arduino, un microcontrollore con cui poter programmare e controllare luci e suoni della scena. Ho realizzato uno schetch (listato del programma) per far funzionare i vari componenti elettrici.

Componenti elettronici:

Per maggiore completezza darò un rapido cenno alla parte elettronica utilizzata: tutti i led, sia quelli classici tondi utilizzati per le rocce, sia quelli a filamento, necessitano di essere alimentati a 3v. Per questo ho scelto un alimentatore da 5v che volendo, in caso di assenza di rete fissa, posso sostituire anche con una Powerbank portatile (che non deve avere la funzione di auto spegnimento, pena il mancato funzionamento del sistema). Con opportune resistenze (una per led), sono riuscito a far funzionare tutto con tensioni bassissime. Sul lato della struttura ho montato tre interruttori: uno per le rocce e il Millenium Falcon, uno per la striscia led in alto e, il terzo, per alimentare i laser e Arduino che è stato indispensabile per rendere il diorama ancor più interessante. Tutta la parte elettronica è stata posizionata nella intercapedine inferiore.

Qui si vede in basso il piccolo altoparlante da 3 watt. Subito sopra c’è Arduino nano che ho montato su una shield con cui è possibile collegare i fili ai pin tramite viti a morsetto senza necessità di saldature. Piu in alto su una PCB ho saldato un modulo DFplayer che permette di leggere una scheda SD su cui ho memorizzato la colonna sonora.

I rumori dei laser e dei motori li ho trovati in rete e li ho mixati e montati con Audacity, un programma gratuito per elaborare i suoni. Vicino ad esso un convertitore di livello logico che traduce da 5 a 3v i segnali che Arduino trasmette al modulo Bluetooth. Qui invece si vede il modulo BT che permette di comandare il tutto dallo smartphone. Accanto vi sono i due mosfet che controllano l’accensione dei quattro led a filamento che richiedono 3v a 100 mA, un valore troppo alto da collegare direttamente ai pin di Arduino (max 20 mA). In questo modo ricevono il comando dal microcontrollore ma la corrente proviene direttamente dall’alimentatore.

Per comandare il tutto ho creato una app AppInventor, un programma del MIT che potete trovare qui (https://appinventor.mit.edu/). Permette di creare in pochi passi una app utilizzando un sistema di programmazione a blocchi, testarlo e infine trasformarlo in app standalone per il cellulare.

Il Millennium Falcon – montaggio:

Memore della fragilità delle plastiche Bandai se sottoposte a diluenti troppo aggressivi, ho optato per la protezione di una mano di primer su tutti i pezzi. Ho usato il “One Shot” bianco della Mig che, in pratica, è il Badger Stynylrez reimbottigliato. Questo primer va spruzzato con una pressione medio alta ma alla fine si livella bene e, soprattutto, sembra evitare crepe e danni strutturali della plastica in seguito ai lavaggi ad olio. Prima di procedere alle fasi successive del montaggio ho dovuto pianificare un’attenta progettazione del lavoro per far passare cavi e fibre ottiche all’interno dello scafo. In 1/144 lo spazio è limitato e, per alloggiare i componenti, ho dovuto eliminare alcune parti interne divisorie nei due semi-gusci. Inizialmente avevo previsto di utilizzare un kit di luci a 12 v realizzato appositamente per il modello ma, alla fine, l’ho scartato perché prevedeva un numero ridotto di punti luminosi rispetto a quelli presenti nell’astronave del film. Per l’illuminazione ho così realizzato un impianto “ibrido” utilizzando diverse fonti di luci: in totale sono ventidue fibre ottiche per la pancia e fianchi, quattro SMD per le luci frontali, cinque led a striscia per il motore, due SMD per le torrette dei cannoni e un SMD con sette fibre ottiche per il cockpit. Per la maggior parte delle luci sono ricorso alla fibra ottica. È molto sottile e riesce a passare abbastanza facilmente ovunque. Con una punta adeguata basta forare la plastica infilare la fibra e poi fissarla con colla vinilica, tagliando a filo la parte in eccesso. L’importante è usare delle lame taglienti, più è pulito il taglio e maggiore è la diffusione della luce. Per illuminarne le estremità, con della guaina termo restringente ho bloccato al led un fascio di fibre ottiche che ho poi collocato in diversi punti dello scafo.

Per evitare troppi grovigli, ho realizzato diversi fasci di fibre con i rispettivi led. Tutti i cavi sono stati poi collegati ad una basetta messa nel vano predisposto per la batteria e, su di essa, ho saldato dei connettori a due pin per renderne il collegamento più agevole. Il filo principale dell’alimentazione esce dal Millenium Falcon nascosto nel cristallo che gli fa da supporto.

La fibra ottica è stata utile anche per tutte le luci di posizione bianche e rosse sotto lo scafo e sui lati, e per dar vita alla strumentazione all’interno del cockpit. Data la scala ridotta, non ho potuto rispettare l’esatto posizionamento delle luci ma, una volta chiuso il cockpit, si ha la stessa impressione dell’abitacolo illuminato come nel film.

Per i fari alle estremità delle ganasce sono ricorso a dei led SMD 5238 che ho inserito all’interno della plastica. Per renderli più realistici e diffondere meglio la luminosità, all’esterno del pezzo ho inserito un moncone di fibra ottica scaldata per renderla tondeggiante.

Per le torrette dei cannoni ho usato due led SMD 5038, piccoli ma molto luminosi.

Infine, per il motore ho optato per una sezione di striscia led da 5v che ho posizionato nel pezzo trasparente blu del kit. La scatola consente di scegliere se utilizzare questa parte, oppure altri componenti in plastica grigia nel caso non si abbia la necessità di rappresentare il Millenium Falcon con i propulsori in funzione.

Dopo tutti gli interventi l’interno della astronave è risultata piena di fili e fibre ma, fortunatamente, la progettazione iniziale dell’impianto mi ha permesso di chiudere le due valve senza particolari problemi.

Venendo al montaggio vero e proprio devo dire che, come da lunga tradizione Bandai, anche questo stampo va insieme praticamente senza uso di stucco e, in rari casi, solo con un filo di colla Tamiya Extra Thin Cement. Bisogna addirittura stare attenti a non eccedere con la vernice per come sono precisi gli incastri!

Il modello è ricco di particolari anche se in alcuni casi ho riscontrato degli errori. Nel cockpit, ad esempio, i sedili dei piloti hanno una forma sbagliata (ma in 144 si può sorvolare). L’unica modifica è stata quella di chiudere lo spazio della porta da cui, nel caso si decida di usare il kit di illuminazione bandai (carissimo, introvabile e alquanto povero come già detto in precedenza), dovrebbe filtrare la luce dell’unico led previsto. Usando del Plasticard ho ricreato la tipica foggia “a fasce” della porta che ho poi incollato in sede. Per far passare il led del mio impianto ho bucato chirurgicamente un pezzo del soffitto in modo che non si notasse il cavo. La Bandai propone due alternative per i vetri della cabina di pilotaggio. La prima consiste in un pezzo in plastica grigia da lasciare senza trasparenti (come, in effetti, fu previsto per il modello cinematografico originale); questa soluzione, però, mi dava l’idea che mancasse qualcosa. Si vedeva bene l’interno ma non mi soddisfaceva l’effetto generale. La seconda alternativa invece è data da un pezzo in plastica trasparente veramente troppo spesso che fa intravedere solo pochi riflessi di luce vanificando tutto il lavoro fatto negli interni.

Ho deciso, quindi, di optare per una terza soluzione. Utilizzando le stesse maschere previste per la protezione dei vetri durante la colorazione dei frames, con il plotter ho ritagliato del Plasticard trasparente finissimo che ho posizionato sul pezzo grigio; per fissare i nuovi vetri ho utilizzato la cera Future. Lo spessore ridotto mi ha così permesso di rendere giustizia all’abitacolo e ai dettagli che avevo precedentemente aggiunto.

Altre migliorie sono state apportate alle torrette dei cannoni. Per gli interni ho stampato e ritagliato delle immagini della strumentazione, incollandole sulle pareti. Ho anche colorato Rey che, essendo in scala 144, è praticamente una miniatura quasi indecifrabile con delle protuberanze per braccia e gambe. Ho cercato di trarre il massimo da quello che il kit fornisce…

L’unico vero aftermarket che mi sono concesso sono state le griglie fotoincise della Greenstrawberry per sostituire quelle troppo grossolane del kit.

Il resto del montaggio è filato via senza particolari intoppi.

Verniciatura:

Il momento più difficile è stato definire quale colore usare per il Millennium Falcon. La risposta più semplice e scontata poteva essere un grigio chiaro, ed in effetti in molte immagini sembrerebbe così. Ma per un amante della serie non era una risposta sufficiente. Il colore ha subito molti cambiamenti nel tempo: nei primi film, dove si usavano modelli reali e non la computer grafica, troviamo tonalità diverse in base alle astronavi utilizzate e alle scene girate. Infatti, in “Una nuova speranza” il modello era stato verniciato con un bianco sporco tendente all’avana sopra una base nera. Nel secondo film invece il Falcon, realizzato con dimensioni più ridotte per permetterne un più agevole movimento nelle scene in volo, aveva un colore tendente al grigio freddo chiaro. La tinta varia anche in base alle sequenze cinematografiche e alla esposizione della pellicola: più freddo e chiaro nello spazio e più caldo sui pianeti e nella atmosfera rovente di Tatooine. La rimasterizzazione e gli effetti di computer grafica dei film successivi hanno offerto ulteriori variazioni tonali. In ogni caso il kit ripropone il Millenium Falcon del “L’ultimo Jedi” che, come forme e colori, si avvicina molto all’astronave del primo film. Per questo motivo ho deciso di basarmi su quella colorazione. I tentativi sono stati molti… ho tentato diverse misture di grigi chiari senza che nessuno mi convincesse del tutto. Anche l’effetto del pre-shading fatto con il Rubber Black Tamiya non mi è piaciuto perché le velature successive facevano virare la tonalità verso toni freddi, mentre il bianco/ grigio che cercavo doveva essere più ”caldo”. Alla fine, ho capito dove sbagliavo. Cercavo di partire da quella che doveva essere il colore finale quando, al contrario, il Falcon è un mezzo sporco e che richiede moto invecchiamento. Tali passaggi avrebbero scurito ancor di più la base rendendolo diverso dal risultato che cercavo. Considerando il weathering che dovevo raggiungere e il fatto che, comunque, il colore base era fondamentalmente un off white, ho optato per un mix di bianco (quaranta gocce) sporcato con tre gocce di grigio Gunze H-51. Ho spruzzato questa base eliminando del tutto il pre-shading, rinviando agli oli la ricerca degli effetti e il volume, lavorando su più livelli successivi di invecchiamento, ognuno ad integrare quelli precedenti.

Anche i pannelli colorati presenti sulla superficie sono stati verniciati. La scatola fornisce ben due fogli (come detto all’inizio di questo articolo) per realizzarli facilmente senza ricorrere alla vernice. Però il colore dei grigi non mi convinceva, sembrandomi fuori tono. Alla fine, ho optato per colorare tutto ad aerografo. La mascheratura dei pannelli è stata una vera sofferenza in quanto oltre ad essere molto piccoli sono anche irregolari. Ho dovuto usare anche il Maskol per non coprire punti che dovevano essere coperti dai colori. Una volta data la base, ho iniziato con l’invecchiamento utilizzando i colori ad olio, in gran parte della marca Abteilung, con cui lavoro bene perché meno grassi e di asciugatura veloce. Nel caso di prodotti diversi basta “sgrassarli” stendendoli su un cartoncino che ne assorba l’olio in eccesso. Per prima cosa ho effettuato un primo lavaggio con il Terra di Cassel (un bruno caldo) per evidenziare i volumi e i particolari. In questo modo ho iniziato a spezzare l’uniformità del bianco e a creare le prime sfumature.

Poi ho creato un filtro su tutte le superfici con la tecnica del Dot Fading. Essa consiste nell’applicare sul modello delle piccolissime quantità di vari colori ad olio sottoforma di “puntini”; a seguire, con un pennello inumidito di diluente (nel mio caso l’enamel thinner della Humbrol) ho tirato e diffuso il colore cercando di rispettare la legge di gravità, seguendo le pendenze del modello. Il risultato è un filtro non omogeneo per saturazione e intensità che rende bene l’idea di uno sporco accumulato nel tempo. I colori utilizzati sono stati lo Starship Filth, il Dark Rust, il Basic Earth e il Faded Navy Blue. A parte il blu, sono tutti colori caldi per dare questa tonalità al bianco di partenza. Successivamente ho desaturato i pannelli colorati con del Faded Grey e del Dust (tonalità simile al Deck Tan). Da ultimo mi sono dedicato a realizzare delle striature più marcate tipiche del Millennium Falcon con lo Starship Filth (un grigio scuro tendente al marrone). Per dare l’idea di sporcizia trovo questo colore fantastico. Né troppo chiaro né troppo scuro e, variando la diluizione, si può variarne anche l’intensità. Poi mi sono dedicato alla zona motori. Anche qui ho preferito gli olii ma applicati con la tecnica del Dry Brush. Dopo un poco di Rust sulle zone interessate, ho usato lo Starship Filth per i fumi con qualche tocco di pigmento nero Rocket Exhaust della Mig.  

Spesso si vedono altri modelli in cui sono realizzati effetti sugli scarichi in modo molto più marcato, ma bisogna ricordare che i contrasti sono molto esasperati dalle riprese del film in cui i bianchi e i neri sono più accentuati. Per questo mi sono fermato prima di esagerare troppo. Alla fine, il risultato ottenuto è stato un mezzo abbastanza bilanciato come invecchiamento e, spero, verosimile come nel film.

I Tie Fighter:

I due Fighter fanno parte della serie più economica della Bandai che ripropone in 1/144 molti dei kit prodotti nelle scale maggiori. I caccia sono quelli appartenenti al Primo Ordine, caratterizzati dal colore nero ed alcuni particolari che li differenziano dai primi mezzi imperiali. Rispetto ai modelli in 1/72 hanno il difetto di non prevedere la superficie vetrata in plastica trasparente e questo ha comportato la necessità di utilizzare un colore semi metallizzato per dare l’idea della luce rossa interna all’abitacolo. Non ho accentuato il weathering perché è difficile vedere un Tie usurato, più che altro per il fatto di avere la fastidiosa tendenza a durare poche scene sotto il laser del Falcon…

Sono stati fissati ai cristalli con un tubicino in plexiglass trasparente in modo da farli sembrare in volo.

Concludendo, il progetto è stato impegnativo e ha richiesto molto tempo per acquisire le basi di molti aspetti all’inizio sconosciuti, come l’uso di parti elettroniche, di resine e stampi. Però, grazie anche alla passione per la saga di Star Wars, mi sono gettato nel lavoro senza tentennamenti, memore anche del motto del maestro Yoda: “Fare o non fare… Non c’è provare…”

Il risultato finale è stato questo e, anche se a posteriori avrei forse cambiato qualcosa, ne sono soddisfatto. Sicuramente è stata una esperienza utile perché mi ha permesso di esplorare nuovi campi lasciandomi la voglia di approfondire quanto appreso.

Al prossimo diorama e che la forza sia con voi… sempre…

Andrea “Nannolo” Nanni

Un giorno come tanti a Ghedi… F-84F Thundestreak Diorama dal kit Kinetic in scala 1/48.

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Qualche tempo fa, durante una delle tante mie ricerche on line (e non solo) per l’inizio di un nuovo modello, mi capitò di trovare una serie di bellissime foto di F-84F Thunderstreak italiani; alcune di queste raffiguravano i velivoli in fase di manutenzione sul piazzale antistante l’hangar. Mi sono trovato ad osservare le immagini che documentavano uno di questi con troncone di coda separato e gli specialisti impegnati ad ispezionare il motore con tutte le attrezzature necessarie alle operazioni; non nascondo un certo stupore perché ero abbastanza convinto che certe manutenzioni “pesanti” fossero effettuate solamente all’interno dell’officina… e invece le mie certezze sono state smentite. E da qui è nata l’idea di realizzare il diorama che vi illustrerò in questo articolo. Un lavoro lungo ed impegnativo dove, per mia fortuna, sono stato supportato da mio figlio Jacopo. Di fatto, quello che andrete a scoprire nelle prossime righe è un lavoro eseguito a quattro mani!

Il progetto:

Gli elementi che compongono la scena sono stati quasi tutti realizzati completamente in auto costruzione, mentre altri ci hanno costretti ad eseguire estese modifiche per rappresentarli corretti sia a livello tecnico, sia storico. Gli interventi principali hanno riguardato:

  • Motore J-65 e relativo trolley di sostegno che poteva essere movimentato con il trattorino.
  • Tubo di scarico e suo supporto che doveva essere poi agganciato al terminale del motore. A questo sono stati aggiunti alcuni accessori presenti in linea di volo come l’estintore carrellato.
  • Troncone di coda con relativo supporto regolabile in altezza anch’esso movimentato con trattorino, oppure manualmente dagli specialisti per inserimento o smontaggio.
  • L’Apecar Piaggio che aiutava gli armieri e non solo, per il trasporto di componenti pesanti o ingombranti come gli Jato, per i contenitori proiettili e per le tante attrezzature necessarie.
  • Il velivolo a terra sul carrello triciclo completo di taniche e portelli aperti per l’alloggiamento dei componenti e abitacolo aperto per collaudi dei tecnici a manutenzione ultimata.

Il modello:

Il kit di partenza è il Kinetic (reboxato da Italeri) con cockpit set della AIRES, presa d’aria corretta della Quickboost (quella da scatola ha una forma completamente errata), set di fotoincisioni della A.M.U.R. Reaver, decalcomanie della Icarus Decals (stencil) mascherine per i trasparenti e altre fotoincisioni Eduard.

Il velivolo che abbiamo scelto di rappresentare è un F-84F-66-J assegnato al 6° Stormo, 154° Gruppo, con numero di carrozzella 6-12 e matricola 36831. La storia è stata raccontata nel WORK IN PROGRESS che trovate nel nostro forum.

Il primo elemento su cui siamo intervenuti è stato l’abitacolo. Quello originale è stato sostituito dal set in resina della Aires che ha la vasca e il seggiolino perfetti per le versioni utilizzata dall’AM. Il cruscotto, al contrario, rappresenta un Block costruttivo diverso per è stato smembrato e ne abbiamo utilizzato solo la parte centrale; i due pannelli laterali più piccoli, invece, provengono dal set fotoinciso codice FE1198 della Eduard. Tutti gli elementi sono stati, poi, riassemblati utilizzando come supporto il cruscotto del kit (opportunamente lisciato dei dettagli e adattato ai pezzi aftermarket).

Oltre a questo, si è reso necessario lavorare allo spessore della plastica delle semi-fusoliere per poter adattare il cockpit al meglio e per costruire i dettagli che componevano le due camere di canalizzazione aria al motore e tutta la centinatura relativa.

Prima di procedere con le altre modifiche abbiamo verniciato l’abitacolo con il grigio Gunze H-317 (leggermente schiarito con del bianco nella proporzione di 10 a 2).

Anche il seggiolino è dello stesso colore, con il poggiatesta in rosso ottenuto mixando il Khorne Red e il Mephiston Red della Citadel e le cinture in Olive Drab della Vallejo.

A seguire sono state costruite le due griglie anti FOD e definito il vano inserimento e alloggiamento motore. Non meno importante e delicato l’intervento di separazione, con un piccolo seghetto a mano, delle due semi fusoliere lungo la centina appositamente segnata che poi è stata ricostruita e dettagliata.

Abbiamo dettagliato anche il vano armi con la strumentazione a corredo e, ovviamente, anche la cofanatura che rimane molto in vista a modello ultimato.  

Sempre con il contributo fotografico reperito on line, e non, sono stati portati a compimento tutti i lavori di dettaglio del vano interno fusoliera cercando di dare le giuste proporzioni a tutti i sistemi e componenti che erano parte del funzionamento del velivolo. Plasticard e fili di rame opportunamente piegato e di vario diametro hanno simulato i cablaggi e tutta la parte di aggancio del motore al profilato di scorrimento.

Come detto in precedenza, uno dei difetti più noti del Thunderstreak Kinetic riguarda la presa d’aria. Per correggerla abbiamo utilizzato il set di correzione della Quickboost che ne sistema le forme e le dimensioni.

Per simulare lo spessore del blindovetro sono stati applicati due fogli di carbonato leggermente fumé (incollato usando della colla vinilica con molta attenzione e parsimonia); particolare attenzione è stata posta per evitare aloni e deformazioni difficili o impossibili da eliminare in una fase successiva. Sono ed è stato aggiunto il tubo del sistema de-misting (anti appannamento).

Altro problema che ha abbiamo dovuto affrontare è quello relativo alle decal. Il Diavolo Rosso proviene dal kit ed è sostanzialmente corretto. Chevron sulla deriva e il tridente sulla fusoliera sono stati ridisegnati basandoci sulle foto dei velivoli reali e, successivamente, utilizzati per tagliare delle mascherine al plotter. In particolare, Il tridente anteriore è stato corretto nel rebbio centrale mantenuto a spessore costante fino alla punta terminale, così come ben raffigurato sulla monografia di “Italian Aviation Services, F-84F”. A conti fatti, purtroppo, non esistono set aftermarket disponibili sul mercato che rispettino forme e dimensioni dell’araldica originale prevista per i velivoli operativi. Il rosso utilizzato per i fregi, e per le tip alari, è il Gunze H-8 leggermente scurito. Stesso discorso per numeri di carrozzella e Serial Number, anche questi progettati e tagliati al plotter grazie all’aiuto dell’amico Fabio Canova che ringraziamo. Il processo si è reso necessario perché sia quelli del kit, sia quelli della Tauromodel, risultano troppo grandi.Per la matricola di coda è stato relativamente facile avere info sul font utilizzato, consultando la ” General Specification for lettering and numerals used in marking for aircraft (MIL-M-18012B del 20 July 1964)” e il “Aircraft registration Marking” dello stesso periodo. Naturalmente il Serial 36831 ha i numeri “spezzati” tipici di esecuzione con lastre prestampate. Per il numero 6-12 si è lavorato sulla foggia e sulla spaziatura dei numeri anche per allineare gli stessi alle coccarde laterali.

Il troncone di coda:

Sezionato e separato il troncone di coda dal resto del kit del velivolo tramite una lama a seghetto finissima, sono stati avviati i lavori di autocostruzione della centinatura interna della fusoliera. Tutto Plasticard da 1,2 mm, sagomato ed adattato. Per questo motivo sono risultati indispensabili alla consultazione la sezione cutaway, alcune foto reperite in rete in cui venivano mostrate parti della struttura interna, degli aerofreni e la zona paracadute. Il troncone, una volta terminato, è stato posizionato sul carrello di trasporto, lasciando gli aerofreni esposti, gli stabilizzatori orizzontali con trim fortemente a cabrare (posizione che troviamo solo se il troncone viene separato, normalmente è sempre in posizione neutra), pacco paracadute e tubo di scarico lasciato sul suo supporto a lato della fusoliera stessa.

Gli interventi sullo spessore della plastica sono stati importanti specialmente nella zona paracadute e aerofreni e questo per fare spazio ai dettagli e dare continuità delle centine con la sagoma esterna. Alla fine del “dimagrimento”, dallo spessore base di 1.3 mm abbiamo raggiunto gli 0,8 mm, livello “diafano” ma ancora resistente. Per permettere ai piani di coda di assumere la corretta geometria abbiamo lavorato l’impennaggio di coda per creare un vano in cui alloggiare un disco di Plasticard libero di ruotare, in modo da mantenere l’asse in posizione corretta, ma inclinato rispetto a quella neutra del kit.

Le fotografie acquisite, inoltre, mostrano una sostanziale incongruenza dei dettagli stampati nella parte inferiore della fusoliera del kit, rispetto al velivolo reale. È stata, quindi, corretta come riportato sul disegno con l’inserimento dello scarico pressione e gas, della lampada ausiliaria, degli spacchi corretti per il fissaggio dei razzi JATO e delle due spie di presa e verifica delle lampade a goccia.

Sono state, poi, separate le due conchiglie del vano paracadute con inserimento dei relativi pistoni di apertura e il meccanismo di presa ed estrazione della calotta. La sacca è stata riprodotta parzialmente chiusa, in modo da risultare visibile il pilotino di estrazione, e appoggiata sul tavolo ripiegatura antistatico (di cui parlerò più avanti).

Tutto l’interno è stato verniciato con l’Interior Green (Gunze H-58, boccetta più vecchia. La tinta aggiornata per questo codice è troppo gialla e completamente errata) con l’unica differenza della zona aerofreni che si presenta in alluminata. A proposito degli airbrake, questi sono della ditta sovietica A.M.U.R. Reaver, di ottima costruzione e non sono stati coperti da vernice in quanto ricavati da una lastra di alpacca che ha già la corretta tonalità e spessore 0,15 mm. Ci siamo limitati a stendere un trasparente satinato all’interno e a lucidare le superfici esterne, come richiesto dal codice AM anche per i Thunderstreak reali.

Fuselage Transporting Truck:

Il carrello di trasporto della sezione di coda è un complesso di tubi a traliccio che funziona in modo da poter alzare ed abbassare il troncone mantenendolo allineato al punto di estrazione. Esigenza, questa, indispensabile per un corretto inserimento e fissaggio manuale della fusoliera.

Per realizzare il “dolly” che, nel linguaggio tecnico era chiamato “Aircraft Universal Truck-AFT Fuselage Transporting” avevamo a disposizione solo poche fotografie trovate sul web e di una pagina di un manuale in cui veniva riportata la sua altezza rispetto alla linea orizzontale di simmetria del velivolo. Con il solito lavoro di autocostruzione, individuata la proporzione e la scala del componente, con tondini di diametro 1,2 mm e di 1.6 mm, è stato realizzato il traliccio e la struttura basculante sul proprio asse longitudinale. I supporti e sostegni sono stati incollati utilizzando la stessa fusoliera del kit per evitare posizioni non corrispondenti al vero. Le ruote sono di recupero mentre alcuni dettagli, come le molle di reazione, sono ricavati da filo di rame. Alla fine del lavoro, abbiamo verniciato il tutto con l’XF-4 della Tamiya.

Il motore J-65 con il carrello di trasporto:

Con il manuale di uso e manutenzione trovato a fatica, siamo riusciti ad ottenere tre importanti informazioni:

  1. La dimensione massima tra supporto e punto di fissaggio laterale del motore (da cui ho ricavato il diametro max del J-65).
  2. La distanza del perno di scorrimento alla fine del motore, parte posteriore.
  3. La lunghezza massima del motore.

Con queste misure certe ho elaborato, per proporzione, le altre dimensioni necessarie.

Per quanto concerne il propulsore, la parte anteriore e la turbina del primo stadio è stata ricavata da un J-79 di recupero e modificato nella sua profondità che risulta, sui 4 bracci di sostegno e di ripartizione flusso, di 2,5 mm (reali 120 mm circa). È stato aggiunto, sul perno centrale, il gruppo di auto correzione e misura eccentricità albero con il cavo multipolare elettrico/segnale al cockpit del pilota. Il tutto era accessibile tramite un portello inferiore per verifica e controllo in manutenzione ordinaria.

Il corpo motore, come il cilindro centrale, il serbatoio laterale dell’olio, tubi e cavi elettrici e cavi di iniezione sono stati realizzati con Plasticard e rame piegato. La parte terminale, invece, è stata ridotta ed adattata da sacrificando il cono della turbina di un F-86. Le alette e le quattro termocoppie sono in Plasticard e lamina di rame. I percorsi dei cavi e dei tubi sono stati desunti al manuale manutenzione citato in precedenza, e da alcune foto. I 48+16 cavi degli iniettori (ci sono tutti) sono rame (da 0,1 mm) e zinco (0,3 mm). La colorazione è quella ricavata dalle fotografie a cui sono stati aggiunti e colorati i raccordi degli iniettori anodizzati blu / azzurro.

Per quanto riguarda il carrello, quello rappresentato è una prima serie con le ruote gemellate ai quattro lati che permetteva sia il trasporto (come ovvio), sia la rotazione sull’asse, rendendo il motore accessibile ai tecnici da qualsiasi lato per controlli e manutenzione.

L’Apecar Piaggio:

La mitica Ape della Piaggio è stata immortalata in alcune foto scattate all’epoca in linea volo o in piazzola, ad ausilio degli specialisti per il facile trasporto di apparecchiature elettroniche, fotografiche o caricatori armi. Di conseguenza, è di diritto entrata nell’elenco dei componenti da inserire nel diorama e auto costruire completamente perché kit in scala 1/48 non ne esistono. Trovata la necessaria documentazione con disegni, catalogo nomenclatore e fotografie di restauri, è iniziata la realizzazione della dima per l’abitacolo realizzata in legno. Su di essa abbiamo scaldato e conformato, con la tecnica del vacuform, un foglio di stirene da 1,2 mm. Sono occorse molte prove per trovare un compromesso ottimale tra spessore e grado di morbidezza della plastica, ma il risultato alla fine è stato soddisfacente.

Manubrio, leve, sedile, coperture ruote, marmitta e accessori vari sono poi stati ricavati da listelli di stirene pazientemente sagomati e lisciati a carta abrasiva. Completano il tutto alcune PE di recupero utilizzate per il tappo benzina, il tachimetro, la protezione del clacson. Anche se le foto reperite evidenziavano l’assenza delle porte laterali, sono comunque state ricostruite ed assemblate per completezza.

Dalle palette colore della Piaggio siamo riusciti a risalire al colore del corpo principale (in grigio) che è un H-316 Gunze schiarito e con una nota di marrone (codice originale Max Meyer 15243), mentre per il cassone posteriore abbiamo scelto il Gunze H-388 (codice originale Max Meyer 1.206.8707). Per il parabrezza è stato utilizzato acetato sagomato e deformato per aderire al profilo a cui doveva necessariamente adattarsi. Lo sprue nero stirato, completa l’insieme simulando la guarnizione del vetro. Aggiunte la targa e i contenitori munizioni nel cassone e l’Apecar è pronta.

Clark TUG Tractor:

Avevamo a disposizione un TUG Clark -6 MILL-44 Heavy Aircraft Tug prelevato da una vecchia scatola dell’F-86D Monogram. Un modello della WW2, primo tipo con una unica ruota motrice posteriore ed i fanali dritti sul cofano e poco altro. Le foto che coinvolgevano il nostro F84F davano una versione diversa del trattorino sempre Clarktor – 6 ma con ruote posteriori gemellate, fanali ai lati del cofano, una protezione posteriore e il cofano chiuso.
Quindi ecco le modifiche apportate con pochi altri dettagli che si evincevano dalle foto in rete.

Altri elementi del diorama:

Il tubo di scarico: veniva fissato al terminale del motore J65 a mezzo di un innesto rapido a pinza con fascia di chiusura rapida, presenta una inclinazione di 4° dovuta al riallineamento del tubo rispetto alla posizione del motore all’interno della fusoliera. Dal catalogo nomenclatore risulta che il tubo avesse quattro sonde di temperatura poste sul terminale e collegate ai sistemi di bordo.

Estintore carrellato: auto costruito, partendo da una foto di F-84F Thunderstreak in linea volo, con le vecchie ruote alte e predisposto per essere trasportabile anche dal trattorino “TUG”. Come da manuale di riferimento, le bombole sono rosse con ogiva bianca mentre il resto della struttura è in bianco. Completa il tutto anche il tubo ed il diffusore. A questo è stata aggiunta la cassetta porta copertura superiore dell’F-84 o di altri accessori da non lasciare sulla piazzola. È stata ricavata da una griglia in fotoincisione della Eduard con nervature ricavate dalla stessa lastra.

Tow-Bar: la barra di traino rappresentata è del primo tipo ed è bastata sul manuale “GROUND HANDLING AND FAMILIARIZATION F-84F”, edito dalla stessa Republic Aviation Corporation, ad uso degli specialisti e manutentori. Un lavoro paziente di composizione dei diciotto piccoli pezzi che la compongono, metallici e plastici che, una volta terminato e colorati in natural metal, sono stati alloggiati sul TUG di servizio.

La scaletta di salita:

Strumento ausiliario per estrazione motore: veniva utilizzato sempre dagli specialisti. Fondamentali anche in questo caso, le fotografie del componente montato ed in utilizzo. In pratica il motore, sganciato dai supporti sul velivolo, veniva fatto scivolare lungo i due binari a “C” con l’ausilio della leva superiore, fino al fermo posteriore. A quel punto veniva agganciato da una gru e spostato dal velivolo al carrello motore.

Conclusioni:

È stato un lavoro complesso che ci ha tenuti impegnati per svariati mesi, soprattutto per la mole di autocostruzioni che esso ha richiesto.

Ci piace, però, pensare di aver riprodotto in scala uno dei tanti momenti che hanno scandito la vita degli specialisti dell’AM (montatori, motoristi, avionici, ecc.) durante uno dei periodi più floridi per la nostra Aeronautica, quello del dopoguerra.

Buon modellismo a tutti.

Stefano e Jacopo Ferrari.

Anything, Anywhere, Anytime, Professionally. Pilatus PC-6C/H2 “Air America” dal kit Roden in scala 1/48.

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Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, ha visto il famoso blockbuster movie “Air America”. Alzi la mano chi, benché la pellicola sia piena dei soliti cliché hollywoodiani, è rimasto affascinato dalle riprese e dagli aerei immortalati; il tutto condito dal solito strepitoso Mel Gibson (attore che a me piace particolarmente) e da un giovanissimo Robert Downey Jr. lungi ancora dall’essere il famosissimo Iron Man della Marvel.

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Ovviamente il film romanza, e di tanto, la storia della compagnia civile con cui la CIA ha per anni operato sotto copertura nel sud est asiatico, e in particolare durante la guerra del Vietnam, fino alla cessazione delle sue attività avvenuta il 30 giugno del 1976. Alcuni elementi del film, però, rispecchiano abbastanza fedelmente la realtà della Air America, i cui velivoli operavano in zone remote del territorio vietnamita, della Thailandia, del Laos e della Cambogia decollando e atterrando su piste polverose, corte e quasi sempre molto pericolose. Le principali missioni erano di supporto ai rifugiati che venivano prelevati, spostati e reinsediati presso campi appositamente attrezzati.

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Ma l’impegno umanitario si esplicava anche con il trasporto di rifornimenti e beni di prima necessità a favore della popolazione che spesso viveva in zone montane o tagliate fuori dalla linea del fronte che si spostava continuamente. La Air America, all’apice della sua crescita nel 1970, disponeva della flotta di velivoli civili più vasta al mondo (il cui numero non era noto nemmeno alla CIA stessa) e poteva trasportare un volume di merci tale da sfamare 5.000 persone in un solo mese.

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Ovviamente, per la natura stessa della compagnia, non tutte le attività avevano scopi “benefici” e per distinguerle furono coniati dei codici specifici. Le operazioni segrete erano classificate come “black”, le sortite che prevedevano rifornimenti di armi ai combattenti hmong laoitiani, o filostatunitensi, “hard rice”. Il lancio di truppe in territorio nemico (chiamato in gergo “territorio indiano”) “infils” e la loro esfiltrazione “exfils”. Gli amici definiti “friendlies” e i nemici “bad guys” … persino l’agenzia governativa, da cui la Air America dipendeva, non veniva mai nominata direttamente ma chiamata “The customer” (il cliente).

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Il Pilatus PC-6 è stato il velivolo più impiegato e anche quello più amato dai piloti. Dalle buone capacità STOL e dalla facile manutenzione, fu il diretto successore dell’Helio Courier. Semplice da pilotare, era apprezzato soprattutto per la capacità di atterrare a basse velocità (50 nodi) e arrestarsi completamente in meno di 200 piedi grazie anche all’inversione di spinta dell’elica. L’unico lato negativo era la robustezza che, al contrario del Courier, non garantiva lo stesso tasso di sopravvivenza all’equipaggio in caso di inconvenienti di volo. I Porter utilizzati dall’Air America furono innumerevoli e di svariate versioni. I primi PC-6A erano ancora motorizzati con la turbina francese Turbomeca Astazou, ma molto più diffusi furono i PC-6C con la Garret TPE-331 di produzione americana.

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La Roden nel 2010 mise in commercio una serie di kit dedicati al Porter (inediti, nonostante la grande diffusione dell’aeroplano ancora oggi) e tra questi la scatola n°440 dedicata alla versione C/H-2 oggetto di quest’articolo. C’è da dire che lo stampo ha il 90% delle parti in comune per realizzare tutte le versioni proposte e le fusoliere presentano gli sportelli laterali di accesso all’abitacolo. E da qui è nata la “sfida” modellistica, perché spulciando le foto reperibile googlando (ottimo QUESTO SITO ad esempio), leggendo l’ottimo volume della Schiffer Military – Wings of Air America e chiedendo informazioni all’università di Dallas (dove ho scoperto è conservata la più grande e importante collezione di foto, memorabilia e documenti inerenti alla storia dell’Air America), mi sono reso conto che la variante “car door” è stata proprio quella meno diffusa durante il conflitto in Vietnam. Inoltre, confrontando le foto dei velivoli reali con il modello ho notato che la forma del parabrezza è tutt’altro che corretta (troppo piatta guardandolo di profilo). Questo errore, probabilmente, è da attribuire proprio alla Pilatus che sul proprio sito offre gratuitamente dei file .pdf con i piani di costruzione del velivolo per i modelli RC. È plausibile pensare che la ditta ucraina si sia fidata dei disegni senza rendersi conto che questi presentano delle (a mio avviso volute) semplificazioni e approssimazioni. Dal momento che l’errore, una volta individuato, è molto visibile e fastidioso (almeno per il sottoscritto) e dato che, da subito, ho deciso di modificarlo mi sono detto: perché non provare a trasformare il modello nella versione senza portiere?

Lavoro fattibile ma delicato, soprattutto perché avrebbe comportato la totale ristampa in vacuform del parabrezza. Quindi, deciso a scartare le versioni proposte dal kit (tutte dotate di portiere ovviamente), ho scandagliato la documentazione in cerca di un esemplare che facesse al caso mio. Alla fine, la scelta è ricaduta su questo:

Immagine inserita a scopo di discussione – fonte http://www.militaryimages.net/

Il N357F (Serial Number 2015) fu costruito nel 1967 e subito acquistato dalla Air America. Fu giudicato fuori uso a seguito di un atterraggio pesante sulla Landing Strip 135 nei pressi di Ban Vieng il 12 settembre 1972, mentre consegnava dei sacchi di riso. I due occupanti a bordo se la cavarono con ferite importanti, soprattutto il pilota. Probabilmente, però, il velivolo subì altri incidenti minori negli anni precedenti e fu ricostruito più volte anche usando parti di altri Porter. Lo si capisce da questa foto che lo ritrae in transito sull’aeroporto di Glasgow-Prestwick per la prima consegna nel 1967:

Immagine inserita a scopo di discussione – fonte www.dhc-2.com

La prima immagine lo ritrae nel febbraio del 1971 sulla Landing Stripe 322 e non presenta né le “car door”, né i portelloni cargo laterali a sinistra. Nella seconda, precedente come data, il velivolo ha le “car door” e il portellone di carico. Insomma, tanto per complicarmi ulteriormente la vita, ho scelto un soggetto alquanto particolare. L’ipotesi della ricostruzione parziale della cellula è avanzata anche dal sito PC-6.com che, inoltre, parla di uno scambio di contrassegni individuali col N392R operante nello stesso periodo. La presupposizione potrebbe essere realistica dal momento in cui la configurazione del 392R era praticamente la stessa del 357F.

Dopo questa iniziale fase di studio delle fonti ho iniziato ad escogitare un modo per modificare e convertire il modello, iniziando a progettare il nuovo profilo delle parti vetrate. Non esistono referenze ufficiali (almeno io non le ho trovate nonostante giorni di ricerche), per cui ho eseguito tutto a mano basandomi sulle foto che ritraessero dei Porter quanto più di profilo possibile:

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Dopo decine di aggiustamenti e piccole modifiche, ho dato “in pasto” i disegni al mio fidato plotter da taglio ricavando i pezzi per chiudere le portiere e allungare lateralmente il parabrezza:

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Ovviamente per fare posto ai nuovi ingombri ho dovuto eliminare i montanti laterali (in foto tratteggiati) già stampati.

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Poi, hanno avuto seguito gli step più complessi: il primo, quello di dare la giusta forma al windshield. Partendo da questa foto del pezzo originale Roden, si può notare come esso sia troppo piatto nel punto indicato dalla freccia:

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Quindi, come prima operazione, ne ho ricavato il profilo con un profilometro; poi gli ho modellato sopra la forma corretta ricavata dalle foto dei soggetti reali.

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Nell’immagine sopra vedete in verde la sagoma del kit, in rosso quella da me ottenuta.
Anche in questo caso, ho tagliato i pezzi in Plasticard col plotter e li ho incollati sul trasparente in modo da avere un riferimento e, allo stesso tempo, fungere da “costole” di rinforzo su cui far aggrappare il materiale di riempimento:

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Allo scopo ho utilizzato il Magic Sculpt, uno stucco bicomponente simile al Milliput ma più plastico e agevole da lavorare. Dopo averne atteso la completa asciugatura, ho asportato l’eccesso con varie lime e carta abrasiva ma, soprattutto, ho rimodellato il parabrezza con un occhio sempre rivolto alla documentazione.

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La forma non è facile né da interpretare, né da ricreare, perché nella parte centrale c’è un “bulbo” che si appiattisce sopra, vicino alle ali.

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Dopo aver rifinito e ricontrollato il tutto, ho spruzzato una generosa quantità di Mr.Surfacer 1500 che ha eliminato i graffi in superficie e mi ha permesso di affinare e correggere ulteriormente le forme. A seguito di un ultimo check, ho riempito il retro di Milliput preparando il master per la ristampa in resina (non volendo rischiare l’originale, ho preferito farne delle copie).

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E poi è arrivato il fatidico momento di realizzare il Vacuform. Mesi addietro avevo acquistato una macchina vacuformatrice su Amazon che sembrava perfetta per i nostri scopi. In realtà, anche a cause della complessità del parabrezza, le operazioni non sono state per nulla semplici e ho dovuto tarare con particolare attenzione i parametri del calore con cui scaldare la lastra di acetato. A seguito di numerosissime prove, e altrettanti numerosi tentativi falliti, ho ottenuto un vetrino con una trasparenza accettabile.

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Tutto il processo lo potete vedere in questo video tutorial:

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L’esemplare scelto non aveva ancora il portellone scorrevole caratteristico dei velivoli di produzione più tarda, bensì sul lato destro era dotato di due sportelli incernierati alla fusoliera con apertura a ribalta. Nella foto pubblicata all’inizio dell’articolo si intravede bene questo particolare sbirciando attraverso i finestrini di sinistra, ma chiedendo informazioni e conferme sul web e sui social sono riuscito a trovare anche un’immagine del lato opposto (grazie all’admin del sito PC-6.com) che ha confermato la configurazione.

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Per tale motivo ho dovuto eliminare le guide dello scorrevole già stampate sulla plastica:

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Le frecce in blu evidenziano delle piastre di rinforzo installate solo sui velivoli “car door”; su quelli sprovvisti tali rinforzi avevano forme e dimensioni diverse, pertanto li ho dovuti eliminare e ricostruire successivamente.

Altra particolarità era l’assenza del portellone per il vano di carico sul lato sinistro, caratteristica che non si riscontra in altri esemplari utilizzati dall’Air America fatta eccezione per il N392R e per quello oggetto di questo WIP, il N357F. Questo alimenta ancora di più il dubbio sulla possibilità che i due velivoli, dopo degli incivolo, fossero stati smembrati e le parti riutilizzate per assemblare una cellula efficiente. Per chiudere l’alloggiamento non è possibile, purtroppo, utilizzare il pezzo da scatola giacché la forma del portellone è comunque incompatibile; alla fine ho dovuto di nuovo rivolgermi al mio fidato plotter da taglio.

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La parte esterna, che comprende anche i due finestrini, è stata tagliata da un foglio di acetato trasparente da 0,4mm della Evergreen. In questo modo ho potuto ottenere direttamente, e a filo con la skin della carlinga, anche le parti vetrate. All’interno, invece, ho aggiunto due strati di Plasticard, sempre da 0,4 della Evergreen, per riempire lo spazio lasciato e portare il pezzo allo stesso spessore della cabina.

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Il vetro di sinistra fungeva anche da uscita d’emergenza per compensare la mancanza dell’apertura su quel fianco della fusoliera. Ho tracciato un’incisione sul perimetro per simulare la pannellatura lungo cui si separava. Il nuovo “inserto” è stato incollato con un filo di Tamiya Extra Thin Cement. A seguire, ho dovuto utilizzare molti strati di Mr. Surfacer 1000 steso ad aerografo per uniformare le superfici e pareggiare i dislivelli; ho curato particolarmente questa fase di stuccatura anche in previsione delle superfici metalliche da verniciare in quella zona.

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Contemporaneamente ho iniziato a lavorare anche al cockpit che, nonostante le migliorie, rimarrà quasi tutto nascosto alla vista. Parto da un presupposto: non esistono foto dell’abitacolo dei Pilatus usati in Vietnam. Gli unici esemplari compatibili come allestimento potrebbero essere quelli utilizzati dalla Swiss Air Force e su quelli, parzialmente, mi sono basato concedendomi delle piccole licenze. Lavorando nel compartimento, oltretutto, mi sono accorto che la Roden ha rappresentato piuttosto male le proporzioni della cabina in altezza.

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Col Magic Sculpt ho riprodotto il rivestimento ignifugo e fono assorbente. Con lo stesso materiale ho realizzato anche le tasche porta cartine/documenti. In Plasticard di riciclo, invece, la “colonnina” con la valvola del Fuel Shut Off posta a sinistra in corrispondenza del sedile del pilota.

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I sedili sono stati assottigliati a causa degli gli spessori esagerati della plastica. Li ho dovuti anche alzare di mezzo millimetro aggiungendo una fetta di Plasticard alla base, così come forniti dalla Roden sono troppo bassi rispetto al cruscotto. Sui lati ho aperto le asole in cui passano le cinture di sicurezza per le gambe (freccia in blu).

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Pedaliere e cloche sono state rifatte sia perché non corrette, sia per i problemi di spessori fuori scala già segnalati sopra. I pezzi sono un mix di Plastirod della Evergreen e profilati di ottone della Albion Alloy. Nelle foto mancano i pedali più piccoli che azionano il sistema frenante (solo sulla pedaliera del pilota) per cui ho utilizzato le fotoincisioni fornite dalla Eduard. La freccia in rosso evidenzia uno scambiatore che porta il calore della turbina al cockpit per il riscaldamento. L’ho rifatto con due pezzi di Plastirod quadrato, uno da 1mm e uno da 0,5mm, sovrapposti da cui escono due tubi (corrugati nella realtà) che convogliano aria a due bocchette fissate sotto al cruscotto.

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Il tubo l’ho rifatto con un cavo elettrico (arancione) che è abbastanza rigido, ma allo stesso tempo malleabile.

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Posteriormente ho ricostruito parte della struttura di sostegno dei seggiolini (freccia verde) col solito Plasticard e aggiunto altre due sacche porta documenti realizzate, ancora una volta, col Magic Sculpt. In rosso, invece, l’estintore ottenuto tornendo un tondino di alluminio. Le maniglie e il diffusore sono modellati da pezzi di Plastirod di scarto. Sempre con lo Sculpt ho realizzato anche i cuscini (in simil pelle sui Pilatus reali) dei sedili.

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Con tutti gli elementi modificati e rifiniti sono finalmente passato alla verniciatura degli interni, seppur con qualche dubbio circa l’effettiva fedeltà delle tinte. Per la zona di carico ho selezionato il grigio Gunze H-307, mentre per quella dei piloti l’XF-54 Tamiya.

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Per i cuscini ho usato il Military Green Vallejo; la finitura che gli ho dato è satinata, proprio per simulare l’effetto del materiale con cui erano rivestiti. Sono stati sottoposti ad in lavaggio pesante in nero ad olio e, successivamente, ad un dry brush altrettanto incisivo in Verde Vescica della Maimeri. Il contrasto l’ho volutamente esagerato perché una volta chiuse le fusoliere, e aggiunto il parabrezza, si vedrà ben poco dell’interno.

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Modellando delle sottili sfoglie di Magic Sculpt ho ricreato le cinture di sicurezza. Avevo a disposizione anche quelle fotoincise (da cui ho sezionato e riadattato solo le fibbie e i ganci) della Eduard ma non sono corrette per un PC-6C civile, bensì pensate per un AU-23 Peacemaker. Con il tipo di seggiolino fornito nel kit le cinghie erano ancorate al cielo della cabina (per quelle superiori del torso), e ai lati della struttura a cassone (per quelle delle gambe). La scelta di utilizzare lo Sculpt mi ha aiutato a dargli un aspetto più morbido e realistico. In tutte le foto che ho visionato dei PC-6 attuali le cinte erano blu, per questo ho ipotizzato lo fossero anche all’epoca; il colore da me è l’Xtracolor X-152 True Blue. Le pedaliere e la barra delle cloche sono in alluminio, la cornice dell’uscita d’emergenza sul finestrino laterale sinistro è in Flat Red Tamiya.

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Il cruscotto è di sicuro NON corretto per la mia versione, ma non avendo riferimenti certi (ed essendo quasi invisibile a modello ultimato) mi sono volentieri accontentato di quello in fotoincisione della Eduard. È pre-colorato ed auto adesivo e, stranamente, con un lavaggio in grigio medio riesce a copiare perfettamente il colore del resto dell’abitacolo. Nel vano di carico ho simulato un po’ di sporcizia mescolando velature di Olive Drab, Tan e grigio scuro, aggiungendo anche qualche graffio e qualche ombra ottenuta con le matite acquerellabili.

Il kit è un Roden della primissima ora, e di certo non presenta dettagli fini. Inoltre, alcune parti sono abbastanza errate come, ad esempio, il musetto che ha un’apertura della presa d’aria troppo larga e pronunciata. La Quickboost (codice 48333) lo fornisce in resina ma risulta più piccolo rispetto alla porzione di modello che deve sostituire. Per riportare le misure in squadro ho dovuto aggiungere circa 1,5 mm di Plasticard incollando due anelli tra il muso originale e l’aftermarket.

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La pannellatura marcata dalla freccia rossa non esiste sugli esemplari veri, per cui l’ho stuccata ed eliminata con la colla cianacrilica. In blu ho aggiunto un portellino di ispezione semi ovale.

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In verde, invece, è la nuova presa d’aria dello scambiatore di calore della turbina Garrett. Quella del kit è realizzata, ovviamente, in plastica piena ed ha una forma errata per cui ho preferito raschiarla via. Per ricrearla sono partito da un tubicino da 2mm della Evergreen che ho diviso in due parti ottenendo un semi cerchio. All’interno, dopo aver aperto lo scasso, ho simulato la paretina che divide il condotto di aspirazione dell’aria fredda da quello di espulsione dell’aria calda.

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Altra pannellatura mancante (e abbastanza complicata da reincidere) è quella del bordo della presa d’aria che incorpora il sistema antighiaccio (freccia blu).

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Sempre nella stessa zona ho aggiunto anche un portellino quadrato:

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Prima di chiudere le due semi-fusoliere ho realizzato anche una delle due ante di destra del vano di carico (l’altra ho voluto rappresentarla aperta e l’ho aggiunta solo alla fine dei lavori). Ho ricalcato lo stesso procedimento impiegato per chiudere il vano dal lato opposto, ovvero un sandwich di acetato e di Plasticard da 0,2 mm tagliati e sagomati al plotter. Il foro che vedete è la predisposizione per la maniglia di apertura.

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Le semi fusoliere combaciano abbastanza bene e non creano difficoltà nella fase d’incollaggio; lo stesso non si può dire delle pannellature che sono completamente disallineate tra destra e sinistra.

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Ho dovuto chiudere quelle di un lato, usando la cianacrilica come stucco, e procedere alla loro completa re incisione. L’operazione si è resa ancor più complessa a causa dello stirene morbido e cedevole utilizzato per la stampa del modello.

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Capitolo ali: la Roden le fornisce tutte identiche nei vari kit che ha commercializzato, e queste rispecchiano le configurazioni dei velivoli più recenti con doppio faro di atterraggio posizionati più esternamente, verso le tip. Questa rappresentazione non è corretta per i PC-6C che avevano un solo faro (basculante) posizionato sotto la semi ala sinistra, in prossimità del braccio di controventatura.

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Ho, quindi, chiuso gli alloggiamenti non utilizzabili e ho aperto lo scasso nel punto più corretto:

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Al suo interno ho infilato una bacchetta di Plexiglass col retro sagomato in modo da simulare la parabola; la lampadina l’ho ottenuta forando il trasparente e colando all’interno del nero della Vallejo, la parte riflettente è in Cromo della Molotow.

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Lungo tutto il bordo d’uscita, su entrambe le semi-ali, corre un brutto ritiro della plastica che ho riempito e pareggiato con cura.

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Un’altra modifica che ho dovuto affrontare riguarda queste due “alette” poste sul dorso di ogni ala:

Immagine inserita a scopo di discussione – fonte http://modeltalking.hobbyart.sk/

Altro non sono che dei semplici correntini che evitano ad eventuali perdite di carburante dai serbatoi (installati proprio in corrispondenza) di colare sui cardini e sugli attuatori dei flap. Come potete vedere si tratta di un lamierino sottilissimo sul vero; sul kit, invece, è rappresentato da un pezzo di plastica troppo spesso.

Anche in questo caso ho eliminato il dettaglio e ho iniziato la sua ricostruzione:

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Sullo stesso punto dov’era stampato ho scavato la plastica, passandola da parte a parte, con il cesello della GSI Creos.

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Così facendo ho ottenuto uno scasso (che ha assicurato un incollaggio più saldo e duraturo) dove inserire una sottile strisciolina di lamina di rame.

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A proposito dei serbatoi, ho rifatto il tappo (freccia rossa) e aperto il foro per la cannetta di sfiato della sovrappressione carburante (freccia verde).

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Sempre sulla semi-ala sinistra trovava posto l’alloggiamento dell’avvisatore di stallo. A modello ultimato ho poi aggiunto anche la “paletta” che ruotando dava l’impulso alla sirena nel cockpit.

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Dopo vari ripensamenti e prove a secco ho deciso di scartare del tutto gli attuatori dei flap e degli alettoni proposti dalla Roden che, oltre ad avere degli spessori esagerati, non rispettano a pieno le forme di quelli reali e non permettono agli ipersostentatori di estendersi (benché siano già separati dal resto delle superfici).

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Ho iniziato la modifica chiudendo gli alloggiamenti con delle sezioni di Plastirod tondo e stuccando le fessure con la cianacrilica:

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In previsione di incollare i nuovi attuatori autocostruiti, ho realizzato degli scassi nella plastica con il solito cesello sfruttando lo stesso metodo descritto sopra per i correntini sul dorso delle ali.

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Prendendo le misure delle parti Roden, e aggiustando le forme sulla base delle foto dei velivoli reali, li ho tagliati su Plasticard da 0,2mm utilizzando il mio fidato plotter:

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Archiviate le ali, le mie attenzioni sono di nuovo tornate sulla fusoliera. Controllando la documentazione in mio possesso mi sono accorto della presenza di una non meglio precisata apertura sul muso che è quasi sempre nascosta dal nero del pannello anti riflesso. Nonostante ulteriori ricerche e studio degli schemi della turbina Garret per capirne la funzione, a tutt’oggi non ho assolutamente capito a cosa servisse di preciso. Quindi, improvvisando qualcosa giusto per non lasciare un “buco nero” (è proprio il caso di dirlo), ho aperto uno foro con una punta elicoidale al cui interno ho infilato un condotto fatto con un tubicino della Evergreen diametro da 3mm.

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Più indietro ho aggiunto un air scoop disegnato, anche questo, al plotter.

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Sempre in accordo con le foto dei soggetti veri, ho tagliato e applicato le piastre di rinforzo citate qualche riga sopra. Attenzione: non tutti gli esemplari le avevano ma quelli utilizzati dalla Air America ne erano quasi tutti provvisti. Per agevolarmi nel compito ho scelto l’alluminio adesivo che è facile da applicare e si può assottigliare ulteriormente carteggiandolo.

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Come la propone il kit, la parte inferiore del muso è assolutamente spoglia e mancante di troppi elementi. In particolare, altri due air scoop (“plotterati” assieme a quello più piccolo incollato sopra), molte incisioni e un pannello circolare vicino la presa d’aria.

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Il piano di coda si incastra bene sulla fusoliera, ciò che non torna è quel gradino che la Roden ha rappresentato più avanti. Nella realtà le superfici sono tutte raccordate, esiste solo un piccolo dislivello dovuto alla sovrapposizione dei rivestimenti metallici del velivolo:

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Ho preferito non usare il Milliput o lo Sculpt per riempire il dislivello, bensì ho “foderato” la fusoliera con un pezzo di Plasticard della Evergreen da 0,2 mm. Per dargli la forma tondeggiante l’ho scaldato e vacuformato attorno ad una dima che ho ricavato da un pezzo di legno (la forma precisa non era fondamentale). Dopo averlo incollato con abbondante cianacrilica, ho carteggiato e rifinito con un po’ di stucco.

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Sui piani di coda e sulla deriva ho sistemato alcuni particolari:

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Freccia blu: ho aggiunto una piccola guaina che protegge lo scorrimento del tirante degli elevoni. Anche in questo caso ho utilizzato il nastro alluminio adesivo.

Freccia arancione: ho montato anche le paratie anti-scorrimento alle tip. Sono quelle da scatola ma assottigliate fino alla trasparenza.

Sotto alla deriva ci sono due piastre di copertura che ho prelevato dal set di fotoincisioni della Eduard.

Rimanendo nella stessa zona, la struttura su cui si imbullona il ruotino di coda è troppo corta e falsa la geometria dello stelo dell’ammortizzatore. Pe questo motivo ho dovuto allungarla aggiungendo due pezzi di Plasticard sagomati a dovere. Ho anche praticato due fori in cui passa il longherone di fissaggio che blocca lo stelo in posizione senza ricorrere alla colla:

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A propositi di steli ed ammortizzatori, neanche a dirlo quelli del carrello principale non sono assolutamente all’altezza e anche poco corretti in forme e dimensioni. Gli esemplari utilizzati in Vietnam, infatti, non avevano la cuffia di gomma per evitare infiltrazioni di polvere e detriti mentre la Roden ha rappresentato un ammortizzatore di tipo più “late” non compatibile con quello specifico periodo di impiego. Che fare quindi? ho buttato via tutti i pezzi originali e li ho torniti in ottone:

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Stelo

Ruote e struttura del carrello posteriore sono quasi del tutto inutilizzabili ma, per fortuna, esiste un set in resina dedicato della Wolf3dresinparts.at che sostituisce in toto i pezzi della Roden. La qualità della stampa 3D è eccellente:

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A questo punto ho iniziato l’assemblaggio principale del Pilatus. I punti di fissaggio delle ali sono ridotti al minimo e la loro lunghezza fa sì che si scarichi molto peso sulla fusoliera. Aggiungo che, come già detto in precedenza, la plastica Roden è davvero troppo morbida e questo non favorisce di certo la stabilità dell’unione.

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Le alternative per rinforzare l’incollaggio sono poche; al massimo si potrebbero inserire dei longheroni (fatti con tondino di ottone) passanti all’interno della cabina, ma si vedrebbero dall’esterno. Per questo raccomando di maneggiare il modello con attenzione per evitare di sentire dei terrificanti scricchiolii provenire dall’abitacolo e dal cassone alare…!

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Infine, sotto alle ali ho aggiunto delle piastre che chiudono e tengono in posizione i tanti pannellini d’ispezione e di accesso ai serbatoi di carburante. La maggior parte di questi è riprodotto come un’incisione dalla Roden, altri sono mancanti. Oltre ad avere una profondità e larghezza esagerati, tecnicamente sono anche errati perché sui velivoli reali quelle piastre sono in rilievo. Utilizzando il solito nastro alluminio plotterato ho disegnato i nuovi pezzi, chiudendo le brutte incisioni e aumentato il dettaglio generale.

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Un’altra particolarità dei PC-6 Air America era una piccola paratia sagomata che schermava il faro d’atterraggio ed evitava che i piloti venissero abbagliati dalla luce. Si nota bene in questa foto, anche se non del mio esemplare, sotto la semi ala sinistra:

Immagine inserita a scopo di discussione – fonte pc-6.com

Con lo stesso metodo usato per gli attuatori, ho ricavato lo scasso sotto l’ala. Poi, ho modellato un pezzo di lastra di rame sottile per ottenere il particolare.

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Sotto al muso ho predisposto i fori dove, a modello praticamente ultimato, ho inserito le varie cannette di spurgo del carburante e dell’olio motore.

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L’operazione più critica di tutta la fase di costruzione è stata, senza dubbio, quella relativa al montaggio del parabrezza. Ovviamente il pezzo realizzato in vacuform non poteva essere preciso al decimo di millimetro e per incollarlo ho dovuto utilizzare un materiale che fornisse un po’ di “struttura”; di fatto non ho potuto usare altro che la cianacrilica. Già sapevo che la cabina chiusa del Pilatus non avrebbe permesso ai vapori della colla di disperdersi, per cui già mi aspettavo già qualche alone sulla superficie interna del trasparente… che prontamente si è presentato. Per fortuna il portellone aperto sul fianco mio ha permesso di infilarmi nel cockpit con uno stuzzicadenti e un po’ di ovatta imbevuta della provvidenziale Tamiya Modelling Wax, eliminando quasi del tutto i segni.

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La guarnizione che corre lungo tutti i bordi l’ho ricavata dal nastro Kabuki (tagliato anche questo al plotter) sfruttando i disegni che avevo realizzato per il master del vacuform. È stata, oltretutto, utilissima per chiudere le fessure e rifinire il pezzo. A volte le “complicazioni” diventano un valido aiuto per risolvere la situazione. Il frame centrale è in nastro di alluminio adesivo, così come la piastra superiore rivettata.

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Finite le operazioni di incollaggio, carteggiatura e rifinitura del windshield, ho potuto aggiungere altri dettagli come il rinforzo evidenziato dalla freccia azzurra (una per lato) e due piccole prese d’aria per il raffreddamento dell’abitacolo che ho realizzato con del lamierino di rame.

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Lo scarico del kit è stato sostituito con l’accessorio della Quickboost in resina (codice 48335). Il set, da subito, mi ha lasciato qualche dubbio sull’andamento del tubo stesso (troppo staccato dalla fusoliera) e per la sua lunghezza. Alla prima imprecisione non ho voluto porre rimedio, per la seconda ho deciso di eliminare tutta la porzione evidenziata nelle foto e sostituirla con un tondino di ottone tornito e scavato al suo interno. Questo mi ha permesso di avere degli spessori più in scala e di dargli maggiore profondità (il pezzo in resina era pieno per tre quarti e si sarebbe notato a modello finito). Inoltre, dopo l’intervento, l’exhaust ha assunto delle dimensioni più coerenti (a conti fatti il pezzo in resina è più lungo di 1,5 mm).

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Ho anche completato il tubo con i collari di rinforzo (solito nastro alluminio) e la saldatura che ho riprodotto con lo sprue stirato a caldo.

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Le antenne di cui era dotato il mio Pilatus meriterebbero un capitolo a parte e, di fatto, ho impiegato parecchi giorni nel cercare di capire la corretta dotazione di apparecchiature installate. La flotta dei PC-6 utilizzati dall’Air America era un ammasso eterogeneo di aeroplani configurati in modo totalmente non standardizzato. Il mio PC-6, a quanto pare, era uno dei più strumentati a livello di sistemi di comunicazione e navigazione ma le foto sono poche e, soprattutto, quasi tutte con inquadrature laterali che non permettono di capire l’esatta collocazione dei dispositivi fugando i dubbi (infatti parecchi me ne sono rimasti).

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Ad ogni modo, “triangolando” le immagini e ricavandone l’ubicazione incrociando varie fonti (tra cui i manuali di volo), sono arrivato a predisporre i fori sulla fusoliera come evidenziato in foto:

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VOR/NAV: è un mix di pezzi da scatola (elemento a “boomerang” assottigliato e ri-profilato) e realizzati al plotter (base).

COM: stelo originale Roden assottigliato con l’aggiunta del terminale a frusta realizzato in filo di rame elettrico.

VHF/FM: basetta autocostruita partendo da due profilati quadrati della Evergreen incollati l’uno sopra l’altro e modellati con limette da unghie. La frusta è una sezione di corda da chitarra.

ADF LOOP 1 e 2: alcuni PC-6 Air America erano equipaggiati con ben due ADF (Automatic Direction Finder). Il sistema di navigazione era composto da due (tre in questo caso) elementi: l’antenna LOOP era quella deputata a ricevere il segnale dalla stazione a terra, associata ad essa vi era la SENSE ANTENNA (antenna di senso) che serviva al sistema di navigazione a capire il “senso” da cui proveniva il segnale (quindi verso cui orientare la prua); normalmente era un’antenna a filo. I nuovi ADF racchiudono tutte le funzioni in un unico elemento (di solito posto sotto la fusoliera sugli aeroplani moderni), ma fino agli ’80 inoltrati il sistema era così costituito. Le antenne LOOP le ho dovute ricostruire ricavando le misure dalle poche foto a disposizione. Sono partito da fogli di Plasticard incollati sovrapposti e sagomati con la lima; il master l’ho poi stampato in resina per ottenere due copie identiche.

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VHF NAVCOM: il filo è una corda di chitarra (MI cantino) piegato attorno ad un chiodo piantato su una tavoletta di legno, la base è un pezzo di ago da insulina.

Strobe Light: è una delle due (l’altra è installata inferiormente sotto la cabina) e l’ho ottenuta tornendo un tondino di ottone.

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Altri particolari completamente autocostruiti sono i contrappesi degli alettoni. Quelli forniti da kit non sono corretti (del tipo a tubo, utilizzati più raramente e sugli esemplari militari) e non possono essere utilizzati. Il peso a goccia l’ho ottenuto partendo da un profilato tondo della Evergreen da 1,5 mm.

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E per finire, sui braccetti del carello principale ho aggiunto le linee idrauliche dei freni.

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Non sono solito utilizzare il primer sui miei modelli ma, anche a causa degli estesi interventi di conversione, questa volta ho preferito stendere sul Pilatus quattro abbondanti mani di Mr.Surfacer White 1000 della Mr.Hobby. Questo ha anche ridotto sensibilmente la rugosità delle superfici, tipico difetto di stampa dei kit Roden (soprattutto di quelli prodotti agli albori nei primi anni).

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Il Surfacer, inoltre, ha preparato il fondo per la posa dei rivetti adesivi della Archer. Il PC-6 ne è letteralmente tempestato e questi sono molto visibili anche osservando il velivolo da svariati metri; partendo anche dal presupposto che il modello, come già segnalato, è molto povero di dettagli l’aggiunta dei “positive rivets” ha contribuito a renderlo più realistico e meno “giocattolo”.

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In totale ho utilizzato circa 70 cm lineari di rivetti, divisi in striscioline e applicati con attenzione lungo delle linee guida precedentemente tracciate a matita facendo riferimento alla documentazione. Ricordo ai lettori che questi prodotti hanno lo stesso principio di funzionamento delle decalcomanie e per garantirne la corretta adesività non possono essere trasferiti sulla plastica nuda (da qui l’utilizzo propedeutico del Surfacer) e devono essere abbondantemente spennellati col Mr.Mark Softer della Mr.Hobby.

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Altre due mani di Surfacer White hanno completato il primo step della verniciatura. A seguire ho iniziato la lunga e tediosa fase di mascheratura per applicare i tipici colori della Air America. Ottenere la sottile linea bianca che divide il blu dal natural metal mi ha fatto sudare le proverbiali sette camicie e non è stato per nulla facile anche perché alcune fine di rivetti passano proprio sotto al nastro limitandone l’adesione. Onde evitare quanto più possibile le infiltrazioni di vernice sotto alle maschere sono ricorso alla tecnica mutuata dall’automotive, ovvero spruzzare del trasparente lucido molto diluito lungo il nastro prima di applicare i colori definitivi. In questo modo si sigilla ulteriormente il bordo e le linee risultano più nette. Per ottenere il caratteristico blu ho speso molto tempo on line nel tentativo di “decifrare” la tinta esatta, ma ho capito che tuttora vige la totale confusione sull’argomento. Però molti modellisti, soprattutto statunitensi, concordano che la società civile sotto copertura della CIA potesse utilizzare il blu FS 15044 per i propri velivoli. Avendo l’H325 Gunze in casa (che corrisponde proprio a quella referenza), ho fatto subito una prova su un pezzo cavia per capire l’effettiva corrispondenza. Purtroppo, da boccetta è veramente troppo chiaro e alla fine ho dovuto aggiungere qualche goccia di nero per farlo risultare quanto più simile alla tonalità molto scura che si vede in tutte le foto dei Pilatus utilizzati in Vietnam. Il mix esatto lo trovate riportato nella foto sotto:

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Dell’esemplare che ho scelto non esistono decalcomanie e, per ovviare, ho disegnato le marche civili ricavandone delle mascherine da tagliare al plotter.

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Guardando bene l’immagine del mio Pilatus ho notato che le marche originali di tipo più piccolo furono cancellate e successivamente rifatte con altre di dimensioni maggiori. Sul Dural si intravede la traccia dei caratteri precedenti e per questo ho deciso di riprodurli nel medesimo modo.

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Quindi, dapprima ho verniciato i codici di dimensioni ridotte usando il White LP2 della Tamiya che ha un pigmento molto sottile. Ho steso due mani estremamente diluite e con passate molto veloci.

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Poi ho applicato le seconde maschere maggiorate su cui ho spruzzato il nero opaco Tamiya diluito al 70% con la nitro.

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Per i lavaggi, eseguiti sul modello lucidato con quattro mani di GX-100 Gunze, ho scelto un grigio chiaro per le zone in bianco e un grigio neutro (tutti ad olio) per quelle metalliche. Sul blu scuro e sul nero non ho eseguito alcun washing. Non ho assolutamente voluto calcare la mano per due motivi: i Pilatus reali, nonostante l’utilizzo severo che l’Air America ne faceva, erano ben tenuti; oltre a questo, le pannellature della Roden sono molto profonde per cui un tono anche di poco più scuro le avrebbe messe troppo in risalto.

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Dopo aver lucidato ulteriormente le sole zone interessate, ho applicato le decalcomanie (quattro in totale) provenienti dal foglio 48034 della Mike Grant Decals. La loro qualità è buona, la stampa precisa ma lo spessore del film è abbastanza importante e ho dovuto livellarlo con parecchi strati di trasparente nel tentativo di eliminarlo del tutto.

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Per la finitura finale ho scelto tre diversi trasparenti: sul bianco e sul blu ho optato per il Semi Matte MRP 126. Sul metallo il Semi Gloss MRP 125, mentre sul nero dell’anti riflesso il Flat Alclad ALC-314.

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Sui PC-6 sprovvisti di “car door” era presente un oblò che garantiva ulteriore ventilazione a tutta la cabina. In parecchie foto che ho trovato si nota come questo fosse quasi sempre aperto, anche in volo. Credo che in Vietnam facesse molto caldo…! L’aspetto interessante, a livello costruttivo, è che il finestrino era praticamente tagliato nel plexiglass del parabrezza e non presentava telaietti o strutture, semplicemente lo tenevano in posizione tre chiavistelli. Non potendo incidere l’acetato in vacuform, ho optato per “simularne” il contorno spruzzando del trasparente opaco direttamente sulla superficie mascherata.

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Il montaggio finale ha previsto l’aggiunta dei fili del sistema IFF e ADF (realizzati con il filo elastico della Uschi Van Der Rosten – gli isolatori sono due sezione di ago da insulina), delle luci di navigazione/posizione (quest’ultime, sulle tip delle ali, prelevate dai set dedicati della CMK in resina colorata trasparente), dell’elica Quickboost (codice 48334) che sostituisce quella originale di fattura alquanto discutibile e di altri piccoli particolari tra cui il predellino di accesso al vano di carico (totalmente ricostruito), e alla tiranteria degli alettoni, elevoni e relativi trim.

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Concludendo, come avete potuto capire leggendo questo lungo articolo il kit di partenza su cui ho basato l’intero progetto non è di certo rilassante. Molti pezzi sono grossolani, altri completamente sbagliati in forme e dimensioni, eppure lavorandoci duramente si riesce a tirarne fuori un modello che si lascia guardare. Di sicuro è un soggetto fuori dalle corde della maggior parte dei modellisti e, proprio per questo, non credo vedremo un nuovo kit allo stato dell’arte nei prossimi anni (anzi, oserei dire decenni). In definitiva, per certi velivoli bisogna accontentarsi di ciò che passa il mercato.

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A molti il PC-6 potrà non piacere e, in effetti, a livello estetico può anche risultare molto poco accattivante. Ma, personalmente, questo genere di velivoli mi ha sempre affascinato… l’Helio Courier, il Britten Norman Islander, il De Havilland Twin Otter… tutti aerei STOL che, proprio per le loro capacità e architetture spartane, mi hanno sempre trasmesso un certo senso di meraviglia.

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Se rinasco, giuro, vado a fare il Bush Pilot in Alaska… o sulle montagne della Papua Nuova Guinea!

Buon modellismo a tutti!

Valerio – Starfighter84 – D’Amadio.

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Tools Review: Gaahleri Airbrush Mobius 0.3 & GHAC-98D Ace.


Da inizio metà 2023 hanno iniziato a spopolare in rete e sui vari canali social di
modellismo, le aeropenne Gaahleri, nuovo brand che si è affacciato da poco in questo settore.
In realtà, leggendo dal loro sito, questo marchio esiste dal 2013 ma, sarò onesto, prima
d’ora non l’avevo mai sentito e non saprei se il loro core business sia sempre stato la
produzione di aerografi.


Da come ho letto, la progettazione delle aeropenne è made in U.S.A. mentre la
produzione è interamente made in China.


Il loro catalogo, ad oggi, si compone di una offerta di 7 tipologie di aerografi che coprono il
range delle misure che partono da ugelli 0,2 mm fino allo 0,7 mm, alcuni delle quali
progettati con trigger in stile spraygun, un pò come la serie GSI PS-290 e Iwata TR come
questa qui sotto.

In questa recensione abbiamo messo sotto torchio il GHPM-Mobius della serie Premium
nella misura da 0,3mm e il GHAC-98D della serie Ace. Quest’ultimo è un modello “dual
combo” e viene fornito con un set di astine + puntale nelle misure 0,38mm e 0,5mm.
Se volete saperne di più, mettetevi comodi e prendetevi un pò di tempo per leggere tutta la
recensione dal momento che non sarà una fast review…


First Look:
Le aeropenne arrivano confezionate all’interno di un contenitore di cartoncino rigido, come
per gli airbrush Iwata, protette in un apposito pad antiurto sagomato dove dentro sono
presenti anche le altre componenti.

Accompagna il corredo la stampa di un sample test di spruzzo ed un esaustivo foglietto di
istruzioni.

Sono presenti anche un set di guarnizioni di ricambio, cosa molto utile e gradita che non
sempre viene proposta da altri brand.

A differenza di altre marche, le componenti di ricambio negli esplosi delle aeropenne
(illustrate nella parte sottostante il coperchio della scatola) non sono codificate
numericamente ma identificate tramite il nome del modello a cui sono destinate.


Questo sicuramente semplifica molto la scelta delle parti durante l’acquisto dei ricambi.
Per entrambe le aeropenne troviamo una finitura esterna cromata, ben realizzata e con
alcune componenti in gold per la serie Mobius.


Il nome del brand e del modello sono riportati sul lato sinistro del corpo aerografo, tramite
laser sulla cromatura.

Esternamente le serie Ace, Advanced e Swallowtile ricorda tantissimo i modelli Iwata,
mentre se diamo un’occhiata al loro interno troviamo una architettura differente, molto più
simile ai modelli H&S e per alcuni versi anche ai modelli Badger.

La serie Mobius, invece, si discosta leggermente a livello estetico dagli altri Gaahleri,
assumendo un aspetto molto vicino all’Eclipse HP-CS ma più muscoloso per via anche del
look del manico che presenta alleggerimenti proposti con un taglio a spirale, l’apertura
lateralmente al corpo che lascia intavedere la vite porta guarnizione interna e la rientranza
ad isola che permette una impugnatura più salda.

Il modello Mobius viene fornito anche con valvola MAC, unico a catalogo con questo add-on, ma unicamente sul modello con duse da 0,2.
Tutte le aeropenne Gaahleri sono accomunate da caratteristiche simili tra loro tra cui ugelli
colore con l’innovativo sistema di scanalature esterne per il passaggio dell’aria, corpo
duse autocentrante e mai avvitato, manici alleggeriti con aperture laterali sul grano blocca-
ago, vite regolatrice del fondo corsa dell’ago e guarnizioni interne in PTFE.

Le coppette sono tutte separabili dal corpo; vantaggio o svantaggio? Di questo ne
parleremo in seguito; sappiate che queste si installano sull’aerografo con accoppiamento a
vite (maschio lato coppetta) e si può aerografare anche senza installarle.


La presenza di una sottile guarnizione in PTFE alla base della filettatura sul corpo
aeropenna assicura la tenuta all’infiltrazione dei liquidi tra i filetti. Il sistema ricorda in tutto
e per tutto quello adottato da H&S sui modelli Infinity.

L’interno della coppetta presenta una finitura cromata per agevolare la pulizia, ma bisogna
comunque prestare attenzione a come viene gestita la pulizia con i diluenti e pulitori
aggressivi, evitando assolutamente quelli a base di ammoniaca.


Segmento di mercato occupato:
Volendo semplificare il ventaglio dell’offerta dei loro prodotti attraverso un raggruppamento
delle misure degli ugelli della duse, possiamo riassumere i loro prodotti sotto questo
specchietto:

  • 0,2mm –> GHPM – Mobius
  • 0,28mm –> GHAC Swallowtail
  • 0,3mm –> GHPM – Mobius
  • 0,35mm –> GHAD 39
  • 0,38mm –> GHAC – 98D / CS36 / GHAD – 68
  • 0,5mm –> GHAC Swallowtail/ GHAD 39/ GHAC – 98D
  • 0,7mm –> GHAC Swallowtail

Si intuisce come i loro prodotti vadano a far concorrenza, anche con il prezzo, a fette di
mercato già molto sature e affollate da costruttori ben affermati come Iwata, H&S e
Badger, cercando di ritagliarsi spazi in “campi” poco battuti con le misure 0,28 o 0,38. La
scelta di queste ultime due immagino sia per avere una sorta di misura “ponte” con le altre.
E’ pur vero che in fin dei conti, sul pratico, non c’è molta differenza tra le misure 0,28 e 0,3
o tra la 0,35 e 0,38 se non per il look dei corpi aeropenna quindi, a mio avviso, avrei fatto a meno proprio della 0,28 e una tra le misure 0,38 o 0,35. D’altro canto il prezzo di lancio è veramente concorrenziale, se paragonato ai modelli più blasonati di aeropenne di fascia media ed entry level. La linea GHPM Mobius parte dai 65$ contro gli 80$ dell’Ace GHAC-98D.


Architettura dei componenti:
Miscelazione interna e doppia azione indipendente alimentazione a gravità. Questa la
logica di funzionamento di queste due aeropenne.

Passiamo ora alla parte core, il puntale e le sue componenti.


Entrambe le aeropenne presentano una duse in lega di rame con innesto autocentrante
sul corpo aeropenna senza far uso di filettature; alla base di questa è presente sempre
una guarnizione in PTFE.

Proprio a questa guarnizione è relegato il duplice e cruciale compito di creare la tenuta dell’aria ma anche isolare il condotto colore per evitare perdite/infiltrazioni nell’incastro corpo-duse.

Nota: Le perfette condizioni della guarnizione in PTFE alla base della duse, giocano un ruolo chiave. Eventuali cause di gorgoglii di aria nella coppetta colore o perdite alla base della duse, sono da ricercare unicamente in questa zona.

Nei due modelli, così come per tutta la linea delle aeropenne Gaahleri Studio, la duse si inserisce internamente al corpo aeropenna raccordandosi al condotto colore.

L’air cap, che completa il gruppo puntale (spray nozzle), si avvita sul corpo e calza come
un guanto sulla duse, ingaggiandola e forzandola verso la base del condotto colore.

Il serraggio a vite dell’air cap assicura il giusto accoppiamento duse-corpo aeropenna
creando quella tensione tra queste due parti che porta, grazie alla guarnizione in PTFE,
alla chiusura stagna dei due condotti, creando un “unicum”.

Vi faccio notare come il sistema di accoppiamento duse-corpo aerografo sorpa descritto
per i Gaahleri è uguale a quello utilizzato dalla H&S (spare parts 123822/123832).

Fonte: spraygunner.com

Anche la forma della duse è identica tranne che per gli otto micro air channels, canali dove
scorre l’aria esternamente la duse.

E proprio il sistema di passaggio dell’aria nel’aircap tramite i micro air channels è la novità
che introducono queste aeropenne e che, secondo quanto scrive il costruttore, dovrebbero
assicurare un flusso meno turbolento in uscita, costante e uniforme migliorando le
prestazioni dell’atomizzazione.

Fonte gaahleri.com


Ma sarà veramente così? Questo lo scopriremo più avanti!


Sicuramente senza la presenza di questi air channel non sarebbe possibile il passaggio
d’aria verso l’air cap, viste le dimensioni esterne del corpo duse e del sistema di lock
scelto alla Gaahleri per l’accoppiamento con il puntale aria, utile a tenere la duse ben
salda al corpo aerografo.

Di fatti e come già detto precedentemente, quest’ultimo avvolge la duse e la spinge sul
condotto colore interno.
I due modelli presentano la corona proteggi ago di forme differenti e tra loro comunque
interscambiabili.

Conico divergente per il Mobius e cilindrico sul 98 Double.

Per entrambe le aeropenne esiste la possibilità di aerografare senza l’air cap installato.

Una guarnizione interna in PTFE, posta tra coppetta e trigger, assicura il corretto
scorrimento dell’ago che la attraversa ma soprattutto evita che qualunque liquido inserito
dentro il serbatoio finisca nella parte posteriore, raggiungendo la sede della valvola aria. L’architettura è standard.

Il preset di regolazione del fine corsa dell’ago arricchisce il manico delle due aeropenne;
come già scritto nelle righe sopra, questo sistema è presente su tutte le aeropenne
Gaahleri.

Completa il core l’ago in acciaio.

Quest’ultimo con una finitura quasi lucida per il 98 Dual e satinata per il Mobius.
La conicità è regolare fino in punta tra le due astine e non presenta la variazione di angolo
come negli aghi Iwata o Badger.

I due modelli montano astine di diametri differenti e non interscambiabili; di conseguenza
la conicità è differente.


Tested on workbench:
Partiamo dalle sensazioni che si hanno tenendoli in mano.
Ben bilanciati e con leveraggi abbastanza corretti, il Mobius si presenta con un peso di
119gr. includendo serbatoio e coperchio; 98gr senza queste parti. Per il GHAC-98 Dual ho
rilevato 120gr. con serbatoio + coperchio installati contro i 96gr. senza.
Valori allineati con quelli di altre aeropenne.


Ad 1 bar il flusso d’aria registrato è pari a 11 L/min per entrambe le aeropenne con una
velocità dell’aria in uscita pari a circa 6,54 m/s per il Mobius e 6,66 m/s per il 98 Dual con
duse da 0,38.

Valori nella norma, a mio avviso, se paragonati con quelli di altre aeropenne. Sinonimo
che gli air channels non strozzano nè tantomeno accelerano il flusso d’aria.
Il trigger del Mobius, con la sua forma squadrata e scanalature parallele tra loro, svetta dal
corpo aeropenna di 9 mm rispetto a quello tondo del 98 Dual con i suoi 9,6 mm di altezza.

Sicuramente tra i due la posizione più vantaggiosa, per chi ha dita affusolate come le mie,
è quella del 98 Dual mentre la forma del trigger del Mobius regala un feeling migliore al
grip essendo anche leggermente più corto.

L’escursione verso il basso per aprire completamente la valvola aria del Mobius è di 1,3
mm contro i 2,1 mm per il 98 Dual.


Aspetto spesso trascurato e di cui poco se ne parla nelle varie review, ma che per me ha
una certa rilevanza nel delineare le caratteristiche di una aeropenna e il suo feeling, è la
tensione della molla dell’aria posta sotto il trigger.

Fonte: https://www.hoslotcarz.com/


E’ qui che si concentra la maggior parte dello sforzo che il dito indice dovrà sostenere
Per farvi un’idea, nei grafici qui sotto potete trovare una comparazione empirica
ma che ben rispecchia la realtà, delle costanti elastiche possedute delle molle che
comandano l’apertura della valvola aria nei vari modelli di aeropenna più popolari,
considerando anche lo sforzo per tenerla aperta.
Tali valori di forza restano confinati in un range che va da 1,3N a circa 3N.
Queste misurazioni sono state eseguite con la valvola aria scarica (P = 0bar).

Dal confronto si vede come la costante elastica della molla posseduta dalla valvola aria
del modello GHAC-98D sia la più bassa tra tutte; restituisce un valore leggeremente più
alto di forza da applicare rispetto al Mobius per via della maggiore escursione verticale del
suo trigger (2,1 mm).
La tensione risulta così molto vicino a quella di Iwata Eclipse HP-CS.
Chi fa peggio, in questo contesto, è il modello HP-B+ che raggiungi valori 2 volte superiori
agli altri aerografi qui considerati.
Il Mobius invece, a conti fatti, ci regala uno sforzo minore nel mantenere l’aria aperta
anche se ho constatato una risposta leggermente a scatto sull’apertura della valvola aria
(premendo verso il basso il pulsante) anche a 0 bar. Questo però non pregiudica affatto il
corretto funzionamento.
Sull’altro modello, il 98 Dual, l’escursione è più fluida senza alcuna resistenza iniziale.
E legata a questa c’è la triangolazione assunta dell’impugnatura dell’aeropenna che non
deve differire molto dalla naturale posizione assunta dalla mano quanto è a riposo.

Una posizione di contatto con il trigger non troppo avanzata permette indubbiamente un
controllo migliore del suo movimento, infatti il dito indice assume una piegatura più naturale per azionare il pulsante; questo aumenta sia il feeling che l’ergonomia dell’impugnatura.

In questo il Mobius 0,3 e 98 Dual non si discostano molto dalla strada intrapresa da Iwata
e Badger anche se trovo che una maggiore angolazione del trigger verso la coppetta
avrebbe giovato molto di più. Infatti nel Mobius il pulsante è quasi in asse con il corpo della
valvola aria.

Il feeling iniziale restituito da queste due aeropenne Gaahleri è ottimale.
La resistenza del trigger all’arretramento, invece, è regolabile agendo sull’avvitatura del
bilanciare, come accade anche per le aeropenne di altre marche.


Vediamo anche alcune metriche strettamente legate all’ago

Ora è venuto il momento di dare fuoco alle polveri!

Caricata la coppetta di colore e settata la pressione a meno di un bar è iniziato il test vero
e proprio.

Sin da subito la risposta all’arretramento del trigger è apparsa molto reattiva per entrambi
gli aerografi, anzi, estremamente reattiva quasi da lasciarmi spiazzato sulle prime, con
delle belle “tele di ragno” impresse sul supporto bianco utilizzato per il test.
Lo spessore di linea di 1 mm è stato raggiunto con minimi movimenti del trigger.

Dopo svariati minuti di verifiche alle due aeropenne, volte a capire se c’era qualcosa di
assemblato male nel puntale ed eseguendo per scrupolo una pulizia totale di quest’ultimo,
ho caricato nuovamente le aeropenne di colore e son ripartito con il test.
Ebbene, dopo alcune ore di utilizzo accumulate, vi anticipo che questa estrema reattività è
proprio una caratteristica di queste aeropenne.

Ma questa cosa comporta?
Il ventaglio di modularità del tratto al di sotto del millimetro e mezzo è concentrato in
movimenti di pochissimi decimi di millimetri di arretramento dell’ago e, di conseguenza,
nelle più piccole frazioni angolari di movimento del trigger.

Perdere la costanza dello spessore durante il movimento dell’aeropenna è veramente
molto facile dal momento che, anche la più piccolissima variazione di tensione sull’indice,
viene subito percepita dallo strumento.

Bisogna veramente avere estrema sensibilità nell’uso del dito indice per poter controllare il
tratto fine di questa aeropenna, calibrando ogni movimento dell’indice sul trigger in
maniera mirata per avere il controllo completo sul ventaglio di spruzzo del tratto al di sotto
del millimetro.


La regolazione del fine corsa dell’ago, che funziona molto bene, purtroppo aiuta ben poco
a compensare questa reattività perché basterà liberare il movimento dell’ago di appena
1/4 di giro, per trovarsi a spruzzare una linea spessa già 1 mm. Questo per farvi capire di
quali ordini di grandezza parliamo.

Tale caratteristica sicuramente non sarà accolta con piacere da chi vorrà sfruttare questi
aerografi in compiti di fino. Tanta potenzialità ma con così poco controllo. Attenzione però, non li sto paragonando a dei “cavalli pazzi”. Non vi speventate! Con la giusta pratica, già dopo almeno un’oretta di training fatta con i prodotti adeguati (inizialmente non utilizzate quelli da modellismo) si riesce ad instaurare un buon feeling e controllo, entrando nella logica di funzionamento di questi Gaahleri con tutto il divertimento che gli strumenti di aerografia riescono a regalarci. A me alla fine hanno fatto divertire.
Questo però è un dato soggettivo perché per quanto training farete, la reattività resta e
basterà poco per “uscire dai ranghi”. Un conto sono le prove libere e un’altra cosa è lavorare sul modello per realizzare post shaading, mottles e amebe con i prodotti da modellismo, nelle varie scale di nostro interesse e con colori da modellismo.

Sicuramente c’è da fare un bel lavoro mentale e pratico per adattarsi alla risposta di questi
aerografi Gaahleri che hanno una reattività, soprattuto nei tratti al di sotto del millimetro e
mezzo, molto “smart&ready”; ben differente da chi è cresciuto con aeropenne come Iwata
o Badger.


In questo iniziano le differenze tra aeropenne di fascia medio alta come Iwata, Badger e gli
aerografi Gaahleri Studio. A questo punto, vista anche la mia estrema curiosità tecnica, ho voluto capire la genesi di questo fenomeno analizzando e paragonando le componenti dei puntali Mobius e 98 Dual con quelli di Iwata per forma, dimensione e posizione.

Guardando sotto la lente di ingrandimento queste componenti si notano delle differenze
sia nella duse che nell’ago. Nei Gaahleri l’ugello è conico, con le sezioni delle pareti che scendono dritte verso il labbro della duse per poi creare un piccolo gradino sull’ago; in Iwata, l’ugello è altrettanto conico ma si raccorda, in uscita, molto meglio alla forma dell’ago con un gradino quasi impercettibile.

Il bordo del labbro della duse Gaahleri è più spesso, per via dell’ugello realizzato in lega di
rame, rispetto a quello in acciaio di Iwata che risulta più sottile (l’acciaio ha un modulo di
young nettamente maggiore). Se aguzzate meglio la vista, troverete poi che l’ago Iwata presenta un ulteriore angolo che chiude la punta, mentre in quello del Mobius e 98 Dual si ha conicità unica.

Queste differenze tra le forme e materiali non vanno valutate singolarmente ma in come
lavorano nell’accoppiata ago+duse.
Infatti, per Iwata le sezioni di ago e duse quando accoppiate hanno angoli abbastanza
differenti tra loro, con un passaggio quasi privo di salti grazie all’estrema sottigliezza del
labbro dell’ugello in acciaio. La doppia conicità dell’ago Iwata permette di avere un primo
tratto con un angolo meno acuto rispetto la parete della duse.

Dall’altra parte, invece, sui Gaahleri la continuità di sezione ago-duse è meno variabile
come angoli creati tra loro ma con un gradino più accentuato per via dello spessore del
labbro dell’ugello del Mobius e del 98 Dual.

E qui sta, a parer mio, la grande differenza nella risposta al movimento del trigger di cui vi
parlavo sopra. Questi accorgimenti, che possono sembrare minimi, in realtà sono quelli che generano differenti risposte dell’aerografo; non è solo una questione di design.
Ora, fate ben attenzione. Provo a spiegare quel che accade. Durante l’arretramento dell’ago, in Iwata, la variazione della sezione di area nell’ugello colore (lì dove passa il colore in pratica) è molto più graduale rispetto al movimento del trigger. Sui Gaahleri, invece, a parità di arretramento ago la sezione di luce che si crea per il passaggio del colore è leggermente maggiore. Viceversa, la medesima portata di fluido (e spessore di linea al di sotto di 1 mm) l’Iwata la raggiunge con un movimento maggiore di arretramento ago rispetto ai Gaahleri. Quindi il ventaglio dei tratti fini è spalmato su movimenti del trigger più ampi sull’Iwata rendendo il controllo del ventaglio di spruzzo molto migliore.
Attenzione però, non sto parlando di qualità dell’atomizzazione.
Queste differenze con Iwata non vanno considerate come un difetto di costruzione ma, a
mio avviso, un aspetto sottovalutato da Gaahleri in fase di progettazione. Inoltre, l’utilizzo di metalli differenti nella realizzazione dell’ugello colore rispetto ad Iwata, costringe saggiamente Gaahleri a mantenere spessori sul labbro della duse leggermente maggiori al fine di garantire resistenza e longevità a questa parte, sotto le tensioni generate dall’ago quando va a battuta.


In questo, aeropenne di fascia medio/alta come Iwata e Badger fanno scuola e sanno
tracciare ancora una netta e marcata linea di confine con tutto il resto degli aerografi. Ebbene, la reattività di cui vi parlavo sopra si ripercuote non solo in fase di apertura del
colore ma anche in quella di chiusura. Infatti, quando dal trigger si chiude completamente il colore, lasciando ancora l’aria aperta, molto spesso la campitura o il tratto appena tracciato termina con delle disomogeneità.

Questo è dovuto all’estrema recettività dell’ugello colore che risente dei più piccoli micromovimenti dell’ago, quando questo va a battuta sulla duse. Non vi spaventate,
l’aerografo non ha nessuna parte rotta o difettosa.
Sicuramente, come vi avevo già anticipato, queste aeropenne richiedono l’investimento di
qualche ore di training per gestire nel migliore dei modi tutta questa “esuberanza” e
allenare l’indice a movimenti piccoli, lenti e fluidi per maturare un certo controllo.
Tenetene conto quando penserete all’acquisto di una Gaahleri perché questo aspetto non
può essere regolato ma solo gestito con tanta pratica, anche lavorando ad ago scoperto.
This is the sad truth!
Passando invece ai tratti più consistenti fino ad arrivare alle campiture utili a dare fondi
omogenei, le due aeropenne cambiano volto, diventando molto più gestibili e rilassanti
regalandoci il tipico piacere dell’aerografia. L’atomizzazione l’ho trovata ottima a tutte le aperture con una definizione e concentrazione del tratto veramente perfetta e simmetrica nell’interezza del suo cono di spruzzo.

Una peculiarità che ho apprezzato di queste aeropenne è quello di ottenere un tratto
sottile ben saturo e pieno, poco sfumato ai bordi derivante sicuramente dal loro innovativo
sistema di air channels.

Sinonimo, questo, che lo studio fluidodinamico applicato per realizzare gli air channel fa
veramente quel che raccontano le loro brochure. Questo accorgimento non è solo una trovata stilistica con poca sostanza, come spesso si vede in certe aeropenne di altri brand, ma ha effettivamente un riscontro positivo nell’atomizzazione.
Incanalare il flusso d’aria negli air channel sopra la duse crea, effettivamente, una corrente
d’aria con maggiore energia, coerenza direzionale e minore turbolenza in uscita che
permette di ottenere tratti leggermente meno sfumati ai bordi e più saturi al centro rispetto
ai loro competitors.

Caratteristica, questa, ancora più marcata lavorando ad ago scoperto. Per entrambi i modelli le prestazioni sono veramente simili, con l’ovvia differenza da considerare dovuta dalla duse 0,38 del 98 Dual che con l’air cap regala tratti più ampi rispetto al Mobius 0,3.
Questa misura permette comunque di ottenere ottimi risultati non molto distanti dalla 0,3,
specialmente se si lavora ad ago scoperto. Sinceramente ho preferito il 98 Dual come feeling rispetto il Mobius perchè leggerissimissimamente meno reattivo dello 0.3, oltre ad avere il trigger in posizione più avanzata.
Sulla taglia 0,5 installabile sul 98 Dual, c’è poco da dire che possa discostarsi da quanto
sopra descritto se non che è una 0,5. Ho trovato, inoltre, molto comoda la soluzione dei serbatoi rimovibili, soprattutto quando devono essere spruzzate piccole quantità di colore. Questo permette di non avere ostacoli visivi quando si lavora di fino, dove tendenzialmente non si ha necessità di caricare l’aerografo di grandi quantità.
Si conclude così la prima batteria di test Il prossimo step sarà virare verso i prodotti da modellismo per capire come si comporteranno le aeropenne Gaahleri in questo nuovo scenario.


Pronti a seguirmi anche nella seconda parte di questo test dopo una bella pausa caffè?
Ovviamente la risposta fluida data dai prodotti utilizzati in precedenza non sarà la stessa
utilizzando colori da modellismo che posseggono una chimica differente.
Ben conscio del comportamento intrinseco dei due strumenti, ora è possibile introdurre
quelle variabili di cui vi parlavo inizialmente, proprie della chimica adottata dai prodotti da
modellismo e che vanno in tutt’altra direzione rispetto a quelli utilizzati nella prima parte.
Se i primi test mi mi hanno permesso di costruire quel feeling indispensabile a conoscere
meglio le potenzialità, i limiti e le peculiarità di questi due modelli di aeropenna, ora tocca
rimescolare tutto con le nuove variabili “modellistiche”.
Ho utilizzato sia prodotti lacquer based che acrilici a base alcolica per finire, poi, con i
vinilici e svariati metallizzati.
Ovviamente, come molti sapranno, i colori da modellismo e, più in generale, quelli con
chimiche simili ai prodotti ora utilizzati, quando aerografati, tendono a seccarsi sulla punta
dell’ago molto più velocemente di altri, facendo variare la risposta dello strumento e
costringendoci ad aprire sempre più il flusso di colore per compensare l’aumento di
spessore dell’ago. Inspessimento che fa da ostacolo allo scorrere della vernice.
Con le due aeropenne Gaahleri non ho notato differenze evidenti su questo aspetto
rispetto ad altri modelli di aeropenne. Il fenomeno prima descritto avviene alla stessa
maniera di quando si utilizza un airbrush Iwata o Badger.
L’atomizzazione è piacevole ed è continuata a risultare ottima e bella fluida, senza alcun
problema nello spruzzare finiture metallizzate con le misure degli ugelli forniti (0,3, 0,38,
0,5).


Ci si può spruzzare veramente di tutto, con le opportune diluizioni.

Anche in questo caso, nessun comportamento anomalo rilevato né per la Mobius 0,3
tantomeno per la 98 Dual che non si discostano dal trend che si avrebbe con altre
aeropenne di marche più popolari quando impiegate a spruzzare prodotti modellistici.
Come già visto nella prima parte di test, il comportamento reattivo di questi due aerografi
Gaahleri Studio resta il medesimo. Ovviamente, i prodotti da modellismo non faciliteranno i
possessori delle aeropenne Gaahleri nella già delicata fase di gestione e controllo del
ventaglio di spruzzo al di sotto del millimetro. Sicuramente l’attenzione risulterà essere maggiore quando si avrà la necessità di lavorare di fino sul modello con prodotti da modellismo.
Ma non vi spavente; una volta che avrete preso confidenza con l’aerografo e maturato il
giusto feeling, tutto poi assumerà la giusta dimensione.
Da qui in poi le differenze di prestazioni rispetto a quanto descritto dipenderanno
unicamente da voi, dal pigmento e dal tipo di chimica utilizzata, oltre che dal rapporto
diluizione/pressione con il quale si alimenterà l’aerografo.
La pulizia avviene come qualunque altro aerografo a miscelazione interna e duse ad
interferenza. Tutte le parti in cui il colore entra a contatto posseggono un buon trattamento
superficiale tale da agevolare la fase di pulizia a fine sessione di aerografia.


In questo sono molto simili ai modelli Iwata Eclipse, Badger Renegate e H&S.
La cromatura interna della coppetta aiuta moltissimo a rimuovere il colore; bisognerà
capire la longevità nel tempo di questo trattamento anche in base ai prodotti utilizzati.


Conclusioni:
Dopo un bel monte ore di utilizzo accumulato sia sul modello Mobius 0,3 che sul 98 Dual,
siamo arrivati in dirittura d’arrivo per tirare le somme, quanto più oggettive possibili, su
queste due aeropenne.


PRO:
Ho trovato un bel bilanciamento di entrambi gli strumenti, con una triangolazione buona
nell’impugnatura che alla lunga non stanca più di una Iwata o Badger di pari architettura.
Migliore, per me, la posizione del trigger della 98 Dual ma ho preferito di più il grip regalato
dalla forma del
pulsante sul modello Mobius anche se questo avrebbe guadagnato qualcosa in più ad
avere una leggera inclinazione del trigger verso il serbatoio.
Perfetta, a parer mio, la tensione della molla aria che aiuta a non affaticare il dito indice
negli usi prolungati e soprattutto quando si lavora di piccoli movimenti.
Ottima l’atomizzazione e con essa le varie componenti in gioco che contribuiscono a
realizzarla.
Molto piacevole l’erogazione del colore nella quasi totalità del ventaglio di spruzzo,
realizzando tratti sottili e netti con ridotta sfumatura ai bordi, grazie al sistema degli air
channel.

Le componenti di entrambe le aeropenne si sono rivelate precise e di ottima fattura con
soluzioni da un lato innovative (vedi i micro air channels) e dall’altro prese in “prestito” da
Iwata, Badger e H&S le quali hanno dato già prova di essere le migliori di sempre: duse
monopezzo con innesto ad interferenza, guarnizioni in teflon, preset regolazione fine corsa
sul manico, angolo coppetta-corpo aeropenna compreso tra 30° e 45°, serbatoio rimovibile
con coperchio e cromatura interna, attacco aria da 1/8, possibilità di lavorare senza copri
ago, no parti in plastiche, set guarnizioni di ricambio incluse e regolazione tensione
scorrimento orizzontale trigger.
Tra le frecce al suo arco, Gaahleri ha sicuramente il costo contenuto dei loro prodotti e dei
medesimi ricambi, con un rapporto qualità-prezzo molto più appetibile e accessibile
rispetto ad Iwata.
Sotto certi versi le prestazioni, la qualità delle componenti, il feeling e l’ergonomia di
queste due Gaahleri sono molto vicine e sovrapponibili a modelli di fascia media prodotti
da altri brand. La soluzione degli air channels ha la sua ragion d’essere e i benefici sono
chiari ed evidenti nelle spruzzate dei tratti che si realizzano; questo però senza alterare
significativamente i valori di velocità dell’aria in uscita dal puntale o incidere negativamente
sull’atomizzazione.


CONTRO:
Come avrete intuito nella sezione precedente, il controllo e la gestione del tratto fine sono
sicuramente gli aspetti negativi più rilevanti che mi sento di sottolineare per questi
aerografi e sui quali possiamo farci ben poco, se non acquisire pratica investendo del
tempo per imparare a gestire questa caratteristica posseduta dalle Gaahleri.
Manca, purtroppo, quella flessibilità del ventaglio dei tratti al di sotto del millimetro che
avrebbe permesso a questi aerografi di ridurre di molto l’attuale gap con Iwata o Badger.
Questo ventaglio è concentrato in un movimento di pochissimi decimi di millimetri di
arretramento dell’ago e, di conseguenza, nelle più piccole frazioni angolari di movimento
del trigger. Perdere la costanza dello spessore durante il movimento dell’aeropenna è
veramente molto facile dal momento che, anche la più piccolissima variazione di tensione
sull’indice, viene subito percepita dallo strumento.
Questa reattività si ripercuote anche quando si chiude completamente l’erogazione del
colore, lasciando ancora aperta l’aria; molto spesso la campitura o il tratto appena
tracciato terminano con delle disomogeneità dovute all’estrema recettività dell’accoppiata
ago-ugello colore, che risente delle più piccole incertezze trasmesse al trigger dal nostro
dito indice.
La regolazione del fine corsa dell’ago, che funziona bene, purtroppo aiuta ben poco a
compensare questa reattività.
La duse, realizzata in lega di rame, ha un labbro leggermente più spesso per dar maggiore
resistenza alle tensioni create dall’ago, evitando lacerazioni premature. Questo materiale
permette comunque di avere costi di produzione bassi unita ad un’ottima precisione di
realizzazione. Purtroppo però determinate caratteristiche possedute dagli ugelli in acciaio
made in Iwata difficilmente si possono ottenere con materiali che hanno un modulo di
Young così basso.
Sono convinto che una accurata riprogettazione del cono dell’ago potrebbe smorzare la
reattività sulle basse aperture dell’ugello colore.
Tanta potenzialità ma senza il giusto controllo e purtroppo ho il sospetto che questa
caratteristica accomuni tutti gli aerografi Gaahleri.

Per questa ragione, nella mia personale classifica, queste due Gaahleri si collocano su un
livello inferiore rispetto ad aerografi come Iwata Eclipse HP-CS, HP-CP e Badger
Renegate Krome, ma di sicuro ben al di sopra di Fengda e similari.
Del resto l’atomizzazione è ottima ed è un piacere lavorare sulle medie campiture con
quasi tutti i colori da modellismo.
Insomma, devo dire che alla fine della fiera alla Gaahleri hanno fatto, dopo tutto, un bel
lavoro su questi due prodotti che non possono essere considerati alla stregua dei tanti
“fermacarte” cinesi che spopolano a destra e a manca.
Chiudo la recensione lasciandovi un tricks che magari potrebbe controbilanciare il
comportamento reattivo delle Gaahleri. Cambiando leggermente la posizione di contatto
dell’indice sull’aeropenna e portandolo dalla punta verso il centro della falange distale
dell’indice, si riduce la leva e di conseguenza i movimenti trasmessi al trigger.
In pratica, da così:

A così:

Certo non risolve ma è un espediente nato dall’esperienza quando si ha bisogno di avere
un miglior controllo dello spruzzo. Con me il più delle volte funziona.
Non sarà per molti una condizione d’uso familiare nell’uso delle proprie aeropenne ma,
con il giusto allenamento, dà i suoi risultati.
Termina qui questa lunghissima review, lasciando a voi le vostre personali conclusioni;

Buon modellismo a tutti!

Aurelio “freestyle” Laudiero

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