Home Blog Page 2

The Last Tonka – Tornado IDS dal kit Revell in scala 1/32 – SECONDA PARTE.

0

Il carrello anteriore: 

Praticamente nessun pezzo del kit è stato lasciato come da scatola e i carrelli non hanno fatto eccezione perché li ho trovati abbastanza approssimativi. 

Il Tornado IDS ha utilizzato due tipi di carrello anteriore nel corso della sua carriera: un primo tipo a doppio compasso e doppio ammortizzatore (early) e uno a singolo compasso anteriore (late). La gamba fornita dalla Revell rappresenta, di fatto, quella di tipo early e anche i rebox recenti non offrono la seconda opzione. Nella stragrande maggior parte dei casi ho visto diversi modellisti dal web rimuovere soltanto il piccolo compasso posteriore ma, se lo si osserva bene, anche lo stelo esteso dell’ammortizzatore deve essere rimosso.  

Il mio carrello ha ricevuto le seguenti modifiche:  

  1. Ho modificato lo stelo dell’ammortizzatore diminuendone l’estensione e ho rimosso il secondo ammortizzatore con relativo compasso posteriore. 
  1. Ho ricostruito in Plasticard il compasso anteriore aggiungendo i fori di alleggerimento sulle relative piastre.  
  1. Ho dettagliato il braccio di retrazione autocostruendo il perno di fissaggio al corpo principale. 
  1. Ho dettagliato la gamba di forza con cablaggi in rame e stagno, le molle sono state realizzate con fil di ferro dal 0.1mm di diametro arrotolato su un profilato metallico. 

Anche le ruote hanno ricevuto un minimo upgrade dettagliando i cerchioni con le valvole di gonfiaggio e aggiungendo un minimo effetto peso agli pneumatici. 

Il tutto è stato dipinto in bianco opaco Tamiya XF-2, poi trasparente lucido Gunze H-30 e lavaggio con colori ad olio, Bruno Van Dick e Nero. Lo stelo è stato verniciato con il cromo liquido della Molotow, mentre le scrostature sulla gamba e sul compasso sono state realizzate con una spugnetta sporca di un grigio medio Vallejo. 

Il carrello posteriore: 

La situazione del carrello principale è ben peggiore, con la gamba di forza che la Revell ha scomposto in maniera infelice e che, difficoltà di assemblaggio a parte, una volta montata non è fedele nelle forme.  

Le modifiche apportate sono le seguenti: 

  1. Il blocco centrale è stato stuccato e modellato per conferire quanto possibile la forma del carrello reale modificando anche il perno del braccio di retrazione. 
  1. Ho rimosso il compasso posteriore e l’ho ricostruito alleggerendone la struttura al centro. 
  1. Ho modificato la forma e l’inclinazione del braccetto posto sulla sommità del corpo principale e ho aggiunto tutti i cablaggi mancanti.  

Per la verniciatura delle parti ho utilizzato lo stesso procedimento riportato sopra. 

CARICHI ALARI 

I piloni: 

I piloni sub-alari sono buoni ma carenti delle numerose viti che ne tappezzano le superfici. Le file mancanti sono state aggiunte a mano con una rivettatrice foto incisa della RB Productions. 

Grazie al confronto con Andrea, alias trachio001 sul forum di Modeling Time, mi è stato fatto notare come il pilone non fosse in due toni di grigio (erroneamente lo avevo interpretato così all’inizio), piuttosto che il secondo tono fosse l’alluminata della precedente mimetica standard NATO opacizzata al punto di sembrare un grigio molto chiaro. Questo spiega anche la presenza degli stencil ad alta visibilità, come i triangoli e i simboli arancioni, e il grigio nella parte anteriore che copre il verde scuro sottostante (non a caso le scrostature che si vedono nelle immagini rivelano la presenza della vernice più vecchia). 

Ai launcher dei Sidewinder ho rifatto, praticamente da capo, tutto il sistema di rotaie e fissaggio dei missili con Plasticard e listelli da 0.25mm. Il risultato per quanto poco visibile migliora di parecchio l’aspetto generale. 

Ho deciso di realizzare uno dei piloni esterni in grigio, l’altro in alluminio e giallo sabbia (Alclad ALC-117 Dull Aluminium e giallo realizzato con un mix di Tamiya XF-59 e Tamiya XF-3 al 50%) proveniente da uno dei velivoli che parteciparono all’Operazione Locusta. Tale promiscuità di parti non era infrequente sui Tornado del 36° stormo e anche degli altri reparti dell’AM. 

Pod BOZ-102:  
Nella prima uscita dedicata ai Tornado della Luftwaffe la Revell forniva uno solo BOZ-102, questo perché gli esemplari tedeschi erano soliti utilizzarlo in accoppiata al pod per contromisure elettroniche TST Cerberus. Il dispositivo non è stato mai utilizzato dai nostri velivoli che, al contrario, hanno sempre montato una configurazione con due BOZ.  

Non disponendo del secondo lanciatore di chaff/flare, giocoforza sono dovuto ricorrere alla sua autocostruzione partendo da un serbatoio di un F-84F della Monogram in scala 1/48; incredibilmente il diametro combacia perfettamente con quello del pezzo da scatola.  

Ovviamente, dopo averlo riportato alle misure corrette e aver rastremato a dovere l’ogiva, ho aggiunto gli altri elementi quali la piastra di fissaggio al pilone, le alette e la griglia posteriore (tutto rifatto col solito Plasticard).  

Entrambi sono stati verniciati in Dark Green Gunze H-330 e dettagliati con decal prelevate da fogli di risulta.  

AS-34 Kormoran (CMK): 

Il 156° Gruppo del 36° Stormo era quello deputato alla lotta antinave (ruolo che ha svolto fino al 2008, data del suo trasferimento sulla base di Ghedi), ed era l’unico ad utilizzare il missile AS-34. Non essendo incluso nella scatola, ho acquistato il set n°5091 della ceca CMK che ne comprende una coppia in resina corredata da un foglio decal e uno di bandierine RBF fotoincise prodotte dalla Eduard. Il suo prezzo si aggira sui 30€. 

All’inizio sono rimasto entusiasta della qualità di questo aftermarket, complice il numero di parti stampate davvero bene e per la presenza di decal e accessori. Ma una volta terminati i missili ed eseguite le prove a secco di rito, ho tristemente scoperto che le alette erano più lunghe dei carrelli e toccavano il piano di appoggio. Inizialmente ho pensato a qualche mio errore di montaggio invece, a seguito di un confronto con la documentazione, ho capito che le ali anteriori dei missili sono assurdamente enormi. In basso un confronto tra il missile originale (sopra) e quello modificato (sotto):  

In pratica ho dovuto ricostruire totalmente le alette riportandole alle misure reali. Sono state tutte rifatte con del Plasticard.  

 
Come se non bastasse sono dovuto intervenire anche sui rail in resina per poterle adattare ai piloni de kit, tanto lavoro per un accessorio che dovrebbe essere già pronto all’uso. Verdetto finale: il set CMK per me è bocciato. 

VERNICIATURA 

Prima di procedere col colore della mimetica del mio Tornado, il grigio F.S. 36280, avevo già programmato di realizzare delle scrostature della vernice in punti specifici del mio Tornado. In particolare, ho voluto simulare del chipping che scoprisse il primer sul parabrezza, sonda RIV, sui carapaci inferiori/superiori e la zona dei bulloni del cassone alare. Come fondo ho utilizzato il Tamiya XF-4 Yellow Green tagliato al 50% con il Tamiya XF-2 Flat white e, a seguire, con una spugnetta e del Maskol ho mascherato le future scrostature. 

Stesso procedimento l’ho applicato anche per il bordo d’attacco di ali e taileron, ma in questo caso ho utilizzato il Tamiya LP-38 Flat Aluminium. 

Lo step successivo ha riguardato il pre shading (per quanto non sia un amante di questa tecnica, su un soggetto così grande mi ha aiutato a dare volume alle forme); a tale scopo ho utilizzato il Gunze H-69 (RLM75) puro su tutto il modello, ad eccezione delle zone ventrali e sulla deriva dove ho preferito scurirlo con 20% di nero. Oltre a questo, con un grigio chiaro ho anche realizzato delle “mottle” irregolari all’interno dei pannelli utilizzando gli stencil da aerografia.  

Per riprodurre il 36280, o un colore che comunque gli si avvicinasse, ho deciso di utilizzare il Gunze H-306, (F.S. 36270) schiarito al 40% con il Gunze H-11 Flat White. Il primo layer della vernice definitiva l’ho steso con velature molto leggere e diluite per lasciare intravedere il lavoro effettuato in precedenza cercando di dare poca omogeneità alla tinta. 

Sulle volate dei cannoni ho utilizzato una base di Alclad Steel schiarita poi con Alclad Aluminium e “cotta” all’interno con Alclad Burnt Iron.

A seguire ho deciso di variare alcuni pannelli sul dorso e sulla presa d’aria come visto dalle foto del mio esemplare e di altri Tornado dell’AM, e per farlo ho utilizzato una vasta gamma di grigi che avevo a disposizione (riassunti nella foto sotto). Per il nero ho il Gunze H-77 Tyre black. 

La zona motori ha richiesto diversi step per i vari elementi che la compongono.  

 
1) Come base ho utilizzato l’AK Extreme Metal “Aluminium”, mi piace particolarmente per la sua lucentezza: 

 
2) Ho mascherato con il Maskol le parti in luce delle bugne che contengono gli attuatori dei petali: 

 
3) Ho protetto i petali interni con del Patafix e sopra a tutto ho passato l’Alclad Dull Aluminium che finitura opaca. 

4) Ho utilizzato il Gunze H-77 “Tyre black” molto diluito per annerire la parte più esterna. 

5) Con l’ausilio del mio stencil per aerografia ho cercato di creare delle macchie spezzando il nero con delle velature di Dull Aluminium. 

Ecco il risultato una volta tolto il Maskol e il Patafix. 

6) Successivamente ho dato una velatura di Alclad Gold Titanium alla corona di petali. 

7) Dopo aver mascherato a dovere tra un petalo e l’altro, ho utilizzato l’X-23 Clear blue Tamiya e l’X-19 Smoke creando un effetto casuale di cottura delle parti. 

Questo il risultato finale. Nel pezzo di sinistra i petali sono stati definiti da una profilatura con un nero opaco Vallejo steso a pennello molto diluito.  

Per rifinire ulteriormente i particolari ho applicato un dry brush in Vallejo Air Chrome. Per la zona tra i due RB ho utilizzato l’Alclad Magnesium con velature di Clear Blue per simulare la cottura del metallo. 

Sugli inversori di spinta ho optato per un approccio differente integrando le lacche Alclad con i trasparenti Tamiya per simulare la brunitura e la cottura dei metalli. Ho preso spunto da QUESTO LAVORO del nostro amico Aurelio nel forum di Modeling Time. 
In ordine, i passaggi sono i seguenti: 
 
1) Alclad White Aluminium ALC-106 come vernice di base. 

 
2) Macchie casuali con l’Alclad Dull Aluminium ALC-117, nella parte inferiore degli inversori ho creato delle mascherature irregolari con un po’ di Maskol per simulare zone ripulite e graffiate come visto su molti velivoli. 

3) Sfruttando nuovamente lo stencil, ho applicato il Tamiya X-19 Smoke per simulare sporco, depositi di fumo e grasso. Nella parte inferiore ho aggiunto anche delle velature di X-26 Clear Orange Tamiya che ha funzionato da base per altri effetti.  

4) Ho mascherato la parte centrale degli inversori superiori, mantenendo la cornice esterna di un colore alluminio non uniforme. Al centro ho prima tracciato delle linee brunite con lo Smoke Tamiya nei punti dove il metallo tende a scaldarsi maggiormente, a seguire le ho ripassate con il Clear Blue X-23 Tamiya; per amalgamare e uniformare gli effetti ho concluso la sessione con un layer di arancione trasparente. 

Ecco l’effetto che ho ricreato sulla superficie inferiore, qui ovviamente ho utilizzato X-19 Smoke Tamiya oppure il Gunze H-77 Tyre black in maniera casuale. 

L’ultimo intervento ha riguardato i rivetti stampati sugli anelli degli scarichi che sui Tornado reali spesso risaltano rispetto ai metalli più scuri che li circondano. Sono stati messi in evidenza non con un lavaggio ad olio (classico metodo molto diffuso), bensì con il Chrome della linea Vallejo Air applicato puro, perché già adeguatamente diluito, a pennello . 
Questo pigmento ha il vantaggio di non creare dei filtri (al contrario dei colori ad olio che tendono a lasciare una patina sulle superfici) ed è facile rimuovere gli eccessi con un cotton fioc appena inumidito di acqua.  

DECALCOMANIE

Per completare il mio Tornado ho utilizzato i fogli Tauro Model 32/526 e 32/532 degli anni ’90 non a film unico (gli ultimi prodotti della ditta torinese sono, invece, stampati con questo metodo più economico). 

Gli accessori non sono scevri da imprecisioni, errori e dimenticanze purtroppo. Le linee tratteggiate delle walkways su dorso della fusoliera e ali sono sovradimensionate in larghezza; per poterle utilizzare e rendere quantomeno accettabili come forme ho dovuto tagliarle esattamente a metà.  

Come se non bastasse la loro lunghezza è errata risultando troppo corte verso gli inversori di spinta e nei pressi degli aerofreni. 

Ho provveduto ad allungarle utilizzando gli scarti che avevo precedentemente tagliato e completandoli con delle linee nere prese dalle walkway del foglio decal originale Revell.  

Ho interrotto la linea tratteggiata in prossimità dei bulloni del cassone alare come visto nella documentazione fotografica, il segmento scartato è stato utilizzato per allungare il perimetro posteriore: 

Le coccarde, calibro alla mano, sono enormi. Le Tauro misurano 11 mm di diametro rapportate a quelle corrette che in scala 1/32 dovrebbero essere di circa 9,3 mm. Oltre a questo, le proporzioni dei tre colori sono completamente errate dal momento che il disco verde copre quasi del tutto il bianco. Nella foto potete osservare il confronto tra una coccarda Tauro Model a sinistra e una prelevata dal foglio Sky Model dedicato agli F-104 italiani, quest’ultima misura 9mm di diametro e non è del tutto corretta… alla fine mi sono dovuto accontentare! 

Sebbene più convincente, anche l’insegna della Sky Model non è del tutto esente da pecche; il bianco, infatti, dovrebbe essere più sottile. Con una fustellatrice ho ridotto il cerchio verde della Tauro Model e l’ho sovrapposto all’altro. 

Questo è il risultato finale. 

L’aquila, simbolo del 36° Stormo, è di colore grigio ed è inscritta in un cerchio bianco. Nel foglio di istruzioni viene inserita nel profilo del Tornado 36-47, l’unico esemplare che nella mia ricerca storica non ha mai avuto la caratteristica saetta sulla deriva (quindi non fate affidamento ai suggerimenti della Tauro). In più la foggia del rapace è più corretta per un Tornado in mimetica NATO ad alta visibilità, piuttosto che di un esemplare in mono grigio. In definitiva, grazie anche all’aiuto del mio amico Fulvio Spillone Felicioli, ho dovuto ristampare uno stemma corretto come forme e colori (quello posto a sinistra nella foto).   

La saetta sopra citata è troppo grande e questo mi ha costretto ad un tedioso e lungo lavoro di “taglia e cuci” per riportarla a dimensioni più opportune. Ricomporre le varie sezioni è stato un lavoro che ha messo a dura prova la mia pazienza.  

I numeri di carrozzella soffrono degli stessi difetti. Hanno un carattere dal tratto troppo spesso e la tratteggiatura non rispetta gli intervalli corretti, in pratica ci sono troppi segmenti. Quindi, i codici questi sono stati disegnati da Stefano, un altro amico del forum, e ristampati. il risultato è notevole e, soprattutto, realistico! 

Anche la maggior parte degli stencil sono sovradimensionati, in particolare i triangoli di pericolo posizionati intorno al canopy (dei veri e propri aquiloni) e le scritte di “pericolo” poco prima delle prese d’aria. Per ovviare ho dovuto acquistare il foglio in 1/48 che delle misure più accettabili.  

Le decal sono stampate con un grigio molto scuro (quasi nero) che al massimo potrebbero andar bene su un esemplare appena uscito dalla revisione; quindi, ho deciso di desaturarle tutte utilizzando il grigio della livrea diluito fino al 90%, passato con velature leggere e ripetute.  

In definitiva, sono rimasto completamente deluso dai fogli Tauro Model che, purtroppo, sono l’unica opzione se si vuole realizzare un Tornado italiano in scala 1/32. Sono datati, e non intendo solo per la qualità del supporto su cui sono stampati, e necessiterebbero di una revisione totale per renderli quanto meno utilizzabili 

Dopo parecchie fatiche, imprevisti, cambi di programma in corso d’opera dovuti alla natura stessa del progetto (un modello già montato da anni e con tanti problemi, anche di fragilità dello stirene), di seguito vi mostro le foto del mio Tornado ultimato.  

Se avete avuto la pazienza di leggere questo lungo articolo per intero, vi meritate tutta la mia stima! spero che il mio Tornado sia stato di vostro gradimento. Buon modellismo a tutti! 

Mattia “Pankit” Pancotti.  

The Last Tonka – Tornado IDS dal kit Revell in scala 1/32 – PRIMA PARTE.

0

Quello che leggerete in queste righe è il resoconto di un lavoro di restauro di un vecchio kit.  Sono partito con l’intenzione di completare e riverniciare un Tornado IDS costruito da un mio amico, un modellista amatoriale, subito dopo l’uscita della sua prima edizione nel 1996 (la scatola n. 04700 dedicata ai Tornado IDS della Luftwaffe) puntando ad un lavoro semplice e veloce ma, alla fine, si è rivelato un progetto caotico e un po’ “disorganizzato”. Giunto a circa la metà del montaggio (ma sarebbe meglio definirlo “ri-montaggio”), mi sono reso conto di come molti dettagli dello stampo fossero approssimativi, assenti o dalla forma sbagliata. Alla fine, la mia coscienza modellistica non è riuscita a far finta di nulla.  

Ho, quindi, deciso di modificare qualsiasi particolare fosse alla mia portata ma senza preoccuparmi di una sequenzialità logica, motivo per cui in questo articolo cercherò di ripercorrere in maniera sensata tutte le modifiche (e le torture) che ha subito il modello, e tutti gli step che sarebbe meglio seguire per evitare un doppio lavoro. 

Vi auguro una buona lettura!  



Il punto di partenza: 

Ricordo molto bene come fosse il Tornado preso in consegna nel maggio del 2018: totalmente assemblato ad eccezione dei trasparenti anteriori, verniciato di grigio con una bomboletta da carrozzeria, incollato in modo superficiale e privo della maggior parte delle pannellature (livellate dai “generosi” strati di vernice). Partendo da una situazione quasi irrecuperabile, ho deciso di utilizzare le maniere forti conscio del fatto che, anche nella peggiore delle ipotesi, la perdita del modello non avrebbe comportato insuperabili dispiaceri. Con tali premesse ho optato per una sverniciatura totale utilizzando olio dei freni per automobili e tanto… olio di gomito! 

Il procedimento ha anche indebolito il potere adesivo della colla per cui ho separato alcuni pezzi cercando di non spezzare la plastica lungo le giunzioni.   

Troncone anteriore:

La scomposizione del Tornado IDS della Revell prevede due blocchi principali, con la parte anteriore che termina subito prima delle prese d’aria ausiliarie lungo le fiancate laterali. Il primo consiglio è quello di lavorare sui due tronconi ancor prima di dedicarsi al cockpit soprattutto se si vuole realizzare un modello con il canopy chiuso (come nel mio caso). Ci sono dei dettagli che possono essere notevolmente migliorati, ve li vado ad elencare:  

Le volate dei cannoni: 

Ho deciso di reincidere tutte le pannellature del muso e di aggiungerne altre mancanti, in particolare: 

  • la presa d’aria di forma trapezoidale sotto la volata destra del cannone.  
  • lo sportellino con la presa per la messa a terra sul lato sinistro, subito dietro la volata del cannone.  

A proposito delle volate, ho corretto anche la forma rendendole più lunghe sul lato posteriore.  

Vi consiglio di eseguire anche questo lavoro prima della chiusura delle due semi fusoliere poiché sono sicuro che i lavori effettuati sull’allungamento delle volate e la rimozione della plastica in eccesso siano state la causa dell’infiltrazione di polvere nell’abitacolo. 

La sonda per il rifornimento in volo: 

La sonda RIV e la relativa carenatura sono corte. A seguito di un confronto fotografico mi sono accorto di come questo pezzo del kit fosse in linea con tutti i dettagli di cui abbiamo già parlato ossia le pannellature approssimative e le proporzioni generali da ridefinire.  

IO ho tagliato e modificato il pezzo quando questo era già incollato al suo posto, VOI potreste evitare di fare lo stesso errore utilizzando al meglio i pezzi nuovi del kit. 

La sonda retratta può essere nettamente migliorata utilizzando la parte anteriore della carenatura vuota (pezzo D114) e la testa del bocchettone di rifornimento (pezzo D115), l’unione dei due risulta molto più bella rispetto alla carenatura con ricettacolo già stampato del pezzo D113. Bisogna lavorare di “taglia e cuci” ma il risultato è decisamente migliore. 

Buona parte della zona anteriore deve essere necessariamente ri-pannellata vista la modifica effettuata sulle volate dei cannoni. Anche il cono del radome non è esente da interventi: ho utilizzato il pitot in resina della Master e ho modificato la zona della cerniera (i cardini sporgenti devono essere rimossi e reincisi se si vuole realizzare l’aereo con cono chiuso), poi una volta dipinto ho realizzato i dielettrici con strisce di decal color alluminio tagliate su misura.  

Il cockpit: 

Il cockpit rappresenta un punto molto importante per un modello di questa dimensione e ho dovuto migliorare diversi suoi elementi. Ho mantenuto la vasca originale del kit alla quale ho modificato la parte anteriore poiché si è rovinata nello smontaggio iniziale.  

Ha ricevuto una verniciatura base in grigio F.S. 36320 scurito al 20% con una punta di nero, e la strumentazione principale con le console laterali sono state dipinte con colori vinilici Vallejo. Alla palpebra ho ricostruito il labbro anteriore mancante con la relativa strumentazione, e il gruppo dell’HUD rifatto in Plasticard e acetato trasparente.  

La postazione del RIO è stata migliorata con aggiunta di particolari mancanti e cablaggi di vario spessore, infine è stata verniciata con una base ad aerografo e poi con colori vinilici Vallejo. 

Come ultimo step ho deciso di allargare la fusoliera in prossimità della zona di battuta del canopy incollando del Plasticard dallo spessore di 0.3mm. Questa operazione mi ha permesso di aggiungere successivamente i tubi del sistema di condizionamento collegati ad ogni seggiolino realizzati con una corda di chitarra in acciaio armonico modellata ad hoc. 

Ultimi elementi da inserire nel cockpit sono i seggiolini Martin Baker Mk.10A. Durante il corso dei lavori ho potuto sperimentare due diversi aftermarket, prima quelli prodotti dalla Quickboost e successivamente i favolosi seggiolini in resina della Paragon (che ho preferito) ai quali ho aggiunto qualche dettaglio come il connettore per l’ossigeno sul lato sinistro e alcune targhette in decal. Avrei potuto modificare le cinture su uno dei due sedili come consigliatomi per rendere più realistica la coppia ma non ho avuto il coraggio di metter mano su dei pezzi in resina così ben fatti. Il tutto è stato dipinto con colori vinilici Vallejo, in particolare la finitura bronzea delle cinghie è stata ottenuta mixando 50% di Bronze con 50% di Flat Yellow. 

I trasparenti solitamente sono gli elementi che un modellista lascia da parte fino alla fine del lavoro, io invece sono stato “costretto” a dedicarmi subito per poter sigillare il cockpit in vista della successiva verniciatura.  

Il blindo vetro è stato verniciato dall’interno con un mix di colori per riprodurre la leggera ombratura dovuta agli strati di vetro sovrapposti 

  • Smoke Tamiya X-19 (7 gocce) 
  • Trasparent Yellow Tamiya X-24 (1 goccia)  
  • Gunze trasparente lucido H-30 (5 gocce) 

Ho dato tridimensionalità alla struttura interna dei montanti frontali con dei listelli in Plasticard, e a seguire ho stuccato il pezzo alla fusoliera reincidendo la linea di giunzione. 

Un altro elemento interessante da riprodurre è rappresentato dal sistema antipioggia costituito da tre bocchettoni quadrangolari neri posti alla base del windshield; allo scopo ho utilizzato segmenti di Plasticard opportunamente sagomati.  

I frame inferiori del canopy sono tremendamente spessi e ho dovuto rimuovere parecchia plastica per far posto al sistema di anti-appannamento che ho ricostruito al suo interno grazie a profilati cilindrici in plastica e nastro adesivo per creare snodi e spessori (ai pezzi è stata, poi, asportata la porzione centrale per poter chiudere la calotta senza andare a toccare gli schermi del navigatore e rispettare gli ingombri). Le maniglie sono state realizzate con l’anima di acciaio presa in prestito da una graffetta da cartoleria e gli specchietti sono stati creati con Plasticard sagomato da 0.25mm (lo specchio l’ho ottenuto con il cromo liquido della Molotow). 

La striscia esplosiva che corre sopra le teste dei piloti e lungo i bordi è stampata in positivo all’interno della struttura e data la sua forma presenta non poche difficoltà nell’essere verniciata con precisione. 

Le cerniere posteriori non sono state progettate per realizzare un abitacolo chiuso e per questo motivo il fitting è pessimo; il loro spessore va ridotto dall’interno per mezzo di una lima per favorire l’inserimento nelle apposite sedi. In ogni caso sarà necessario usare degli inserti di Plasticard e molto cianacrilico per colmare le fessure che inevitabilmente si formano lungo quasi tutto il perimetro, e reincidere pazientemente le pannellature perse.  

Come ultimo step consiglio la re incisione dei portelli laterali, dei pannelli presenti in prossimità del vano carrello anteriore e di tutta la zona sottostante il cockpit, dove il dettaglio di superficie ha una pessima definizione ed è poco profondo.  

Ho reinciso anche il radar altimetro e ricostruito in Plasticard l’antenna nera a bulbo posta accanto al vano carrello anteriore. 

 
Troncone Posteriore.

La fusoliera del Tornado rappresenta un vero e proprio scrigno di dettagli che possono fare la differenza nel realizzare un modello in una scala così grande come la 1/32. Come fatto in precedenza procederò ad elencare tutte le parti e i dettagli che possono essere aggiunti o migliorati prima di chiudere le due semi fusoliere.  

Prese d’aria: 

Ho provveduto a disassemblarle, a colmare all’interno i vuoti dello stampo con del plasticard da 0.5mm e colla cianacrilica e, infine, a ricostruire le paratie a geometria variabile con foglio di Plasticard da 0.3mm. Ho modificato anche il profilo del lato più interno del bordo d’attacco perché ha un disegno curvilineo rispetto a quello esterno che è più rettilineo. 

Vani Carrello: 

I vani carrello possono essere dettagliati prima di essere incollati all’interno della fusoliera, tuttavia, rappresentano una bella gatta da pelare sia per fedeltà di riproduzione, sia per qualità di stampa.  

In quelli posteriori ho aggiunto i fili elettrici, tubature idrauliche e altre “scatole” elettriche basandomi su foto e documentazione.  Ho cablato le luci di atterraggio presenti all’interno dei portelloni e ho realizzato i fermi di protezione a sostegno dei martinetti idraulici che si applicano quando il velivolo è a terra in parcheggio. 

Scarico APU: 

Lo scarico dell’APU (Auxiliary Power Unit) è posizionato sul lato destro della fusoliera tra l’ala e il taileron, e nel kit è inspiegabilmente assente. Non solo la Revell ha omesso anche le pannellature nel punto dove esso è presente, ma per riprodurlo nella scatola è prevista una semplice decalcomania!  

L’assenza di questo visibile particolare è inaccettabile, per questo ho deciso di forare la semi fusoliera inferiore (prima di incollarla a quella superiore) e di realizzare parte del condotto interno con Plasticard da 0.25mm.  

Dopo aver reinciso anche i pannelli circostanti ho verniciato l’interno in Alclad Steel, brunito con XF-19 Smoke Tamiya e sporcato con polvere di pastello nera.  

Gancio d’arresto: 

Le omissioni del kit interessano anche il gancio d’arresto, di cui manca del tutto l’alloggiamento nella fusoliera ed il gancio stesso! In rosso ho segnato tutti i punti sui quali sono intervenuto per migliorare la situazione:  

Rimanendo sulla stessa zona, ho deciso anche di dettagliare tutti gli sfiati carburante dei reheat (quelli di forma circolare), e gli altri scarichi presenti sul ventre, con profilati metallici; ho ridefinito i pannelli di ispezione e aggiunto le antenne mancanti. 

Guaine sistema sweep wing:  

Le guaine gonfiabili stampate dalla Revell hanno un disegno non del tutto corretto; esse, infatti, si interrompono nel punto indicato dalla foto ma sul velivolo reale si estendono fino all’innesto con il carapace:   

Come primo step ho provveduto ad allungare l’area interessata e a migliorare le guaine stesse utilizzando un alluminio da alimenti molto morbido, opportunamente tagliato e inciso creando i rinforzi verticali che la caratterizzano, e poi adagiato su un apposito telaio che ho ricostruito.   

Con del Plasticard molto sottile da 0.2mm, ulteriormente assottigliato con carta abrasiva bagnata, ho ricreato delle piastre di rinforzo nella parte inferiore del carapace e sulla fusoliera, in prossimità dei taileron.  

Sfogo del vano avionica: 

La scomposizione degli elementi proposta dalla Revell prevede, purtroppo, che la giunzione tra il troncone anteriore e posteriore della fusoliera passi proprio in mezzo al condotto di scarico dell’aria calda proveniente dai compartimenti avionici. La scelta è a dir poco infelice   perché stuccare e carteggiare l’interno del canale è una vera seccatura. Come se non bastasse l’inclinazione e la profondità dello sfiato sono appena accennati. 

Non potendo fare molto per dare un aspetto decente a questo particolare, ho preso una decisione drastica: segare via la plastica originale del kit e rifare tutto utilizzando Plasticard da 0.5mm (per la struttura portante) e da 0.3mm (per quella interna). Il nuovo pezzo, infine, è stato in un secondo momento. 

Una volta stuccato con cianacrilico e rimodellato a dovere, l’inserto si è perfettamente integrato dando un aspetto decisamente più realistico a tutta la zona.  

Deriva:

La deriva ha degli spessori dei bordi d’attacco e d’uscita abbastanza fuori scala, per questo consiglio di assottigliare le due semi valve che la compongono prima di unirle. 

Sulla sommità sono alloggiate le due antenne RWR (Radar Warning Receiver); quella anteriore, per come è stata riprodotta, è corretta solo per gli esemplari tedeschi e inglesi e di conseguenza ho dovuto ricostruirla con le giuste forme e dimensioni ricorrendo, ancora una volta, al fidato Plasticard.  

È anche necessario sezionare la base del timone dalla deriva: mi sono servito di un seghetto in fotoincisione per ottenere la giusta separazione che garantisce alla superficie lo spazio necessario alla sua rotazione.  

Di seguito altre pannellature e dettagli aggiunti:

Con un foglio di alluminio ho realizzato gli scambiatori di calore alla base dell’impennaggio e i generatori di vortice che ho, poi, aggiunto in una delle ultime fasi del montaggio. 

  
Inversori di spinta: 

Il terminale della fusoliera, oltre a includere anche gli scarichi, comprende anche molti altri particolari, tra cui il meccanismo di apertura e chiusura degli aerofreni con le relative superfici mobili.  

Uno studio approfondito della documentazione fotografica mi ha fatto notare come le piastre superiori dei reverser abbiano, in realtà, una forma ben diversa rispetto a quella realizzata dalla Revell. Per riportarla il più possibile al vero, ho reinciso le pannellature mancanti sul poppino di coda.  

Tra i due scarichi c’è una zona molto poco curata dal produttore tedesco che può essere nettamente migliorata. Ho asportato la plastica in eccesso utilizzando la fresa di un trapano elettrico e ho ricostruito tutta la struttura con Plasticard da 0.25mm, migliorando anche il blocco degli ingranaggi dei reverser. 

Una volta realizzati i dettagli mancanti si può procedere a sistemare e raccordare la deriva al dorso, dove ho modificato la dimensione sproporzionata di alcuni portelloni e aggiunto l’antenna conica del quale era provvisto il mio esemplare, M.M.7036, alla fine degli anni ’90. 

Essa è realizzata in Plasticard utilizzando il set n.217 della Evergreen di profilati cilindrici di vario diametro, è stata scolpita e tornita a mano e dipinta col Gunze H-77 Tyre Black. Anche le parti laterali della fusoliera sono state nuovamente pannellate, rivettate e dettagliate con i portelli di ispezioni ovoidali mancanti; per realizzarli ho utilizzato il set di dime fotoincise della Tamiya, codice prodotto 74154. 

Ali e le alette Krueger: 

Rispetto alla fusoliera, le ali richiedono pochi ritocchi. Le luci di navigazione devono essere necessariamente incollate e stuccate prima di verniciare il modello ed è necessario reincidere la pannellatura che le delimita. Allo scopo mi sono costruito una dima in Plasticard sottile. Nella parte inferiore mancano delle luci di posizione circolari e si possono aggiungere i condotti di scarico d’emergenza del carburante. Questa foto mostra gli interventi effettuati sulla tip superiore e inferiore. 

Nel raccordo tra ali e fusoliera sono intervenuto su due elementi fondamentali: sui bulloni che circondano i perni di rotazione delle ali, disposti in cerchio, e quelli nella parte inferiore dei carapaci che vanno spostati e reincisi nella posizione corretta. 

Le alette Krueger sono state reincise dandogli la giusta forma, e ho aggiunto le tre piastre metalliche posizionate sulle guide degli attuatori che non sono presenti nel kit. 

Non perdete la seconda parte dell’articolo, in arrivo tra pochi giorni…! seguiteci anche sul nostro FORUM!

Zlin Z-326 “Trenèr Master” dal kit Eduard in scala 1/48.

0

Ci sono volte, in questo hobby, in cui non è la passione per quel determinato soggetto a guidare la scelta del kit, ma è la curiosità per il kit stesso a convincerti dell’acquisto. Nel mio caso è andata proprio così… perché, diciamolo, lo Zlin Z-326 Trenèr Master non è di certo uno dei velivoli più famosi nella storia dell’aviazione e neanche uno dei più battuti dalle case modellistiche! Però, devo dire, il nuovo stampo Eduard ha da subito stuzzicato le mie corde e, complice un periodo in cui non avevo voglia di cimentarmi con progetti troppo complicati, ho deciso di metterlo subito sul banco di lavoro.



La scatola in oggetto è la seguente e si compone di poche parti, ma comunque ben curate e ricche di dettagli:

L’esemplare che ho scelto per la riproduzione lo vedete di seguito. Fortunatamente esistono varie foto che lo ritraggono e su cui ho potuto basare la mia documentazione:

Ho iniziato col dipingere il cockpit in grigio FS36375 (Gunze H308), ho lucidato l’intera struttura con trasparente lucido Mr. Color GX100 Super clear III Gloss e con un lavaggio ad olio (in grigio medio) ho messo in risalto i particolari dando tridimensionalità al tutto.

I seggiolini possono essere inseriti alla fine e sono provvisti di cinture fotoincise sia nere, sia beige, a seconda del velivolo che si vuole realizzare; stessa scelta costruttiva è stata utilizzata anche per il quadro strumenti che si ottiene assemblando un sandwich composto da tre fotoincisioni:

Terminato l’abitacolo ho provveduto a pulire le parti principali che compongono il mio Trenèr – sono davvero poche e vanno insieme senza problema; le fessure sono ridotte al minimo e possono essere riempite usando il Mr. Surfacer 500 della Gunze.  Le tip alari sono in plastica trasparente per agevolare il montaggio e la verniciatura delle luci di posizione.


L’unica zona che ho dovuto ripristinare è la giunzione inferiore delle semi fusoliere sopra cui, sui Trenèr veri, è cucita una lunga striscia di rinforzo in tela che assicura ulteriormente la tenuta dei rivestimenti. Per ripristinarla ho ricreato il perimetro del pezzo con del nastro kabuki e ho spruzzato del Mr. Surfacer 1000 diluito al 50% (quindi abbastanza denso) che ha fatto spessore simulando di nuovo il dettaglio perso nella carteggiatura.

A seguire ho steso sull’intero modello un paio di mani di Mr. Surfacer 1000 diluito al 70% con Leveling Thinner.  Grazie al primer ho trovato dei ritiri dello stirene in prossimità della parte inferiore dei flap che ho riempito e riportato a livello:

 
Dopo un’ulteriore verifica delle superfici, questo è il risultato. Dove il fondo ha rivelato altre imprecisioni o delle piccole crepe, sono intervenuto con una punta di cianoacrilato per chiudere il gap; a seguire ho pareggiato con carte abrasive grana 1000/1200/1500, rigorosamente bagnate.

Terminata velocemente la fase di costruzione sono arrivato alla verniciatura del colore principale, il Mr. Color C45 “Sail” diluito al 70% con il Leveling Thinner. Vi consiglio di dare una doppia, se non tripla, passata di questo colore poiché, per quanto possa sembrare abbastanza coprente, una volta asciutto tenderà a virare verso il tono del fondo che avete utilizzato.

Nello step successivo ho realizzato le bande color verde, bianco e nero che caratterizzano questa livrea. Dato il contrasto delle tinte ho deciso di non sovrapporle per evitare problemi di copertura o di sbavature, per questo ho spruzzato i toni separatamente realizzando, di fatto, sei mascherature diverse.

Partiamo con ordine: una volta delimitata la zona da verniciare ho sigillato il perimetro del nastro con del trasparente lucido Mr. Color GX100 Super Gloss III per ottenere dei bordi quanto più precisi ed evitare infiltrazioni:

A seguire ho steso al centro il fedele bianco opaco XF-2 della Tamiya:

Poi il verde per il quale ho deciso di non utilizzare la corrispondenza consigliata da Eduard, il Dark Green H320, preferendo ottenere un mix ad hoc con la seguente proporzione: 4 gocce di Tamiya XF-5 Flat green + 1 goccia di Tamiya XF-8 Flat Blue.


Per concludere ho verniciato le bande in nero e il pannello anti riflesso davanti al parabrezza con il Tamiya XF-1 Flat Black.


Come scritto precedentemente, il lavoro è stato lungo a causa delle numerose mascherature da applicare e da rimuovere in sequenza ma il risultato finale ripaga le fatiche:

A questo punto ho lucidato il modello con più mani di Mr. Color GX100 Super Clear III preparandolo per l’applicazione delle poche decal previste che, come da consuetudine dei nuovi prodotti Eduard, sono del tipo con pellicola eliminabile. Questa tipologia di decalcomanie ha varie problematiche (leggete QUI per approfondire) e presentano dei colori poco saturi. Per mia fortuna, le marche identificative civili a fondo nero non hanno perso saturazione a seguito della rimozione del film trasparente.


La cofanatura motore si incastra senza intoppi e, in accordo con la documentazione, ha la griglia di estrazione del calore proveniente dal motore verniciata di un verde differente rispetto a quello delle ali e dei piani di coda; in questo caso ho scelto il Gunze H320 Dark Green che avevo scartato precedentemente.

Dopo aver sigillato le decal con un ulteriore passata di trasparente lucido sono passato ai lavaggi ad olio. Nella foto che segue potete vedere come cambia la situazione dopo aver eseguito la tecnica sulla semiala inferiore destra col Bruno Van Dick: tutti i dettagli vengono messi in risalto e rimuovendo a dovere l’eccesso di pigmento si ottiene una finitura pulita.

Ho deciso di effettuare i lavaggi soltanto sul “Sail” e non sulle bande colorate dato che nelle foto del velivolo reale appaiono sempre immacolate. Ad essere sincero non li avrei applicati neanche sul resto del modello proprio per rispettare il realismo, ma in questo caso ha prevalso il lato modellistico che mi ha permesso di dare maggiore profondità ai particolari e tridimensionalità alla livrea.

L’assemblaggio finale richiede davvero pochi passaggi e mi son potuto dedicare alla finitura di alcuni pezzi lasciati momentaneamente in sospeso. L’elica, ad esempio, è stata completata con il Giallo Gunze H329.

Nella foto che segue potete notare anche un’antenna a frusta bianca realizzata in sprue filato, peculiare per questo Trenèr Master.

Le walkway ho preferito riprodurle con due strisce di carta abrasiva grana 1000 che ho opportunamente assottigliato nella parte inferiore per dargli il giusto spessore. Le ho poi incollate sul modello con della Vinavil non diluita che mi ha dato il tempo di posizionarle a dovere. A lavoro finito, danno un tocco di realismo in più al piccolo Trenèr!

Sul lato inferiore ho aggiunto un piccolo tubicino di spurgo posto davanti la gamba del carrello di sinistra:

Inoltre, alla fine, ho preferito eliminare del tutto i due anelli per le funi di ancoraggio a terra (stampati in plastica piena e davvero brutti) e rifarli curvando un piccolo segmento di fil di ferro.

È stato un progetto rapido, divertente e defatigante. Il kit della Eduard si monta senza pensieri ed è un piccolo gioiellino, ideale se si vuole affrontare un soggetto in totale rilassatezza.

Lo stampo ceco dedicato a questo piccolo addestratore mi ha anche permesso di scoprire che i Trenèr sono velivoli ancora diffusissimi e che per decenni hanno contribuito a formare generazioni di piloti nei paesi dell’Est Europa (e non solo) … una carriera, che dura ancora oggi, del tutto paragonabile ai più blasonati e conosciuti velivoli della Cessna o della Piper Aviation.

Buon modellismo a tutti!

Mattia “Pankit” Pancotti.

AH-1G Cobra – “Centaur in Vietnam” dal kit Special Hobby in scala 1/48.

0

Il primo incontro con l’AH-1G Cobra “new tool” della Special Hobby l’ho avuto al Model Expo 2022, la fiera di settore che si svolge annualmente a Verona. Il kit veniva presentato per la prima volta e, purtroppo, non era ancora disponibile per la vendita… ma per me è stato comunque un colpo di fulmine tanto che ho subito deciso di metterne uno in vetrina da affiancare al “fratello minore” che ho realizzato qualche tempo fa: l’AH-1Z che trovate QUI. La scatola si è fatta attendere fino a settembre dello stesso anno e, ovviamente, l’ho acquistata prontamente!

La scelta è ricaduta su quella con codice SH48230 e denominata “Hi-Tech” perché al suo interno contiene già diverse parti in resina (ben quarantacinque per la precisione), di cui la maggior parte stampate in 3D. Completano la dotazione dodici sprue (di cui una per i grandi trasparenti) in stirene grigio, non pochi per un elicottero di cosi piccole dimensioni, due fogli in fotoincisione di cui uno pre-colorato per i pannelli strumenti e le cinture, mascherine adesive pre-tagliate e decalcomanie per completare quattro esemplari tutti operativi in Vietnam.

A proposito di quest’ultime, sono realizzate col nuovo film “pelabile” (come fa la Eduard da diverso tempo, ad esempio) e mi hanno lasciato più di qualche dubbio sulla saturazione dei colori. Per questo, alla fine, ho deciso di scartarle e sostituirle con il foglio aftermarket della Art Scale Kit con codice 200-D48031. Della qualità del prodotto, purtroppo deludente, parlerò più avanti nell’articolo.



Il montaggio ha preso il via, come consuetudine, dal cockpit composto da molte delle parti in resina sopracitate (seggiolini, cloche e piastre blindate), e dalle parti in 3D (collimatore e il sistema di puntamento del cannoniere). Si inseriscono molto bene sugli elementi in plastica e, praticamente, non necessitano di adattamento. Sopra di esse ho steso una mano di Mr. Surfacer 1000 per eliminare i segni dei layer di stampa che, seppur minimi, sono visibili.

L’interno dell’abitacolo è in grigio H-306 Gunze, passato con velature leggere su una base in H-331 per dare maggior profondità ai dettagli. Le consolle laterali sono in nero H-77, con i vari switch verniciati seguendo la documentazione.

Stesso procedimento per i seggiolini, con la seduta in Olive Drab XF-62 Tamiya, ai quali ho aggiunto le cinture foto incise sagomandole alle blindature laterali per dargli un movimento più naturale possibile.

I cruscotti sono in nero H-77 lumeggiati con del grigio H-331 Gunze molto diluito; la strumentazione è stata prelevata dalle fotoincisioni pre-colorate e uniformata al resto del cockpit con lavaggi e la tecnica del dry brush. Sul fianco sinistro del seggiolino anteriore trovava posto un estintore, già fornito dalla Special Hobby e molto ben realizzato, dipinto in rosso LP-50 Tamiya.

A colorazione ultimata ho lucidato tutto con il Tamiya X-22 per poi effettuare dei lavaggi selettivi in grigio scuro e chiaro ad olio, creando dello sporco sul fondo della vasca e nelle zone di maggiore calpestio. A procedimento ultimato ho applicato una mano di opaco Alclad ALC-314 e aggiunto qualche altra luce sugli spigoli e sui dettagli in rilievo con le polveri dei Weathering Set Tamiya in grigio e bianco, mentre sulle parti in tessuto ho usato l’ocra.

Sulla piastra blindata destra del pilota era alloggiato il porta-mappe che ho voluto impreziosire inserendo un manuale ricavato da sezioni di fotoincisioni avanzate, tagliate e sagomate ad hoc…unico dettaglio aggiuntivo del cockpit non da scatola.

Subito dietro all’abitacolo si trova il vano dell’albero motore che ho verniciato in Interior Green H-57 Gunze, steso su un fondo nero per ricreare delle ombre e dare maggiore tridimensionalità ad una zona che, altrimenti, sarebbe rimasta molto buia e piatta.

Sul lato sinistro sotto l’alloggiamento della turbina, si trova la presa d’aria per il raffreddamento della batteria che è protetta da una griglia. Per riprodurla sono andato a “frugare” nel mio magazzino spare part trovando, provvidenzialmente, una retina proveniente da un vecchio kit Tamiya di un’auto. La resa finale è notevolmente migliore rispetto alla soluzione proposta dalla Special Hobby che ha chiuso l’apertura con della plastica piena.

A questo punto ho potuto unire le semi-fusoliere, che si incastrano senza troppi problemi, aggiungendo anche il musetto e il terminale del troncone di coda con la deriva che, nel mio caso, ha il rotore anti-coppia posizionato a sinistra. Inferiormente un ulteriore inserto chiude la carlinga ed è l’unico elemento a cui bisogna prestare un po’ di attenzione per allinearlo correttamente. Il Cobra della ditta ceca, infatti, ha tantissimi dettagli stampati sulle superfici (in particolari i rivetti in positivo) ed è molto importante limitare al massimo l’uso delle carte abrasive.

Le gambe dei pattini si innestano con dei solidi perni nelle loro sedi (il mio Cobra prevedeva quelle provviste di coperture aerodinamiche). Alle estremità sono già stampati gli anelli a cui venivano ancorate le funi di sicurezza delle pale, ed è sufficiente assottigliarne lo spessore e forarli. Dopo alcune prove di assetto ho scoperto che l’elicottero tende a sedersi sulla coda e, per ovviare, all’interno della torretta delle armi ho preferito aggiungere un piccolo piombino da pesca.

Una delle poche note dolenti del kit è lo scarico, sicuramente non all’altezza rispetto a tutto il resto. È stampato assieme alle semi-fusoliere ed ha uno spessore decisamente fuori scala. Stessa cosa si può affermare anche per i due piccoli deflettori montati sotto di esso.  Ho iniziato a lavorare proprio da questi, usando le due parti originali in plastica come dima per riportarli su una piccola sezione di fotoincisione avanzata; dopo aver ritagliato e rifinito i bordi con una lima, le copie sono state incollate al loro posto e stuccate con un filo di Mr.Surfacer 1000 più per scrupolo che per reale necessità.

Ben più complessa, invece, è stata la realizzazione dell’exhaust vero e proprio. Alla fine, ho utilizzato un tubicino sottilissimo in ottone da un centimetro di diametro, tagliato e sagomato fino al raggiungimento della giusta forma. L’ho completato con il suo anello di rinforzo riprodotto con del nastro Tamiya da cui ho ricavato una strisciolina di 0.5mm; per agevolarmi il compito e permettermi di inserirlo a verniciatura ultimata, ho lavorato la plastica del kit in modo da ricreare uno scasso in cui inserirlo a pressione. La resa finale nell’insieme è migliorata di netto, con un aspetto molto più convincente.

I trasparenti sono limpidi e lucidi tanto da non necessitare di alcun trattamento per migliorarli, basta aggiungere lungo il parabrezza dei dettagli in fotoincisione come maniglie, ganci e specchietto. Inoltre, vanno in sede con estrema facilità. Nel kit sono presenti, come detto, le utilissime maschere pretagliate. Una volta applicate ho spruzzato una mano di nero H-77 come base, per poi passare il grigio H-306 sui frame interni e incollarli.

Col montaggio del modello completato, ho iniziato la fase della verniciatura. Primo step, pre-shading in grigio medio H-305, proseguendo poi in XF-4 Tamiya e XF-10, preparando la base al colore verde del Cobra.

Lo schema ufficiale dell’US Army prevedeva l’Olive Drab per tutte le superfici; personalmente ho optato per l’XF-62 Tamiya che ho steso con mani leggere e ben diluite, lasciando intravedere il fondo precedentemente preparato come descritto sopra. Successivamente ho lavorato la mimetica con l’Olive Drab H-304 Gunze, la cui tonalità vira più sul marrone rispetto al Tamiya, e con i verdi H-309 e H-330 per creare un effetto weathering realistico ma senza esagerazioni. Per aggiungere ulteriori variazioni e spot di colore mi sono anche aiutato con gli airbrush stencil della Ammo.

Osservando la foto dell’esemplare da riprodurre ho notato la presenza di diverse pannellature ritoccate in nero, probabilmente sul campo, con le vernici che avevano a disposizione. Queste sono state riprodotte con del Tyre Black H-77 Gunze, lumeggiato poi con dell’H-416 e H-331 per uniformarlo al resto dell’invecchiamento. Sempre in H-77 anche il pannello anti riflesso sul musetto.

L’esemplare che ho scelto di riprodurre è l’AH-1G 68-15126 nominato “Rosemarys Baby”, operativo col battaglione di cavalleria ¾ “Centaurs”, 25th divisione, truppa D, caratterizzato da una vistosa bocca di squalo sul muso.

L’elicottero è tra le scelte proposte nel foglio decal della Art Scale Kit citato all’inizio di questo articolo, la cui qualità mi ha lasciato veramente deluso. Ho preferito non rischiare l’utilizzo della sharkmouth (che, oltretutto, dovrebbe essere applicata su una zona con forme sinuose come quella dietro la torretta) in decalcomania e di andare sul sicuro verniciandola completamente. Per fare ciò ho iniziato a prendere le misure dell’artwork originale per controllare le proporzioni che avrebbe avuto sul modello e, dopo qualche prova, ho avuto una brutta sorpresa: la bocca della Artscale è troppo piccola ed errata nelle forme.

Modificando e sistemando le misure sono riuscito ad ottenere la sagoma corretta che ho, poi, trasferito nel programma del plotter da taglio; dopo aver tracciato nuovamente tutte le linee, ho avviato il processo ottenendo delle mascherine perfettamente tagliate e sagomate.

Prima di riportarle sul modello, però, ho steso diverse velature di X-22 Tamiya (diluito con il Mr.Leveling Thinner Gunze) con cui ho lucidato il mio Cobra e sigillato tutto il lavoro fatto sul camouflage.

Per prima ho posizionato la maschera che delimita l’esterno della bocca; a seguire ho spruzzato il Mr. Surfacer 1500 White della Gunze che, oltre ad assicurare un’ottima base su cui far aggrappare e saturare il rosso, ha anche la tonalità giusta per i denti. Una volta asciutto ho applicato le maschere e spruzzato il rosso Gunze H-3. A proposito dei denti, osservando le foto del vero Cobra ho notato che sono rifiniti da una linea nera (ho usato il Gunze H-77 anche in questo caso) che segue pedissequamente il profilo di ognuno di essi e non è lineare sul bordo esterno come, al contrario, è stato rappresentato nelle decalcomanie. Il risultato una volta tolto il nastro è molto accattivante, e ripaga il tanto tempo speso al computer e sul modello.

Un nuovo strato di X-22 ben diluito ha protetto la sharkmouth e preparato il modello per i lavaggi e le poche decal. Dal foglio ASK ho recuperato quelle strettamente indispensabili (controllando bene dimensioni e fattezze per non ritrovarmi nella stessa situazione vissuta in precedenza), quali il centauro (emblema del battaglione) e il numero di matricola. Altre sono state prelevate dal foglio originale Special Hobby come, ad esempio, la scritta UNITED STATES ARMY.

Come detto, la tecnologia utilizzata per la loro stampa è quella con film pelabile; quindi, per assicurare una corretta adesione le ho trattate con i classici Micro Set e Sol. Dopo ventiquattro ore, ho eliminato con estrema attenzione e delicatezza il film trasparente ottenendo un buon effetto “painted on”.

Con lo Smoke Tamiya X-19 ho creato i fumi dello scarico sul troncone di coda, e con un lavaggio ad olio in Bruno Van Dick ho rifinito le pannellature oltre ad aggiungere un leggero filtro che ha amalgamato e sfumato meglio tutti gli effetti di invecchiamento.

 A questo punto ho ultimato gli ultimi elementi: per gli armamenti ho scelto, tra quelli messi a disposizione dal kit, due lanciatori XM-200 per i piloni interni e due XM-158 per quelli esterni. Quest’ultimi sono in resina con il carter di protezione in fotoincisione, molto belli. Per le parti verniciate ho proceduto come per il resto del Cobra, mentre quelle in metallo le ho trattate coi colori Alclad di diversi toni, lumeggiati poi con le polveri del Weathering Set D Tamiya.

I portelloni d’accesso all’abitacolo li ho completati con un sottile profilo in giallo H-34 Gunze lungo tutto il perimetro interno.

Il rotore principale è molto ben riprodotto e non necessita di altre aggiunte. Il mozzo con gli attacchi e i meccanismi flottanti li ho dipinti in Off White H-21 Gunze e alluminio Alclad ALC-101. Le pale erano in metallo e in quasi tutte le foto si notano vistosi segni di usura lungo il bordo d’attacco, con la vernice che saltava e il lucido del metallo che traspariva. Quindi ho iniziato proprio da questo, applicando una mano di White Aluminium Alclad, del trasparente lucido a protezione e il giallo H-4 Gunze sulle tip per le bandine.

Una volta mascherate, ho steso del Mr.Surfacer 1500 Black poi schiarito con l’H-77 e H-416 Gunze spruzzando velature leggere e sottili perpendicolarmente alla superficie superiore, nel senso di rotazione. Con un tampone abrasivo fine bagnato ho levigato attentamente il colore fino a lasciare intravedere il bordo alluminio come da foto (lo stesso procedimento l’ho ripetuto anche su quello anti-coppia), e sui vari leveraggi ho applicato un lavaggio in Bruno Van Dick molto diluito col diluente Humbrol (in alternativa potete usare anche la ragia minerale).

Dopo un controllo generale ho opacizzato tutto il modello con il Klear Kote Flat Alclad ALC-314, che diluito al 50% con la nitro lascia una finitura perfettamente opaca senza il minimo riflesso.

Con le polveri dei Weathering Set Tamiya A B ed E ho aggiunto dei riflessi in dry-brush su tutti gli spigoli e rilievi, enfatizzando ogni particolare e i rivetti. Sui pattini, gambe e predellini di salita ho voluto simulare tracce di sporco e terra che gli specialisti e piloti lasciavano quando salivano.

Una volta tolte le mascherature ho aggiunto le luci anticollisione, colorate in rosso e verde ai lati dei travetti e dietro al rotore principale.

Con questo Cobra new tool posso dire che la Special Hobby ha fatto centro. Semplice da montare, veloce, preciso e ben dettagliato. Bastano pochissimi interventi per risultare perfetto, un vero kit hi-tech da costruire serenamente senza complicazioni a favore del puro divertimento. Assolutamente consigliato!

Buon modellismo a tutti.

Fabio “Jollyblue” Barazza

Tools Review: nuova gamma vernici TA Models “tested on the workbench”.

Da qualche tempo la TA Models, un’azienda italiana impegnata soprattutto nel campo del ferromodellismo, ha deciso di ampliare la propria offerta aggiungendo anche a una linea di colori dedicata a questo settore (denominata TA COLORS), ma con una percentuale interessante di toni indirizzati anche al segmento aeronautico (in particolare per i soggetti dell’Aeronautica Militare e Regia Aeronautica, di altre Forze Armate italiane e Polizia di Stato). Ho deciso di provare questi nuovi pigmenti e quello che vi presenterò nella recensione che segue è il risultato dei test eseguiti.

Generalità:

La linea dei colori si compone di tinte alla cellulosa monocomponente (lacquer based) dedicate, come già detto sopra, principalmente al campo ferromodellistico e automotive, ma tra queste troviamo una buona percentuale di toni generici, trasparenti e tonalità prettamente aeronautiche. Al di là dell’ambito specifico a cui sono rivolte certe tonalità, per come la vedo io alcuni colori possono essere tranquillamente sfruttati come complementari nella creazione di miscele particolari. Ma questo è un discorso generale che vale un po’ per tutto il modellismo. Le tinte sono proposte in differenti finiture: lucida, satinata oppure opaca. Completa la gamma un primer grigio, tre clear finishing (lucido, satinato, opaco) e il diluente specifico. Le confezioni hanno tutte un formato da 30 ml sigillate da un comodo tappo dosatore a goccia, e sfera in acciaio al loro interno per agevolare la miscelazione dei componenti; il thinner è da 125ml. Le boccette sono realizzate in materiale plastico.

Diluizione e utilizzo:

Studiando le indicazioni fornite dal produttore, sia sul suo sito, sia nelle brochure che accompagna i prodotti, per applicazioni ad aerografo è indicata una diluzione del 50% per normali campiture che sale al 70% per eseguire lavori di weathering. Per i trasparenti è suggerita una diluizione del 60%, per l’applicazione a pennello del 10%. Nella scheda non è fatta, però, menzione della pressione da utilizzare nel caso in cui le vernici vengano stese a spruzzo.

Queste indicazioni dipendono dalla densità del prodotto e, inizialmente, ho voluto testare quanto suggerito dal produttore partendo dall’utilizzo a pennello. La diluizione del 10% è una buona indicazione e non mi spingerei oltre il 20% dal momento che alte percentuali di thinner potrebbero intaccare eventuali strati sottostanti a causa dell’azione meccanica delle setole. L’asciugatura completa dei colori lucidi avviene dopo circa 30 minuti (il valore dipende comunque dallo spessore del layer steso) se esposti ad una temperatura compresa tra 22°-28°, ma già dopo 2-3 minuti lo strato a contatto con l’aria ha già retinato (fuori polvere) ed è maneggiabile. I colori opachi seguono lo stesso trend con una maneggiabilità già dopo 15 minuti se esposti ad una temperatura compresa tra 22°-28°. In questo prima prova a pennello i colori si sono dimostrati coprenti e lavorabili entro 1 minuto, ma non li utilizzerei con questo strumento dal momento che, per il loro thinner altamente volatile, non hanno capacità autolivellanti. Su aree già superiori ad una moneta da 50 cent si fa difficoltà ad ottenere una buona finitura omogenea e il rischio di lasciare segni di pennellate è molto alto. I toni dalla finitura lucida si comportano meglio lasciando un po’ più di tempo per essere lavorati. Per piccoli ritocchi, però, si prestano bene e si ottengono buoni risultati.

Per il test con l’aeropenna ho utilizzato un Iwata Eclipse HP-CS, un Iwata HP-BP e un Badger S.O.T.A.R.; i colori sono stati SEMPRE diluiti in un contenitore dedicato (nessuna vernice andrebbe preparata direttamente all’interno della coppetta dell’aerografo). Partendo dalla diluizione consigliata del 50%, con il thinner TA Models, ho testato sia i toni lucidi, sia quelli opachi. Con queste premesse ho raggiunto un accettabile equilibrio tra diluizione e pressione impostando il compressore a circa 1,1 bar, un valore decisamente troppo alto.

Con queste pressioni il pigmento secca molto velocemente e non ha il tempo di livellarsi correttamente; ci sono alte probabilità di ottenere superfici scabre/ruvide, o buccia d’arancia. Dopo una serie di aggiustamenti, i migliori risultati li ho ottenuti aumentando le percentuali di diluente (sia con quello della casa, sia con altri thinner a base nitro), come riportato qui sotto (tutti i valori sono da intendersi in gocce):

Toni opachi: rapporto minimo diluizione colore opaco/thinner 2:7 – pressione 0,7 bar

Toni Lucidi: rapporto minimo diluizione colore lucido/thinner 2:10 – pressione 0,7 bar

Primer denso grigio: rapporto minimo di diluizione primer/thinner 2:11 – pressione 0,7 bar

Con questi rating i colori si stendono ottimamente regalando iniziali velature ben aderenti alla superfice che saturano già dal terzo strato, mantenendo i contorni dello spruzzo ben sfumati. Questo è sinonimo della finezza del pigmento, della sua qualità e del corretto rapporto di diluizione. Questa caratteristica fa sì che il prodotto si presta ad essere diluito anche a percentuali più alte, sino al 95% aggiustando al ribasso la pressione d’esercizio.

Ho avuto modo di provare un bel po’ di tonalità con differenti finiture e devo dire che le vernici sono molto performanti sotto ogni punto di vista tecnico per l’uso ad aeropenna. Vista la natura alla cellulosa di questi colori è d’obbligo tutelare le vie respiratorie raccomandando, quindi, l’uso della mascherina protettiva con filtri appositi.

Alcune note tecniche: le diluizioni sopra esposte con il diluente TA Models mi hanno permesso di avere il prodotto fuori polvere dopo 30 secondi per i toni opachi, e 60 secondi per quelli lucidi e il primer. Maneggiabilità del pezzo in sicurezza dopo 15 minuti per toni opachi, 1,5 ore per toni lucidi e 45-60 minuti per il primer.  Carteggiabilità del primer dopo almeno 2 ore dalla stesura. Queste tempistiche, ovviamente, dipendono anche dalle condizioni ambientali (umidità e temperatura) e spessore degli strati, ma con le diluizioni suggerite basta poco prodotto e poco tempo per ottenere una copertura completa ed uniforme. Con tre gocce di colore opaco, infatti, ho ricoperto fino a saturazione all’incirca 9 cm^2. La resa è simile ad ogni altro prodotto da modellismo che richiede una diluizione almeno del 75%, come ad esempio le lacche acriliche Tamiya (serie X e XF) o Gunze Mr. Hobby.

Thinner:

Il thinner è alla cellulosa come la nitro, molto simile al lacquer thinner Tamiya o al Mr. Color Thinner. Quello della TA Models non contiene al suo interno del ritardante d’evaporazione. I colori sono perfettamente compatibili anche con altri diluenti lacquer (come quelli citati sopra) o con la nitro da ferramenta. Il flacone cilindrico da 125 ml ha sulla sommità un dosatore contagocce ma, purtroppo, non esegue il compito al meglio dal momento che una volta inclinato il contenuto esce sin da subito senza controllo. Per tenere traccia del volume ho rimosso lo stoppino e prelevato il liquido direttamente con un contagocce. Questo è uno dei pochi aspetti da migliorare.

Gamma tonalità e finiture:

Settanta le tonalità disponibili in totale con codifiche basate sui principali standard (Federal standard, RAL, prontuario Fiat, colori ferroviari Lechler). Quelle lucide hanno una bella lucentezza e finitura gloss. Si distinguono per il prefisso “G” accanto al codice colore.

Le satinate hanno una finitura liscia, con bei riflessi, e si distinguono per il prefisso “S” che segue il codice del prodotto.

I colori contrassegnati con una “M”, invece, sono opachi ma non “gessosi” come, ad esempio, i Tamiya serie XF; i Flat della TA Models restituiscono una superficie liscia e opaca con leggeri riflessi spenti se guardati controluce.

Sulla correttezza lascio a voi la parola ma devo dire che molte tinte AM e della Regia Aeronautica mi hanno convinto. Ho voluto testare anche il Blu Carabinieri, giudicandolo molto realistico.

Primer:

Attualmente il primer fornito è in un flacone da 30 ml di colore grigio chiaro (più chiaro del Mr. Surfacer Gunze per intenderci). La consistenza è simile al Surfacer 500. Come già detto la diluizione ottimale di base è di 2:11 (circa 80%) a salire, con pressione di 0,7 bar e duse da 0,3. Il primer accetta anche duse da 0,2 aumentando però leggermente il thinner. Vi consiglio comunque la misura da 0,3.

Aggrappa saldamente sulla superficie e rispetta i dettagli presenti, a patto di non esagerare con i layer e sgrassare con cura il fondo. Va fuori polvere dopo 60 secondi ed è maneggiabile in sicurezza dopo 45-60 minuti (in base alle condizioni ambientali). La finitura è opaca, setosa e compatta; l’atomizzazione è fine e non genera spolvero se ci si attiene alle indicazioni che vi ho fornito sopra circa diluizione e pressione.

Può essere usato, senza inconvenienti, in accoppiata con altri thinner alla cellulosa delle marche modellistiche più rinomate oltre, ovviamente, a quello fornito dal produttore. Utilizzabile anche la nitro da ferramenta ma, personalmente, ne sconsiglio l’uso perché accelera troppo l’essicazione. E’, invece, ottimo in abbinamento al Mr. Color Leveling Thinner che gli permette di livellarsi e ottenere una superfice ancora più liscia. Con diluizioni alte, vista la sua finezza, non ha grandi capacità riempitive come giusto che sia per chi lo vorrà utilizzare su modelli aeronautici o ricchi di dettagli. Resiste molto bene ai maneggiamenti, mascherature e azioni abrasive sin dai layer più esigui. Si presta ad essere lucidato. Ovviamente, se deve essere carteggiato/lucidato è preferibile stendere almeno 3/5 layer a seconda delle esigenze e utilizzare carte abrasive rigorosamente bagnate.

Pulizia strumenti:

La pulizia degli strumenti può avvenire con la classica nitro o qualunque altro diluente alla cellulosa.

Metallizzati:

Nel ventaglio di colori ho deciso di testare due metallizzati: l’Alluminio lucido TA-C606G e il Grigio Argento Metallizzato TA-C212S dalla finitura satinata. La diluizione applicata è stata di 1:5 su base nero lucido; pressione 0,7 bar.

La sensazione che ho avuto, prima di essere spruzzato, è che il pigmento non fosse così fine come i metallizzati delle altre ditte concorrenti (Alclad in primis). La prova l’ho eseguita su tre basi differenti per valutarne la resa.

Ho anche confrontato vari metallizzati e vari toni alluminio di altre marche con quello della TA Models:

Purtroppo per il Grigio Argento metallizzato, come si può vedere dalle immagini, i flake metallici in sospensione hanno una dimensione che restituisce un effetto glitter abbastanza visibile e un aspetto un po’ grossolano. L’altro prodotto, l’Alluminio TA-C606G, è lucente, con una tonalità corretta e bei riflessi. I flake hanno una dimensione minore rispetto al Grigio Argento come si vede dal confronto.

Quest’ultimo è stato steso su un modello in scala 1:72 per valutare complessivamente la resa del metallizzato. Questa volta la resa in scala è migliore anche se, a mio avviso, le particelle dovrebbero essere di almeno un ordine di grandezza inferiore per avere un effetto ancora più credibile.

A livello tecnico non ho avuto alcuna complicazione nella stesura dell’alluminio, ottenendo una copertura omogenea. Anche il grigio metallizzato è stato atomizzato da una duse da 0,3 senza problemi; la sua finitura da etichetta è satinata, nel mio caso è rimasto leggermente rugoso e opaco su base flat, per questo è meglio stenderlo su fondo lucido o sul primer della ditta opportunamente lisciato e trattato. I test sui metallici sono stati eseguiti diluendo i due prodotti con il thinner TA Models.

L’alluminio, avendo una finitura lucida, è già pronto a ricevere decal e lavaggi ad olio, con prodotti enamel based (come i lavaggi pronti all’uso) o con prodotti all’acqua. Ottima resistenza di entrambi a liquidi ammorbidenti per le decalcomanie, lavaggi ad olio e mascherature.

Trasparenti finali:

Anche questi sono stati testati diluendoli inizialmente con le indicazioni del produttore. La percentuale suggerita è del 60%, non del tutto sbagliata, ma ho trovato un equilibrio migliore salendo al 70% (1:3) per satinato e opaco, mentre per il gloss clear ho adottato una diluizione dell’80% (circa 1:4).

Si presentano con un colore chiaro nel solito flacone da 30 ml. Anche questi sono da allungare con il thinner TA Models o qualunque altro diluente sopra citato. Di seguito la comparazione delle finiture satinato e opaco partendo da una base lucida:

Come si può vedere, entrambi i trasparenti non lasciano aloni biancastri sulla superfice e l’opaco non dà un effetto “terracotta” come, ad esempio, quello del Gunze H-20.

Ho paragonato di seguito vari flat di altre marche con il TA-C110M:

Alla stessa maniera segue il paragone tra il TA-C109S con i semi-gloss della concorrenza:

Il lucido è promosso a pieni voti. Quest’ultimo è resistente e può essere ulteriormente “tirato” con paste abrasive e panni micromesh. I tempi di asciugatura rispettano quelli già visti per i colori. Il layer creato dal lucido, se steso in maniera regolare, una volta asciutto risulta sottile e lucente. Se la superfice è liscia, la lucidatura avviene con poche mani.

Stress test:

Per capire quanto questi colori siano resistenti ai vari processi a cui sottoponiamo i nostri modelli durante le varie fasi di verniciatura, ho eseguito vari test su alcuni pezzi. Ma prima di questo ho lavorato ininterrottamente per 1 ora con almeno 24 cambi di colore (no metallizzati) e risciacqui veloci della coppetta (no disassemblaggio) senza che sulla punta dell’ago si venissero a creare depositi.

Tutti si sono rivelati resistenti a mascherature con nastri per mascheratura, partendo da classico Tamiya e finendo con il nastro da carrozzieri che si trova in ferramenta. Che fosse un colore lucido, opaco, metallizzato, satinato o anche il primer non hanno subito alcun distaccamento dalla superfice sia essa stata trattata con primer o plastica non trattata.

Anche sotto l’applicazione dei classici lavaggi enamel based (a base smalto) o water based, il prodotto non ha subito reazioni chimiche. Idem con l’applicazione dei vari liquidi ammorbidenti per decal.

Anche la fase di carteggiatura eseguita per ogni tipologia di carta mi ha permesso di constatare la solidità e buona fattura del prodotto; si liscia con facilità assottigliandosi senza pelarsi o strapparsi.

Il primer, una volta asciutto, è ben compatto e si presta anche essere lucidato con paste abrasive e panni micromesh.

Le tonalità più chiare hanno buona capacità di copertura, con qualche aggiunta di layer in più richiesto per il bianco lucido.

Anche le vernici, soprattutto quelle lucide, sono trattabili con le paste abrasive (io ho utilizzato le Tamiya) e panni micromesh aumentando il grado di brillantezza. Temono le colle per lo stirene, solventi a base alcolica e applicazioni abbondanti di vernici lacquer al di sopra di esse (non occorre esagerare, come già suggerito sopra).

Note finali:

Dopo intense sessioni di test e comparazioni, questi colori sono prodotti che ritengo davvero validi al pari di Mr.Color/Mr.Hobby, Mr. Paint, Tamiya Lacquer, Ak Real color. Ottima la copertura, la flessibilità con alte diluizione e basse pressioni senza perdita eccessiva di saturazione grazie alla finezza del pigmento che permette di fluire senza intasamenti attraverso le aeropenne con duse da 0,2 e 0,15 anche dopo lunghe sessioni. Migliorabili i metallizzati e da rivedere le indicazioni sulle diluizioni. Affiancherei al classico thinner un additivo ritardante o, direttamente un thinner slow dry (magari da aggiungere direttamente alla linea TA Models) soprattutto per tirare fuori il meglio dalle finiture lucide (e non solo). Sicuramente consigliati per un uso prettamente ad aeropenna e non a pennello, se non per piccoli ritocchi.

Per ulteriori prove di questa nuova gamma di colori seguiteci sul FORUM DI MODELING TIME!

Buon modellismo a tutti!

Aurelio “Freestyle” Laudiero.

Captain America – MDD F-15E Strike Eagle “Operation Iraqi Freedom” dal kit Revell in scala 1/48.

0

Il kit Revell dell’F-15E Strike Eagle nella scala 1/48, malgrado i suoi vent’anni di età, rappresenta ancora oggi un’ottima base di partenza e, con le giuste aggiunte aftermarket, può dire ancora la sua al confronto del nuovissimo Great Wall Hobby. La scatola in mio possesso è la versione messa in commercio nel 2000 ed è totalmente priva di carichi di caduta (contiene al suo interno solo quattro missili Sidewinder).  

Nel mio caso, volendo rappresentare un esemplare impegnato durante l’operazione Iraqi Freedom, ho dovuto acquistare diversi set di dettaglio per aggiornare lo stampo e renderlo compatibile con quel periodo storico. In particolare, della linea Brassin ho reperito gli AIM-9M/L Sidewinder, gli AIM-120 AMRAAM e le GBU-12 che, purtroppo, non ho potuto utilizzare (più avanti nel testo spiegherò il motivo).  

La Revell tra le parti ha previsto il solo lanciatore per quattro Sidewinder, per tale ragione ho dovuto acquistare i rail LAU-128 della Metallic Details che, malgrado il nome, sono in resina e permettono l’aggancio dei due AIM-120 AMRAAM. Visto che oramai ero in ballo, ho pensato bene di sostituire i pod Litening e Lantirn originali con quelli, molto più dettagliati, della Brassin ed aggiungere abitacolo e scarichi della Aires. Non amo utilizzare le cinture fotoincise per cui ho scartare i seggiolini Aires e optare per quelli della Quickboost che hanno le cinghie già stampate.  

E veniamo adesso alla versione scelta! L’esemplare proviene dal foglio decals 48240 della Cutting Edge e rappresenta un F-15E del 4th FW, 336 TFS schierato sulla base di Al Udeid, in Qatar, tra il Marzo e l’Aprile del 2003. 

 

La caratteristica peculiare di questo esemplare è la nose art di Captain America sul lato sinistro del muso che da un tocco di colore alla monocromia dello Strike Eagle. Inoltre, se non avessi scelto questo velivolo mio figlio, appassionato degli eroi Marvel, mi avrebbe tolto il saluto per il resto dei miei giorni… 

Il montaggio del kit è iniziato, come sempre, dal cockpit. Il set Aires non offre una marcia in più rispetto alla plastica del kit e le differenze sono davvero minime. 

Assolutamente necessaria, invece, la sostituzione dei sedili perché quelli da scatola non reggono il confronto con le copie in resina. 

 

L’adattamento della vasca richiede il solito di lavoro di assottigliamento delle pareti, sia del kit che delle parti in resina ma, alla fine, si riesce ad incastrare per bene il tutto. 

Gli interni sono in FS 36231 che ho approssimato con l’XF-54 Tamiya schiarito con un buon 30% di bianco. Con gli acrilici Vallejo, accompagnati da una buona documentazione fotografica, ho riprodotto tutti i particolari dell’abitacolo quali switch e levette varie. Per far risaltare i dettagli ho eseguito un dry brushing con del grigio chiaro ad olio, insistendo particolarmente sugli spigoli. Nei recessi, viceversa, ho applicato un lavaggio, sempre ad olio, utilizzando un colore molto prossimo al nero.  

I seggiolini vanno dipinti e messi da parte in quanto saranno montati solo alla fine. Su una base in Nato Black, sono stati dipinti utilizzando, al solito, i vinilici della Vallejo che hanno il vantaggio di un’ottima copertura e brillantezza. Anche in questo caso, la colorazione va completata con gli indispensabili passaggi di lavaggio e dry brush. 

 

Prima di chiudere le due valve della sezione anteriore della fusoliera ho inserito della zavorra, per evitare che l’aereo si potesse sedere sulla coda. A conti fatti, probabilmente il peso dell’abitacolo in resina sarebbe stato sufficiente, ma ho preferito non correre rischi. 

Contemporaneamente al lavoro sulla sezione anteriore ho iniziato a completare le prese d’aria. La Revell ha riprodotto tutto il condotto fino al primo stadio della turbina ma, vista la lunghezza dei pezzi, si fa fatica ad eliminare la linea di giunzione all’interno. Pur avendo ottenuto un risultato discreto, alla fine ho preferito inserire le coperture anti-fod che, dipinte in rosso, danno un bel tocco di colore sulla verniciatura grigio scuro. 

Osservando le foto dell’aereo a terra si può notare che piani di coda e alettoni difficilmente si trovavano in posizione neutra. Ho, quindi, rimosso le parti del kit servendomi dell’incisore della Trumpeter. I taileron li ho sostituiti con quelli in resina della Quickboost, per gli alettoni ho riutilizzato quelli originali dopo aver ricostruito la zona di rotazione. Questi ultimi, a causa della perdita di pressione idraulica, tendono ad abbassarsi entrambi. 

 

Il pezzo che simula il cannone Vulcan da 20mm è stato sostituito con un corrispettivo autocostruito, utilizzando un disco di Plasticard e delle sezioni di ago ipodermico del giusto diametro per rappresentarne le canne. Anche se si tratta di un dettaglio poco visibile, fa parte di quel processo di aggiornamento del kit a degli standard più in linea coi tempi. 

Particolare attenzione va posta nell’incollaggio delle parti terminali superiori delle ali. Unendoli direttamente alla parte inferiore si forma un antiestetico scalino che bisogna poi appianare carteggiando la plastica in una zona molto ricca di dettagli finemente incisi. Con un minimo di pazienza, basta assottigliare la parte inferiore delle semi ali su un foglio di carta abrasiva di grana 600, quel tanto che basta per riportarle a filo. Anche il freno aerodinamico, se rappresentato chiuso, richiede qualche aggiustamento perché tende ad annegare leggermente all’interno del suo vano. Dopo aver praticato dei fori nell’alloggiamento è possibile spingere il pezzo dall’interno durante l’incollaggio, favorendone il perfetto allineamento con la fusoliera. Naturalmente questa operazione va effettuata prima di incollare tra loro le due sezioni centrali. 

Il resto del montaggio prosegue speditamente e l’uso dello stucco è veramente ridotto al minimo; la Revell ha fatto veramente un ottimo lavoro. Anche i serbatoi conformi, che potrebbero nascondere insidie, si montano senza problemi richiedendo soltanto un filo di Mr. Surfacer 500 lungo le giunzioni. 

Piuttosto complesso è stato l’adattamento degli scarichi Aires, decisamente sottodimensionati. Si forma un dislivello di circa un millimetro tra la fusoliera e l’anello di raccordo con gli ugelli. 

Ho risolto eliminando l’anello terminale dal pezzo in resina, sostituendolo con l’equivalente in plastica del kit sul quale ho incollato, solo a verniciatura ultimata, l’ugello in resina. 

 

Dopo aver concluso il montaggio anche della sezione posteriore si può passare all’assemblaggio dell’intera fusoliera. Al fine di allineare perfettamente i due tronconi è stato necessario inserire uno spezzone di sprue all’interno della parte anteriore, come vedete in foto. In questo modo si riduce notevolmente l’uso della carta abrasiva e si risparmia il bel dettaglio del kit. 

Lo stampo presenta delle nervature di rinforzo sulle superfici mobili delle ali che, nella maggior parte degli esemplari, non sono presenti. Anche se a verniciatura quasi ultimata, spinto dai ragazzi del forum di Modeling Time, ho provveduto ad eliminarle. 

Per quanto concerne la verniciatura, come mia prassi ho spruzzato sul modello un fondo di Mr. Finishing Surfacer 1500 grigio. 

Questo mi ha permesso di controllare che il montaggio fosse a regola d’arte; inoltre ha costituito un’ottima base di ancoraggio per le vernici. Gli F-15E in linea di massima sono molto puliti, ma gli esemplari impegnati in operazioni di guerra portavano qualche segno dell’impiego operativo; in particolare è possibile notare una patina di sporco sulle superfici e varie colature, a volte anche copiose, in alcune zone di ali e fusoliera. Partendo da questo presupposto, ho iniziato evidenziando le linee delle pannellature, e le zone più soggette allo sporco, con un pre shading in Nato Black. Successivamente ho iniziato la velatura con il colore base, nel mio caso l’H-308 Gunze diluito al 70% con il Mr. Levelling Thinner. 

Quindi, con il grigio della mimetica schiarito con qualche goccia di bianco e la diluizione portata a oltre l’80%, ho desaturato alcuni pannelli più soggetti ad usura e creato delle variazioni di tono. Anche se i contrasti sembreranno eccessivi, bisogna tenere conto che i trasparenti e le successive fasi di invecchiamento tenderanno a smorzarne gli effetti. 

Per le zone in metallo naturale ho utilizzato diverse tinte della gamma Alclad. Dopo aver isolato col nastro Tamiya le parti verniciate in grigio, ho steso un primo layer di Alluminium. Su questa base, prendendo come riferimento delle ottime foto trovate sul web, ho mascherato e dipinto alcuni pannelli in Dark Alluminium e, soprattutto nella parte inferiore, ricreato delle zone di ossidazione con il Pale Burnt Metal. La corona immediatamente davanti agli ugelli ha ricevuto una leggerissima velatura in Hot Metal Blue, mentre la zona attorno allo scarico dell’APU una velatura di Hot Metal Sepia e Hot Metal Blue a simulare il metallo ossidato e surriscaldato. In seguito, ho ripassato questa parte con la polvere “Soot” prelevata dal set B del Tamiya Weathering Master. 

Gli ugelli hanno prima ricevuto un fondo in Magnesium, poi un dry brush in alluminio. Alcuni petali, inoltre, sono stati evidenziati con il Transparent Blue e Transparent Orange Tamiya applicati con un pennellino. 

L’interno degli scarichi li ho verniciati con una base in Off White Gunze per simulare le parti ceramiche, e con una miscela di Nato Black smorzata con qualche goccia di Red Brown ho riprodotto le scie dei fumi. Per finire, anche in questo caso, polveri di pastello e ombretti Tamiya hanno armonizzato il tutto. 

Giunto a questo punto ho lucidato il mio Strike Eagle con diverse applicazioni di Tamiya X-22 diluito al 70% con il Mr. Leveling Thinner e, su questa base, ho proceduto subito con i lavaggi. Ho utilizzato un grigio scuro ad olio, ottenuto semplicemente mischiando nero con una punta di bianco e diluendo il mix con il white spirit della linea AK. Questa tecnica preferisco applicarla per capillarità, per questo motivo ho allungato molto la miscela in modo da farla scorrere lungo le pannellature senza lasciare residui o effetti filtro.   

Dopo aver sigillato il modello con un’ulteriore mano di trasparente lucido sono passato alla posa delle decal. Nonostante l’età le Cutting Edge si sono dimostrate ottime, sottilissime ma resistenti e con un film praticamente invisibile. Il foglio, purtroppo, non prevede gli stencil di manutenzione che ho dovuto prelevare dal set Caracal 48006. Quest’ultime, pur essendo stampate da Cartograf, sono piuttosto spesse e richiedono diverse mani di trasparente per essere inglobate nella verniciatura e ottenere un effetto “painted on”.  

Dopo avere ripristinato i lavaggi nelle zone coperte dalle insegne, ho opacizzato il modello con diverse passate di Flat Gunze H-103. 

 

Guardando le foto della parte inferiore degli Strike Eagle è possibile notare che tutta la zona che va dalla fine del vano carrello principale fino a quella lasciata in metallo naturale è interessata da trafilature di liquidi idraulici. Per riprodurle ho depositato piccole quantità di olio lungo le pannellature, in questo caso Engine Grease e Dark Mud della linea Abteilung;  dopo qualche minuto dall’applicazione, ho tirato i colori nella direzione del flusso dell’aria con un pennello piatto. Gli errori possono essere facilmente corretti con il white spirit. 

Una tecnica simile (on line viene anche definita “dot fading”) l’ho sfruttata per riprodurre dei filtri e simulare varie patine di sporco sulle superfici superiori e inferiori. Questa volta, però, ho depositato dei piccoli punti di olio con uno stuzzicadenti e ho picchiettato i pigmenti con un pennello appena imbevuto di white spirit.  Alle tinte già citate, ho aggiunto anche il Neutral Grey, il Dust, il Buff e il Bitume, sempre della gamma Abteilung.  

Una nuova mano di trasparente opaco ha concluso il lavoro e donato la finitura finale al mio Eagle. L’ultimo passaggio ha riguardato la desaturazione delle decalcomanie con una velatura leggerissima del colore base diluito al 90%. 

L’armamento è costituito da una coppia di AIM-120 e una coppia di AIM-9 per autodifesa, due GBU-10 e quattro GBU-12. A questi ho aggiunto i due serbatoi sub alari che, in diverse immagini, sono verniciati con la livrea per superiorità aerea degli F-15C. Per movimentare un po’ lo schema mimetico del mio Eagle ho deciso di verniciare una delle due taniche proprio in grigio FS 36251. 

Le GBU-12 Brassin si sono rivelate, almeno per me, inutilizzabili perché la separazione dalla materozza in resina mi è risultato impossibile senza danneggiare le alette stabilizzatrici. Mio malgrado ho dovuto ripiegare sulle bombe contenute nel Weapons Set Hasegawa. Dalla stessa scatola ho prelevato anche le GBU-10. I Sidewinder Brassin sono più piccoli di circa due millimetri in scala, ma essendo quasi totalmente invisibili ho preferito montarli ugualmente. Per gli AMRAAM, non avendo valide alternative ai pezzi in resina della ditta ceca, ho preferito non verificarne la correttezza delle dimensioni e di usarli a prescindere… come si dice, occhio non vede e cuore non duole! 

I carrelli del kit sono buoni, basta aggiungere i circuiti idraulici per ottenere una buona riproduzione di quelli reali. Inoltre, gli pneumatici hanno già l’effetto peso. Col senno di poi, forse, sarebbe stato più sicuro sostituirli con quelli in metallo della Scale Aircraft Conversion, ma solo per una questione di resistenza, visto il peso raggiunto dal modello. 

Gli ultimi tocchi hanno riguardato l’incollaggio degli ugelli di scarico del tipo senza “turkey feathers” (senza petali), dei seggiolini, del canopy e delle due sonde anemometriche, in basso ai lati dell’abitacolo. 

Questo Strike Eagle mi ha tenuto occupato per quasi otto mesi ma, alla fine, credo di aver ottenuto un risultato godibile. Mi auguro che questo articolo possa essere utile a tutti coloro vorranno cimentarsi nel montaggio di questo ottimo kit. Come sempre, un sentito ringraziamento va ai ragazzi del forum di Modeling Time per il loro supporto durante la realizzazione. 

Buon modellismo (e buon divertimento)! 

Fabio Cannova

Midnight Sinner – North American F-82G Twin Mustang dal kit Modelsvit in scala 1/48.

0

Il North American P-82 Twin Mustang, meglio noto come F-82, fu la versione a doppia fusoliera del famigerato P-51 Mustang (diretto derivato della versione H). Fu l’ultimo velivolo americano a pistoni ad entrare in servizio con l’USAF e venne originariamente progettato come caccia di scorta a lungo raggio per affiancare i B-29 Superfortress nelle ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale, anche se non poté mai ricoprire questo ruolo per la fine delle ostilità.

Nell’immediato dopoguerra, e precisamente nel novembre del 1945, una specifica dell’Air Force richiedeva una valutazione del P-82 come possibile sostituto del Northrop P-61 Black Widow nel ruolo di caccia notturno, pertanto la North American propose due prototipi basati sulle cellule del decimo e undicesimo dei venti esemplari costruiti (precisamente il P-82C matricola 44-65169 e il P-82D matricola 44-65170). I due velivoli furono dotati di una grossa gondola ventrale che ospitava, rispettivamente, due tipi di radar: il model C con un derivato dell’SCR-720 impiegato sui Black Widow, mentre il model D l’AN/APS-4. Nell’abitacolo del secondo pilota fu installata la postazione per l’operatore radar con la relativa strumentazione, eliminando i controlli delle superfici di governo. Vennero prodotti 100 esemplari del model D, poi denominati F-82F, e a seguire altri 45 esemplari del model C successivamente designati F-82G.

Allo scoppio della Guerra di Corea, nel 1950, gli F-82G furono i primi aerei a supportare le operazioni di evacuazione dei civili americani dal porto di Inchon, e dagli aeroporti di Kimpo e Suwon, a seguito dell’avanzata delle truppe nord coreane.  A differenza dei velivoli a reazione del tempo, l’F-82G era l’unico intercettore capace di volare per più di 300 miglia dalla base di Itazuke, in Giappone, fino all’area di Seoul e del fiume Han, ed avere ancora sufficiente autonomia per il ritorno.

Piccola curiosità: la prima vittoria aerea ai danni dei rivali nordcoreani fu ottenuta proprio da un F-82G ai danni di uno Yak-11, nei pressi del campo di Gimpo.

Nonostante l’impiego nel conflitto, il Twin Mustang ebbe una carriera operativa relativamente breve segnata anche dall’avvento sempre più importante degli aerei con propulsione a getto. Questo ha sicuramente contribuito a renderlo un soggetto anonimo e poco appetibile anche per le ditte modellistiche che, negli anni, gli hanno dedicato un solo kit (la Modelcraft, nel lontano 1997) e neanche troppo fedele nelle forme e dimensioni. Si è dovuto attendere fino al 2021 per avere uno stampo new-tool al passo con i tempi, grazie alla ucraina Modelsvit. Ed è proprio tale prodotto ad essere finito sul mio banco non appena le prime scatole sono finalmente giunte sugli scaffali dei negozi specializzati. In questo articolo ve ne presenterò pregi e, soprattutto, difetti.

Cockpit:

Il montaggio inizia con la pulizia dei pezzi che compongono i due cockpit che si differenziano per diversi elementi:

  • Quadri strumenti diversi dedicati al pilota (fusoliera di sinistra) e operatore radar (fusoliera di destra).
  • La presenza di una sola cloche a differenza dei doppi comandi presenti nelle prime serie ideate per le missioni di scorta a lunghissimo raggio.
  • Pedaliera per i timoni nel cockpit del pilota e pedane di appoggio nell’altro.
  • Presenza del blocco della radiobussola AS313/ARN6 visibile dietro alla testa del pilota.

La definizione dei dettagli è sufficiente; molti indicatori sono davvero sottili e devono essere sapientemente messi in risalto con la tecnica del dry brush. Sono stampati anche dei cablaggi di base che danno il giusto aspetto agli abitacoli. Alla fine mi sono limitato a completarli da scatola, senza alcuna aggiunta, reputando buona la quantità di particolari

La sequenza di verniciatura dei cockpit è stata la seguente:

  • Base su vasche e i seggiolini in Alclad ALC106 – White Aluminium
  • Applicazione dell’AK Heavy Chipping Fluid subito sopra il colore metallico
  • La vernice originale degli interni è tutt’oggi un argomento dibattuto e controverso. Alcuni indicano l’Interior Green, altri (con più probabilità) il nero opaco. Ho scelto quest’ultimo optando per il Gunze H-77 Tyre Black perché già desaturato e più in scala


Una volta asciutto il Tyre Black, ho bagnato le superfici con un pennello inumidito di acqua tiepida e con uno stuzzicadenti ho scrostato le zone più soggette a usura (come la seduta del seggiolino e le zone di calpestio).


Il quadro strumenti del pilota è un mix di fotoincisioni e decal per le veglie e per il pannello con gli interruttori. Tutti gli altri particolari sono stati completati a pennello.

Ho deciso di non effettuare lavaggi in un cockpit totalmente scuro, bensì ho sfruttato il fondo per applicare la tecnica del pennello asciutto con l’Abteilung 502 Light Gray ad olio. Con l’Aluminium della Vallejo Air, invece, ho aggiunto altri graffi e scrostature più selettive.


Come tocco finale ho integrato alcune delle “placard” mancanti utilizzando quelle prodotte dalla Archer in 1/35; sono dei “wet transfer” da trasferire su un piccolo film trasparente per poi utilizzale come decalcomanie tradizionali, bagnandole e applicandole sulla superficie – il risultato finale è molto bello.

I seggiolini sono da scatola, comprese le cinture in fotoincisione che ho dipinto a mano con colori vinilici Vallejo. Una caratteristica del cuscino (in giallo XF-3 Tamiya) è costituita da due tappi neri posizionati all’altezza delle scapole, tipici dei P-51 H. Sono molto visibili e li ho messi in risalto.

Ali e fusoliere:

Prima di chiudere le due fusoliere ho completato i vani carrelli posteriori aprendo i fori di alleggerimento e verniciando le superfici con l’Interior Green MRP-131. I portelloni, al contrario, sono in alluminio secondo quanto si riesce a capire dalla documentazione fotografica dell’epoca.

I radiatori del liquido refrigerante e relativi condotti sono in Alclad ALC-106 White Aluminium; le griglie hanno ricevuto un lavaggio ad olio in marrone scuro per metterne in risalto la trama.

Le valve si accoppiano senza particolari problemi necessitando solo di poco stucco. I punti critici su cui porre maggiore attenzione sono quelli in corrispondenza delle palpebre dei cruscotti, che hanno uno spessore troppo pronunciato all’interno e devono essere svuotate della plastica in eccesso. Fate in modo che i due lembi combacino al meglio altrimenti i due parabrezza potrebbero inserirsi a fatica nei rispettivi alloggiamenti.

La scomposizione dei condotti esterni delle prese d’aria è abbastanza cervellotica e costringe il modellista a stuccare e carteggiare in punti molto scomodi. Personalmente ho deciso di chiudere tutto con dei tappi anti FOD autocostruiti in Plasticard.

Un’altra zona delicata è quella della dorsal fin dove passa la giunzione della fusoliera. L’unione non è pulita e devono essere ripristinate molte pannellature. 

Il longherone centrale, che collega le due fusoliere, ospita il vano del carrello principale e quello delle armi. Per aumentare il livello di dettaglio e “spezzare” la monotonia della mimetica, ho deciso di autocostruirlo completamente. Ho iniziato ad eliminare la plastica forando il perimetro del portellone con una punta elicoidale in carburo:

A seguire ho creato il vano interno con un foglio di Plasticard da 0.3, le centine e ho riprodotte con dei profilati Evergreen a sezione rettangolare (misura 0,75 x 1 mm – codice 132). L’operazione più delicata è stata aprire i fori in cui passano le canne delle mitragliatrici a causa della loro particolare forma a goccia. Armato di trapanino elettrico, lime e mano ferma sono riuscito ad ottenere un profilo accettabile.

Per le armi ho deciso di utilizzare il set della Eduard Brassin numero 648517 destinato al kit Eduard. Il prodotto è ben fatto e mi ha fatto risparmiare un bel po’ di tempo.

Sono intervenuto anche sui fari di atterraggio a causa di una certa confusione creata dalla Modelsvit:

Osservando la foto sopra si nota chiaramente il bulbo che fuoriesce dall’ala sinistra; sul kit è stampata la sola pannellatura ma il bulbo non è presente all’interno degli sprue. A partire dai prototipi e sulle prime serie dell’F-82, il faro si trovava sulla gamba destra del carrello d’atterraggio; sulle serie F/G (mi riferisco alle due che ho verificato) essi furono raddoppiati e collocati nelle semiali a scomparsa. A terra erano spesso aperti ed è un particolare che non può essere tralasciato.  Ho iniziato con l’aprire i vani e creare un fondo in Plasticard per dare la giusta profondità:

Nella seconda foto potete vedere un foro circolare accanto ed è l’alloggiamento per un ulteriore faro che era fisso. Le istruzioni del kit segnalano la possibilità di realizzarlo estratto ma non ci sono riscontri fotografici a tal proposito, né a terra né tantomeno in volo (ad ulteriore riprova dell’errata ricerca storica eseguita dalla ditta ucraina).

Ad ogni modo, dopo aver incollato il trasparente ho verniciato il retro con del cromo liquido della Molotov. Poi, con una punta elicoidale, ho realizzato un foro dal retro a simulare la lampadina.

Terminate le correzioni sulle ali, le ho assemblate alle due fusoliere. In questa fase ho volutamente tralasciato il montaggio del pod radar perché molto ingombrante e di impaccio per il resto della costruzione.

Ho deciso di modificare anche l’equilibratore in coda e separarne il trim come si vede in alcune foto:

Ho preferito sostituire anche i collimatori da scatola acquistando i K14 del set 648570 della Brassin.

Il pezzo in resina calza alla perfezione ed è ben fatto. Alla sua destra ho costruito la Radar Warning Light (tralasciata dalla Modelsvit). Inoltre, lungo tutto il perimetro della palpebra ho realizzato l’imbottitura in pelle (simulata con del Tamiya Epoxy Putty).

Le luci di posizione del kit non sono all’altezza, per cui ho preferito realizzarle ex novo partendo da un pezzo di sprue trasparente.

Il bulbo della lampadina è stato realizzato con lo stesso procedimento del faro alare (punta elicoidale) ma, questa volta, all’interno del foro ho colato una microgoccia di Clear Red e Clear Green Tamiya. La parte che è andata a contatto con l’ala l’ho spennellata con una mano di Silver della Vallejo Air.

Successivamente ho protetto il corpo principale della luce con la maschera in vinile fornita dal kit, e con una composta da varie sezioni di nastro Tamiya. Tale accorgimento mi ha permesso di spruzzare varie mani leggere e sovrapposte di Mr. Surfacer per ottenere una piccola cornice intorno al trasparente (questa tecnica la potete vedere applicata anche QUI).

Per concludere gli interventi sulle ali, ho stuccato le pannellature principali e lasciato aperte quelle delle tipo e quelle a copertura degli attuatori e cerniere degli alettoni. È importante ricordare che anche i Twin Mustang, come i P-51 da cui derivavano, sfruttavano il flusso laminare; di conseguenza, anche l’ala degli F-82 era stuccata e raccordata con uno stucco all’alluminio.  Allo scopo ho utilizzato il Mr. Surfacer 1200 della Gunze applicato con uno stuzzicadenti lungo le pannellature e ho rimosso l’eccesso strofinando con dei cotton fioc imbevuti di acetone per unghie.

Come previsto anche sul velivolo reale, ho lasciato al loro posto i piccoli portelli d’ispezione e i tappi dei serbatoi.

Verniciatura:

Ho deciso di usare direttamente un nero lucido per evitare troppi strati tra primer, vernici e trasparenti vari al fine di salvaguardare i tanti piccolissimi rivetti stampati sulle superfici di questo Twin Mustang. Prima del colore principale ho spruzzato del White Aluminium Alclad ALC-106 lungo i raccordi karman e in prossimità del longherone centrale col vano armi, poi ho dato una mano di AK Heavy Chipping e, a seguire, ho verniciato queste zone in nero lucido Tamiya X-1. Tale scelta è dovuta al fatto che il colore acrilico è più morbido e facile da rimuovere, quindi l’effetto delle scrostature risulta più controllabile.

Per la verniciatura di base ho utilizzato principalmente il Mr. Color C2 Gloss Black che asciuga rapidamente e resiste bene alle mascherature. Lo considero un validissimo alleato ma deve essere comunque spruzzato molto diluito (al 70/80 %) con l’ausilio del Leveling Thinner.


Dopo aver steso il colore ho eliminato tutte le impurità ed eventuali peluzzi passando della carta abrasiva grana 2000, rigorosamente bagnata. Per completare l’opera, poi, ho impiegato le paste abrasive Tamiya nella gradazione Coarse, Fine e Finish.

Il vano armi è stato verniciato in due fasi: prima ho steso una base di Mr. Base White 1000 come fondo, a seguire ho utilizzato il Mr. Paint MRP-129 Zinc Chromate Primer WWII USA che ha una finitura semilucida e agevola l’applicazione del lavaggio.

Il vano carrello è stato un vero e proprio vaso di Pandora: la documentazione fotografica a colori, e in bianco e nero, non aiuta affatto a capire quale sia il colore effettivamente utilizzato nei caccia notturni del tempo (a causa della posizione in perenne ombra delle baie). Un riscontro, purtroppo, non può venire neanche dagli esemplari conservati nei musei, o dall’unico volante, perché tutti presentano gli interni e relativi portelloni Yellow Zinc Chromate per cui non vi è alcun riscontro certo. Grazie alla collaborazione di un caro amico (il nostro Fulvio aka Spillone) ho reperito delle interessanti diapositive tratte dalla sua biblioteca personale; queste mi sono state utilissime per confermare che i portelli fossero, in realtà, in metallo naturale o comunque color alluminio. Riguardo alle baie è rimasto il dubbio e, alla fine, ho ipotizzato che potessero essere in Interior green (usato anche sugli Skyknight rischierati in Korea).

Ho optato per il verde Gunze H-303 (F.S. 34102) che è una via di mezzo tra un Interior Green e un Bronze Green. I portelli, invece, sono in Alclad ALC-106 White Aluminium e hanno ricevuto un lavaggio in grigio medio ad olio. Il vano è sostanzialmente da scatola, ho solo verniciato qualche elemento per spezzare la monotonia della base completando il lavoro con il washing in grigio scuro e un po’ di dry brush in verde chiaro.

Ho deciso di verniciare le bande color ciano in fusoliera, operazione non semplice dato il fondo scuro e lucido. Per ottenere la tinta corretta ho mixato 10 gocce di Tamiya X-14 Sky Blue e 1 goccia di Tamiya XF-8 Blue. Allo scopo di favorire la copertura, la miscela è stata applicata su un fondo bianco (Mr. Surfacer White della Gunze) e con una diluizione bassa, intorno al 50%. Lo spessore delle bande è di 2,5 mm.

Decalcomanie:

Le decal da scatola sono ottime come spessore; trattandole con il Microsol e il Microset aderiscono perfettamente alle pannellature e rivettature.

Ho commesso, però, l’errore di non scontornare le lettere che compongono le scritte “USAF” sulle ali e ho danneggiato il film in eccesso nel tentativo di eliminare delle grinze durante l’applicazione. Anche in questo caso è venuto in mio soccorso l’amico Fulvio che ha gentilmente realizzato delle maschere tagliate al plotter. Per il rosso ho scelto il Mr. Color C-79 Shine Red, sempre su base bianca.

Invecchiamento:

Ho deciso di non esagerare con il weathering, tenendo anche conto che il “Midnight Sinner” è sopravvissuto alla Guerra di Korea e ha terminato il suo servizio in Alaska. Sono partito, quindi, da una verniciatura senza effetti per poi andare a sporcare e graffiare le principali aree soggette a manutenzione, calpestio, e rifornimento. I punti interessati sono stati:

  • Cofanature motori
  • Longherone centrale e vano armi
  • Raccordi Karman
  • Vani per apparecchiature radio e radar
  • Superficie alare limitrofa ai serbatoi

Ho iniziato opacizzando e schiarendo leggermente queste zone con il Gunze H-77 Tyre black che non contrasta eccessivamente ma stacca rispetto al nero lucido della livrea.

Nella foto che segue potete osservare l’effetto sulle cofanature, il nero perde lucentezza e l’aspetto appare “cotto” dal sole o dal calore:

Dopo la prima mano ho deciso di realizzare scrostature e graffi sulle zone più usurate dell’aereo, anche guardando le foto in volo e dell’epoca.

Per quanto concerne i raccordi Karman, ho agito prevalentemente inumidendo la superficie con acqua tiepida (precedentemente trattata con l’AK Heavy Chipping) e portando via la vernice con uno stuzzicadenti; nei punti più resistenti ho utilizzato anche con della carta abrasiva (per ottenere il risultato migliore è opportuno eseguire la tecnica subito dopo la verniciatura di base, questo perché più la vernice asciuga e meno è efficace il prodotto specifico della AK). A seguire ho incrementato l’invecchiamento con queste due tecniche:

1) realizzando dei graffi a pennello con un Silver della Vallejo Air. Le setole devono essere molto scariche per evitare tratti troppo grossolani.

2) applicando ancora una volta il Silver Vallejo, ma questa volta con una spugnetta sui bordi d’attacco delle ali.

Una curiosità: Nel libro di Alan C. Carey dedicato al Twin Mustang ho trovato una sola foto in cui si intravede il cockpit dall’alto, e ho notato che i frame laterali erano verniciati in rosso. Personalmente li ho riprodotti con delle strisce di decal tagliate a misura, un dettaglio tralasciato da altri modellisti che si sono cimentati con questo soggetto.

Per aumentare la sensazione di “cottura” della vernice nera ho ripassato le zone già trattate fusoliera con il classico XF-1 Tamiya, molto efficace e facile da diluire:

Dopo il nero opaco XF-1 ho deciso di applicare un ulteriore giro di opacizzazione direttamente con il Clear Flat Gunze H-20 steso con uno stencil per aerografia.

Al fine di dare maggiore tridimensionalità al mio Twin Mustang, sulle ali ho utilizzato la tecnica del post-it per profilare un minimo le pannellature (poche). Allo scopo ho usato nuovamente l’H-77. Praticamente ho appoggiato il foglio accanto alle linee che volevo enfatizzare, spruzzando a bassa pressione la vernice molto diluita.

Per evidenziare i fastener sulle cofanature motore ho utilizzato un lavaggio a secco con il Silver della Vallejo Air, applicato direttamente sul fondo lucido e lasciato asciugare:

A completa essicazione ho rimosso l’eccesso semplicemente con un cotton fioc umido di acqua.

Ulteriori graffi li ho aggiunti con due tonalità di grigio delle matite acquerellabili. L’unica accortezza è quella di usarle su fondo opaco, altrimenti il loro pigmento non riesce ad aggrapparsi.

Per i fumi gli scarichi sono partito da un fondo marrone utilizzando ilTamiya XF-52 Flat Earth.

A seguire ho scelto il Gunze H-21 Off white, un bianco non troppo acceso che mi ha permesso di dosare l’effetto a mio piacimento. Devo dire che realizzare i fumi interno delle fusoliere è stato un vero incubo a causa dello scarso spazio di manovra per l’aerografo.  

Ultimi dettagli e carichi alari:

La gondola del radar (se pulita e provata più volte a secco) è comoda da montare a fine modello, senza necessità di stucco, ed è verniciata in nero lucido Mr. Color C2. Il vano di accesso all’avionica ha ricevuto lo stesso invecchiamento di quello delle armi eseguito con vari tipi di nero opaco sovrapposti, graffi con il Silver Vallejo Air e matite acquerellabili grigie. La copertura frontale dell’antenna era in vetroresina (simulata con il Radome Tan Gunze), poteva sverniciarsi totalmente a causa dei detriti e della polvere proiettata dal movimento delle eliche.

Non era raro vedere degli F-82 equipaggiati con serbatoi in metallo naturale, pertanto ho deciso di riprodurre questa particolarità anche per il “Midnight Sinner”. Quello metallico è verniciato in Alclad White Aluminium ALC-106. Sull’altro, in nero lucido, ho riprodotto le scrostature circolari che si a formavano al contatto con il bocchettone di rifornimento (con una matita acquerellabile color argento).

Un’altra aggiunta è costituita dai braccetti anti-oscillamento, realizzati in sprue filato perché assenti nel kit:

Le eliche ruotavano in senso contrapposto, tenetelo a mente quando le monterete sul vostro modello. Le pale sono verniciate in Gunze H-77 Tyre Black e invecchiate con colori ad olio a secco e spugnetta sporca di Alluminio Vallejo Air. Anche le ogive hanno ricevuto il medesimo trattamento.

Il gruppo ruote-carrelli è una delle note dolenti del prodotto Modelsvit: sono fragili e le strutture che sostengono i due ruotini di coda fanno sudare le proverbiali sette camicie per l’assemblaggio. Inserirle a modello finito complica ulteriormente le operazioni ma, d’altro canto, incollarle prima è assolutamente sconsigliato… si spezzerebbero nel giro di poco.

Sulle gambe di forza del carrello principale ho aggiunto dei dettagli mancanti; ho anche approfittato per inserire dei perni di acciaio (presi in prestito dalla solita graffetta da cartoleria) per rinforzare l’accoppiamento con gli pneumatici. Quest’ultimi hanno un dettaglio di base molto bello, l’unica nota dolente è la trama scanalata dei battistrada che è molto leggera e dovrebbe essere più fitta.

Gli scarichi parafiamma sono in ottone e già inclusi nella lastrina PE (photoetched) del kit; il metallo è veramente duro da piegare con l’ausilio di una pinzetta a becco quadrato e si rischia di non allineare correttamente tutte le lamelle, a tal proposito consiglio l’utilizzo di una piega fotoincisioni.

Li ho dipinti con una base di Gunze H-77 Tyre black (amo questo “nero”) e ho realizzato un chipping disomogeneo in marroncino ruggine utilizzando il Vallejo Air “Rust e in bianco per simulare i residui incombusti.

Altri elementi molto visibile, ma omesso dalla Modelsvit, sono le antenne montate all’interno di entrambi i canopy: una molto grande sopra la testa del pilota e una più piccola sopra a quella dell’operatore radar.

Ho tentato di capire attraverso i libri e i manuali di volo di che cosa si potesse trattare e mi viene in mente che fossero collegate al radiobussola ANR-6 che si trova alle spalle del pilota stesso riconoscibile per il bulbo trasparente.

Le ho ricostruite usando del fil di ferro rigido che mantiene bene la forma durante la lavorazione. Col Plasticard, invece, ho ottenuto il grosso supporto trasversale. I cablaggi li ho realizzati con del filo di stagno della Plusmodel da 0.2 mm, ed anche il bulbo della radiobussola ANR-6 è stato dettagliato verniciando i colori all’interno (bianco, giallo, marrone) e termoformando la copertura per dargli un effetto di profondità e trasparenza.

Le antenne così ottenute le ho fissate all’interno dei tettucci con delle piccole gocce di Future, unico materiale che poteva garantire la trasparenza e un buon livello di adesività (i pezzi rimarranno lì dentro, protetti e al riparo da urti).

Ho voluto aggiungere anche l’antenna AS-62/APS-13 che si nota in diverse foto e svariati esemplari de Twin Mustang, e che compare già negli ultimi block di produzione dei P-51D e nei P-51H (montata specularmente su entrambi i lati delle derive). Non sono sicuro che la mia cellula fosse dotata di questo tipo d’apparecchiatura, ma è molto plausibile.

Armamenti:

Il vano armi del Twin Mustang, come detto all’inizio dell’articolo, è stato completato utilizzando il set Eduard Brassin 648517. Al suo interno ho trovato tutto il necessario per mitragliatrici e nastri delle munizioni: il set ne fornisce quattro in resina, ma io li ho divisi in segmenti più corti e ne ho ricavati sei per la parte superiore dei miei caricatori. Ho sfruttato anche i due portelli rettangolari in resina mentre il portello centrale è realizzato in Plasticard con maniglie foto incise.

Le armi sono verniciate in Gunze H-77 Tyre Black e poi “spolverate” generosamente con polvere di grafite ottenuta raschiando la punta di una matita HB.

Il Twin Mustang poteva portare un massimo di dieci razzi HVAR divisi in due razziere, nel caso di serie precedenti (ad esempio la B) esse salivano a tre con la terza posizionata sotto il longherone centrale. Sul mercato esistono molteplici set dedicati agli HVAR ma ho trovato ottimi come qualità/prezzo quelli prodotti dalla Eduard Brassin in resina (codice EDB648061) che fornisce otto pezzi (quindi ne sono necessarie due confezioni).

Conoscendo i problemi di errato dimensionamento di alcuni aftermarket della ditta ceca, ho preferito controllare l’esatta proporzione e lunghezza dei pezzi confrontando le parti in resina con quelle in plastica del kit. Un razzo HVAR di tipo aeronautico è lungo 173 cm che in scala corrispondono a 3,6041cm. Di seguito il raffronto tra il Modelsvit (prima foto) e il Brassin (seconda foto):

Il Brassin risulta essere più lungo di circa 1mm abbondante, un errore che si potrebbe risolvere tagliando una sezione del corpo principale riportandolo alla lunghezza corretta. Di contro la qualità del dettaglio pende inevitabilmente a favore della Eduard. A voi la scelta, personalmente ho optato per le parti in resina accettandone una minore fedeltà.

I razzi sono verniciati con Mr. Surfacer 1200 per il grigio, Olive Drab Gunze H78 e Alclad ALC-106 White Aluminium per la spoletta. 

È anche per questo modello è tutto, arrivederci sul forum di Modeling Time! Buona lettura e buona visione!

Mattia “Pankit” Pancotti

Kit Review – F-4 G Phantom II “Wild Weasel” Meng in scala 1/48.

0

Molti appassionati pensano che l’F-4G sia una versione secondaria e poco importante del Phantom. Il fatto di non essere stata particolarmente pubblicizzata e di aver vestito livree poco “sgargianti” ha contribuito al poco appeal di questa variante presso gli appassionati. In realtà gli F-4G sono state macchine eccellenti e, per molti addetti ai lavori, aeroplani all’avanguardia, con una tecnologia in anticipo di anni sulla loro epoca e che consentirono alla coalizione, durante la Desert Storm, di ottenere e mantenere la supremazia aerea praticamente sin dal primo giorno di guerra.

A livello di cellula strettamente derivati dagli F-4E, ne differivano profondamente a livello di impiantistica e sistemi d’arma. Le modifiche principali consistevano nella rimozione del cannone e nella sua sostituzione con l’APR-38 (t) Radar Homing and Warning Receiver (successivamente aggiornato all’APR-47) e nell’upgrade del cockpit posteriore per gestire i sistemi avionici specifici della missione SEAD. Furono convertiti un totale di 134 F-4G con il primo volo della variante avvenuto nel 1975. I primi esemplari di serie entrarono in servizio nel 1978.

Il modello MENG:

Non amo particolarmente i Phantom a muso lungo con due sole eccezioni: gli RF e, per l’appunto, i G. Le notti insonni passate davanti alla televisione nel 1991 mi hanno decisamente segnato e la mia passione per i velivoli che combatterono quella guerra è rimasta intatta fino ad oggi. L’uscita contemporanea di ben due modelli di F-4G (lo Zoukei Mura e il MENG) mi ha reso un modellista felice e, alla fine, ho deciso di dare fiducia a MENG dopo aver visto il rendering dei CAD resi pubblici qualche mese fa. Vediamo come se l’è cavata la ditta cinese alle prese con un soggetto complesso e pieno d’insidie quale è il Phantom.

Il kit è stampato in plastica color grigio medio, con pannellature realizzate in un negativo fine e rivetti non invadenti. La scatola include un tubo di Pitot in metallo, parti in fotoincisione in acciaio inossidabile per le piastre di rotazione degli stabilizzatori, un set di mascherature pretagliate in kabuki e decal Cartograph per tre schemi di verniciatura. Sono presenti un pod ECM AN/ALQ-119, un pod ECM AN/ALQ-131 e praticamente tutti i missili utilizzati nelle missioni SEAD:

  • 2x AGM-88 HARM
  • 6x AGM-65 Maverick a guida laser
  • 2x AGM-78 STANDARD ARM
  • 4x AIM-7M Sparrow

Troviamo anche un serbatoio ventrale (stile F-15, corretto per questa versione) e due serbatoi sub-alari.

Mi sarebbe piaciuto fossero presenti anche un ALQ-184, come quello usato dal 561st TFS durante la Desert Storm, e un paio di Shrike… ma pazienza, ce ne faremo una ragione. (NOTA: il -184 si trova nei kit dell’F-16 Tamiya e nel nuovo Kinetic, mentre l’AGM-45 si trova nell’Hasegawa Weapons set E o nei set Eduard/Wolfpack specifici, quindi li si recupera abbastanza facilmente).

Il kit offre la possibilità di montare flap, slat e aerofreni in posizione chiusa o estesa. Gli stabilizzatori orizzontali sono mobili ed è presente una bella riproduzione della scaletta di accesso scomposta in tre parti. Com’è lecito attendersi da un prodotto d’ultima generazione, le prese d’aria sono complete del condotto e del primo stadio del compressore. Il timone è separato e può essere posizionato a piacimento.

Cockpit:

Il cockpit è sufficientemente dettagliato, con i cruscotti discretamente riprodotti. Confrontandoli con gli schemi presenti sul manuale di volo dell’F-4G, va detto che sul pannello dell’ EWO c’è qualche semplificazione e qualche mancanza (in particolare nei quadri secondari in basso) ma che la disposizione degli strumenti principali è corretta. I seggiolini sono buoni ma stranamente non hanno nessun accenno alle cinture di sicurezza e, in generale, peccano un po’ nella riproduzione dei cuscini.

Negli abitacoli non sono presenti dettagli nelle pareti laterali, mentre vasca e pedaliere sono ben fatti e fedeli al vero. Belle le barre e le manette, buona anche la riproduzione del pannello dei breaker nel cockpit posteriore.

Fusoliera:

La fusoliera è stampata in un solo pezzo ed è ben realizzata. La curvatura verso i motori è buona e le fattezze generali mi sembrano ben riprodotte. La forma del cockpit e della gobba alle sue spalle sono giuste e credo che MENG abbia fatto un buon lavoro. Ho, invece, qualche perplessità sulla zona metallica tra i motori dove la ditta cinese ha voluto rappresentare le caratteristiche “onde” che si vedono sui velivoli reali dovute alla cottura del metallo in rilievo. Se da un lato questa scelta semplifica molto la verniciatura, dall’altro non rispetta fedelmente la realtà. Probabilmente è possibile attenuare l’effetto carteggiando il pezzo ma non so quanto il gioco valga la candela.

L’accoppiamento tra ala e fusoliera, sempre in questa zona, crea una pannellatura inesistente sul vero. Stuccarla non sarà una passeggiata ma va resa invisibile. Sempre a proposito di pannellature, confrontandole con i disegni presenti sull’Aerofax #20 e sul Detail & Scale #7 ho notato qualche piccola differenza nell’andamento di alcune di esse vicino ai motori. Non è difficile sistemarle, ma è sicuramente una seccatura (anche a causa della curva della fusoliera in quel punto che non agevola l’operazione…).

MENG ci offre la possibilità di rappresentare il pannello dell’idraulica di sinistra aperto ma considerate che veniva ispezionato solo in caso di manutenzione specifica e difficilmente da solo, ma tant’è.

Le prese d’aria sono scomposte in maniera molto classica, con le rampe e un bel dettaglio dei fori di aspirazione dello strato limite. Mancano i piloncini tra la rampa stessa e la fusoliera, anche qui non un grosso lavoro ma comunque andrà fatto.

Il parabrezza ha fatto storcere il naso a diversi modellisti, ormai abituati alla raffinatezza del pezzo solidale ad un pannello di fusoliera (stile Tamiya, per capirsi). In realtà, il trasparente è stampato molto bene e copia perfettamente la fusoliera. Inoltre, l’attacco dello sprue si trova sull’arco del montante e si rifila molto bene. Ci vorrà un po’ di attenzione con la colla ma penso che il risultato sarà comunque buono. Non è presente il windshield senza blindo vetro che fu adottato su alcuni velivoli a metà anni ’80. Una curiosità: il parabrezza aggiornato garantiva sì maggiore visibilità complessiva, ma non era molto amato dai piloti poiché il frame più largo bloccava la visibilità verso l’alto in fase di rifornimento in volo. Non sempre i miglioramenti portano i benefici attesi, malgrado le migliori intenzioni c’è sempre qualcosa che non va come dovrebbe…

Il radome è buono sia come forma, sia come dimensioni, così come la carenatura dell’APR-38 sottostante che si incastra perfettamente nel muso al punto da far sembrare tutta la zona un unico pezzo. Il pitot è in alluminio tornito ma è presente anche il classico quello in plastica.

La deriva è scomposta classicamente in due metà e presenta il timone separato. La presa d’aria alla base è buona e la rivettatura è leggera e verosimile. Soddisfacente anche la forma della carenatura sulla tip, non facile da rendere al meglio ma che MENG ha centrato bene. La luce di posizione è una parte trasparente da incollare e che sembra copiare bene il bordo d’attacco.

I motori sono divisi in cinque pezzi e hanno il giusto numero di flabelli (16 per l’esattezza). Sono discretamente dettagliati ma, ovviamente, non all’altezza degli aftermarket più recenti.

Ala:

Tutti gli F-4G avevano l’ala con slat di manovra sul bordo d’attacco e il modello ci consente di montarli estesi o retratti. In questo caso, sono presenti i supporti separati per gli slat interni. L’ala è ben fatta, con un buon livello di dettaglio e pannellature abbastanza fedeli. Il bordo d’attacco è sufficientemente sottile ma la piastra anti scorrimento all’altezza del dente di cane è decisamente spessa e non perfetta come forma: anche questa andrà ricostruita con un pezzetto di Plasticard di spessore adeguato. La parte inferiore è forse la parte meno fedele del modello. Tutti gli F-4G avevano, infatti, la grossa piastra di rinforzo sul longherone principale che MENG ha completamente omesso. Purtroppo è una caratteristica molto visibile e andrà rifatta ex-novo; se avete un amico col plotter da taglio è ora di farlo lavorare! La posizione dei piloni e degli attuatori è corretta, con le misure che rispecchiano quelle attese.

Sempre nella parte inferiore troviamo una piccola inesattezza nei pannelli davanti alle prese ausiliarie del motore; MENG l’ha rappresentata in maniera molto simile a quella trovata sui velivoli della Navy, ma ovviamente non corretta per i velivoli USAF. Anche qui è possibile sistemarla e reinciderla se ritenete che il gioco valga la candela ma, probabilmente, almeno nel mio caso lascerò stare. Le prese d’aria ausiliare sono complete di martinetti e con un accenno di riproduzione del J79: il risultato è sufficiente anche se non eccezionale. Gli aerofreni, le varie griglie e le baie dei missili sono apprezzabili.

Stabilizzatori:

Bene, ma non benissimo. È evidente la mancanza della piastra triangolare presente sopra e sotto lo stabilator e che MENG ha riprodotto con una semplice incisione. Nella realtà è abbastanza prominente e andrà, quindi, rifatta seguendo il contorno del pannello già presente sul pezzo. La scanalatura del bordo d’attacco è discreta anche se non eccezionale, mentre rivetti e pannelli sono corretti. Belle e fini le piastre di rotazione, offerte in fotoincisione.

Carrello e ruote:

Le ruote sono buone, belli i cerchi di quelle posteriori. Meno bella la parte del posteriore che se pur coperta dal portello, non è all’altezza della parte corrispondente. Nelle ruote non è presente alcun effetto peso. Le gambe di forza e i martinetti sono essenzialmente corretti ma senza dettagli riportati (tubi e cavi sono assenti): possiamo dire che sono un’ottima base per un lavoro di dettaglio e rifinitura.

Piloni e armamenti:

Qui non c’è molto da dire, c’è tutto ed è fatto abbastanza bene. I lanciatori di flare e chaff sui piloni sono discreti ma potranno essere sostituiti da qualche aftermarket per chi volesse avere un po’ di dettaglio in più. Pregevoli tutti i missili, i Maverick hanno l’ogiva trasparente a imitazione del sensore laser e i lanciatori corretti per il tipo.

Volendo essere pignolo, il pilone del serbatoio ventrale è appena abbozzato. Considerando però che i G andavano sempre in missione col ventrale agganciato, è probabilmente un peccato veniale.

Decal:

Il foglio consente la realizzazione di tre esemplari, due con la cosiddetta camo “Egypt 1” e uno in “European 1”.

Le decalcomanie sono belle, lucide e fini come ci si aspetta da un prodotto Cartograph. Continuo a non capire perché i display dei cruscotti sono sempre verde fluorescente anche quando dovrebbero essere spenti, ma ormai mi sono rassegnato…

Considerazioni finali:

Ho montato a secco praticamente tutto il modello e sono rimasto colpito dalla qualità generale dell’assemblaggio, con solo un punto di attenzione evidente (la pannellatura verso i motori che sarà antipatica da sistemare). La fusoliera in un solo pezzo e l’ala con incastri precisi e robusti semplificheranno di molto la vita a tutti. Il livello di dettaglio è buono e al primo impatto questo Phantom della MENG si presenta molto bene. Ci sono degli errori che vanno senz’altro corretti (vedi la parte inferiore dell’ala, gli stabilizzatori e qualche pannellatura) ma per il resto mi sento di consigliarlo a chi vuole una bella riproduzione dei G senza sbattersi troppo. Volendo alzare l’asticella, servono sicuramente dei seggiolini in resina, dei motori più dettagliati e un set di fotoincisioni per l’abitacolo (rail del canopy e laterali del cockpit prima di tutto).

I tre velivoli presenti nel foglio decal sono ben rappresentativi della storia di questi aeroplani. Forse un esemplare “early” con mimetica Vietnam sarebbe stato ben accetto ma è pur vero che la camo SEA sui Phantom Wild Weasel si è vista poco ed è forse la meno importante (storicamente parlando). In definitiva un buon modello che con qualche correzione non sfigurerà affatto anche accanto a riproduzioni più blasonate. Manco a dirlo, il mio è già sul tavolo da lavoro e a breve (spero) lo presenterò su queste pagine. Stay Tuned!

Fulvio “Spillone” Felicioli.

 

The Last Eagle in Europe – F-15 C MSIP II dal kit GWH in Scala 1/48.

0

L’Eagle è il caccia da superiorità aerea per eccellenza, dalle prestazioni uniche e dalle forme eleganti. Dal primo volo, risalente a luglio 1972, ha collezionato diversi primati divenendo uno dei velivoli più letali di tutti i tempi con l’invidiabile “kill ratio” di centoquattro abbattimenti a zero. Nell’aprile 1977 atterrò sulla base di Bitburg, in Germania, il primo Eagle basato in Europa. Ben 45 anni dopo, da Lakenheath in Inghilterra, il 27 aprile 2022 decollarono gli ultimi quattro F-15 C rimasti per il rientro negli Stati Uniti, sostituiti dagli F-35.



In 50 anni di vita operativa, festeggiati proprio a luglio di quest’anno, il purosangue della McDonnell Douglas si è rivelato una piattaforma fondamentale per l’USAF partecipando a tutti i maggiori conflitti dalla Seconda guerra mondiale. Attualmente è impegnato a difendere i confini della Polonia, date le tensioni scatenate dall’aggressione russa all’Ucraina ancora in corso.



L’anniversario e l’addio agli ultimi Eagle in Europa mi hanno spinto a volerne il modello in vetrina, e per riprodurre un così grande, ammirevole, aereo ho voluto solo il meglio che il mercato possa oggi offrire. Il kit che ho scelto è della Great Wall Hobby (art.L4817), nella scala 1/48: al primo esame il prodotto della ditta cinese lascia a bocca aperta grazie ai molti dettagli del cockpit, vani avionica e radar (che si possono riprodurre a vista), oltre alle pannellature precise e sottilissime. La dotazione di armi è invidiabile con i missili AIM-9 e AIM-120 stampati in un solo pezzo. Fantastico!



Osservando le parti con occhio più critico ho notato diversi segni di estrattori in punti piuttosto scomodi su cui intervenire (come all’interno dei pannelli dei vani avionica del muso, o nella struttura del canopy), un po’ di approssimazione nei piloni esterni con i rail dalla forma non proprio corretta, il seggiolino assolutamente non all’altezza e l’assenza totale di dettaglio nel vano carrello principale. Anche le decal non sono eccelse, quindi ho iniziato a cercare in rete degli aftermarket che mi aiutassero a colmare lacune e difetti iniziando, in primis, dalle insegne per realizzare un F-15C di Lakenheath.



La Furball ha recentemente messo nel mercato un foglio dedicato agli Eagle dell’USAFE ed è perfetto (art.48072), permette di scegliere tra ben quindici esemplari, quattro dei quali assegnati ai Grim Reapers. Gli scarichi in resina Aires (art.AI4710) sono molto belli e non ho voluto rinunciarci, mentre dalla Eduard ho acquistato il Big Set (art.BIG49216) dedicato all’F-15C MSPI II, che è la versione oggetto di questo articolo; esso comprende fotoincisioni per interni (art.49949), esterni (art.48832), cinture e maniglie del seggiolino (art.FE950), più le comode maschere per i trasparenti (EX635). Ho sostituito anche il sedile con quello in resina della Quickboost (art.QB48003) (al quale ho rimosso le cinte già stampate preferendo utilizzare quelle in PE), mentre le ruote sono Res-Kit (art.RS48-0022).



I piloni sono della KopeckyScaleModels (48007), giovane ditta Ceca che lavora davvero molto bene. I rail hanno un dettaglio e una pulizia incredibile, tanto che è un peccato nasconderlo sotto ai missili. Proprio per questo motivo ho deciso di adottare una configurazione molto scarica per il mio Eagle, optando per i soli serbatoi esterni. Della stessa marca ho preso anche le antenne poste sopra le derive (48003), più dettagliate e solide rispetto a quelle del kit. Fondamentale per la buona riuscita di questo progetto è stata la monografia della Reid Air Publications – The modern Eagle guide exposed.


Cockpit e vano carrello anteriore:

Il dettaglio delle consolle e del pannello strumenti è molto bello e basta poco per valorizzarlo al meglio. Per iniziare ho posizionato le fotoincisioni Eduard che forniscono anche la staffa di sostegno del dispositivo di rilascio del tettuccio in caso di eiezione, posto nella parete dietro al sedile. La vasca dell’avionica è stata dettagliata con l’aggiunta di vari cavi di connessione agli apparati elettrici.



Nel lato destro trovano posto molti componenti elettrici, interruttori e relè, e sotto ad esse passano fili e tubi che servono a portare l’aria per il loro raffreddamento. Nel lato sinistro, invece, trovano posto tutti gli elementi ICMS ai quali ho ricostruito le maniglie con del filo in rame sagomato usando quelli del kit come dima.



Nella parete posteriore si trova l’attuatore del tettuccio, mentre subito sopra ad esso c’è un foro ovale, ripreso anche nella struttura del canopy, tramite il quale viene regolata pressione e temperatura all’interno della cabina.



Nell’abitacolo ho aggiunto le pedaliere in fotoincisione, mentre nella consolle destra ho aggiunto il tubo dell’ossigeno sagomando una corda di chitarra; su quella sinistra, usando lo stesso materiale, ho ricreato il connettore della tuta anti-G.



Il pannello strumenti frontale è abbastanza completo, fatta eccezione per un solo dettaglio piuttosto importante (tralasciato anche dalla Eduard, a dire la verità). Si tratta dell’aletta parasole che protegge lo schermo del radar VSD. Per riprodurla ho usato delle piccole sezioni di fotoincisione tagliate e sagomate ad hoc.



Per dare un tocco di realismo in più ho voluto aggiungere ulteriori interruttori nei punti più spogli delle consolle laterali e, a tale scopo, ho utilizzato i toggle switches della Anyz (AN035). Sono elementi sottilissimi, basta praticare dei fori sulla plastica con una punta da 0.2 e infilarli…e il gioco è fatto. Tuttavia, una volta posizionati ci si rende conto di quanto le loro dimensioni siano più adatte alla scala 1/32…quindi li ho tagliati molto delicatamente per portarli in scala e rendere tutto più piacevole alla vista. Con una mano di White Surfacer 1500 Gunze ha preparato il fondo per il colore di base, dando anche la tinta definitiva per il vano avionica. La cabina di pilotaggio è in grigio H-306 Gunze mentre quadranti, consolle e il bordo di battuta del canopy in Nato Black Tamiya. Seguendo le foto in mio possesso ho colorato i vari interruttori e scatole cercando di rimanere il più fedele possibile. Una mano di lucido Tamiya X-22 ha preparato i pezzi per ricevere decal e lavaggi. Gli strumenti li ho riprodotti usando le decalcomanie della Airscale, molto belle e precise; una volta asciutte ho applicato dei lavaggi mirati con colori ad olio in nero e grigio. A seguire ho spruzzato l’opaco Alclad, ho aggiunto qualche sfumatura e lumeggiatura con le polveri del Weathering Master Set E Tamiya, e lo schermo del display (MPCD) incollando una sezione di negativo fotografico.

Il seggiolino ACES II del kit è, come accennato, piuttosto scarno ed ho preferito sostituirlo con quello in resina della Quickboost. Ho comunque deciso di migliorarlo ulteriormente sfruttando il Big set Eduard che comprende anche le targhette, le cinture e diversi altri particolari. Altro dettaglio ben visibile e importante è la struttura che comprende i due rostri, e che “incornicia” il poggiatesta, finemente riprodotta in fotoincisione.



Per la sua colorazione ho iniziato con una mano di primer Surfacer 1500 Black Gunze stendendo, poi, il colore di base (H-77 Gunze). Lo schienale è in nero H-12, la bombola dell’ossigeno in verde H-16 con ritocchi in verde H-59 per riprodurre dei segni di usura; il contenitore del paracadute in verde H-330. Dopo il clear X-22 ho potuto applicare le decal ed eseguire un lavaggio in grigio medio per far risaltare tutti i dettagli. Sigillato tutto ancora una volta con l’opaco Alclad, ho eseguito la tecnica del dry brush, sempre in grigio, su tutti i rilievi.

La struttura interna del canopy integra un pannello che, a tettuccio abbassato, chiude il vano avionico alle spalle del cockpit. La superficie superiore del pezzo del kit riprende tutti i rivetti con un buon dettaglio, mentre la parte inferiore è piuttosto basica e con evidenti segni degli estrattori da eliminare.



Altre aggiunte e auto-costruzioni hanno riguardato il cavo del sensore JHMCS sul lato sinistro (inerenti al sistema di puntamento integrato nel casco), il meccanismo di blocco e di espulsione del canopy, e l’apertura della bocchetta d’aerazione nella porzione posteriore.



Il trasparente è di notevoli dimensioni e presenta la classica linea di stampo su tutta la sua lunghezza; questa è stata prontamente eliminata col metodo esposto in questo VIDEO TUTORIAL.

Tutta la struttura interna è in Nato Black, l’esterno è in Dark Grey F.S. 36176 della Hataka A158.



Stesso iter per il vano carrello anteriore, che una volta finito lascia poco alla vista avendo il portello principale sempre chiuso a terra. L’ho voluto comunque dettagliare con le fotoincisioni Eduard, sperando che a modello finito qualcosa tra la gamba di forza si potesse intravedere.



Infatti, è proprio tra la gamba del carrello e il suo braccetto che traspare un elemento importante ma trascurato dalla GWH, la scatola dell’ASP. È un sistema che monitora tutti gli apparati avionici dell’aereo, posto nella parete sinistra, riportando eventuali anomalie leggibili subito dagli specialisti durante il controllo a terra.

Montaggio, vani carrello principale e scarichi:

Ora si può procedere alla costruzione della parte anteriore del modello che, onestamente, mi aspettavo sarebbe filata liscia vista la qualità degli incastri fin qui sperimentata. Così non è stato.



Le due valve della fusoliera anteriore si chiudono abbastanza bene richiedendo pochi aggiustamenti nei punti di giunzione, ma i portelli del vano avionica del radar combaciano male risultando non perfettamente in squadro. Ho dovuto eseguire molte prove a secco per trovare un allineamento decente, ma si è reso necessario stuccare il bordo inferiore a causa di una vistosa fessura. Anche il radome non va in battuta perché leggermente più stretto ai lati (anche se è bastato carteggiarne il bordo per sistemare il problema). Prima di incollarlo ho inserito dei piombini da pesca per evitare che il modello, alla fine, si poggiasse sulla coda (le istruzioni non lo indicano, n.d.r.).

Con la sezione anteriore completa ho potuto dedicarmi a quella posteriore, che si compone di diverse parti. Nella superficie superiore sono presenti diverse prese d’aria o sfiati, alcuni dei quali li ho sostituiti con quelli provenienti dalle fotoincisioni Eduard.



Le prime si trovano sopra agli intake principali, di forma quadrata; altre due poco più indietro, a ridosso delle bocchette mobili che servono a regolare il flusso d’aria in aspirazione, mentre la più grande è quella sopra la sede del cannone M61A1 che serve a farne uscire calore e gas durante il funzionamento. Ho provveduto, quindi, a liberare le sedi per le griglie foto incise prima di posizionarle, assottigliando anche la plastica internamente in modo da avere un migliore effetto profondità.



Tra le derive, a metà tra le gondole dei motori, c’è un piccolo foro ovale che rappresenta lo sfiato superiore del JFS (jet fuel starter). Ho preferito liberarlo dallo stirene per inserirci, internamente, una retina sottile dando una resa più soddisfacente. Nella vasca inferiore c’è un altro sfiato per lo scambiatore di calore posto in prossimità delle prese d’aria, anche questo sostituito con una fotoincisione. Lo scarico APU posto inferiormente appare appena accennato con un “cerchio” inciso, ed è assolutamente improponibile per un kit di questo livello!



Ho aperto la sua sede e vi ho inserito una sezione di sprue dallo spessore adeguato, sagomandolo e forandolo fino ad ottenere un tubicino con la giusta angolazione e dal profilo sottile. L’ho fissato internamente con l’aiuto del Milliput, dal momento che non ci sono punti di ancoraggio, creando un “anello” di supporto solido e sicuro.



Le prese d’aria dei motori sono incernierate nella parte inferiore, in questo modo possono regolare il flusso d’aria in ingresso durante i vari inviluppi, muovendosi verso il basso. Al loro interno è presente una rampa, anche questa mobile, che ho sostituito con quella finemente riprodotta dalla Eduard. Nota importante: a motori spenti le prese d’aria sono sempre in posizione completamente aperta, ossia alzate, per abbassarsi solo nel momento della messa in moto muovendosi indipendentemente l’una dall’altra. I condotti d’aspirazione sono composti da due parti l’uno, combaciano bene ma la plastica è piuttosto sottile e morbida; ho, quindi, optato per l’incollaggio con la cianoacrilica per rinforzare la struttura, stuccando già così la linea di giunzione ed eliminando, sempre con lo stesso collante, i vistosi segni degli estrattori.



Stendere la vernice in un condotto così lungo e stretto non è facile e ho dovuto riprenderla diverse volte. Ho utilizzato il Surface Primer 1500 White della Gunze che è già del colore corretto e, stendendolo per velature, mi ha permesso anche di sistemare piccoli difetti di montaggio. Il tutto è stato, poi, carteggiato e lisciato con della carta abrasiva finissima attaccata ad uno stecchino con cui ho raggiunto il “tubo” da un estremo all’altro.



Altra lavorazione complessa è la verniciatura della porzione anteriore col grigio delle superfici esterne, non è stato affatto semplice mascherare correttamente avendo poco margine di manovra per gli spazi molto esigui. Successivamente, con calma e attenzione, ho spruzzato il grigio chiaro della mimetica nel condotto, l’FS-36251 Mr. Paint (MRP-094). Ho completato l’intake col primo stadio del compressore, molto ben realizzato già da scatola, scomposto in due parti che ho verniciato in Dark e White Aluminium Alclad.



Prima di incollare i condotti alla valva inferiore, ho provveduto ad eseguire una prova a secco di tutta la fusoliera includendo anche la sezione inferiore delle ali e le stesse prese d’aria. Tutte le grandi aspettative che avevo sul kit sono scemate costatando che… non combacia quasi nulla. Con calma ho esaminato bene la situazione cercando di applicare degli aggiustamenti mirati al fine di non ricorrere a stuccature e carteggiature pesanti, salvaguardando le tante pannellature. Trovata la quadra ho proceduto in questo modo:

I primi elementi da inserire sono i condotti che, per allinearsi correttamente col labbro anteriore (necessitano comunque di un filo di stucco – personalmente ho usato il Mr. Surfacer 1000 per raccordare) in prossimità delle cerniere delle prese d’aria, devono essere tenuti circa due millimetri più alti dietro. Hanno due punti di appoggio già previsti dalla GWH che è bastato spessorare con dei listelli di Plasticard.



La conformazione caratteristica del cassone inferiore della fusoliera fa si che i fianchi tendano a “chiudersi” troppo verso l’interno collimando male col dorso. L’ho dovuto allargare inserendo degli spessori in legno tra i condotti e l’anello che funge da invito per il troncone anteriore che comprende cockpit e muso. Ho anche verniciato in nero opaco le aree sottostanti le griglie in modo che non si intraveda il colore della plastica del fondo a modello finito.



Con queste accortezze il tutto va insieme al meglio e la sezione anteriore calza bene in quella posteriore, ma anche qui è bene effettuare le canoniche prove a secco per verificare che l’accoppiamento si allinei soprattutto dove si trovano le cerniere per il tettuccio e l’aerofreno. Su questo pezzo si trova anche lo scambiatore di calore secondario, dal quale entra l’aria per raffreddare abitacolo ed avionica, e l’antenna TACAN rimossa a favore di quella in fotoincisione. Fissando tutto a regola d’arte anche l’aerofreno si incastra alla perfezione, avendo deciso di posizionarlo chiuso per non compromettere le linee filanti dell’aereo.



Ho proseguito col montaggio dei flap, non prima di averli ripresi tutti e riprofilati a causa dello spessore imbarazzante dei bordi d’uscita (altra pecca dell’Eagle GWH).

Le derive combaciano bene e mi sono limitato a dettagliarle con le antenne della KopeckyScaleModels, finemente riprodotte, con le piastre di rinforzo in fotoincisione della Eduard e con i rivetti in positivo della Archer (AR88146) posizionati dove tralasciati dalla ditta cinese.




Approfondendo lo studio del velivolo ho appreso che spesso vengono installate delle placche di rinforzo per contrastare la fatica strutturale delle cellule. Queste sono concentrate soprattutto nella zona centrale, in prossimità delle prese d’aria. Tali accorgimenti non sono standardizzati e differiscono da velivolo a velivolo; ho dovuto esaminare accuratamente tutte le foto del mio esemplare (in particolare quelle in controluce dove si notano meglio) per studiarne forme e posizioni. Fortunatamente nel mio caso non sono poi numerose e alcune sono già presenti nel set fotoincisioni Eduard, così ho iniziato a incollarle sulle superfici sagomandole, dove occorreva, con delle lime per portarle al profilo corretto. Quelle non disponibili le ho riprodotte con del nastro di alluminio adesivo.



I piloni della Kopecky, come anticipato, sono davvero molto belli e dal dettaglio precisi; stesso discorso per i rail LAU-128. Una volta rimossi dalla materozza li ho assemblati e vi ho steso una mano di Surfacer 1000 Gray della Gunze che ha messo ancora più in evidenza i tanti particolari.



I vani carrello principali del kit hanno un dettaglio basico ma, fortunatamente, i portelli anteriori a terra sono sempre chiusi e l’attuatore della gamba di forza è di notevoli dimensioni e va a coprire quasi del tutto il fondo dell’alloggiamento…peccato, però, che di questo elemento non ci sia neanche l’ombra nel kit! L’ho ricostruito posizionando a secco il carrello stesso (per capire il giusto ingombro) e tagliando delle sezioni di tubicini Evergreen di diverso diametro in modo da ottenere la giusta lunghezza. I braccetti di controventatura e i compassi anti-torsione sono stati rimpiazzati in fotoincisione, ben più sottili e in scala; ai portelli sono stati eliminati i ganci di chiusura già stampati per far posto a quelli in PE.



La gamba del carrello anteriore ha il braccetto liscio e pieno, mentre in realtà la metà che rimane a vista ha un profilo ad H con dei fori di alleggerimento. Ho tagliato la parte interessata per modificarla, prestando attenzione a non comprometterne la solidità. Dalla mia banca dei pezzi ho trovato una sezione del profilo corretto e, una volta tagliata e forata con una punta da 0.2mm, l’ho inserita nella sede originale migliorando notevolmente la resa del pezzo. A completamento ho aggiunto i fari d’atterraggio con i relativi cavi elettrici. Il portello del vano anteriore, come quelli posteriori, ha visto la sostituzione dei perni di rotazione con quelli foto incisi. La Eduard, oltretutto, nel proprio Big set fornisce le facce interne dei portelli su cui sono ben riprodotte tutte le file di rivetti. Non ho potuto far altro che mettere mano anche alle baie, ricostruendo la struttura interna con dei sottoli listelli di Plasticard, dei cavi con filo in alluminio e dei regolatori del flusso di carburante posti nel lato interno (ben visibili e di colore rosso). Le ruote in resina Reskit appaiono davvero ben fatte. Sono scomposte con i cerchioni separati dagli pneumatici per facilitarne la verniciatura. Le gomme sono in nero Gunze H-77, mentre il battistrada l’ho ripreso in grigio H-306 molto diluito, spruzzato per velature fino a quando il grado di lumeggiatura mi soddisfaceva. La gamba del carrello anteriore va fissata prima di proseguire con l’assemblaggio finale poiché il portellone anteriore è sempre chiuso, a terra, e risulta impossibile montarla in fase finale. Tale scelta della GWH mi ha costretto a prestare ancor più attenzione mentre maneggiavo il modello durante la verniciatura.

Gli scarichi Aires sono finemente riprodotti e resi ancor più dettagliati dalla mancanza dei petali esterni che ne coprono i meccanismi di apertura e chiusura. Il lavoro più delicato sta nel fissare tutti i braccetti degli attuatori foto incisi della Eduard, che ho preferito a quelli in resina perché molto più sottili. Un velo di Surfacer 1500 White ha preparato gli scarichi per la colorazione, iniziata dall’interno in Off White H-21 Gunze. L’ultimo stadio della turbina è in Dark Aluminum Alclad mentre la struttura in fotoincisione davanti ad essa in Interior Green Gunze H-59.



Una volta lucidati con l’X-22 Tamiya, ho ripreso tutti i dettagli con un lavaggio in Bruno Van Dick ad olio aggiungendo tutte le tracce scure di gas incombusti con le polveri del Weathering Master Set Tamiya B (applicate, però, sull’opaco altrimenti non riescono ad aggrapparsi correttamente). L’esterno invece è in Metallo Scuro Testor, della linea Metalizer, che una volta lucidato dà un effetto molto realistico. Gli anelli, invece, li ho ripresi con delle velature leggere in Dark Aluminium Alclad. Piccole sfumature con le polveri del Weathering Master Set D hanno completato gli exhaust, ulteriormente definiti con un dry brush leggero in grigio medio ad olio per enfatizzare tutti i dettagli dei meccanismi (bisogna rimanere leggeri con gli effetti per non far virare troppo i colori metallici di base).



Ho terminato tutti gli altri componenti, come i serbatoi che ho voluto realizzare prima di verniciare il resto del modello per testare le tinte scelte, il weathering e i lavaggi. Ammetto che su questi ho voluto forzare un po’ la mano scolorendoli e sporcandoli più del previsto per dare un po’ di movimento alla mimetica!

Verniciatura e decal:

Ho iniziato dal radome, in F.S. 36118 Gunze H-305, dato su una base nera (black basing) per “giocare” con sfumature e contrasti. Dopo averlo mascherato, ho steso sul mio Eagle una base leggera e molto diluita in grigio H-306 Gunze: questa ha funzionato anche da primer per controllare, un’ultima volta, le linee di giunzione e le pannellature. Ho proseguito con un leggero pre shading in H-331 Gunze su cui ho steso il grigio più chiaro della mimetica, il F.S. 36251 della Mr. Paint (MRP-094).



Il grigio più scuro (Dark Grey F.S. 36176), invece, sul velivolo reale si differenzia in base a dove viene ritoccato. Studiando le foto ho potuto constatare che la sporcizia e i fluidi idraulici tendono a scurirlo nel tempo. Nel mio caso, ad esempio, le derive presentano un tono più chiaro rispetto al resto dell’aereo segno che sono state riverniciate di fresco in occasione del cambio di insegne. Per tale motivo ho dovuto differenziare i toni facendo delle prove colore e, alla fine, ho optato per l’AK Real Color RC248 per gli impennaggi verticali e per l’Hataka A158 sul resto del modello. Le linee di demarcazione tra le vernici le ho riprodotte con il Patafix rifacendomi alle tante foto reperibili anche on line per riportarle fedelmente in scala. Una volta terminata la verniciatura della mimetica, ho rimosso le mascherature e aggiunto delle lumeggiature con del grigio di base schiarito e spruzzato a bassa pressione.



Sul fianco sinistro, tra la presa d’aria e l’abitacolo, c’è un pannello cannibalizzato da un altro velivolo. Lo si nota per le tonalità leggermente diverse e il differente andamento dei grigi del camouflage. Ovviamente, non ho perso l’occasione per riprodurre anche questo particolare. Sul muso, nella zona anteriore in prossimità del radome, ci sono le antenne EWWS (Electronic Warning War fare System) che ho verniciato in grigio H-331 e H-305.



A questo punto mi sono dedicato alle aree in metallo naturale delle gondole motori. Dopo aver isolato con attenzione il resto del modello per evitare fastidiose infiltrazioni (i colori metallici tendono ad infilarsi ovunque), ho dato una base in White Aluminium AK 478. A seguire ho mascherato tutte le linee dei rivetti con del nastro Tamiya da 1mm e ho aggiunto vari riflessi con le lacche della Alclad, quali il Pale Burnt Metal e Dark Aluminium, fino ad ottenere l’effetto desiderato.



In prossimità del JFS ho realizzato i fumi di scarico, con lo Smoke Tamiya X-19, e le sfumature della cottura del metallo in Clear Blue X23 e Clear Orange X-26. Ho ultimato la lavorazione aggiungendo ulteriori piccole sfumature in prossimità degli scarichi con le polveri del Weathering Master Set D della Tamiya. Le walkway sulle prese d’aria e gli stabilizzatori, pur avendole in decalcomania, ho preferito aerografarle col nero H-77 Gunze.



A seguire ho verniciato le luci di navigazione in verde e rosso, e steso diverse mani di lucido Tamiya X-22 fino ad ottenere una superficie liscia ed omogenea utile alla posa delle decal. Come anticipato, queste sono della Furball e hanno una buona qualità. Reagiscono bene ai prodotti ammorbidenti della Microscale e si applicano senza problemi ricalcando bene le forme e le pannellature del modello. Ho protetto tutto con un’altra velatura di lucido in previsione, poi, della fase dei lavaggi.



Gli F-15 sono tenuti sempre in ottime condizioni dagli specialisti ed è raro vederli sporchi. Quindi, non mi sono discostato dalla realtà optando per un weathering bilanciato e non esagerato. Ho iniziato dal grigio più chiaro della mimetica usando il Bruno Van Dick mixato con un po’ di nero. Sul grigio più scuro il mix l’ho scurito ulteriormente per raggiungere il giusto contrasto. Le pannellature GWH sono molto sottili e in alcuni punti la presa del colore risulta un po’ ostica, richiedendo di ripetere più volte i passaggi. La resa finale è comunque molto gradevole.



Nelle zone metalliche ho usato il Bruno Van Dick puro, creando anche qualche leggera striatura oleosa subito dietro i vani carrello principali.



La finitura definitiva l’ho ottenuta mediante l’Alclad Klear Kote Flat ALC-314 che ha un poter opacizzante davvero molto buono. Una volta asciutto (impiega pochi minuti) ho aggiunto dello sporco di calpestio degli specialisti in prossimità del cockpit, dell’aerofreno (non sulla superficie mobile che è una zona “no step”), sulle ali e dentro le walkway degli stabilizzatori, picchiettando della polvere nera dei Weathering set Tamiya con dei micro-brush di diverso spessore. Ho ripreso le luci col trasparente lucido, aggiunto i pitot ai lati del muso, i ganci dei missili in fusoliera inserendoli in maniera casuale in quanto non sono fissi, il gancio d’arresto e gli scarichi, per poi finire con, serbatoi, tettuccio, e carrelli.



A proposito di quest’ultimi, sono in bianco (XF-2 Tamiya) e per mettere bene in evidenza i tanti dettagli stampati su di essi, o aggiunti come descritto sopra, ho usato il Panel line black della Tamiya. Lo preferisco agli oli perché con un pennellino inumidito di acquaragia riesco a eliminare subito ogni residuo, lasciando una linea sottilissima ma ben visibile sul fondo bianco.



Le gambe del carrello sono sempre tenute pulite allo scopo di controllare tempestivamente eventuali perdite d’olio; quindi, non ho insistito con sporcature o trafilamenti. Anche su questi pezzi ho utilizzato l’opaco Alclad completando, poi, gli ultimi dettagli dipingendo a pennello gli steli delle sospensioni in Silver AK True Metal e aggiungendo le fascette Remove Before Flight della Eduard (49103) che hanno dato un ulteriore tocco di colore.



Il modello è così finito e si possono tirare le conclusioni. L’F-15C della Great Wall Hobby è un buon kit nonostante richieda un po’ di manualità ed esperienza per un montaggio ottimale. Nonostante il costo, lo stampo necessita di qualche aftermarket per colmare i piccoli difetti e mancanze che ho evidenziato nel corso di questo articolo. In ogni caso, giunto alla fine, ne risulta un bel modello dalle forme corrette e ben rifinito in ogni suo particolare.



Ho realizzato il mio Eagle esattamente come me lo aspettavo, dando un degno tributo ad un aereo che ha solcato i cieli europei per 45 anni. Ora, ogni volta che lo guarderò in vetrina ricorderò quei momenti in cui passava sopra la mia testa in avvicinamento alla base di Aviano, potendo ancora sentire nella mia testa il sibilo dei suoi motori in arrivo e il loro fragore in accelerazione…un vero Grim Reapers!

Buon modellismo a tutti.

Fabio “Jolly Blue” Barazza

Kit Review – F-35B Lightning II Italeri in scala 1/48.

Annunciato con largo anticipo alla fine del 2021, dopo mesi di attesa l’Italeri ha iniziato la vendita dello stampo dedicato all’F-35B. A livello modellistico la versione STOVL del velivolo multiruolo di casa Lockheed era quella più sguarnita, con la sola scatola della Kittyhawk (oramai introvabile per la cessata attività del produttore cinese) disponibile nella scala 1/48; a dirla tutta in circolazione vi è ancora il Panda Models, che non prenderemo neanche in considerazione perché uscito troppo in anticipo rispetto agli esemplari di serie e attinente al prototipo X-35.

Ecco, quindi, che l’uscita del new tool della ditta di Calderara di Reno ha rappresentato, sin dall’inizio, un’opportunità per i tanti modellisti di portarsi a casa un modello, presumibilmente allo stato dell’arte, che prometteva bei dettagli e un corredo di opzioni davvero interessanti. Le aspettative sono state soddisfatte? Se avrete la pazienza di leggere questa recensione lo scoprirete.

Partiamo subito da un fermo presupposto: il kit viene commercializzato ad una cifra di poco superiore ai 70€ (salvo pre-order o scontistiche dei vari negozi), somme che non eravamo abituati a vedere applicati ai prodotti Italeri. Tale ammontare ha sorpreso molti appassionati (anche all’estero, leggendo i vari forum dei paesi anglosassoni) che da subito hanno iniziato a sperare in un kit “Tamiya quality”, come più di qualcuno ha scritto. Ma passiamo all’esame dei pezzi…


Molti di questi, purtroppo, presentano dei fastidiosi segni di ritiro dello stirene o degli estrattori in punti che rimarranno comunque in vista.

Oltre a quanto detto, si notano anche delle zone dove il dettaglio e le pannellature perdono di definizione e/o spessore; è il caso, ad esempio, di una delle bombe JDAM o del condotto del motore dove i bulloni in prossimità della linea di giunzione tendono ad appiattirsi. A proposito del condotto, l’accoppiamento delle due valve, nonostante l’allineamento dato dai pin di riscontro, è comunque molto impreciso (addirittura la centina dello snodo, indicata dalla freccia in rosso, non è continua tra le due parti) e questo costringe il modellista ad un tedioso lavoro di stuccatura e carteggiatura che, inevitabilmente, porterà ad una perdita dei particolari.

I petali dell’exhaust sono, tutto sommato, buoni ma lo spessore della plastica è tale da vanificare quasi del tutto la bontà del pezzo. I portelloni che chiudono il motore nella parte inferiore, invece, hanno un dettaglio interno e spessori abbastanza di fantasia, oltre ai bordi con profili non proprio come il vero:

Fonte theaviationist.com – Credit to Roberto Resnigo

Gli pneumatici sono rappresentati con un effetto peso davvero esagerato, a tal punto che sembri mancare un pezzo del battistrada. Per sanare la situazione sarà indispensabile ricorrere ad un set aftermarket in resina, purtroppo.

Parlando dell’abitacolo, il cruscotto ha qualche approssimazione (in particolare manca il pannellino con gli switch evidenziato in foto), mentre il seggiolino è accettabile pur avendo qualche vizio sulla forma dei rostri frangi-plexiglass e sul retro del poggiatesta.

In fotoincisione sono fornite anche le cinture di sicurezza per completarlo, ma la loro fattura non è eccelsa.

Sulla vasca nulla da segnalare ma è stata omessa la sede di uno dei ganci di chiusura del canopy che sul reale sono in totale quattro (Italeri ne ha rappresentate solo tre per lato)

Sulla palpebra è stampata una pannellatura non completa che si “perde” nello stirene (evidenziata nell’immagine). Il difetto è presente su entrambi i lati.

L’alloggiamento della ventola alle spalle del cockpit ha un buon dettaglio ma le sedi dei chiavistelli, che assicurano il portellone una volta chiuso, mancano totalmente del meccanismo e relative guarnizioni (evidenziate in foto dalla freccia arancione). Sempre a proposito del portellone, i rinforzi stampati sul lato interno appaiono troppo pronunciati rispetto al reale e carenti delle tante viti che fissano il pannello, mentre i braccetti di rotazione con gli attuatori idraulici risultano approssimativi e sproporzionati.


Buono il vano e la scaletta di accesso anche se con qualche semplificazione che vedete nella foto sotto.

Le stive armamenti lasciano qualche perplessità a causa della quasi totale assenza dei condotti idraulici e dei fili elettrici. C’è da dire che quelle reali sono molto affollate e stampare tutti i cavi e accumulatori di pressione sarebbe stato praticamente impossibile da parte della Italeri, ma quei pochi riprodotti sullo stirene hanno degli andamenti alquanto dubbi e fanno apparire le baie parecchio spoglie.

Belli, al contrario, i braccetti dei portelloni; meno belli quelli dei rail dei missili che, oltretutto, hanno una forma non proprio realistica (freccia arancione nelle foto nel batch qui sopra).

I carrelli sono tra le noti più dolenti del kit. Sono carenti di alcuni cinematismi, dei ganci “tie down” per l’ancoraggio a terra o sui ponti delle unità navali ma, soprattutto, le linee idrauliche (direttamente stampate) sono veramente approssimative; alcune si interrompono senza connettersi ai raccordi, altre hanno uno schema di pura fantasia. In generale l’aspetto che restituiscono è molto approssimativo e converrà eliminare tutti i dettagli per auto costruirli con materiali più idonei (come i classici fili di piombo o rame) e più in scala. Da segnalare anche che le gambe di forza principali si presentano molto “magre” come diametro risultando esili.

Gli armamenti forniti nel kit offrono vasta scelta per varie configurazioni e sono di buona fattura (apprezzabile anche la possibilità di optare per il gun pod). Purtroppo, le stesse considerazioni non valgono per i piloni subalari che sono carenti delle tante viti a testa piatta e dell’hinge point dove si infila il perno per la corretta separazione dei carichi esterni.

Una delle caratteristiche più evidenti degli F-35 (tutte le versioni) sono i pannelli RAM (Radar Absorbent Material) applicati sulle superfici dei velivoli. Guardando il kit il loro spessore appare decisamente esagerato per la scala del quarto di pollice ma, in ogni caso, il problema è facilmente risolvibile carteggiando le “costolature” per riportarle alle giuste dimensioni. Quello che non è ovviabile con facilità è l’errata conformazione di alcuni (troppi) di questi pannelli:

Come si nota nell’immagine numero 2 (evidenziate in verde), le difformità sono molte e per sanarle occorre eseguire un lavoro molto oneroso a carico del modellista.

In giallo, invece, è lo scarico dell’Auxiliary Power Unit. Anch’esso è molto abbozzato ed errato nella sagoma.

In rosso è marcata la posizione del Radar Reflector (il dispositivo è utilizzato per rendere visibile il velivolo quando non opera in bassa osservabilità radar) e di una piccola bugna, entrambi gli elementi sono stati riprodotti in posizione troppo avanzata rispetto alle baie armamenti.

Sul dorso la situazione è quasi peggiore, con i pannelli contraddistinti dalla lettera A e B (nella foto numero 1) che sono incisi quando dovrebbe essere in positivo, seppur meno pronunciato.  I due Radar Reflector superiori, sul vero quasi allineati alle derive, sono invece troppo spostati all’esterno. Modificare la loro posizione non è comunque possibile perché tutto il disegno dei pannelli radar assorbenti è troppo largo e andare a toccarlo significherebbe dover rifare tutti i dettagli sul dorso. Per dovere di cronaca, e per nostra curiosità, abbiamo controllato anche il “fratello minore” in 1/72 della stessa Italeri riscontrando molti degli errori riportati su questo 1/48 (eppure, all’epoca della sua prima uscita, la quasi totalità delle recensioni avevano usato toni molto entusiastici e non segnalavano le inesattezze).

Concludiamo accennando alle decal che sono stampate dalla Cartograf: sature e ben in registro, più di qualche dubbio permane sul grigio più chiaro delle coccarde italiane che contrasta molto poco con la tonalità del disco più esterno.

In conclusione, questo kit lascia l’amaro in bocca per molti motivi: il prezzo a cui viene proposto sarebbe giustificato solo da un’accuratezza e una precisione dei dettagli che, lo ripetiamo, non abbiamo purtroppo riscontrato. Con dei costi di acquisto minori siamo (quasi) sicuri che più di qualche appassionato avrebbe chiuso un occhio ma, data la situazione, non si può non storcere il naso e sorvolare sulle tante carenze.

Non vi è dubbio che questo prodotto otterrà comunque un buon successo commerciale (del resto l’F-35 è il velivolo del momento ed è stato adottato da paesi con un importante bacino di modellisti pronti a mettere mano al portafogli), ma viene spontaneo chiedersi… perché non fare le cose per bene e, finalmente, realizzare quel salto di qualità che porterebbe l’unica ditta italiana a competere (realmente) con i competitor esteri?

In chiusura, vi lasciamo anche un link per un ulteriore spunto di riflessione. CLICK QUI.

Buon modellismo.

Foto: Jacopo Ferrari.
Testo: Jacopo Ferrari e Valerio D’Amadio.

www.modelingtime.com/forum