Durante il mio ultimo viaggio a Londra, come sono solito fare, ho approfittato di qualche ora libera per fare visita al mitico shop di Hannants nel quartiere Colindale, facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici e distante pochi metri dal museo della RAF di Hendon (un must per appassionati e modellisti, se non ci siete mai stati ve lo consiglio caldamente). Tra le molteplici scatole in vendita c’era questo soggetto della Academy (re-box Accurate Miniatures) che mi faceva l’occhiolino dallo scaffale, ma senza ancora convincermi del tutto. Giusto uno stand più in giù, neanche a farlo a posta, si intravedeva un bellissimo foglio decal della “Yellow Wings” per realizzare, appunto, i Vindicator con le colorazioni US. Navy pre-guerra. Segno del destino? Colpo di fulmine?
Il dio del
Modellismo deve avermi indicato la strada in quel momento e alla fine… mi sono
portato a casa kit e decalcomanie! Ed è qui che è iniziata l’avventura…
L’SB2U-1 Vindicator non è di certo un velivolo blasonato e conosciuto come i coevi Dauntless o Helldiver, ma anche lui si ricavò una fetta di gloria combattendo nel Pacifico e arrivando fino alla Battaglia di Midway quando, da lì in poi, fu relegato a compiti di seconda linea e addestramento. Più che le forme, non proprio accattivanti, mi hanno convinto le bellissime livree in alluminio e Orange Yellow dell’U.S. Navy che questo bombardiere in picchiata ha portato durante gli anni ’30 e immediatamente prima del secondo conflitto mondiale.
Le versioni
SB2U-1/2 erano quelle “pre-war” assegnate sia alle unità di addestramento
piloti (California), sia a quelle imbarcate sulle portaerei Saratoga, Ranger e
Lexington. Le differenze rispetto la variante SB2U-3 proposta dalla Academy
consistevano nella forma dei piani di coda, nell’armamento e nel motore (la “3”
era più performante), tutte modifiche facilmente realizzabili per eseguire il
“down grade” alla versione SB2U-1. A dire il vero la Accurate aveva in catalogo
anche la versione corretta per il mio soggetto ma il prodotto risulta,
purtroppo, introvabile oramai da anni.
L’esemplare
che ho scelto è il Bu.No. 0757 appartenuto al VB-2 e di stanza sulla U.S.S. Lexington
durante il 1939.
Il Kit:
La scatola
da me scelta è quella con codice 480200.
Nella sua confezione la ditta coreana ha aggiunto anche una lastrina foto-incisa per le cinture di sicurezza ed un foglietto con le maschere pretagliate per il canopy, assolutamente obbligatorie per questo genere di modello. La qualità delle stampate è davvero buona e nonostante gli anni le stampate hanno ancora una finezza dei dettagli e una nitidezza invidiabile. C’è da dire, però, che il kit non è assolutamente adatto per un neofita a causa di alcune soluzioni costruttive proposte, ma di questi problemi parlerò più avanti nell’articolo.
Coloro che
leggono i miei articoli sulla Home Page di Modeling Time sapranno che non sono
solito arricchire eccessivamente i miei modelli di aftermarket; anche in questo
caso ho assecondato le mie abitudini acquistando solo il sopracitato foglio
della Yellow Wings cod.: 48008. Studiandolo meglio ne ho apprezzato la
logica con cui è strutturato, con i Buzz Number (numeri di matricola) e i codici
individuali ordinati in base allo Squadron e alla portaerei di
appartenenza; ma soprattutto suddivisi per colorazione della coda e della
fascia in fusoliera, infatti, sono rimasto piacevolmente colpito sia dalle
ricerche storiche della ditta, sia dalla schematizzazione delle informazioni nelle
istruzioni.
Per la
cronaca, i reparti proposti sono:
VB-2: per gli esemplari imbarcati
sulla Lexington con simbolo di riconoscimento in fusoliera raffigurante Bellerofonte
e Pegaso.
VB-3: per gli esemplari imbarcati
sulla Saratoga, il cui simbolo di riconoscimento era il “Top Hats” o
“Tophatters”.
L’unica
pecca dell’accessorio, con mia sorpresa, è la totale assenza dei simboli dei
reparti ed è per questo motivo che ho dovuto acquistare il foglio della Techmod
cod.48804. Anche questo ben fatto con cinque esemplari realizzabili all’interno.
Montaggio:
Prima di far
partire ufficialmente il montaggio ho messo mano alla naca motore riproducendo
le piastre di rinforzo che erano appena accennate. Allo scopo ho utilizzato del
Plasticard sottile su cui, inoltre, ho aggiunto le rivettature.
A questo
punto, come di consueto, ho separato le numerosissime parti che compongono il
cockpit che già da scatola ha un buon dettaglio.
Dopo averle
ripulite dalle bave del polistirene in eccesso, ho verniciato tutta la zona con
del White Aluminium AK che si è mostrato ottimo per questo genere di superfici.
Le centine le ho messe in evidenza con del Burn Iron Alclad per riprodurre
delle ombre, infine i lavaggi ad olio in Bruno Van Dyck scurito con del nero
hanno fatto il resto.
Le cinture
in PE sono state di grande aiuto donando molto realismo. Le ho dipinte con il Dark
Earth Gunze e sono state sottoposte, anch’esse, al classico washing in bruno
medio; dopo una mano di trasparente opaco Alclad vi ho applicato sopra un dry
brush in beige della Lifecolor. Le fibbie sono in Silver Vallejo.
Ciò che mi
ha divertito riprodurre è stato il piano di calpestio del mitragliere di coda
che nella realtà era ligneo. Mi sono aiutato con set “Weathered Wood” della
Life Color, utilissimo per questo scopo.
Sebbene
questo velivolo non fosse armato era provvisto di postazione del mitragliere
che ho arricchito con le fotoincisioni da scatola. Lungo il longherone di
appoggio ho anche aperto i fori di alleggerimento della struttura.
Divertente è
stato anche dipingere il pannello strumenti, in nero opaco, sul quale ho
adottato la tecnica del dry-brush (per mettere in risalto i dettagli) con tinte
grigio chiaro e grigio topo, entrambe Vallejo. Mi sono aiutato anche con gli indicatori
in decal della Airscale per simulare i quadranti e completare il tutto.
Il cockpit
si può definire ultimato, con tutte le sue parti assemblate è davvero
d’effetto.
Inserire il
complesso che forma l’abitacolo al proprio posto non presenta grossi problemi
fatta eccezione per il cruscotto. Esso è composto di due consolle, una
superiore ed una inferiore, collegate da due braccetti paralleli fra loro; vi
consiglio di dividerle ed incollarle separatamente poiché da scatola le parti
tendono a rimanere troppo alte e non permettono la corretta chiusura delle semi
fusoliere.
Nella foto
sopra vedete i pezzi dopo il piccolo intervento. La freccia verde, inoltre,
indica un piccolo spessore in Plasticard che ho inserito per evitare che le
centine si chiudessero troppo verso l’interno del cockpit anteriore.
È arrivato
anche il momento del motore cui, tramite un trapanino a mano, ho praticato dei
piccoli fori per inserire i cavetti delle candele riprodotti con del sottile
filo di rame. Le aste dei bilancieri, invece, sono ricostruite con dei rod in
polisterene.
Successivamente
l’ho verniciato con il White-Aluminium Alclad ed ho diversificato i toni con
lavaggi ad olio di varie tonalità piuttosto scure.
I cavi sono in un beige “caramello” della Lifecolor.
La fase più
critica di questo modello è quella dell’unione tra le ali e la fusoliera dov’è
necessario lavorare sugli ingombri asportando della plastica dalla sezione
inferiore della carlinga dove sono presenti i due riscontri piatti. Così
facendo si riduce l’altezza della fusoliera stessa portandola a filo con le ali
e scongiurando la formazione di anti estetici gradini. Per un primo incollaggio
ho scelto la colla ciano acrilica e, solo dopo aver verificato il corretto
diedro, ho saldato tutte gli elementi con abbondanti spennellate di Tamiya
Extra Thin Cement che è filtrata per capillarità. Con questo metodo ho garantito un
accoppiamento quasi perfetto ed ho dovuto utilizzare solo un filo di Mr.
Surfacer 500 per eliminare delle piccole fessure.
Più
complesso, invece, è stato l’inserimento della fusoliera inferiore; in assenza
di perni di riscontro ho incollato due striscioline di Plasticard all’interno
in modo che il pezzo non annegasse completamente, bensì rimanesse in squadro.
Prima di
procedere oltre ho eseguito, finalmente, gli interventi necessari per il
downgrade del kit allo standard SB2U-1: ho eliminato le volate delle armi poste
verso l’estremità (quelli interni erano comparti utili per il faro
d’atterraggio e per la cinemitragliatrice) e stuccato i relativi fori di
espulsione dei bossoli stando ben attento a non rovinare il bel dettaglio di
superficie limitrofo.
Un’importante
correzione da fare, inoltre, è la modifica dei piani di coda. Nell’immagine
sotto salta subito all’occhio la differenza tra le due superfici quindi, armato
di seghetto a mano e molta pazienza, ho tagliato via le zone indicate in rosso
e accorciato i pezzi.
I
trasparenti hanno un fitting davvero mediocre. La parte anteriore è stata
stuccata con Milliput e levigata con cotton fioc inumidito di acqua. La parte
centrale, invece troppo larga, l’ho assottigliata e dopo averla incollata alla
fusoliera è stata stuccata con la ciano acrilica. A proposito del cupolino
fisso, gli SB2U-1 non avevano frame di rinforzo sul plexiglass e quelli
presenti li ho eliminati con della carta abrasiva. Per donare nuova lucentezza
ai vetrini ho utilizzato, come al solito, la cera Future.
A montaggio
concluso ho steso una mano di primer per controllare che tutto fosse in ordine;
ho usato il Mr. Surfacer 1000 diluito al 70% con diluente nitro, ottimo ed
economico, che ha messo in evidenza alcuni piccoli difetti prontamente ripresi.
Successivamente una nuova mano dello stesso prodotto ha pareggiato e uniformato
le zone su cui ero intervenuto con delle carteggiature… questo passaggio è
fondamentale poiché la finitura metallica non ammette imperfezioni.
Verniciatura:
All’epoca il
velivolo era dipinto con una vernice protettiva in alluminata che, però,
reagiva diversamente in base al materiale su cui aggrappava: sulla tela tendeva
ad essere più chiara, sul metallo si scuriva leggermente. Per questo motivo ho
differenziato la fusoliera (rivestita in tela, per l’appunto) spruzzandovi
sopra il White Aluminium AK, mentre sui pannelli metallici ho preferito il Dark
Aluminium sempre AK. Per le ali in Orange Yellow, la coda in giallo e la fascia
rossa in fusoliera ho scelto i seguenti riferimenti:
FS 13655: Tamiya X-8 “Lemon
Yellow”.
FS 11136: Gunze H-327 “Insigna
Red”.
FS 13538: 19 gocce di Tamiya X-8 + 2
gocce di Gunze H-327. Subito dopo, ho applicato qualche velatura molto
leggera e molto diluita di Tamiya X-8.
Sulle zone telate delle ali ho provveduto a mettere in risalto le centine
mascherandole e spruzzando a ridosso una miscela col colore di base schiarito e
ben diluito.
Con molta attenzione ho posizionato le decal della Techmod e quelle della
Yellow Wings, previa lucidatura di tutto il modello con lucido Gunze H-30
diluito con il Mr. Levelling Thinner.
Dopo aver sigillato nuovamente le insegne con un altro strato di Gunze
H-30 ho eseguito i lavaggi ad olio per mettere bene in risalto le pannellature:
sulle ali ho optato per un grigio medio mentre sulle zone metallizzate ho preferito
il Bruno Van Dyck.
La scelta della finitura finale è stata molto importante per evitare di
appiattire troppo gli effetti e, soprattutto, far virare l’alluminio su un tono
troppo grigio. Per questo motivo ho usato due trasparenti satinati differenti:
Mr.
Paint Satin Coat: steso solo sulle ali e sulla coda, mi piace
quell’effetto lucido, delicato, che riesce a dare.
Mig
Satin Coat: acquistato tempo fa giusto per provarlo, si è
rilevato un ottimo prodotto. Sulle zone metallizzate si comporta bene, il
metallo rimane vivo e non eccessivamente opaco.
Dopo aver scartato anche i trasparenti, mi sono dedicato anche ad altri
dettagli, quali ruote, carrelli ed elica.
In particolare mi sono soffermato sugli ammortizzatori, la cui molla è
stata sostituita con del filo di rame di opportuno diametro.
Le varie parti sono state verniciate in Aluminiun AK e successivamente
hanno ricevuto un lavaggio in Bruno Van Dyck ad olio.
Anche il tubo di pitot l’ho rifatto da zero utilizzando un rod in ottone di opportuno diametro e del filo di rame inserito al suo interno. Il gancio di arresto è stato migliorato sostituendo la barra principale con una sezione di ottone e utilizzando solo l’estremità di aggancio in plastica del kit.
L’elica, verniciata in White Aluminium, ha le tip in rosso, blu e giallo dipinte ad aerografo. Per definire il modello concluso ho dovuto solo aggiungere il filo elastico della SBS per simulare le antenne.
Ringrazio tutti i ragazzi, o meglio, gli amici, del Forum di Modeling Timeper avermi aiutato in questa piccola impresa, al di fuori dei miei soliti schemi, con i loro preziosissimi consigli e commenti ricevuti durante il work in progress. E come sempre, vi invito ad inscrivervi nel nostro forum, dove la plastica è soltanto l’inizio!
Dunque, che cosa aspettate ad aprire il vostro primo WIP?!?!
Saluti dallo Stretto di Messina! Roberto “rob_zone” Boscia
L’Apache è senza dubbio l’elicottero da combattimento più
famoso al mondo e, proprio in questi giorni, ha varcato l’invidiabile soglia
dei 44 anni dal primo volo avvenuto nel 1975.
Le sue forme muscolose e spigolose, che lo fanno sembrare un carro armato volante, catturano da sempre la mia attenzione scatenando tantissime fantasie modellistiche. Alla prima occasione ho acquistato il kit di montaggio e ho iniziato la costruzione di uno dei soggetti che non potevano assolutamente mancare nella mia collezione!
Il modello:
L’Hasegawa è la ditta di riferimento per riprodurre un
AH-64. In catalogo ha numerosi prodotti dedicati all’Apache sia nella 1/72, sia
nella 1/48 che è poi la mia scala preferita. Tra le tante scatole a disposizione
ho scelto quella contraddistinta dal codice PT23 dedicata alla variante D.
Aprendo la confezione si rimane colpiti dalla pulizia degli
stampi con pannellature molto sottili, precise e un elevato numero di rivetti
stampati sulle superfici. Proprio loro sono la croce e delizia di questo
modello poiché in fase di montaggio bisognerà prestare ancora più attenzione a
non rovinarli o cancellarli.
Anche i trasparenti sono limpidi, senza segni degli
estrattori e con la possibilità di rappresentare gli sportelli di accesso alle
cabine in posizione aperta. Il foglio decalcomanie è il vero punto debole del
kit perché le decal sono spesse e il film abbastanza esteso. Inoltre, ma ne
parlerò più avanti in questo articolo, ci sono degli errori storici circa
l’esemplare da me scelto che andranno necessariamente sanati. Ad ogni modo le
insegne da applicare sul mio Apache saranno molto poche per cui ho deciso di
non acquistare un aftermarket e di utilizzare il contenuto della scatola.
I cockpit sono già abbastanza dettagliati (a parte i
seggiolini blindati con le cinghie già stampate e che non danno da subito una
buona impressione) ma, ovviamente, tutto è migliorabile. Per questo motivo mi
sono messo alla ricerca di qualche accessorio scegliendo, nel vasto panorama
delle ditte modellistiche, il set di fotoincisioni interne dalla Eduard
(Cat.no.FE201). Esse comprendono, oltre alle cinture molto ben dettagliate e
pre-colorate, anche qualche particolare per le consolle laterali, pedaliere, antenne
e flood light esterne.
Il cannone M-230E1 Chain Gun automatico da 30 mm è uno dei
tratti distintivi di questo elicottero e non si può non dedicargli la giusta
attenzione. Per questo ho deciso di scartare i pezzi del kit acquistando, senza
pensarci due volte, il bellissimo set AM-48-125 della Master in ottone tornito
e resina. Nella stessa confezione la ditta ceca fornisce anche l’antenna radio
VHF/AM/FM a frusta in coda e i due pitot.
L’abitacolo è ben visibile grazie anche alle generose
dimensioni e ai vetri ampi, tuttavia è completamente nero quindi necessita di
un pizzico di attenzione in più per non rischiare di renderlo piatto e senza
volumi.
Dietro il pilota, ai lati, passano dei cavi che poi
scompaiono tra le imbottiture fonoassorbenti e che ho riprodotto con dei fili
in rame e acciaio, assieme a delle scatole di derivazione in Plasticard.
Alcuni dettagli vanno eliminati per essere sostituiti da
quelli fotoincisi come la tastiera sul lato sinistro di entrambi gli abitacoli,
le pedaliere e le cinture dei seggiolini. Sulla seduta e sullo schienale di
quest’ultimi ho riprodotto la trama dei cuscini che li rivestono praticando
tante piccole e leggere incisioni con un cutter affilato.
A questo punto ho steso su tutti i pezzi una mano di Nato
Black Tamiya (ho scelto questa tinta al posto del nero opaco classico per
rispettare l’effetto scala), poi ho creato zone di luce schiarendo le parti
centrali di ogni sezione con del grigio Gunze H-331 molto diluito. Ho colorato
tutti i tasti in rilievo con del grigio chiaro a pennello, passaggio lento ma
facile perché questi sono molto ben realizzati e ben definiti.
Ad asciugatura completa ho aggiunto le fotoincisioni pre colorate,
comode e di sicuro effetto, terminando con il trasparente opaco della Alclad passato
su tutto. Ho anche messo in evidenza i vari dettagli e ho dato maggior volume
alle forme utilizzando la tecnica del dry brush con il grigio del Weathering
Set E Tamiya.
Gli schermi multi funzione, che sono grandi e ben visibili,
li ho riprodotti con dei vecchi negativi fotografici ritagliati a misura e
incollati con la colla trasparente – la resa è perfetta!
Fusoliera:
Prima di chiudere le due semi fusoliere è bene ricordarsi
di aprire tutti i fori per l’alloggiamento delle varie antenne e pitot e
predellini. La carlinga combacia molto bene ma, data la presenza di tantissimi
rivetti in positivo nei pressi della linea di giunzione, ho comunque eseguito
tantissime prove a secco allo scopo di ridurre al minimo l’uso dello stucco e
della carta abrasiva. Per l’incollaggio ho utilizzato la colla Tamiya Extra
Thin Cement che ha lasciato le zone di contatto pulite e senza sbavature.
Inferiormente la fusoliera è chiusa da un ampio inserto che
comprende anche parte degli sponson laterali, esso purtroppo non si incastra a
dovere e mi ha costretto ad eseguire molti aggiustamenti per metterlo
correttamente in squadro (se non si pone attenzione in questo passaggio si
corre il serio rischio di disallineare anche i carrelli). Consiglio di
incollare il pezzo in questione in accoppiata alle carenature laterali in modo
da avere un riscontro immediato degli allineamenti.
Le fessure, piccole a dire il vero, che si sono formate ho
preferito riempirle con la colla liquida Faller; questa, usata al posto del
classico putty, scioglie la plastica e crea un piccolo “cordolo” in rilievo che
poi è possibile carteggiare. Una volta lisciato il gap assume la stessa
consistenza e finitura dello stirene del modello sparendo del tutto sotto la
verniciatura.
Antenne,
rotori e armamento:
La base del rotore si compone di pochi pezzi tra cui un
cilindro in gomma che permette la rotazione del mozzo, è quindi importante non
dimenticarlo! L’ho verniciata in verde Gunze H-330 su una base nera opaca
sfruttando la tecnica del Black Basing.
Le grandi vetrature degli abitacoli si innestano bene negli
scassi e necessitano di poco stucco (ho utilizzato quello della Squadron) solo
nella parte anteriore, sotto il blindovetro. Prima di incollarle ho provveduto
a verniciare i montanti interni con il Nato Black Tamiya. Lungo la fusoliera ci
sono numerose maniglie che sono sfruttate dagli equipaggi per la salita nella
cabina di pilotaggio o dagli specialisti per raggiungere le gondole delle
turbine ed altre zone soggette a manutenzione. Per farle sembrare quanto più in
scala le ho riprodotte con del filo d’acciaio armonico piegato usando una di
quelle in plastica del kit come dima.
Tenete presente che i loro alloggiamenti saranno troppo
larghi dato che lo spessore finale dei pezzi è notevolmente più piccolo; per
ridurlo ho proceduto incollando i predellini in posizione con un velo di
cianoacrilica poi, con molta attenzione, ho fatto scivolare una goccia di
Faller all’interno che sciogliendo la plastica ha colmato il buco.
Il rotore principale e quello di coda si compongono di
varie parti minuziose e alla fine il dettaglio risulta molto pregevole, senza
bisogno di aggiunte. Ho anche assemblato i due tubi lanciarazzi da 70 mm che
andranno a comporre l’armamento del mio Apache assieme a due missili Hellfire.
Il cannone ha una struttura tubolare per il controllo dell’arma
in plastica che comprende anche la culatta ed altri meccanismi; questa è
l’unica parte del kit che rimarrà intatta, il resto l’ho tagliato via per far
posto al bellissimo set della Master già citato.
L’area nel muso subito dietro la torretta del TADS non è
stata granché curata dall’Hasegawa e, sebbene rimanga quasi invisibile data la
presenza dei sensori, ho deciso comunque di metterci mano. Partendo da una
sezione di serbatoio proveniente dalla mia banca dei pezzi ho ricostruito la sagoma
concava della sede e, sia sotto che sopra, ho aggiunto diversi dettagli
studiando le foto che ho salvato dalle varie ricerche on line.
Verniciatura:
A questo punto ha inizio la verniciatura! Ho steso una
prima mano di fondo in Sandy Yellow H-79 Gunze per dare già un aspetto sabbioso
al modello e dopo un rapido controllo alle stuccature (per fortuna non ho
rilevato alcun problema), ho eseguito un pre shading in Brown Gunze H-310 lungo
rivetti e pannellature.
Durante le varie sessioni in rete alla caccia di
documentazione non avevo mai trovato una foto specifica del mio esemplare per
cui, giocoforza, ho preso come riferimento immagini di altri Apache dello
stesso reparto e dello stesso periodo temporale. Ho notato che alcune aree
degli elicotteri sono più soggette ad usura e risultano più chiare rispetto al
colore di fondo quindi ho selezionato delle zone specifiche che ho verniciato
in Ghost Grey Gunze H-306. Altri punti, al contrario, li ho ricoperti col Dark
Green Gunze H-330 per simulare delle pannellature sostituite o ridipinte di
fresco.
Per continuare il processo ho spruzzato su tutto il modello
l’Olive Drab Gunze H-304 molto diluito, con velature leggere e senza coprire
del tutto le “patch” di vernice già presenti. Ho anche aggiunto degli spot di
marrone scuro e di XF-62 Tamiya cercando di dare un movimento randomico alle
macchie e amalgamando, di volta in volta, gli effetti già realizzati.
A seguire ho caricato nuovamente l’aerografo con l’H-330 e
ho riprodotto delle chiazze irregolari piccole e nette soprattutto nei punti
d’attacco delle semi ali, sulle carenature laterali e sulla deriva; per questa
fase mi sono avvalso della comoda e pratica mascherina fotoincisa commercializzata
dalla RB Production, il risultato è molto convincente!Alcuni punti più in ombra
li ho ripresi con del verde più scuro, l’Humbrol 66, dando ancora maggiore
profondità ai sottosquadri.
Le pale del rotore sono nere e le ho verniciate dapprima
con una base in Dark Grey Gunze H-331, poi col Nato Black steso con mani
leggere a bassa pressione e ricreando delle strisce di colore parallele al
senso del moto per simulare l’invecchiamento dato dallo sfregamento dell’aria.
Le bande in prossimità degli scalini di salita e sulle
gondole motore ho preferito verniciarle dato che sono lineare e semplici da
mascherare (col nastro Tamiya); sono tutte in nero opaco.
A questo punto la verniciatura del mio Apache può
considerarsi quasi conclusa. Ho sigillato il modello con quattro/cinque mani di
trasparente lucido Alclad che svolge benissimo il proprio compito ma è uno
smalto, quindi fate attenzione a non utilizzare lavaggi ad olio diluiti con
thinner sintetici… pena la sverniciatura delle zone interessate. Personalmente
opto sempre per le tempere ad acqua in questi casi.
Decal,
aggiornamento del modello e lavaggi:
La posa delle decal ha richiesto solo poche ore di lavoro
dato che esse rappresentano un esiguo numero di stencil, la scritta “United
States Army” sulla fusoliera e il numero di matricola in coda.
A proposito del numero di matricola… non contento della mia
ricerca storica sono stato colto dal dubbio di aver commesso qualche errore sul
mio modello o che, peggio, l’Hasegawa avesse completamente sbagliato le
decalcomanie attribuendo il seriale di un altro velivolo al mio elicottero. Per
questo motivo ho chiesto aiuto ad un amico che, dopo varie ricerche incrociate,
è riuscito fornirmi indicazioni specifiche sull’Apache che stavo per terminare mostrandomi,
oltretutto, una foto chiara che mi ha fatto notare tantissimi dettagli da me
tralasciati.
Di fatto l’AH-64D 96-5006 fu costruito come un AH-64 A (con matricola iniziale 83-23797) e consegnato all’U.S. Army nel 1983. Il 22 giugno del 1999, mentre era assegnato alla B Company del 1st Battalion – 227th Aviation Regiment di stanza a Fort Bliss (Texas), subì un incidente e fu ritirato dal servizio. Nel 2003 venne nuovamente ricostruito e convertito in un AH-64D Longbow Block II presso lo stabilimento della Boeing di Mesa, in Arizona. Probabilmente a ridosso del 2012 l’esemplare protagonista di questo articolo è stato nuovamente aggiornato integrando delle caratteristiche dei Longbow Block III (che dal 2012 in poi sono stati ri-designati ufficialmente AH-64E Guardian) ma non si hanno notizie certe circa questo ulteriore upgrade.
Conscio di queste nuove informazioni mi sono trovato di
fronte ad un bivio: rimuovere il serial number sulla deriva per rimpiazzarlo
con un altro codice di un elicottero con allestimento (antenne, contenitori di
contromisure ecc.) simile a quello proposto dall’Hasegawa, oppure modificare ed
aggiungere i dettagli mancanti per portare il mio modello allo standard che il
mio esemplare mostrava nella foto di qualche riga sopra?
Valutando tutti gli aspetti e rischi, alla fine ho deciso
di intraprendere la seconda strada e scegliendo di rappresentare il mio AH-64D
com’era nel giugno del 2009. All’epoca la macchina era equipaggiata con la
nuova suite di autoprotezione HIDAS, un nuovo lanciatori chaff & flare sul
troncone di coda e nuove antenne tra cui una (vistosissima) per le
comunicazioni satellitari subito sotto gli scarichi delle turbine. Per finire,
anche il rotore aveva caratteristiche diverse e non presentava il bulbo del
radar di scoperta chiamato, appunto, “Longbow”.
Motivato dalle notizie ho iniziato ad auto costruire tutti
gli elementi mancanti. I bulbi dell’HIDAS, che è un sistema di contromisure a
protezione di minacce derivanti da missili IR e/o a guida laser, sono
installati sul muso e sui travetti degli armamenti (più altri sono integrati
alla sommità dell’impennaggio ma sono già stampati sul kit). Li ho realizzati
tagliando delle sezioni di un missile AMRAAM di recupero e lavorandone le basi
con un Dremel in modo da ottenere una forma squadrata. Sulla faccia esterna ho
aggiunto due tondini prelevati da una vecchia foto incisione.
La base per l’aggancio della scatola contromisure l’ho
derivato da due rettangoli pieni di Plasticard, le altre piccole antenne da
sezioni sottili dello stesso materiale con spessore da 0,2 mm. La struttura
sopra il rotore l’ho realizzata con dei cilindri infilati l’uno dentro l’altro
e tagliati a misura. Il più grande è il pezzo previsto dall’Hasegawa e che
funge da base per il Longbow, il più piccolo è tubicino dell’inchiostro di una
penna a sfera.
L’antenna SATCOM ha una forma particolarissima ed è quella
che mi ha dato più grattacapi…! Per simularla ho ritagliato due piccole
fascette provenienti, ancora una volta, dalla cornice di una fotoincisione e le
ho avvolte attorno a un pennello fino a farle quasi chiudere. Successivamente
ho incollato (con cianoacrilica) i due lembi all’estremità sovrapponendoli
leggermente e infilandoci da sotto un filo in acciaio di sostegno. Fortunatamente
foto dell’antenna se ne trovano e essendo accanto gli scarichi non risulta
difficile ricavare le giuste proporzioni (alla fine il pezzo è alto circa 4.5
mm e ha una circonferenza di circa 2 mm).
Ogni elemento è stato provato svariate volte nella propria
sede in quanto l’incollaggio doveva essere perfetto per evitare sbavature o,
peggio, necessità di stucco e carta abrasiva (non proprio il massimo con la
verniciatura praticamente completa). I pezzi sono stati poi verniciati con mano
ferma e aerografo con ago da 0.15… grazie anche all’invecchiamento abbastanza
pesante che ho dato al modello, le modifiche si sono integrate perfettamente e
non si notano differenze nella finitura finale.
Qualche accenno sulle decalcomanie Hasegawa è doveroso
riportarlo. Come note esse sono spesse reagiscono poco ai prodotti Micro SET e
Micro SOL, quindi per farle aderire correttamente occorre ammorbidirle
parecchio e impiegare una buona dose di pazienza. È fondamentale evitare il
silvering soprattutto perché alcune insegne vanno a ricoprire molti rivetti,
che sono in positivo. Il gradino che formano rimane vistoso una volta
posizionate sul modello, per questo è importante livellarlo con generose mani
di lucido.
Per dargli un maggior effetto “painted on” le ho desaturate
con delle velature leggere di Olive Drab simulando, nel contempo, anche le
caratteristiche sbiaditure delle insegne che spesso si notano sui soggetti
reali. Per i lavaggi ho usato i colori a tempera, come base il
nero di seppia tagliato con un pò di marrone.
Ultimi
ritocchi:
Finalmente sicuro e tranquillo del risultato, ho steso il Flat
della Alclad che restituisce una finitura opaca e molto realistica a mio avviso.
Con la polvere verde del Weathering Set Tamiya D ho
lumeggiato tutti gli spigoli e i rivetti evidenziando ulteriormente le forme
dell’elicottero. Col set E ho trattato le razziere e gli scarichi che sul
Longbow sono chiamati “Black Hole”.
Gli pneumatici, stampati con l’effetto peso, sono in Tire
Black Gunze e il battistrada l’ho schiarito e messo in evidenza con dei
gessetti per belle arti color marrone e grigio. Una volta aggiunti i
trasparenti delle luci di posizione e del TADS, gli sportelli del cockpit
aperti (al loro interno ho aggiunto le maniglie di apertura che ho ricostruito con
lo stesso metodo già descritto sopra) e i rotori… il mio AH-64 si può
dichiarare ufficialmente finito!
Ambientazione:
L’Apache è un modello che si presta bene ad un’ambientazione, ho deciso quindi di provare a costruire una semplice basetta con qualche complemento che gli rendesse giustizia!
Partendo da una base in legno che fa anche da cornice, ho aggiunto un foglio in plastica rugosa, che riproduce bene l’effetto dell’asfalto, tagliato a misura. Su di esso ho tracciato le linee del tarmac incidendole con uno scriber. A questo punto ho verniciato il fondo con diversi toni di grigio tenendo, però, i bordi dei piastrelloni più scuri. Ho anche aggiunto segni di pneumatici, le linee di rullaggio in giallo e qualche sporcatura/colatura d’olio.
Nell’angolo in alto a sinistra ho riprodotto una porzione di terreno arido mediante il Terrain Light Earth della AK, che è un’ottima base di partenza. Ho inserito un po’ di erba e qualche sfumatura marrone ad aerografo.
Dal set “Nas Flight Line” della Verlinden ho prelevato il bidone e il tacco blocca ruota. I piloti sono della Plus Model, molto belli ma hanno richiesto delle modifiche alla tuta poiché destinati al Cobra. Li ho anche completati aggiungendo la visiera, che ho riprodotto con del film negativo per fotografie, sagomate sul casco (ricordatevi che lateralmente, sulla destra, è presente la sagoma dove si innesta il puntatore oculare del TADS).
Il veicolo è un Hummer Humvee M988 della Tamiya, disponibile in versione trasporto truppe con panche o struttura telonata, ed è veramente un gioiellino!
Non essendo ambientato in teatro operativo ho scelto una versione completamente scoperta, con colorazione desertica.
Il montaggio è veloce e preciso come ci ha da tempo abituato la casa giapponese, ho solo aggiunto dei dettagli a livello di cinture di sicurezza costruite con una strisciolina di nastro kabuki per le fibbie e filo sottile in rame sagomato per i ganci.
La struttura del sotto scocca è in Nato Black mentre la parte superiore in Light Sand LP-30 entrambi Tamiya. Entrambe i toni sono stati trattati con diversi strati leggeri di sabbia, marrone e grigio per lumeggiarli e dare maggiore profondità alle superfici. Qualche piccola scrostatura in Silver AK sul pianale e nel battitacco accanto ai sedili ha completato la colorazione.
I vetri si inseriscono ad incastro, cosa molto buona visto che non hanno il profilo da colorare, mentre per gli specchietti ho preferito applicare una carta cromata che riflette molto bene la luce.
Una volta opacizzato tutto ho usato i vari Weathering Set Tamiya per sporcare ulteriormente il mezzo donandogli un effetto molto morbido e realistico.
Conclusioni:
Hasegawa ha creato senza dubbio un ottimo kit, pieno di dettagli e di facile costruzione. La vera carenza sta nella ricerca storica che il produttore ha fatto e che ha indotto in errore moltissimi modellisti (a giudicare dai lavori che ho trovato in rete). Mai come in questo caso mi è stato chiaro come la documentazione sia una delle basi di questo hobby ed è indispensabile per ottenere una buona e fedele riproduzione in scala. Senza il reperimento delle informazioni avrei commesso una serie di sviste col risultato di ottenere un modello completamente sbagliato… una cosa è certa, ho imparato la lezione. Non commettete il mio stesso sbaglio, mi raccomando!
In definitiva, e con piacere, ora ho un’Apache in vetrina… e
di questo non posso che ringraziare il mio amico Valerio per il prezioso aiuto.
Il 19 ottobre 1973 la Libia
intraprese un’azione unilaterale volta ad estendere il limite delle proprie
acque territoriali rivendicando l’intero Golfo della Sirte come territorio
nazionale. Il leader Mu’ammar Gheddafi fissò il confine tracciando una linea di
base della lunghezza di 302 miglia nautiche coincidente con il parallelo 32°
30′ N detta “linea della morte”, il cui attraversamento avrebbe
comportato un’immediata reazione militare.
La decisione del paese nordafricano violava le norme del vigente diritto internazionale in materia di delimitazione delle acque territoriali e fu di conseguenza disconosciuta da quasi tutti i governi del mondo. In particolare la reazione degli Stati Uniti fu immediata e la U.S. Navy iniziò a condurre delle missioni “FON” (Freedom Of Navigation) all’interno dell’area reclamata dalla Libia per dimostrare l’infondatezza delle pretese avanzate. In due occasioni, tra il 1973 e il 1980, caccia libici aprirono il fuoco contro ricognitori americani: la prima volta contro un C-130, la seconda contro un EC-135, mancando i bersagli in entrambi i casi.
Nell’agosto del 1981 il neo eletto presidente Ronald Reagan decise di intensificare le operazioni dispiegando nell’area le portaerei USS Forrestal e USS Nimitz; come risposta la Libia rischierò un gran numero di velivoli nella zona, tra cui Mirage V, Mig-25, Mig-23, Mig-21 e SU-22. Il 18 agosto ci fu il primo confronto tra i due schieramenti quando un gruppo di 32 aeroplani libici, composto da vari Foxbat, Fishbed e Mirage, tentò di forzare il blocco di alcuni Tomcat e Phantom posti a difesa della flotta. Dopo svariate manovre per tentare di ottenere una posizione di supremazia, lo scontro si risolse in un nulla di fatto e i velivoli rientrarono alle rispettive basi. Ma il giorno successivo gli avvenimenti presero una piega differente…
Il 19 agosto l’F-14A AJ107, codice di chiamata radio Fast Eagle 107, del VF-41 “Black Aces” fu lanciato dal ponte della USS Nimitz per una missione CAP (Combat Air Patrol) a largo della Libia; ai comandi il Tenente Larry “Music” Muczynski e il Naval Flight Officer Tenente James Anderson. Dopo il primo rifornimento in volo i piloti si diressero verso la zona denominata CAP Station 4, dove si ricongiunsero con un altro Tomcat del VF-41, l’AJ102 – Fast Eagle 102 – pilotato dal comandante di gruppo Cdr Henry “Hank” Kleemann e il Tenente David “DJ” Venlet. Dopo 45 minuti nella zona a loro assegnata i due Tomcat virarono a sud per l’ultima orbita della CAP prima di fare rotta verso il tanker per il secondo rifornimento, quando Venlet nel Fast Eagle 102 rilevò una traccia radar in avvicinamento da uno degli aeroporti libici che stava controllando. Pochi secondi dopo anche Anderson acquisì il segnale confermando che due aerei nemici stavano puntando la coppia di F-14. Kleeman assunse il comando della formazione mentre Muczynski si separò portandosi a due miglia ad ore sei dal leader, circa 800 metri sopra di esso. Man mano che la distanza diminuiva gli F-14 cercarono di guadagnare una posizione favorevole di attacco ma ad ogni manovra i velivoli libici rispondevano annullando il vantaggio degli americani; entrati in un raggio di circa 8 miglia Kleemann avvistò i due ostili identificandone almeno uno come Sukhoi 22 Fitter, l’altro come probabile Mig-23 Flogger (la storia ci insegna che entrambi fossero in realtà SU-22). Contemporaneamente Muczynski iniziò una lunga virata per posizionarsi ad ore 4 rispetto i due Su-22. Quando l’AJ-102 arrivò a circa 1000 piedi di distanza uno dei due Fitter libici fece fuoco con un missile che passando sotto il Tomcat si perse mancando nettamente il bersaglio. A questo punto fu chiaro che l’atteggiamento degli avversari era ostile e secondo le regole d’ingaggio previste gli americani erano autorizzati a rispondere immediatamente senza ulteriori autorizzazioni. Subito dopo l’attacco i Fitter aprirono la formazione salendo con il leader che virava verso sinistra e il gregario a destra: sfruttando la sua posizione Muczynski picchiò bruscamente virando a sinistra verso il capo formazione, seguito da Kleemann che copriva il lato cieco. Dopo alcuni istanti lui stesso, notando che la posizione dell’AJ-107 era ottimale, tornò indietro verso il gregario che in quel momento era contro sole e non poteva essere inquadrato con precisione; attese, quindi, qualche istante e a circa tre quarti di miglio lanciò un AIM-9L dal pilone sinistro che esplose a pochi metri dal Su-22 danneggiando parte della coda. L’impatto delle schegge distrusse il vano del parafreno che si aprì in volo facendo precipitare il velivolo con una lenta spirale; il pilota riuscì ad eiettarsi con successo.
Nel frattempo l’AJ-107 si avvicinò ulteriormente al Fitter del leader che aveva completato la manovra ascendente e si stava preparando a virare per scendere nuovamente verso i due Tomcat ma, poco prima che potesse iniziarla, “Music” riuscì a posizionarsi perfettamente ad ore sei sparando il Sidewinder dalla Station 1A (medesimo pilone da cui era partito l’ordigno di Kleemann) che centrò in pieno l’ultimo SU-22. Il missile si infilò direttamente nello scarico facendo esplodere il Sukhoi in tanti piccoli pezzi; Music temette di risucchiarli nelle prese d’aria del suo F-14 danneggiando i motori per cui eseguì una violenta cabrata di 6g per allontanarsi immediatamente. All’apice un mezzo tonneau si portò di nuovo in vista del Su-22 che stava precipitando in mare; Il pilota tentò di eiettarsi ma il paracadute non si dispiegò uccidendolo all’impatto con la superficie dell’acqua.
La durata totale del combattimento fu di soli 45 secondi, in questo breve lasso di tempo l’AJ-102 e 107 divennero i primi Tomcat al mondo ad abbattere due aeroplani nemici entrando di fatto nella leggenda!
Un interessante estratto delle comunicazioni radio di quel fatidico giorno le potete ascoltare QUI!
Il modello:
I conflitti del medio oriente sono, da sempre, un argomento che mi affascina e stimola la mia curiosità. Per tale motivo l’idea di realizzare in scala uno dei due F-14 protagonisti del così detto “incidente del Golfo della Sirte” mi ronzava in testa già da parecchio tempo. L’uscita del kit Tamiya ha dato ulteriori input a tale progetto, tanto che alla fine mi sono convinto di metterlo sul banco e testare io stesso l’eccelsa qualità del prodotto di cui tutti, e non solo sul web, tessono le lodi. Ho deciso di riprodurre il Fast Eagle 107, il velivolo di Muczynski e Anderson, perché tra i due è quello che modellisticamente trovo più interessante per tutta una serie di motivi che spiegherò nel corso di questo articolo… se avrete pazienza di proseguirne la lettura!
L’F-14A Bu. No 160390- AJ107 (appartenente al Block 95) fu commissionato nell’anno fiscale 1976. Assegnato al VF-84 a gennaio del 1978 fu poi trasferito al VF-41 “Black Aces” dove divenne, come riportato nell’introduzione, un Sukhoi Killer. Per riprodurlo nella scala del quarto di pollice la scatola Tamiya 61114 è praticamente già pronta e dispone di (quasi n.d.r.) tutto il necessario per un Tomcat delle prime serie costruttive.
Lo stampo è, senza dubbio, bellissimo con pannellature delicatamente incise e particolari finissimi. Alcune soluzioni di montaggio proposte dalla casa di Shizuoka lasciano piacevolmente stupiti e, in generale, la scomposizione dei pezzi è veramente ben studiata (anche se un paio di scelte, a mio avviso, sono poco logiche… parlerò anche di questo).
Ovviamente anche un modello “perfetto” a mio avviso è “perfettibile”, per cui ho deciso di dotarmi di alcuni aftermarket come mia abitudine. Ecco la lista:
Aires 4713 Exhaust Nozzle Varied: gli scarichi da scatola sono senza dubbio già belli… ma comunque non paragonabili a quelli in resina della Aires. Ho scelto il set che prevede uno scarico aperto ed uno chiuso, posizioni che normalmente assumevano a terra e che derivavano dalla caduta di pressione del circuito idraulico. Anche questa è una delle caratteristiche peculiari del famoso caccia della Grumman.
Aires 4715 Cockpit Set: posso affermare con assoluta certezza che questo è, contemporaneamente, l’abitacolo più bello e più complicato da adattare su cui io abbia mai lavorato. Ha un dettaglio e una nitidezza che non avevo mai visto nei precedenti accessori della ditta ceca ma richiede un impegno molto gravoso per poter essere inserito all’interno delle fusoliere.
CrossDelta CD48002 Anti-Skid/Formation Lights: questo set contiene le zone anti sdrucciolo che erano applicate sopra le prese d’aria. Sono in alluminio adesivo e riproducono benissimo il rivestimento “anti skid” dei tamponi. Sono fornite anche le piastre di rinforzo dei predellini di salita all’abitacolo e le luci di formazione, entrambi non utilizzati sul mio modello.
Hobby Decal 48003M1 Alpha Probe: la sonda è tornita in metallo e molto resistente agli urti (testata personalmente!) ma è ideata per il vecchio kit Hasegawa. Può essere utilizzata anche sul Tamiya ma questo comporta un non facile lavoro di adattamento, al suo posto consiglio l’utilizzo del prodotto Master 48007.
Brassin 648304 F-14A Wheels EARLY: poca spesa, molta resa. Consigliate per dare un tocco di dettaglio in più al modello finito!
Brassin SIN64828 Weapons Set + Brassin 648029 AIM-9L Sidewinder: i due set in accoppiata includono tutti gli armamenti per l’AJ-107. Nel BigSin 64828 sono presenti gli AIM-9G/H non utilizzabili dato che gli abbattimenti avvennero grazie a due AIM-9L. A conti fatti sconsiglio l’acquisto di questi prodotti, spiegherò il motivo in un capitolo a parte.
Quickboost 48831 Tail Reinforcement Plates: le piastre di rinforzo sulle derive dei Tomcat furono installate a partire dal 1978 ed entro il 1981 quasi tutti gli esemplari ne erano provvisti. Il Fast Eagle 107 rientrava tra questi e devono, quindi, essere aggiunte al kit che rappresenta le derive “early.
Eduard EX540 Express Mask: nella confezione la Tamiya già fornisce un set di mascherine adesive per i trasparenti che però, a differenza delle Eduard, devono essere ritagliate dal modellista.
Eduard 49096 F-14A Fabric Seatbelts: le cinture di sicurezza in tessuto danno veramente una marcia in più ai seggiolini rispetto a quelle fotoincise incluse nel set Aires. Davvero consigliate!
Furball F/D&S 4808: il foglio decal è di ottima qualità ma presenta degli errori che tratterò nel corso dell’articolo.
Cockpit:
Come scritto qualche riga sopra, l’abitacolo presenta una difficoltà tale nell’inserimento che merita un discorso a parte. Attualmente sul mercato esistono due accessori dedicati: quello oggetto di questo capitolo e il Brassin. Il secondo è basato sulle vasche da scatola e si innesta senza ulteriori adattamenti nelle fusoliere, ma è meno dettagliato e soprattutto non fornisce la struttura interna del canopy che la Aires ha rappresentato in maniera davvero eccellente! Posso tranquillamente affermare che la mia scelta è stata quasi del tutto influenzata dalla presenza di questo elemento.
Le operazioni di adattamento hanno avuto inizio con l’asportazione dei riscontri originali e l’assottigliamento della plastica dove indicato dalle frecce azzurre. Munitevi di una buona mascherina e di tantissima pazienza perché sarà necessario eliminare molto materiale in eccesso.
In particolare devono essere
ridotti gli spessori degli scassi per i predellini di salita altrimenti la
fusoliera viene sottoposta ad una pressione laterale eccessiva da parte
dell’abitacolo.
La vasca originale poggia sul
complesso del pozzetto carrello anteriore che, in pratica, funge anche da perno
di riscontro per l’intero abitacolo. Nel tentativo di recuperare quanti più
decimi di millimetro possibili in altezza ho dovuto limare le zone indicate in
foto. Ho anche asportato i due perni centrali poichè interferivano con il
blocco Aires; in ogni caso, ai fini dell’allineamento questi non risultano
fondamentali (al contrario degli altri).
Dopo aver trattato la plastica sono passato alla resina iniziando a ridurre l’altezza della vasca che, come scritto sopra, è un blocco unico. Dalla sua base alla piastra del cannone del seggiolino eiettabile del pilota deve misurare al massimo 1,65 cm per poter entrare correttamente nel proprio alloggiamento. Qualora si rimanesse al di sopra il cockpit risulterà troppo alto non permettendo alle paratie laterali e ai frame di battuta del canopy di incastrarsi a dovere. Ricordatevi che in questa fase è fondamentale eseguire decine e decine di prove a secco per controllare le dimensioni delle varie parti in gioco!
Purtroppo per raggiungere tale
valore è inevitabile “bucare” il pavimento dell’abitacolo anteriore che è
impreziosito da un bel dettaglio interno. Per non perderlo del tutto ho
asportato la “sfoglia” di resina utilizzando un bisturi affilato prima che si
frantumasse del tutto, poi l’ho incollata nuovamente su un supporto in
Plasticard dopo aver terminato tutte le necessarie modifiche.
Le frecce in rosso indicano i
punti in cui alla vasca è stata data una forma tondeggiante per conformarsi
meglio alla fusoliera, quelle in giallo indicano degli scassi al cui interno
possono incastrarsi i perni del pozzetto carrello.
A questo punto ho verniciato
tutto con il Dark Compass Ghost F.S. 36320, Gunze H-307; è d’obbligo precisare
che l’abitacolo dell’F-14 era in grigio F.S. 36231 ma tra lavaggi e
invecchiamento il tono utilizzato è comunque convincente. Le consolle laterali
sono in nero Vallejo a pennello, i vari pulsanti il Silver Grey Vallejo più
qualche elemento in rosso e giallo (pochi e sempre in accordo con la
documentazione).
Sulla vernice non protetta ho
eseguito il classico “washing” con un grigio abbastanza scuro ad olio (mix di
Bianco di Marte e Nero Avorio Maimeri); sulla paratia laterale sinistra,
anteriormente, era presente una sacca porta documenti che ho verniciato in
Olive Drab Vallejo. Alla fine ho protetto con una mano abbondante di Flat Clear
H-20 Gunze diluito con la nitro al 70%.
I tanti dettagli dell’abitacolo
sono stati messi in evidenza con la tecnica del dry brush che personalmente
eseguo sempre con colori ad olio puri prelevati direttamente dal tubetto (il
pennello deve essere molto scarico durante l’esecuzione). Sulla strumentazione
ho usato un grigio medio mentre sul resto della vasca ho preferito direttamente
il sopracitato bianco.
Inoltre ho eseguito una profilatura con nero Vallejo molto diluito lungo le incisioni che simulano lo stacco dei vari pannelli sulle consolle laterali. Per l’operazione ho sfruttato la punta sottile di un pennello doppio zero, la tecnica ha contribuito a dare maggiore profondità e definizione a tutta la vasca.
La palpebra del cruscotto del pilota è leggermente più corta del previsto e lascia intravedere un antiestetico vuoto dopo aver montato il parabrezza, per tale motivo l’ho allungata di quel tanto che basta utilizzando la pasta bi-componente Magic Sculpt. Una volta asciutta l’ho modellata e carteggiata per farla sembrare il naturale prolungamento del pezzo.
Rimanendo sulle palpebre, quelle dei
primi Tomcat erano ricoperte, in gran parte, da teli scuri fatti di un materiale
simile alla pelle che nascondevano i cablaggi della strumentazione; le “coperte”
erano molto soggette all’azione del sole e, soprattutto, della salsedine che le
scoloriva facendole tendere al verde violaceo già dopo pochi mesi. A seguito di
svariate prove con i vinilici Vallejo ho trovato la mescola indicata qui sotto:
Il colore è stato successivamente
trattato con dei washing abbastanza pesanti in Bruno Van Dyck e, per concludere,
ho eseguito il dry brush ad olio con ocra gialla, bianco e grigio, aggiungendo
altri lavaggi selettivi in nero solo nelle pieghe per aumentarne la profondità.
I seggiolini Aires mantengono la bellezza del resto dell’abitacolo e sono già buoni come forniti dal produttore; giusto il posteriore assume una posizione poco corretta una volta infilato nella vasca poiché rimane troppo staccato dalla struttura e dal tubo del cannone che contiene la carica esplosiva. Per ovviare al piccolo inconveniente ho scavato la resina nel punto indicato dalla foto per farlo aderire meglio alla paratia del cockpit.
Come anticipato le cinture
fotoincise sono state scartate e sostituite con quelle in tessuto. Le cinghie
dei GRU-7A avevano un andamento molto particolare e complicato da riprodurre
con le PE (photoetch) che sono rigide e difficili da plasmare.
Le Eduard sono pre colorate e
hanno una tonalità davvero poco realistica, per cui ho deciso di sovra
verniciarle con l’H-307 Gunze e sigillarle con una leggera mano di trasparente
lucido; esso è propedeutico per eseguire il lavaggio e mettere di nuovo in
risalto la trama e le cuciture già stampate sopra. Il materiale con cui sono
fatte è un elastomero tagliato al laser che reagisce facilmente a contatto con
colle e solventi (tende ad arricciarsi), per questo è necessario proteggerle
per evitare che si rovinino.
L’installazione di queste cinture
è un procedimento che può mettere in serio pericolo la stabilità mentale di
qualsiasi modellista! Personalmente ho fissato i seggiolini su dei supporti
utilizzando una pallina di Patafix, poi ho incollato un’estremità della cinta
in posizione utilizzando solo un velo di cianoacrilica; a questo punto
utilizzando due pinzette, una per ogni mano, ho lavorato e piegato le varie
sezioni per fargli assumere la forma voluta… un lavoro che fa sudare le
proverbiali sette camicie. Non ho seguito pedissequamente le istruzioni perché
alcuni passaggi sono complicati ed inutili da riprodurre, in definitiva è
meglio far riferimento alle immagini dei sedili reali per farsi un’idea più
chiara.
Tutte le tinte indicate sono Vallejo e alcune le ho ottenute mixando varie boccette. Perdonatemi se non vi fornisco le percentuali precise ma, in questo caso, ho sperimentato in corso d’opera aggiungendo volta per volta i pigmenti per ottenere il risultato più veritiero. In ogni caso ho segnalato i colori di base.
Ovviamente ho variato i toni
eseguendo dei lavaggi mirati (ad olio, con toni terrosi) che hanno portato al
risultato finale. Anche il dry brush, eseguito con colori ad olio grigio (sul
nero), verde vescica e ocra gialla (sui cuscini), ha fatto in modo che i
seggiolini acquistassero volume e dettaglio.
L’ultimo upgrade eseguito sul cockpit ha riguardato il proiettore dell’Head Up Display (sugli F-14A i parametri erano riflessi direttamente sul blindovetro del parabrezza). La lente l’ho simulata fustellando un tondino da quello che gli anglosassoni chiamano “confetto”; il termine è molto lontano da quello che utilizziamo correntemente noi… Non si mangiano, bensì sono dei coriandoli di plastica rivestiti di una pellicola iridescente che cambia colore a seconda di come viene colpita dalla luce.
Simulano perfettamente l’effetto prismatico dell’HUD e fa davvero un bell’effetto (grazie all’amico Fulvio del forum di Modeling Time per il suggerimento).
Montaggio:
Inutile sottolineare come lo
stampo Tamiya sia un capolavoro di ingegneria tale che i vari pezzi si montano
senza necessitare del minimo uso di stucco, ma al mondo nulla è perfetto e
alcune fasi della costruzione necessitano di qualche cura in più.
Per chiudere il troncone di coda
bisogna necessariamente prima completare le grandi prese d’aria la cui
scomposizione è molto logica. Il condotto interno è diviso in due parti che
combaciano quasi alla perfezione; personalmente le ho incollate con abbondanti
spennellate di Tappo Verde che ha creato un piccolo cordolo di plastica lungo
la giunzione interna. Una volta asciutta l’ho carteggiata con tamponi abrasivi
da 600 fino alla 4000 per eliminare tutte le fessure.
I colori utilizzati sono il Mr. Paint MRP-98 (36440) per la parte iniziale, per la parte finale ho utilizzato un Off White aggiungendo qualche goccia di Nato Black al Flat White Tamiya. Ho anche approfittato per mascherare il labbro anti ghiaccio e stendere una prima mano di White Aluminium Alclad. Lo stesso metallizzato l’ho usato anche sulle ventole di bassa pressione. Sulle palette, anche se saranno poco visibili a modello ultimato, ho eseguito un lavaggio in grigio scuro ad olio.
K15 e K14 sono una sezione delle
gondole motore e vanno aggiunte per completarla in lunghezza; sono due rari
casi in cui i pezzi faticano a rimanere in sagoma e per evitare carteggiature
invasive (nella zona sono presenti tantissime pannellature che possono
deteriorarsi) ho preferito assottigliarne il bordo interno e risolvere
agevolmente il problema. Le piccole fessure le ho riempite col Magic Sculpt
che, tra l’altro, ha quasi lo stesso colore dello stirene Tamiya.
Rimanendo in questa zona quella
contrassegnata è una fastidiosa linea di stampo, presente su entrambe i lati,
che è quasi invisibile ad occhio nudo… ma ben riconoscibile sotto il primo
strato di vernice. Non dimenticate di eliminarle con una leggera carteggiata
prima di passare oltre.
Alcuni pezzi dello stampo sono in
comune con l’ultima scatola uscita, quella dedicata alla variante D, quindi
ricordatevi di eliminare questa porzione di plastica dalla semi fusoliera
superiore e inferiore. Il labbro evidenziato dalla foto era presente solo sui D
a seguito della sostituzione dei vecchi Pratt & Whitney TF-30 con i più
moderni General Electric F-110.
A proposito di motori,
l’adattamento di quelli in resina ha richiesto circa un’ora di lavoro:
Il jet pipe si deve infilare
all’interno dei pezzi K8 e K9 del kit e per fare ciò bisogna ridurre la
circonferenza del tubo in resina di qualche decimo di millimetro. Allo stesso
modo è utile eliminare i riscontri dall’anello in plastica ed assottigliarne lo
spessore interno:
Dalla fusoliera vanno fresati i
riscontri contrassegnati dalle frecce in blu:
Per ciò che riguarda la
verniciatura, l’interno ceramico è in bianco opaco Tamiya; a seguire ho
riprodotto le striature dei gas combusti che si possono riscontrare in
tantissime foto stendendo prima il Deck Tan XF-55 Tamiya e dopo, sopra di esso,
del nero opaco. Un lavaggio ad olio in Bruno Van Dyck molto scurito e delle
passate di pigmento Tamiya “Snow” hanno amalgamato le scie.
Studiando i tanti walkaround e
libri disponibili sul Tomcat ho notato che la Tamiya ha rappresentato i pallet
dei missili Phoenix in maniera non del tutto realistica chiudendone
completamente il retro. Nella realtà sono così:
Immagine inserita a scopo di discussione – fonte www.cybermodeler.com
Non volendo lasciare i pezzi
incompleti mi sono armato di righello e calibro ed ho messo in funzione il mio
plotter da taglio:
Dopo aver disegnato da zero il
fondo dei rail ho tagliato la nuova paratia su del Plasticard da 0,1 mm di
spessore. Ho aggiunto anche i connettori mediante un pezzo di tubicino d’ottone
da 0,4 mm.
A mio avviso la zona meno curata
del modello è quella del carapace. Dopo le prime prove a secco mi sono reso
conto che esso era troppo distanziato dall’ala:
Sul velivolo vero era così:
Immagine inserita a scopo di discussione – fonte www.cybermodeler.com
Come primo passo ho segato ed
asportato, lavorando dall’esterno, il grande supporto evidenziato dalla
freccia:
Poi è arrivata la fase più
critica dove ho scaldato la plastica con un asciuga capelli e, mediante una
pinza a becchi piatti, ho forzato il lembo verso il basso così da fargli
chiudere maggiormente la fessura e arrivare quasi a battuta sull’ala. La
freccia indica i segni bianchi dello stirene che si è dilatato… fa una certa
impressione vederli ma se ponete la giusta attenzione utilizzando poco calore
per volta il dettaglio di superficie non viene intaccato.
Passo ora alle derive: dalle
prime prove a secco ho riscontrato un eccessivo spessore dei pezzi D23 e D24
che creano un anti estetico scalino rispetto ai corrispondenti D21 e D22; per
questo ho raschiato via un po’ di stirene dalla faccia interna ottenendo, infine,
un allineamento pressoché perfetto.
Come detto l’F-14A Bureau Number
160390 era già dotato di piastre di rinforzo sulla sommità degli impennaggi (al
contrario del 160403, coprotagonista dell’abbattimento, che non era ancora
stato oggetto di retrofit). Per installare il set Quickboost è necessario
eliminare, con estrema attenzione e con un bisturi affilato, tutti i rinforzi
già stampati dalla Tamiya:
A seguire ho reinciso le pannellature perse e applicato le nuove “stiffner plate” in resina e fotoincisione; le ho assottigliate per quanto possibile in modo da farle sembrare più in scala e, per fortuna, a verniciatura ultimata la loro altezza non è poi così evidente.
I pozzetti carrello del kit hanno
un buon dettaglio delle centine e dei componenti basici, ma ovviamente sono
carenti di tutte le tubazioni idrauliche, i collegamenti elettrici ed alcuni
accumulatori di pressione. Per riprodurli ho utilizzato sprue stirato a caldo,
rame, stagno dai vari set della PlusModel (in particolare quello misura 0,2 mm)
e alcuni componenti di microelettronica che sono utilissimi in queste
situazioni.
Gli stessi materiali li ho impiegati anche per dettagliare le gambe di forza dei carrelli. Su quello anteriore, in particolare, ho aggiunto i bulloni che fissano il compasso anti torsione che ho ricostruito con due tubicini di ottone infilati l’uno dentro l’altro.
Sempre sul compasso, guardando le
foto dei velivoli reali, ho notato uno smorzatore dinamico che probabilmente ne
regolava l’escursione quando lo stelo idraulico dell’ammortizzatore veniva
scaricato per il lancio dalla catapulta. L’ho auto costruito sfruttando una
sezione di corda di chitarra, più precisamente il RE con scalatura 8/38.
La struttura interna del canopy è
l’elemento più bello e significativo del set Aires, ma è comunque migliorabile!
guardando le foto dell’originale, infatti, si notano i tubi del sistema
“demister” (anti appannamento) correre lungo i frame laterali:
I posteriori li ho realizzati con
dello sprue filato a caldo, gli anteriori (con delle forme più elaborate) con
del filo di rame. Tutti sono stati incollati con ciano-acrilica.
Uno dei passaggi più delicati di
questa fase è senza dubbio il montaggio delle fotoincisioni che dettagliano i
frame verticali interni del canopy (forniti in fotoincisione e molto belli da
vedere). Per renderle più malleabili e conformarle con più facilità le ho
scaldate sulla fiamma di un accendino poi, con pazienza e cautela, le ho
applicate in posizione utilizzando delle micro gocce, anche in questo caso, di
ciano-acrilica.
Non dimenticate, inoltre, di eliminare la linea di stampo presente al centro del tettuccio. Il metodo utilizzato lo potete vedere in questo VIDEO TUTORIAL.
Gli elementi che permettevano la salita dell’equipaggio nel cockpit sono stati elaborati. La scaletta originale, in particolare, è stata del tutto sostituita con quella della Kokopelli Scale Design che è un piccolo gioiello stampato con la tecnica della modellazione 3D. Ha molti dettagli e degli spessori perfettamente in scala, di contro ha un costo decisamente elevato per un accessorio di così ridotte dimensioni. All’interno dell’alloggiamento ho aggiunto un tubolare di rinforzo con una sezione di Plastirod tondo da 0,5 mm e alcuni cavi elettrici ricavati dal filo di stagno da 0,2 della Plus Model.
Nei vani dei predellini, in cui
la Tamiya non ha aggiunto nessun particolare, erano installate delle piastre di
rinforzo rivettate alla struttura; se si lasciano aperti, questi elementi
risultano molto visibili e per tale motivo non potevo non aggiungerli.
Le piastre le ho disegnate
mediante il programma grafico del plotter da taglio e, a seguire, sono state
tagliate su di un foglio di nastro Kabuki che ha il giusto spessore e già
adesivo.
Dopo averle trasferite sulla
plastica nuda ho steso una mano di Mr. Finishing Surface 1500 White della Gunze,
che è già bianco come il colore finale delle baie, ho applicato i Surface
Details #14 della Archer (codice prodotto 88014). Questi sono dei rivetti in
positivo di plastica fissati su di un film trasparente che si utilizzano come
una decalcomania e si fissano mediante il Mr. Mark Softer della Gunze. Li ho
aggiunti anche all’interno del portellone della scaletta in accordo con le
immagini contenute nel volume “Uncovering the F-14 Tomcat” della DACO.
Ovviamente ho modificato anche i
predellini stessi che da scatola sono davvero poco realistici. Nella foto sopra
a sinistra il Tamiya, a destra lo stesso dopo la modifica.
In pratica ho riprodotto le
cerniere di blocco forando la plastica (non sono perfettamente fedeli ma il
ridotto spazio a disposizione non permetteva di più) e ho aggiunto la
“skin” esterna del velivolo, che si vede chiaramente nelle foto degli
esemplari veri, incollando i pezzi originali su d’un foglietto in fotoincisione
ricavato dalle cornici di un vecchio set Eduard.
Il rivestimento anti skid è
realizzato con uno strato di Mr.Surfacer 1000 “picchiettato” con un
pennello a setole piatte e dure mentre asciugava.
II parabrezza di questo modello è
studiato in maniera molto intelligente e sul modello da scatola si incastrerebbe
alla perfezione senza necessità di stucco. Nel mio caso, però, il cockpit Aires
ha spostato un po’ le geometrie di questa zona ed è stato necessario riempire
qualche piccola fessura con la cianoacrilica e carteggiare il tutto.
L’operazione è stata abbastanza delicata a causa della gran quantità di rivetti
e pannellature riprodotti sulla superficie.
In ogni caso prima di montare il windshield ho verniciato il blindovetro centrale con l’Armored Glass della Alclad steso puro e direttamente sulla superficie interna constatando che la tonalità di verde è perfetta per i Tomcat; inoltre ho aggiunto due supporti in Plasticard su cui, nel finale, ho incollato una maniglia fotoincisa (fornita alla Aires) che il pilota poteva utilizzare per uscire dall’abitacolo.
Con il montaggio quasi concluso
mi sono dedicato alle rifiniture aggiungendo, dapprima, i tamponi anti
sdrucciolo della CrossDelta di cui ho parlato all’inizio del testo. La loro
applicazione può sembrare complicata ma con un piccolo accorgimento si bypassa
la difficoltà: il mio consiglio è quello di far aderire bene le parti al
rivestimento trasparente che le ricopre e, solo dopo, staccarle dal supporto
inferiore. Così facendo rimarranno correttamente distanziate e potranno essere
trasferite sul modello facendo comunque attenzione al corretto allineamento
(personalmente mi sono regolato con le pannellature già presenti).
Un elemento poco visibile, ma su
cui ho deciso di mettere comunque mano, è il gancio d’arresto… quello reale
segue:
Immagine inserita a scopo di discussione – fonte www.anft.net/
Questo, invece, il Tamiya da
scatola molto semplificato:
In verde: Ho riprodotto il
martinetto idraulico che permette al gancio di estendersi; è fatto di due
tubicini della Albion Alloy (quello più grande da 0,5 mm, il più piccolo da
0,4) infilati l’uno dentro l’altro.
In rosso: Con un’altra piccola
sezione del tubicino da 0,5mm ho realizzato il perno di fissaggio del gancio.
In giallo: Dopo aver eliminato
parte della plastica del kit per “liberare” il perno di supporto del
gancio ho aggiunto, utilizzando una strisciolina recuperata dal telaio di una
fotoincisione, la staffa che lo collega al martinetto per l’estensione.
Già che ero all’opera ho anche
aperto lo sfiato evidenziato dalla freccia in blu scavando la plastica con una
fresa montata sul mio fidato trapanino elettrico, poi ho rifinito i bordi con
un bisturi affilato.
Col senno di poi l’utilizzo
dell’Alpha Probe Hobby Decal non è stata la scelta migliore poiché il set è
ideato su base Hasegawa e il suo montaggio non è stato dei più facili (il
diametro della base è decisamente più largo rispetto alla sede del kit Tamiya).
In ogni caso l’adattamento è fattibile ancorché abbastanza difficoltoso.
La freccia blu indica un invito
che ho ricreato con una sezione di ago da insulina e che è servito ad
alloggiare, a modello ultimato, la così detta “YAW STRING”:
Di fatto questo cordino non era altro che una rappresentazione immediata di quanto l’assetto del velivolo fosse sbandato; un virosbandometro molto empirico che, essendo montato proprio davanti il parabrezza, permetteva al pilota di capire immediatamente se l’aeroplano fosse correttamente allineato senza abbassare lo sguardo sul cruscotto per controllare lo strumento. La lunghezza del cordino variava molto e dipendeva anche dal grado di usura perchè, col flusso dell’aria, si sfilacciava e rovinava accorciandosi progressivamente. Personalmente l’ho riprodotto prelevando alcune fibre da un filo di cotone per cucito che ho poi “ricomposto” fissandole assieme con una spennellata di Flat Clear.
Gli armamenti:
Gli armamenti hanno richiesto davvero molte ore di lavorazione e meritano un capitolo a parte nell’articolo.
Prima di addentrarmi
nell’argomento è utile parlare della configurazione utilizzata dal Fast Eagle
107 il 19 agosto del 1981, che era composta da due AIM-54A Phoenix agganciati
sotto i pallet anteriori, due AIM-7E sotto i piloni alari e un solo AIM-9L sulla
rotaia sinistra (Station 1A). La particolarità del Sidewinder l’ho trovata
molto interessante da riprodurre in scala: durante il periodo in cui l’AJ-107 si
rese protagonista del famoso episodio, infatti, la Station 8A (quella di
destra) era fuori uso perché guasta e inutilizzabile. Essendo i carichi esterni un
elemento importante di questa “storia” avevo deciso di scartare quelli
contenuti nel kit e rivolgermi alla Brassin con il suo set “Big Sin” in resina.
Appena li ho tirati fuori dalla confezione ho subito avuto dei dubbi sulla
corretta lunghezza dei Phoenix:
Quindi, calibro alla mano, ho
iniziato a misurare i missili aftermarket scoprendo che TUTTI presentavano
grossi problemi di dimensioni: le copie in resina sono più corte di quasi 4 mm
rispetto ai reali che misurano 13 piedi/3.9 metri (8,125mm in scala 1/48). I
Brassin si attestano su 7,8mm e confrontati con quelli originali Tamiya, che
sono perfetti nelle misure (nel vero senso della parola), risultano davvero
corti.
Ho contattato il customer care
Eduard spiegando il problema e, gentilmente, mi è stato inviato un nuovo set
(codice 648097); misurato nuovamente col calibro anche questo aveva errori
dimensionali anche se più contenuti (i missili sono più corti di 3mm anziché
4mm).
Per scrupolo di coscienza sotto
la lente sono finiti gli Sparrow e i Sidewinder scoprendo che anche loro non
sono esenti da difetti, purtroppo.
In definitiva ho deciso di
scartare gli AIM-7 e 9 preferendo quelli da scatola che, con pochissime
migliorie, fanno davvero una bella figura. Per i Phoenix, invece, ho optato per
la via più complicata ma che mi ha permesso di ottenere il miglior rapporto tra
dettaglio e fedeltà delle forme (indubbiamente gli AIM-54A della Brassin hanno
più particolari già stampati). Tutto il procedimento è spiegato in questo
video:
Le rotaie originali Tamiya non
sono all’altezza della qualità dello stampo, lisce e senza alcun dettaglio.
Dato che una station rimarrà vuota diventa ancora più importante aggiungere
particolari, per questo le ho sostituite entrambe con quelle del set Brassin
dedicato agli AIM-9 L/M. Per montarle ho dovuto eliminare le originali in
plastica che sono solidali al travetto e per garantire un corretto allineamento
ho aggiunto due pin in ottone sul pezzo in resina.
Verniciatura e Weathering:
La fase più divertente di tutta
la costruzione si è aperta con la zona degli scarichi, verniciata in Alclad
Steel steso direttamente sulla plastica e qualche velatura di Transparent Smoke
della stessa marca per creare dei riflessi e scurire ulteriormente la tonalità.
Successivamente è stata la volta
della tecnica del pre shading, eseguita lungo le pannellature utilizzando il
nero opaco della Tamiya molto diluito (almeno al 90% con la Nitro) e pressione
bassa (0,6 bar circa). Al centro di tutti i pannelli ho steso il bianco opaco della
stessa marca per schiarire la successiva tinta di base.
Inoltre, per iniziare un abbozzo
di invecchiamento, su alcuni punti concentrati soprattutto sul dorso e sotto le
gondole motore, ho aggiunto alcuni spot di Olive Drab e di Dark Tan Gunze che
simulano benissimo colature di liquidi idraulici, lubrificanti e sporcizia in
genere.
Il Fast Eagle 107 era completamente verniciato il Light Gull Grey F.S. 36440 per cui, inizialmente, avevo programmato di utilizzare il Mr. Paint 098. Queste lacche danno delle ottime finiture e sono molto semplici da usare ma era la prima volta che le testavo su livree con effetti molto spinti dove si gioca con trasparenze e velature sottilissime di colore. Ebbene dopo alcune prove ho riscontrato che il pigmento è molto sensibile al fondo e coprendo il pre shading lascia degli anti estetici aloni. Le superfici non sono lisce e setose a meno che lo strato che si stende non è corposo e uniforme, in più diluendo ulteriormente il colore (con Nitro o Mr. Leveling Thinner) questo inizia a perdere le proprietà diventando quasi trasparente (come quando si aggiunge del “blender” nella miscela). La prova l’ho fatta sui piani di coda sapendo che, mal che andasse, avrei avuto la possibilità di sverniciare e ricominciare da capo.
Alla fine ho tirato fuori i soliti
e fidatissimi Gunze e ho passato l’H-325 sull’altra superficie di governo; come
al solito non mi ha deluso, diluito al 90% con la nitro e steso con velature
leggerissime in poco tempo ho coperto il pre shading lasciando trasparire
l’effetto che volevo! Questi colori sono sempre una garanzia.
Avevo solo qualche dubbio circa
l’esatta tonalità della vernice perché, notoriamente, tende ad essere un pò
troppo nocciola. Invece sul fondo chiaro e con la mazzetta del Federal Standard
alla mano ho potuto costatare che la tinta è pressoché corretta e che è
praticamente identica a quella Mr. Paint.
Ad essere del tutto sinceri il
Gunze è leggermente più chiaro, e forse lo si riesce a percepire anche dalla
foto sopra, ma l’ho comunque preferito come base di partenza per giocare ancora
di più con il weathering.
A proposito di weathering la
prima fase, molto leggera, è iniziata schiarendo il Gunze H-325 di base con del
bianco (circa 50% e 50%). Il post shading è stato realizzato in maniera molto
randomica creando dei “ricci” di vernice che ho collegato cercando di
non avere uno schema preciso. In prossimità dei predellini di salita del
cockpit, sulle derive e nella zona del dorso ivi compresa ho aggiunto qualche
nuovo spot di Olive Drab (diluito sempre con la nitro al 90%) per far
riaffiorare nuovamente qualche traccia di sporco più scura.
Stesso trattamento riservato
anche alle superfici inferiori, ma sulle gondole motore ho calcato un pò più la
mano in modo che l’effetto rimanesse più visibile.
Per ciò che riguarda i lanciatori
Chaff & Flare sotto la così detta “beaver tail”, il telaio è in Magnesium
Alclad, l’interno è in nero opaco Tamiya ad eccezione di una porzione in Flat
Red (essa è ben documentata in varie foto e probabilmente conteneva cartucce
con diverso esplosivo).
Dopo aver lucidato il modello con
almeno quattro mani di trasparente lucido X-22 Tamiya diluito col Leveling
Thinner Gunze (aiuta a stendere il clear soprattutto quando le temperature
ambientali sono elevate) ho proseguito con i lavaggi; a tale scopo ho
utilizzato i classici colori ad olio creando un grigio neutro (più o meno la
stessa tinta del Neutral Grey Tamiya) partendo dal Bianco di Zinco e dal Nero
Avorio. Sulla zona dei motori ho, invece, preferito il Bruno Van Dyck scurito
con del nero.
Tutti i pigmenti sono stati
diluiti con il thinner Humbrol ottenendo una consistenza simile alla crema per
le mani.
Ho completato la verniciatura dei
Phoenix, che esternamente sono completamente bianchi, aggiungendo lo Steel
Aclad sull’anello dello scarico. Il tappo in vetro resina era in rosso scuro
(sono partito dall’XF-7 Tamiya a cui ho aggiunto varie gocce di blu scuro Gunze
H-326). Tra la testata e il corpo c’era un anello di raccordo lasciato in
metallo naturale, l’ho rifatto con il Magnesium Alclad.
Questi invece gli Sparrow che
hanno il corpo in bianco opaco (ho utilizzato il Mr. Base Primer 1500 White
della Gunze diluito con la nitro) e la testata in Gunze H-308.
Qui l’unico Sidewinder.
Piccola nota, il Tomcat oggetto
di questo articolo aveva i rail LAU-7 ancora verniciati in bianco anziché grigio.
Decalcomanie:
Anche le decalcomanie meritano un
capitolo dedicato a causa di alcune incongruenze riscontrate sul foglio Furball
4808, quello che ho utilizzato per riprodurre il mio Tomcat in scala.
È doveroso constatare che il
prodotto della ditta americana ha una qualità del film eccellente; essendo
stampate dalla Cartograf aderiscono bene, si conformano senza problemi e
reagiscono correttamente ai liquidi ammorbidenti. I problemi saltano fuori quando
si approfondisce la ricerca storica su questo famoso esemplare….
Stante la documentazione in mio possesso (in particolare le informazioni contenute nel Detail & Scale numero 9 e il Detail & Scale Colors & Markings of U. S. Navy F-14 Tomcat Part 1, Atlantic Coast Squadrons – 2018 Edition) l’aspetto e i kill marking dei due velivoli coinvolti nell’incidente del Golfo della Sirte sono cambiati più volte nel corso della loro vita operativa. Ufficialmente durante la crociera operativa del 1981 al Tenente Larry Muczynski e al Tenente James Anderson era assegnato il Tomcat con numero individuale (detto anche “modex”) 112 ma difficilmente gli equipaggi volavano con i loro aerei, bensì questi variavano spesso in base alle disponibilità manutentive. Per questo motivo i Tomcat del VF-41 non avevano i nomi dei naviganti verniciati sui frame dei canopy e anche il Tomcat 107 ne era sprovvisto il giorno dell’abbattimento. Il 19 agosto, subito dopo lo scontro aereo, la notizia si era già diffusa tra il personale della Nimitz e gli specialisti prepararono gli stencil con i nomi dei piloti e una sagoma raffigurante un SU-22 da aggiungere ai velivoli; quest’ultima fu verniciata solamente sul lato sinistro della fusoliera, sotto l’abitacolo anteriore, non appena rientrarono sulla portaerei.
Qualche tempo dopo Kleeman decise che le sagome del Fitter fosse più giusto spostarle sulle derive, sotto gli assi di picche, pertanto furono cancellate dalla posizione iniziale e riportate su entrambe gli impennaggi sotto i simboli del VF-41. Ad ogni modo i kill marking cambiarono posizione almeno per altre tre volte negli anni successivi passando nuovamente sotto l’abitacolo (ma sia sul lato sinistro, sia sul destro). Nel 1980 i Black Aces furono insigniti del Clifton Award (un riconoscimento in memoria dell’Ammiraglio Joseph C. Clifton consegnato annualmente allo Squadron della US Navy che più si è distinto per merito), della “Combat E” (un riconoscimento delle unità di marina che producono la massima efficienza in base ai rispettivi compiti e assegnata a seguito di una valutazione lunga un anno) e alla “Safety S” (un premio assegnato ad uno Squadron per ogni gruppo navale – East Coast e West Coast – per il rateo più basso di incidenti di volo/terra occorsi durante l’anno) e per questo motivo i Fitter furono di nuovo verniciati sulle derive. Nel 1984 il Bu. No 160390 era ancora assegnato al VF-41 e sfoggiava il Fitter nuovamente collocato sotto il canopy, ultima sua posizione conosciuta.
Successivamente il velivolo fu trasferito e assegnato al VF-213 Black Lions, precipitò il 25/10/1994 circa 50 miglia a largo di San Diego durante il tentativo di appontaggio sulla USS Abraham Lincoln con un motore in avaria. Il navigatore riuscì ad eiettarsi mentre il pilota, Kara Hultgreen – primo pilota donna combat ready sull’F-14, perì nel disastro. Il video dell’incidente è disponibile QUI.
Senza allargare troppo il
discorso rischiando di diventare noioso, sin da subito il mio intento è stato
quello di rappresentare il mio Tomcat in scala come fosse ripreso il giorno
successivo alla battaglia. Studiando le utilissime foto presenti nei libri
sopracitati mi sono reso conto che il foglio Furball ha delle mancanze.
Partiamo da quelle facilmente risolvibili:
Le due frecce rosse mettono in
evidenza il Buzz Number e lo stencil di attenzione circa i gas di scarico:
confrontando la posizione sulle istruzioni rispetto a quella del velivolo reale
salta subito all’occhio come la Furball suggerisca di applicarle nei punti non
corretti, quindi fate attenzione quando aggiungerete le vostre!
La freccia gialla indica lo stencil del pannello anti incendio – altro piccolo particolare, in apparenza poco significativo, che al contrario ben visibile sia in scala sia sul vero F-14. All’epoca del passaggio dalla prima livrea grigio/bianca a quella “overall 36440” molti stencil di manutenzione cambiarono aspetto e colore; il pannello anti incendio del mio esemplare presentava il solo quadrato rosso esterno e la scritta “Fire Panel” al suo interno mentre la Furball lo propone con il quadrato e un cerchio che borda il pannello circolare, come si vede in foto qui sotto:
Con estrema pazienza e attenzione
ho rifilato ed eliminato il cerchio rosso con un bisturi dalla lama affilata…
ricomposto il quadrato sul modello e aggiunta la scritta al centro riportando
lo stencil alle fattezze di quello originale. Un lavoro estremamente tedioso e
ad alto rischio di possibili danni.
Correttamente sono forniti i
Modex 107 con la foggia del numero “7” diversa tra il lato destro e sinistro,
era una caratteristica del Fast Eagle 107 che viene anche portata
all’attenzione in vari libri. Gli stencil “RESCUE”, che avevano il testo
scritto in verticale (al contrario di quelli normalmente utilizzati), sono
sostanzialmente a posto se non fosse che le frecce risultano un pò
sottodimensionate (essendo il foglio dimensionato sul kit Hasegawa è possibile
qualche piccola e accettabile differenza rispetto il Tamiya).
Un’altra seria mancanza sono
alcuni piccoli, ma estremamente visibili, stencil applicati sopra la total
temperature probe sotto il canopy a destra e sopra le pitot static probe su
entrambi i lati; tali scritte non erano molto comuni sui Tomcat della Navy ma
il 107 ne era provvisto tanto che nel Detail & Scale 9 c’è una foto che li
immortala con chiarezza. Nel foglio Furball non c’è traccia di queste scritte e
in altri prodotti, anche più vecchi e di altre marche, non esiste qualcosa di
adattabile. Dopo svariate ricerche non ho potuto far altro che ordinare l’articolo
Data & Stencil 48059 della stessa ditta dove essi sono correttamente
forniti.
L’omissione più complicata da
risolvere riguarda i portelloni del vano carrello anteriore che riportavano il
nome del Plane Captain An Sugg verniciato su entrambi i lati; la Furball non li
ha stampati costringendomi, grazie anche all’aiuto dell’amico Fulvio “Spillone”
che ringrazio, a ricreare in casa delle decal mediante una stampante laser. Ovviamente
lo spessore del supporto trasparente non è il massimo ma con varie passate di
lucido sono riuscito a livellarlo e ad integrarlo quasi completamente al resto
della verniciatura.
In definitiva, contrariamente a
quanto indicato sul frontespizio delle istruzioni, l’accessorio della Furball
permette di rappresentare i velivoli con l’araldica che avevano al momento del
loro rientro sulla Naval Air Station di Oceana nel 1982, dopo la fine della
crociera operativa. In quel dato frangente temporale al Fast Eagle 107 era stato,
infatti, obliterato il nome sui portelloni. Volendo “fermare” il tempo al 19 agosto
1981 (modellisticamente parlando) sarà necessario eseguire tutte le
integrazioni riportate qui sopra.
Ultimi dettagli:
Con la costruzione oramai agli
sgoccioli mi sono dedicato agli ultimi dettagli.
I pozzetti, precedentemente
verniciati in bianco utilizzando il Mr.finishing Surfacer 1500 White della
Gunze, hanno ricevuto il solito lavaggio ad olio (in grigio) per aumentarne la
profondità e i dettagli. Tubazioni e cavi sono stati verniciati con colori
vinilici Vallejo.
I bordi rossi di pericolo che
corrono intorno ai portelli delle wheel bay, sulla scaletta e sui predellini di
salita agli abitacoli li ho riprodotti utilizzando il Gundam Marker rosso della
Gunze ed il metodo è molto comodo perché fa risparmiare un bel pò di
mascherature. Di fatto il pennarello è una specie di Uniposca quindi non
sopporta granché bene i solventi (sia nitro, sia alcool), per questo quando
stendete il trasparente lucido non esagerate con mani troppo corpose altrimenti
rischiate di sciogliere lo strato di pigmento che inevitabilmente colerà dove
non deve. È l’unico inconveniente di un prodotto altrimenti molto comodo da
usare!
Per ultimo ho incollato le varie
antenne, i pezzi restanti già preparati e pronti, e gli scarichi in resina
della Aires rappresentati uno chiuso (il sinistro) e uno aperto (il destro). Li
ho verniciati con una base di Steel Alclad e successive velature di Pale Burnt
Metal Alclad solo sul primo anello; un dry brush in grigio chiaro ha poi fatto
il resto.
Le gambe di forza dei carrelli si
sono incastrate senza il minimo uso di colla e, nonostante questo, sono solide
e inamovibili… segno che l’ingegnerizzazione di questo stampo è davvero ben
fatta. Discorso simile anche per i portelli e i piloni che rimarrebbero in
posizione già da soli ma ho preferito applicare piccole gocce di Vinavil perché
le parti sono più esposte e soggette a possibili urti.
Conclusioni:
Volete divertirvi montando un
F-14? Comprate questo kit. Volete avere un’ottima base di partenza per
dettagliare ancor di più un modello già bellissimo da scatola? Comprate questo
kit.
In definitiva…. comprate questo
kit!
Uno stampo davvero ben fatto,
preciso e con soluzioni comode ed innovative. Ci sono dei punti migliorabili
che ho cercato di elencare e spiegarvi in questo articolo, con poco impegno si
riesce ad ottenere un risultato finale davvero bello.
La parte storica, senza dubbio,
ha occupato un posto di rilievo in questo progetto. Mi piace partire da un
avvenimento e riportarlo poi in scala, la mia idea di modellismo si rifà soprattutto
a questo principio: mettere un pezzo di storia in vetrina. E questo Tomcat, è
proprio il caso di dirlo, la storia l’ha fatta sul serio!
Il Boulton Paul Defiant era un caccia biposto nato in seguito alla specifica F.9/35 del Ministero dell’Aria britannico. Il primo esemplare uscì dalla fabbrica il 28 aprile 1937 e, senza neanche aspettare le prove in volo, ne vennero ordinati 87 di serie. Il prototipo volò senza torretta dorsale l’11 agosto del 1937 e le sue prestazioni furono giudicate talmente soddisfacenti da spingere i vertici della RAF ad incrementare il numero dei velivoli richiesti. Con l’aggiunta della grande torretta ci fu un calo drastico della velocità di punta e della maneggevolezza ma, oramai, la produzione in massa del Defiant era entrata nel vivo e fu comunque immesso in servizio il 264° Squadron RAF nel dicembre del 1939. La filosofia che aveva portato alle specifiche del Defiant si basava sulla convinzione che un caccia, armato con una batteria di mitragliatrici posizionate in una torretta mobile avrebbe potuto creare il caos nelle formazioni di bombardieri nemici. In pratica esso avrebbe dovuto volare parallelamente o al di sotto delle formazioni e, da questa posizione, fare fuoco.
Probabilmente
i britannici avevano considerato che le ondate di Heinkel 111 e Junkers 88
tedeschi sarebbero giunte sugli obiettivi senza caccia di scorta; l’occupazione
della Francia e la possibilità di sfruttare gli aeroporti in Normandia (che
permettevano ai vari Bf.109 e 110 di portare nel proprio raggio d’azione la
Perfida Albione) da parte della Luftwaffe mandò all’aria i piani difensivi
inglesi che si ritrovarono il nemico alle porte di casa. Allo scoppio della
Battaglia d’Inghilterra, nell’estate del 1940, il Defiant dovette fronteggiare
non solo i bombardieri, ma anche i caccia sopra citati che lo superavano in
qualsiasi tipo di prestazione. Lento, poco manovrabile e assolutamente indifeso
negli attacchi frontali, il Defiant divenne un bersaglio facile per i piloti
germanici registrando ingenti perdite. Fu rimosso dalla prima linea di difesa e
utilizzato prima come caccia notturno (ruolo in cui ottenne anche diversi
successi) e, in seguito, come traino bersagli.
Il modello:
Credo che
tanti modellisti, e non mi riferisco solo a quelli britannici, abbiano da sempre
apprezzato le linee sgraziate di questo aeroplano. Forse per la presenza di
quell’assurda torretta, così grande rispetto alle sue dimensioni, forse perché
vagamente ricorda l’Hawker Hurricane, in ogni caso il suo successo in campo
modellistico ha superato di gran lunga quello ottenuto sui campi di battaglia.
Airfix lo commercializzò in scala 1/72 nel 1960 e lo stesso stampo, tra
confezioni e decal diverse, è rimasto in catalogo fino al 2008.
Immagine inserita a scopo di discussione – fonte web.ipmsusa3.org
Ebbene sì,
anch’io faccio parte della schiera di estimatori di questo goffo velivolo… l’ho
sempre considerato come una donna non bellissima ma dal fascino magnetico!
Montai il vecchio kit Airfix ai tempi delle scuole medie utilizzando un
bellissimo nero lucido della Molak, dato a pennello direttamente dal
barattolino!! Chi è un po’ più in là con gli anni ricorderà sicuramente la
densità di queste vernici… praticamente era come dipingere con il miele!!! Il
risultato ve lo potete immaginare… un incubo!!!
Da allora ho
atteso, paziente, che qualche ditta decidesse di investire su un nuovo stampo.
Ho evitato il Classic Airframes, molto bello da vedere nella confezione ma non
alla portata di tutti nel montaggio. Finalmente, nel 2104 e in piena
ristrutturazione del suo catalogo, la nuova Airfix (passata intanto nelle mani
di Hornby) decise di mettere in commercio un nuovo stampo in 1/72 con una
qualità finalmente al passo con i tempi. Contemporaneamente sul forum della
storica ditta inglese erano iniziate le richieste per l’uscita di un modello
anche scala del quarto di pollice e, a furor di popolo, l’Airfix decise di
accontentare i suoi numerosissimi fans: nel 2016 anche il “fratello” 1/48 vide
la luce, dapprima nella versione Mk. I da caccia diurna poi, l’anno successivo,
nella versione IF da caccia notturna.
Il kit
oggetto di quest’articolo mantiene tutti i pregi e tutti i difetti dei nuovi
prodotti Airfix. I pregi, fortunatamente, superano di gran lunga i difetti, che
possono essere corretti con qualche piccola operazione di autocostruzione o
facendo uso dei tanti set aftermarket che si trovano oggi sul mercato. Le forme
del velivolo sono riportate correttamente e, di conseguenza, le sue linee (non
certo eleganti) sono catturate in pieno. Confrontando le parti con i disegni in
scala ho potuto notare l’omissione di alcune pannellature sulla fusoliera e
sulle ali, difetto confermato anche da un’attenta analisi delle foto. Armato di
incisore e nastro Dymo ho provveduto al tracciamento delle linee mancanti,
operazione che richiede pochi minuti di pazienza. Osservando la documentazione,
inoltre, salta subito all’occhio la fitta serie di rivetti che caratterizzava
il rivestimento esterno del velivolo. So che non tutti i modellisti sono favorevoli
alla tracciatura di questo dettaglio in scala, ma ho avuto modo di constatare
che la sua presenza dona al modello un gran senso di tridimensionalità. L’importante
è non eccedere nella sua esaltazione in fase di verniciatura e invecchiamento.
Poiché sono una caratteristica peculiare del Defiant, ho deciso di riprodurli aiutandomi con i soliti piani in scala e “Rosalia la rivettatrice” (nomignolo affibbiato dai modellisti palermitani a Rosie the Riveter!). Ormai è diventata una prassi che ripeto su tutti i kit non rivettati e la trovo un’operazione molto rilassante. Cerco di tracciare i rivetti in una singola passata e senza calcare troppo la mano in modo che sotto le diverse mani di vernice siano appena percepibili. Il washing con i colori ad olio pensano al resto.
Finita
questa fase sono passato agli interni, ottimi già da scatola e per i più pigri
potrebbero andare già bene così! Ho voluto dare un tocco in più al mio Defiant
e ho acquistato la lastrina foto incisa Eduard della serie Zoom (codice 49753).
Generalmente cerco di evitare le fotoincisioni pre colorate perché hanno una
fastidiosa “retinatura” dovuta al processo di stampa e i colori usati sono
spesso, anzi direi sempre, molto distanti dai riferimenti storici (basta
guardare i pannelli strumenti degli aerei tedeschi che nulla hanno da spartire
con l’RLM66!!). Fortunatamente, in questo caso, le fotoincisioni che vanno
nell’abitacolo sono tutte nere ed è quindi più semplice riuscire ad amalgamarle
al resto dei pezzi. Riguardo le consolle laterali la ditta ceca consiglia di
eliminare il dettaglio originale da quelle in plastica ed applicare sopra la
fotoincisione. A causa della morbidezza dello stirene quest’operazione risulta
abbastanza complessa e si rischia di deformare irrimediabilmente le parti, per
cui ho preferito asportare con un cutter affilato i particolari e ricostruire
tutto con plasticard sottile. In pratica ho salvato solo i correntini che fanno
da cornice alle consolle stesse. Con il senno del poi, avrei fatto meglio a
sostituire anche i già citati correntini… vabbè!
Ho anche aggiunto vari cavetti cercando sempre di rimanere fedele alle foto d’epoca (se posso, evito di consultare immagini relative ad esemplari conservati nei musei in quanto i restauri sono spesso frutto di fantasia). L’abitacolo ha ricevuto un fondo in Nato Black XF-69 Tamiya seguito da diverse velature di RAF Cockpit Grey Green RC293 della gamma AK Air Color. Si tratta di lacquer, molto più coprenti rispetto agli acrilici Gunze e Tamiya che uso abitualmente, e quindi occorre spingere la diluizione a valori anche superiori al 70% (7 parti di diluente, 3 parti di colore per intenderci). Non avendo a disposizione il loro diluente specifico mi sono affidato al Mr. Color Levelling Thinner e non ho riscontrato nessun tipo di problema.
Dopo una passata di trasparente lucido ho applicato il lavaggio con i colori ad olio. In questo caso ho utilizzato del Bruno van Dyck scurito con del nero per mettere in risalto le ombre e i dettagli all’interno del cockpit. Una leggera mano di trasparente opaco ha sigillato le superfici su cuoi, poi, ho effettuato un leggero dry brush con del grigio chiaro sempre ad olio. Un’ulteriore mano finale di opaco ha donato la giusta finitura alle superfici.
Qualche traccia di sporco sul pavimento è stata realizzata utilizzando le polveri della Vallejo. Sulle veglie del pannello strumenti ho aggiunto una goccia di Future per simulare il vetro.
La torretta,
che andrà inserita solo alla fine, è interamente in NATO Black XF-69 a cui ha
fatto seguito il solito dry brush in grigio chiaro già citato. Dalle foto essa
appare sempre abbastanza usurata, in particolare sono evidenti delle
scrostature che mettono in evidenza il metallo di fondo. Per realizzarle ho
utilizzato un pezzetto di spugnetta presente nelle confezioni Aires, tamponando
le superfici con il Flat Alluminium LP-38 della nuova gamma Laquer Tamiya. A
migliorare il dettaglio della postazione del mitragliere hanno contribuito le
quattro Browning M1919 binate di produzione Quickboost (codice QB48756) con le
quali ho sostituito i pezzi del kit. Non ci sono problemi di adattamento ma
occorre fare attenzione alla separazione delle canne dallo zoccolo di resina
dato che sono veramente fragili.
Terminati
gli interni ho provveduto alla chiusura delle semifusoliere e devo dire che
Airfix, in questo caso, mi ha sorpreso positivamente. Il montaggio richiede
pochissimo uso di stucco e per quei piccoli interventi basta una spennellata di
Mr. Surfacer 500. L’eccesso basta rimuoverlo con un cotton fioc imbevuto di
Lacquer Thinner Tamiya per avere delle giunzioni perfette e senza utilizzo di
carta abrasiva. Il dettaglio, soprattutto la rivettatura, ringrazia!!
Volendomi
allontanare dai due esemplari proposti dalla scatola ho acquistato il foglio
Montex K48315 che permette di realizzare due velivoli, un diurno e un notturno.
All’interno della bustina, oltre alle maschere per verniciare le coccarde e i
codici in fusoliera, è presente anche un piccolo foglio decal per le insegne
impossibili da realizzare tramite mascheratura. L’esemplare che ho scelto
apparteneva al 141° Squadron RAF, pilotato dal Flt. Lt. D.G. Donald, alle armi
il Pt. Off. A. Ch. Hamilton; era operante nel luglio del 1940, quindi in piena
Battaglia d’Inghilterra.
L’aftermarket
della Montex contiene anche le mascherine per i trasparenti ma ho preferito
scartarle perché in vinile e molto rigide. Al loro posto ho preferito optare
per il set Eduard Mask (codice EX490) in nastro kabuki che ritengo più
performante per questo genere di lavorazioni.
La
verniciatura ha avuto inizio dalle superfici inferiori. Dopo il classico,
almeno per me, pre shading in Gunze H-462 Black Brown Flat, ho steso l’XF-21
Sky della Tamiya. In questa fase ho proceduto per velature molto sottili mantenendo
la diluizione della vernice tra il 70 e l’80% e fermandomi quando le linee del
pre shading si intravedevano appena. L’esperienza mi ha insegnato che la
vernice fresca tende a sembrare meno coprente del dovuto, quindi è bene ogni
tanto fermarsi ed attendere la completa essiccazione prima di decidere se andare
avanti o meno.
Ottenuto il risultato che avevo in mente, ho proceduto con la fase del post shading. Ultimamente utilizzo una tecnica molto simile al black basing ma senza utilizzare il fondo nero che ha la tendenza a scurire troppo i colori e allontanandoli dal riferimento originale. Partendo dalla tinta base, in questo caso lo Sky Tamiya, ho aggiunto del bianco opaco XF-2 e ho aumentato ulteriormente la diluizione. Questa miscela è stata spruzzata tramite un aerografo Badger Renegade Krome a bassissima pressione (0,3-0,4 bar) creando una serie di “riccioli” sulla verniciatura di fondo. A questo punto basterà uniformare le due tinte con un’ulteriore velatura di Sky per avere, a mio parere, un risultato molto più realistico del classico post shading effettuato pannello per pannello e con il quale si rischia sempre l’effetto “piastrella”.
Vani carrello e relativi portelli di chiusura sono verniciati in Tamiya Flat Aluminium LP-38 spruzzati su di una base di Tamiya Flat Black LP-3. A proposito dei portelli di chiusura: ho preferito sostituire quelli del kit, stampati in un unico pezzo e a mio avviso troppo spessi e poco realistici, con quelli in resina della Quickboost (codice QB48773). Anche qui c’è da fare parecchia attenzione al distacco dallo zoccolo di colata perché i portelli sono incredibilmente sottili e assolutamente in scala. Mancano, però, dei rivetti che ho provveduto ad aggiungere grazie alla solita rivettatrice della Rosie The Riveter. La linea di demarcazione delle superfici inferiori è stata mascherata con il Tamiya Masking Curve (quello bianco in vinile per intenderci) e, finalmente, mi sono potuto dedicare alla mimetica superiore. Anche in questo caso, dopo un pre shading in H-462, ho utilizzato le tinte della Gunze H-72 Dark Earth e H-73 Dark Green.
Per la separazione dei colori mi sono avvalso dei classici salsicciotti di Patafix e, anche in questo caso, il post shading è stato effettuato con la stessa tecnica usata per le superfici inferiori. Ho schiarito il Dark Earth con qualche goccia di H-85 Sail Color, mentre per il Dark Green ho usato in alcuni punti il giallo H-413, in altri qualche goccia di grigio H-332, a seconda di dove volevo rendere più evidente l’usura delle tinte.
Terminata la verniciatura è venuto il momento di provare le “mask” della Montex per la realizzazione delle insegne di nazionalità e dei codici. Il posizionamento delle maschere è una fase molto delicata perché basta una leggera asimmetria per mandare all’aria tutto il lavoro fatto in precedenza, a maggior ragione quando si tratta di coccarde costituite da diversi cerchi concentrici. Per agevolarmi nell’applicazione ho tracciato due diametri ortogonali attraverso l’intera area della mascherina che mi sono serviti come riferimento per trovare il centro. Per i colori delle coccarde ho utilizzato le tinte Gunze H-327 Red e H-328 Blue entrambe scurite con qualche goccia di Flat Black, mentre per il giallo ho utilizzato l’H-413. Prima di applicare i colori ho spruzzato una mano di fondo con il Flat White LP-4 di Tamiya con una piccolissima percentuale di nero.
Questa
vernice ha un’ottima resa ed ha favorito la copertura del blu, del rosso e del
giallo che sono notoriamente molto ostici da gestire senza un adeguato primer.
Ovviamente essa costituisce la parte bianca per le insegne inferiori, in
fusoliera e per le fin flash. Per il grigio dei codici ho utilizzato l’H-325
sempre della Gunze, leggermente schiarito con qualche goccia di bianco. Questa
fase mi ha impegnato per un intero weekend, ma alla fine, sono state ore
ottimamente spese perché il risultato è di tutt’altro livello rispetto all’applicazione
delle decal.
Contento del risultato raggiunto ho sigillato il modello con diverse mani di trasparente lucido Tamiya X-22 e, dopo le canoniche ventiquattr’ore di attesa, ho applicato le poche decalcomanie rimanenti. Quelle Montex sono di ottima qualità, con un film molto sottile e praticamente invisibile. Ho evitato come la peste gli stencil contenuti nel foglio Airfix per paura di rovinare tutto con il temuto silvering e poiché la mia idea era quella di rappresentare un esemplare discretamente invecchiato, ho ritenuto plausibile che le scritte di manutenzione fossero poco o praticamente invisibili.
Dopo aver passato ulteriori due strati di Clear X-22 mi sono concentrato sui lavaggi delle pannellature. In questo caso ho utilizzato il Bruno van Dyck ad olio diluito con essenza di petrolio, sia per le superfici superiori che per le superfici inferiori.
A seguire ho applicato diverse mani di trasparente opaco Gunze H-20 e ho affrontato il weathering vero e proprio. Su questo kit ho voluto sperimentare diverse tecniche usando colori ad olio, matite acquerellabili, i Weathering Set della Tamiya e pastelli per artisti in varie tonalità di grigio e marrone. In particolare ho picchettato con i colori olio (bruno van Dyck e terra d’ombra bruciata) le zone più soggette ad accumulo di sporco quali la radice dell’ala, le walkway, attorno ad alcuni portelli d’ispezione e ai pozzetti carrello. Dopo qualche minuto, ho tamponato le aree trattate con un pennellino leggermente inumidito di essenza di petrolio allo scopo di sfumare leggermente il colore senza eliminarlo del tutto. La stessa tecnica può essere utilizzata per le colature e le trafilature, tirando l’olio con un pennello piatto invece di tamponarlo. Per dare ulteriori variazioni cromatiche ho “picchettato” la mimetica con i colori ad olio in varie tonalità di verde e marrone ammorbidendo i contrasti con il solito pennello inumidito. Le scrostature nelle zone soggette ad usura, pannelli del motore o in prossimità dell’abitacolo, le ho ottenute con una matita argentata mantenendo la punta sempre ben appuntita.
I fumi di
scarico sono realizzati ad aerografo con la vernice diluitissima (praticamente
diluente sporco) e la pressione del compressore settata su 0,3 bar. I gas li ho
ulteriormente sfumati utilizzando diverse tinte degli ombretti Tamiya applicati
con un pennello sottile. Alla fine, la classica passata di trasparente opaco ha
sigillato i diversi passaggi. I tubi di scappamento del kit sono stati
sostituiti da quelli in resina della Quickboost (codice QB48755) già forati e
molto più realistici. Li ho dipinti con una mano di fondo in nero opaco, dry
brush leggerissimo in Gun Metal e successiva applicazione di polvere di
pastello marrone. La parte terminale è stata ripassata ad aerografo con lo
stesso colore dei fumi.
Il montaggio termina con i particolari minuti. Le ruote sono state sostituite con quelle in resina della Barracuda (codice BR48308), splendide e con il logo del produttore (Dunlop) in leggerissimo rilievo. In particolare il ruotino di coda del kit, stampato insieme alla forcella, è veramente brutto a vedersi e il set in resina colma anche questa lacuna. Stessa sorte è toccata alle antenne nella parte inferiore della fusoliera e al tubo di pitot: gli elementi in plastica sono stati scartati facendo posto agli equivalenti in resina della Quickboost (codice QB48772) a tutto vantaggio del realismo finale. Le antenne a filo sono realizzate con della bava da pesca elastica, equivalente al filo elastico della Uschi Van Der Rosten, ma molto più economico. Tutte le parti trasparenti, prima della mascheratura, sono stati trattate con la cera Future. Qualche piccolo grattacapo me lo ha dato l’inserimento della torretta all’interno del vano in fusoliera che n realtà dovrebbe essere girevole; una volta montata (con la forza!) nel proprio alloggiamento si è incastrata divenendo, di fatto, fissa. Pazienza!
È stato un kit molto divertente da montare, ho impiegato circa due mesi per realizzarlo e alla fine il risultato mi ha ripagato delle ore di lavoro spese. Spero che questo articolo sia utile a tutti coloro che si cimenteranno nella sua costruzione e mi auguro che il risultato finale sia di vostro gradimento. Un ringraziamento particolare allo STAFF di MT che mi ha onorato di quest’articolo in home page, ai ragazzi del forum di Modeling Time e a tutti gli amici modellisti della mia città per il sostegno che ho ricevuto durante la realizzazione.
Perché ho scelto lo Skyray Tamiya? La spiegazione è molto semplice! Venivo da mesi di lavoro sul Sukhoi 34 della Italeri in scala 1/72 (che trovate cliccando QUI), uno stampo vecchio, impegnativo e poco corretto che mi aveva costretto a lunghe auto costruzioni/correzioni di tantissime zone. Per riprendermi dalle fatiche volevo un kit semplice, veloce, dai pezzi non soggetto. L’F4D-1 della ditta giapponese faceva proprio al caso mio!
STORIA:
Il
piccolo caccia imbarcato F4D Skyray era
un monomotore a getto caratterizzato da un’ala a delta composito e dalla
mancanza di piani di coda tradizionali; fu prodotto dalla Douglas
Aircrafts Corporations a partire dagli anni ’50 su una specifica della U.S.
Navy.
Soprannominato “Ford” dai piloti (per via dello spelling derivato dalla sua sigla “F4D – Four-D”) lo Skyray conobbe una breve carriera operativa iniziata nel 1954 con il primo pre-serie, e terminata alla vigilia della guerra del Vietnam nel 1962. Si rivelò essere un velivolo decisamente agile, molto apprezzato per le qualità di volo e per il notevole carico che poteva trasportare (composto da due cannoni, razzi, carichi sub alari e missili Sidewinder di prima generazione). Di contro la sua nascita fu rallentata a causa dello sviluppo del primo motore, il Westinghouse J-40, che non superò lo stadio di prototipo a causa di problemi del postbruciatore. Questo inconveniente ritardò la messa in linea dello Skyray fino a quando fu scelto il Pratt & Whitney J57-P-2 che equipaggiò tutti gli esemplari di serie.
Grazie
a questa motorizzazione lo Skyray riusciva ad essere un velivolo supersonico superando
di poco la velocità di Mach 1.
Ho deciso di rappresentare il modello in volo sulla falsa riga di un altro progetto già apparso su queste pagine e che potete trovare QUI. La basetta è in forex prestampato prodotta dalla Coastal Kits e a questa, necessariamente, ho dovuto aggiungere un pilota in resina prodotto dalla PJ Productions.
Parto dal cockpit. il dettaglio di questo piccolo gioiello in 1/72 è sufficiente per una realizzazione da scatola degna di tale nome, ma ho comunque voluto aggiungere qualche dettaglio utilizzando sprue filato a caldo, profilati Evergreen e un filo di stagno da 0.2mm ottimo per la sua malleabilità.
Durante
la costruzione dell’abitacolo, a dir poco perfetto per come è proposto dalla
Tamiya, non avevo calcolato la possibilità che il pilota creasse uno spessore
indesiderato all’interno; quindi ho dovuto ridurre lo spessore del figurino
sotto la seduta e le gambe per adattarlo agli ingombri del seggiolino. La
postura non è perfetta ma a canopy chiuso non si noterà praticamente nulla.
Alla fine si è reso necessario eliminare anche i piedi in quanto troppo inclinati
e lunghi da toccare il fondo della vasca.
Altro
elemento su cui ho dovuto mettere mano è il casco: a seguito dell’intervento di
un amico del forum di Modeling Time mi è stato suggerito che quello modellato
sul figurino era più adatto per un pilota di Banshee o Panther nel periodo
della guerra di Korea. Non mi sono scoraggiato ed ho iniziato la ricerca di un
casco simile (identico al 100% credo sarebbe stato impossibile) nella scatola
dell’Hasegawa dedicata ai piloti dell’USAF. All’interno, per fortuna, ho
trovato un modello con visiera integrata che potesse quantomeno ricordare il P-4B
correntemente usato dal personale navigante della U.S. Navy.
Una
volta terminate le modifiche ho dipinto il pilota con i seguenti vinilici acrilici
Vallejo: Khaki, Leather brown, US Dark Green e Neutral Gray che ho anche mixato
tra di loro per ottenere ulteriori sfumature. Queste sono le foto prima e dopo
la modifica:
Adesso
è tutto pronto per chiudere l’abitacolo, questa volta per gli interni ho voluto
provare le tecniche di Villalba dedicate a luci ed ombre, ho evitato il
lavaggio ad olio che usavo tradizionalmente e devo dire che l’effetto non mi
dispiace affatto. La vasca e il seggiolino li ho dipinti in Tamiya Nato Black,
mentre per il cruscotto ho utilizzato la decal da scatola che è davvero molto
rigida e difficile da far aderire al quadro. Per fargli copiare la
strumentazione di fondo ho dovuto usare una buona dose di Mr. Mark Softer Neo
della Gunze e di Micro SOL; alla fine risultato è stato soddisfacente.
Nonostante
alla fine si vedrà poco o niente, mi sono comunque dedicato al primo stadio del
compressore: ho dipinto la paratia in bianco opaco Tamiya XF-2 (il mio
preferito perché molto coprente) e il resto in Alclad Steel. Un successivo
lavaggio in nero ha messo in risalto tutti le palette.
A
seguire ho incollato i serbatoi sub alari e ho ricostruito con del plasticard da
0.3mm i tappi laterali altrimenti divisi tra i due semi gusci; una volta
incollati li ho ulteriormente assottigliati per evitare che avessero un
eccessivo spessore.
Gli
incastri dei portelloni dei vani carrelli sono molto precisi ma ho preferito
colmare qualche piccola fessura con del Mr.Surfacer 1200 della Gunze.
Di
fronte al gancio di arresto potete notare due grandi fori che serviranno per il
piedistallo. Ho deciso di posizionarli asimmetricamente, rispetto alla linea di
mezzeria, per rappresentare il velivolo con un leggero rollio.
Inoltre,
nei tempi morti, ho iniziato ad aggiustare e a modificare l’angolazione del
supporto in plastica trasparente.
Prima
di incollare canopy e parabrezza mi sono accorto di un dettaglio che nel kit
non è presente: la palpebra del quadro strumenti era sagomata sul lato sinistro
(vista pilota) per ospitare uno strumento di supporto all’appontaggio e per garantire
migliore visibilità; ovviamente, ho riprodotto tali dettagli. Ho anche aggiunto
gli specchietti retrovisori riprodotti in plasticard assottigliato.
VERNICIATURA, DECAL E WEATHERING:
Finalmente
sono giunto alla fase della verniciatura!
L’esemplare
da me scelto è il n°16 appartenuto al VMF-115 dei Marines; ho reperito una sola
foto di questo velivolo nella quale, ripreso da dietro, si riesce a notare che
il colore delle semi ali era più omogeneo e pulito rispetto al resto della
fusoliera. Da questo ho dedotto che potesse esser stato riparato e riverniciato
in parte, anche per ciò riguarda l’aerofreno destro superiore che risulta molto
chiaro. Oltretutto osservando meglio l’immagine si intravede anche un pezzo di
stella americana diversa sulla semi ala superiore sinistra, non allineata e
parzialmente sovra verniciata con una tonalità di grigio ancora differente:
tale dettaglio mi ha dato la quasi certezza che l’aereo avesse subito delle
importanti riparazioni e, senza dubbio, la “cannibalizzazione” di alcuni pezzi
da un’altra cellula con foggia delle insegne sicuramente diversa.
Per
movimentare la livrea e creare un invecchiamento convincente ho deciso di non
utilizzare le classiche tecniche del Pre e Post Shading bensì di stendere uno
strato di marrone Tamiya XF-64 in modo non omogeneo sulle superfici superiori.
Successivamente ho steso il colore della mimetica, il F.S.26440 H-325 Gunze,
per velature molto diluite cercando di non coprire del tutto il marrone di
fondo. Le superfici inferiori e i flaperon sono in Flat White Tamiya. Per tutte
le tinte ho utilizzato la nitro anti nebbia quale thinner.
Le
zone di pericolo in rosso attorno agli intake e le walkway ho preferito
ottenerle per mascheratura. Questa scelta mi ha portato via un bel po’ di tempo
ma, lo dico senza riserve, il modello ne guadagna tantissimo. I particolari
sopra citati sono forniti anche in decal dalla Tamiya ma lo spessore e la
qualità mediocre ne rende l’applicazione tutt’altro che semplice… meglio
verniciare tutto!
A questo punto il mio Skyray in scala ha ricevuto tre mani generose di trasparente lucido Gunze H-30 che ha preparato il fondo per la posa delle decalcomanie del kit. Queste sono state trattate con il Mr. Mark Softer della Gunze poiché il Micro SOL della Microscale non reagisce in alcun modo con il film delle insegne prodotte dalla ditta di Shizuoka.
Come
detto qualche riga sopra, ho aggiunto anche la porzione di stella americana
(proveniente dal magazzino “spare parts” casalingo) in prossimità della tip
alare e ho provveduto a ricreare una mascherina ad hoc per simulare la forma
del resto dell’insegna; una volta ottenuto lo stencil, con attenzione e mano ferma,
ho spruzzato un po’ di grigio di base schiarito con del bianco.
dav
Le
decalcomanie sono state sigillate con un altro strato generoso di Clear facendo
riposare il tutto per almeno 24 ore. Poi ho eseguito i lavaggi, con colori ad
olio, per mettere bene in risalto le fini pannellature del modello: Bruno Van
Dick su tutto l’aereo ad eccezione delle semi ali riverniciate di fresco sulle
quali ho optato per un grigio molto chiaro cercando di accentuare, ancor di
più, le differenze di tono della mimetica. Sulla pancia dello Skyray ho
ricreato le zone di sporco principali, in particolare una valvola situata
intorno al primo stadio del compressore che lascia una scia nera molto oleosa e
marcata, tutto realizzato con colori ad olio.
Anche la scelta del trasparente è stata dettata dall’obiettivo finale: ho lasciato le ali abbastanza lucide mentre per il resto dell’aereo ho optato per un effetto satinato ottenuto con un mix di H-20 e H-30 Gunze, a seconda del gusto consiglio le proporzioni di 4:6 o 3:7 (in gocce). Terminati i “washing” ho provveduto a montare tutti i carichi sub alari e i piccoli dettagli, non dimenticate le luci di navigazione che nel mio modello vengono in parte coperte dalla banda tricolore.
Grazie
a tutti per avermi seguito, spero che l’articolo possa dare qualche spunto
interessante al lettore per realizzare un modello “diverso” dal solito!
Nella contea
di San Diego, lungo la costa meridionale della California, si trova la base di
Camp Pendleton su cui ha sede il Marine Light Attack Helicopter Training
Squadron 303, uno dei centri più importanti per l’addestramento dei piloti di
elicotteri dei Marines.
Meglio
conosciuto come “Atlas”, il reparto da più di vent’anni forma e addestra gli
equipaggi di Huey e Cobra; oggi ha il compito di convertire il personale sui più
moderni mezzi in servizio nei Marines, gli UH-1Y Venom e gli AH-1Z Viper che
sono i loro derivati diretti.
Le origini dell’AH-1Z:
Durante la
guerra nel Vietnam i soldati americani usarono gli UH-1 “Huey” come supporto e
come trasporto rifornimenti/truppe tuttavia, nonostante la loro evidente
mobilità sul teatro d’operazioni, essi non furono del tutto efficaci e non
rappresentarono un netto ostacolo alle tattiche di guerriglia dei Vietcong.
Seppur dotati di mitragliatrici da 7,62 e lanciarazzi da 70mm, le armi non garantivano
una protezione efficace agli uomini a bordo che, oltretutto a causa della forma
frontale estesa e delle ampie vetrature dell’elicottero, non erano
sufficientemente riparati.
Serviva un
mezzo nuovo per contrastare il nemico e nel marzo del 1965 fu sviluppato il
prototipo del Cobra, il Bell UH-1, che volò per la prima volta già nel mese di
settembre. L’U.S. Army accelerò i tempi ordinandone 112 esemplari da inviare
quanto prima in Vietnam. Le consegne iniziarono a giugno del 1967 e nel 1972 i
nuovi velivoli superarono già le 1000 unità.
Nel corso
degli anni il Cobra ha subito sempre maggiori upgrade migliorando nell’armamento,
nei motori e nell’avionica, fino ad arrivare ai giorni nostri dove vola nella
sua variante più avanzata: l’AH-1Z Viper (anche chiamato dagli addetti ai
lavori “Cobra-Zulu”).
Tale
versione è caratterizzata da un nuovo rotore a quattro pale dal diametro di
14,06 metri che gli consente maggiore manovrabilità e un minor impatto acustico;
è equipaggiato con due turbine General Electric T700 e può impiegare missili
AIM-9L Sidewinder, oltre a razzi non guidati, agli AGM-114 Hellfire e al
cannone fisso M197 da 20mm a tre canne rotanti installato sotto il muso.
Il nuovo
“glass cockpit” è dotato di schermi multi funzione LCD da 8 X 6 pollici, un
sistema GPS per la navigazione e caschi integrati che consentono la
visualizzazione di tutti gli apparati del velivolo direttamente nella visiera e,
in particolare, le immagini degli obbiettivi a terra e in volo.
Kittyhawk ha recentemente proposto il kit in scala 1/48 per questo elicottero che da sempre mi affascina… ovviamente ho deciso di acquistarlo!
Immagine inserita a scopo di discussione – fonte super-hobby.com
Lo stampo
presenta delle pannellature molto sottili e precise, ovviamente in negativo.
Molti rivetti contribuiscono ad aumentare il livello di dettaglio della
fusoliera e degli altri componenti della cellula. Il foglio istruzioni è molto
chiaro e le decal, ben stampate e dai colori saturi, offrono la possibilità di
riprodurre tre esemplari di cui uno commemorativo. Completa il tutto un piccolo
foglio di fotoincisioni e una sfera di acciaio che dovrà essere usata per
bilanciare il modello.
Ho subito
iniziato il montaggio dal cockpit accorgendomi, però, che molti pezzi hanno
vistosi segni degli estrattori in punti anche molto visibili. Benché non ci si
aspetti tale inconveniente su di un kit di ultimissima generazione, ho risolto
il problema riempiendoli con un po’ di stucco Green Putty Squadron e carta
abrasiva fine porgendo sempre molta attenzione a non intaccare i dettagli circostanti
che ho protetto con del nastro.
Come
accennato sopra, l’abitacolo è caratterizzato da due grandi schermi e pochi
pulsanti che di certo non aiutano a catturare l’occhio di chi osserva. Se poi
ci si aggiunge il fatto che l’intera zona è completamente verniciata in nero
per agevolare le operazioni notturne con visori NVG… il quadro è completo!
Come colore
di base ho steso il NATO Black XF-69 Tamiya su cui, a seguire, ho steso un
grigio medio (non troppo chiaro) molto diluito per mettere in evidenza gli
spigoli e le forme della vasca. Per risaltare ulteriormente i volumi ho
utilizzato la tecnica del dry brush con un grigio più chiaro; con questa
operazione ho anche evidenziato i pulsanti e i dettagli sui cruscotti e sui
seggiolini del pilota e navigatore/puntatore. A proposito di seggiolini, le
cinture sono in verde scuro Vallejo Military Green mentre le fibbie e agganci
sono in alluminio. Per dare un po’ di
colore ho anche aggiunto un paio di tasti in rosso sulle barre di comando.
Il kit
prevede la possibilità di lasciare aperti i vani motore e i vani avionica su
entrambi i lati della fusoliera ma, personalmente, ho deciso di lasciarne a
vista solo uno dei due per non compromettere le linee di questo splendido
elicottero. Il passo successivo, quindi, è stata la costruzione dell’alloggiamento
del propulsore di sinistra. La base di per sé è molto buona e con un po’ di
dettagli in più e una bella colorazione fa una bella figura.
Seguendo la documentazione e le numerose foto trovate in rete ho aggiunto qualche cavetto in rame sia sulla turbina sia all’interno del vano stesso. Una volta eseguite le dovute prove a secco ho iniziato la colorazione della baia che è in Interior Green Gunze H-59 (alcuni esemplari hanno gli interni in metallo o Chromate Yellow, prestate bene attenzione all’esemplare che scegliete di riprodurre). Il colore è stato steso su una base scura per la tecnica del Black Basing con cui ho ottenuto una maggiore profondità dell’alloggiamento e creando dei chiari – scuri che appagano maggiormente l’occhio.
Il motore invece l’ho verniciato con i metallici della Alclad, sempre su base nera, passando sia il Dark Aluminium, sia lo Steel sulla parte centrale. Ho dipinto poi i cavetti in nero e in verde cercando di attenermi alle immagini dei Cobra Zulu reali; l’effetto finale l’ho ottenuto con il set D Weathering Master della Tamiya che è stato molto utile per ottenere un effetto “cottura” di tutte quelle zone sottoposte alle alte temperature.
Sul portellone
ho ricostruito le cerniere di chiusura, aperte in questo caso, con del
Plasticard sottile; Il loro scasso l’ho ricreato scavando la plastica creando
una forma rettangolare. Ai lati delle cerniere ci sono i gli anelli di blocco
(in rosso) che, nel mio caso, ho ottenuto sfruttando delle vecchie
fotoincisioni provenienti dal sempre utile magazzino pezzi.
Il pannello
inferiore ha una pedana rettangolare rialzata che ha la funzione di offrire un
appoggio stabile agli specialisti, ed è assente sul pezzo del kit. L’ho auto costruita
con del Plasticard usando la sagoma del pannello come riferimento per i fianchi,
aggiungendo poi anche gli attacchi dei tiranti ai suoi lati.
Completato il motore sono passato al vano avionica per cui la Kittyhawk ha previsto delle “scatolette” rettangolari che hanno solo una vaga somiglianza con quelle reali…non mi hanno convinto molto tuttavia le ho usate come base di partenza modificandole un po’ e inserendo un bel numero di cavi per migliorarle. Nel lato destro in alto trova posto un estintore, non potevo non riprodurlo!
Partendo da
un cilindro in plastica e alcuni pezzi sagomati a dovere dello stesso materiale
per simulare l’impugnatura e l’erogatore, sono riuscito ad ottenere un
risultato molto convincente. Una decal di recupero tagliata e adattata e,
ovviamente, la verniciatura in rosso lucido hanno fatto il resto.
A questo
punto ho iniziato ad assemblare gli insiemi che formano l’elicottero: i vani
motore ai lati della fusoliera, le prese d’aria cui ho verniciato il fondo in
nero per aumentarne la profondità, il cockpit e, finalmente, ho potuto chiudere
la fusoliera.
Le
carenature degli scarichi sono scomposte in due pezzi e si innestano da dietro
nei vani motore. Il punto di congiunzione, purtroppo, non combacia granché bene
facendo risultare le coperture più larghe di almeno due millimetri per parte.
Oltretutto,
se decidete di lasciare a vista la turbina non c’è quasi possibilità di
intervenire perché ogni modifica si vedrebbe a modello finito o, peggio,
comprometterebbe tutto il lavoro di verniciatura e dettaglio del vano. Alla
fine, dopo numerose prove a secco e vari tentativi, la soluzione migliore è
quella di allargare la fusoliera in corrispondenza dei motori inserendo uno
spessore di legno (un pezzo di molletta da bucato) al suo interno. Le fessure
che inevitabilmente si formano le ho riempite con colla cianacrilica utilizzata
come stucco.
Altro dettaglio completamente tralasciato dalla ditta cinese è il meccanismo di brandeggio del cannone. I servi e gli ingranaggi, sui AH-1Z reali, sono ben in vista e racchiusi all’interno di una gondola aperta inferiormente installata sotto la fusoliera. All’interno di tale carenatura, che la Kittyhawk ha rappresentato chiusa, il produttore indica di inserire il ballast per evitare che il modello si sieda sulla coda una volta terminato.
Dopo tutto
il lavoro svolto nel motore e nell’avionica non potevo tralasciare questo
particolare, quindi mi sono armato di cutter e ho aperto il vano. Usando come
base di partenza un ammortizzatore di una moto in 1/24 ho creato la parte
mobile dell’arma e la sua base aiutandomi con una fotoincisione di recupero, Plasticard,
fili di rame sottili e tanta pazienza. Pensavo fosse più complicato invece nel giro
di un paio d’ore ho completato l’intervento! Le canne in plastica ho preferito
sostituirle con il bellissimo set della Master in ottone tornito (n° 48056) …
costa pochissimo e vi assicuro che dà una marcia in più a tutto il modello, a
fronte di un montaggio non proprio agevole!
Il contrappeso
va comunque inserito e l’unico alloggiamento rimasto a disposizione è
all’interno del sistema di puntamento sul muso, anch’esso sferico e composto di
due parti trasparenti. Sembra fatto apposta! Senza bisogno di essere incollato
ho chiuso il peso all’interno e ho continuato col montaggio che è filato tutto
sommato liscio e senza intoppi di sorta. Data la presenza dei citati rivetti,
ho protetto tutte le zone interessate da stuccature e carteggiature con del
nastro adesivo onde evitare di perdere il bel dettaglio di superficie.
I pattini,
incredibilmente, non hanno perni e riscontri e durante il loro incollaggio alla
fusoliera occorre prestare molta attenzione alla posizione per non ritrovarli
poi disallineati o disassati.
È ora la
volta dei trasparenti che sono grandi e molto visibili; prima di procedere alla
mascheratura li ho puliti e lucidati con attenzione e con i vari Compound della
Tamiya. Ho verniciato i frame interni in grigio H-308, poi ho applicato
nuovamente il nastro spruzzando del nero leggermente più largo in modo da
riprodurre la guarnizione sigillante del vetro.
A questo
punto la fase di verniciatura ha preso ufficialmente il via iniziando a
stendere il pre-shading in grigio scuro su tutto il modello. A tale scopo ho
usato il Gunze H-331 cercando di seguire con attenzione tutto l’andamento dei
rivetti e delle pannellature, per poi schiarire al centro le più grandi con del
bianco. Come avete constatato è necessario lavorare molto la base affinché i
colori della mimetica non risultino piatti.
A seguire ho
applicato il grigio più chiaro della mimetica, il Gunze H-308, che ho spruzzato
con velature leggere fino ad ottenere l’effetto desiderato e senza coprire troppo
il pre-shading. Il grigio più scuro è il Gunze H-337 e per realizzare la linea
di demarcazione tra un colore e l’altro ho usato il Patafix.
Una piccola osservazione: Kittyhawk nello schema di colorazione indica di colorare in nero le walkways sopra i travetti laterali e sopra i vani motore a lato del rotore ma su questo esemplare non sono presenti!
Gli unici
punti in nero sono le bande anti sdrucciolo applicate sopra i pattini che si
riproducono mascherando le zone con sottili fascette di nastro, alcune delle
quali andranno forate per far passare i perni in rilievo. Una volta finito ho
preparato il mio “Cobra Zulu” alla fase successiva lucidandolo con diverse mani
di trasparente X-22 Tamiya.
Nel frattempo
ho dipinto con il Gunze H-308 il rotore principale che presenta un andamento
del bordo anti ghiaccio (in Gunze H-77) molto complesso e tedioso da
riprodurre. Qualche sfumata in grigio medio per simulare un po’ di sporco e
usura nel senso di rotazione hanno completato la colorazione. Il mozzo con
l’albero l’ho verniciarti in Steel Alclad seguito da un dry-brush in grigio per
evidenziare tutti i dettagli.
Ho applicato
tutte le decal aiutandomi coi prodotti Micro Sol e Micro Set per farle aderire
al meglio. Mediante la punta di uno spillo ho ripassato delicatamente tutti i
rivetti per assicurarmi che non ci fosse nessun punto dove le insegne non
avessero copiato perfettamente il dettaglio sottostante; in questo modo ho
anche scongiurato il pericolo del silvering.
Un’ulteriore
mano di lucido ha preparato il modello per i lavaggi e il weathering. Ho
realizzato per primo il fumo degli scarichi sulla trave di coda, debordando
anche sui piani orizzontali, con lo Smoke Tamiya.
Per il
washing, come mia abitudine, ho preferito i colori a tempera preparando una
miscela di nero, bianco e marrone fino ad ottenere un tono non troppo scuro.
A questo
punto ho preparato i carichi esterni: l’esemplare da me scelto, come detto, fa
parte di uno Squadron d’addestramento per cui ho scelto di non esagerare con
l’armamento. Ho montato i rail per gli Hellfire (in nero) senza aggiungere i
missili. I due lanciarazzi sono in varie tonalità di verde scuro: sono partito
da un fondo in nero opaco su cui ho velato il Gunze H-330 molto diluito
aumentando o diminuendo la qualità di colore per non coprire completamente il Black
Basing ed ottenere varie tonalità dello stesso verde. Ho aggiunto anche un pod
ACMI in rosso che ho costruito partendo da un AIM-9L Sidewinder.
Completato
l’armamento ho opacizzo il piccolo “Cobra-Zulu” e per farlo ho utilizzato
l’Alclad Flat Cote. Qualche velatura leggera e diventa perfetto! A seguire ho
iniziato l’assemblaggio finale montando tutti i pannelli mancanti, il rotore di
coda e quello principale ed eliminando le mascherature.
Ho
completato le luci di posizione con il Clear Red e Clear Green Tamiya ed ho,
infine, incollato i due trasparenti del canopy in posizione aperta. Ho anche
ricostruito da zero i due pistoni che li tengono sollevati usando un tubicino
in gomma nera nel quale ho inserito uno spillo per riprodurre lo stelo colorato
in nero lucido.
Ho aggiunto
poi i tiranti del portellone basso del vano motore riprodotti con un filo
sottilissimo in rame colorato in alluminio, e l’asta di sostegno del pannello
superiore con del Plastirod circolare in verniciato in giallo.
Conclusioni:
Un bel
modello che mi ha davvero entusiasmato dall’inizio alla fine; dal montaggio
facile con poche correzioni, necessita solo di qualche miglioria qualora si
volessero riprodurre i vani aperti.
Kittyhawk ha fatto un ottimo lavoro riprendendo molto bene la linea aggressiva e muscolosa di questo splendido elicottero. Devo ammettere che in vetrina fa una splendida figura!
Il C-54D nasce come versione militare del quadrimotore civile DC-4 e fu sviluppato a partire dal 1943 come un monoplano ad ala bassa con fusoliera a sezione circolare dalla struttura interamente metallica, fatta eccezione delle superfici mobili quali timone, alettoni e equilibratori in tela. Le gondole dei motori ospitavano quattro Pratt & Whitney R-2000, radiali a 14 cilindri, disposti in doppia stella, che azionavano eliche tripala Hamilton Standard a passo variabile. Le due più vicine alla fusoliera ospitavano l’elemento posteriore del carrello d’atterraggio che era del tipo triciclo anteriore.
Lo Skymaster fu concepito come velivolo da trasporto medio-pesante subito dopo l’attacco di Pearl Harbor quando per necessità l’US War Department fu costretto a requisire i primi 34 velivoli civili prodotti dalla Douglas. Di fatto la variante passeggeri denominata DC-4 fu introdotta solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
La
sua carriera lo vide operativo su tutti i fronti del conflitto; fu, inoltre,
utilizzato come aereo personale dal Presidente degli Stati Uniti Roosevelt e
dal primo ministro inglese Winston Churchill. Dopo la WW2 oltre 300 dei
velivoli rimasti nei reparti furono richiamati dai vari teatri per prendere
parte al ponte aereo di Berlino del 1948.
Ho
iniziato la costruzione staccando dagli sprue e pulendo da piccole sbavature i
numerosissimi pezzi che compongono gli interni di questo grosso quadrimotore.
Ci vuole un po’ di pazienza considerando che tutti gli elementi in foto quali i
sedili, il quadro strumenti, cloche, paratie e gruppi radio sono composti a
loro volta da almeno 4/5 parti ciascuno.F
In questa prima fase ho steso i colori di fondo: Interior Green H-58 Gunze per le pareti della fusoliera, Neutral Grey XF-53 Tamiya per il pavimento della cabina di pilotaggio e della zona cargo. Le panche laterali sono in rosso Vallejo, stesso colore utilizzato anche sugli estintori nel vano radio. Con i vinilici ho anche completato i vari dettagli del cockpit e dei sedili per i piloti. A seguire ho lucidato tutti i pezzi con il trasparente Mr.Paint che è facile da stendere ed asciuga già dopo mezz’ora.
Attesa l’asciugatura del Clear ho eseguito i lavaggi con i miei fidati colori ad olio, in particolare il Bruno Van Dyck sull’Interior Green e un grigio non troppo scuro sul Neutral Grey. Su alcune zone ho voluto insistere con un po’ di invecchiamento e texturizzazione mediante colori vinilici e spugnette per ricreare i segni di usura e del calpestio. Purtroppo una volta finito il modello di questi effetti si vedrà ben poco, anzi praticamente nulla. F
Prima di chiudere le semi-fusoliere devono essere incollati tutti i trasparenti laterali; gli oblò sono stampati in un sol pezzo e risultano abbastanza complicati da incastrare correttamente, per questo vi consiglio di dividerli e fissarli uno ad uno singolarmente. Inoltre è bene ripulire con cura da piccoli residui di stampa tutti gli scassi in fusoliera per i finestrini (le bave di plastica, purtroppo, creano spessori indesiderati).
Quando unirete il cockpit al resto della cabina assicuratevi di non incollare le due pareti laterali del vano carrello anteriore, quelle indicate nella foto seguente dalla freccia. Le istruzioni suggeriscono di assemblarle subito al pavimento, ma possono essere aggiunte anche dopo l’unione della carlinga agevolandone l’allineamento.F
La
Revell indica di inserire una zavorra di ben 70g per evitare che il modello si
sieda sulla coda una volta terminato. A tal scopo c’è un grande spazio libero
sotto il pavimento della cabina in prossimità delle cuccette e dell’operatore
radio, sfruttatelo al massimo!
Personalmente,
nonostante abbia riempito di pesi la zona, non sono riuscito a bilanciare il
mio Skymaster…. più avanti nell’articolo vedrete.
Passo,
ora, alle ali: per poter realizzare i flap in posizione estesa è necessario eliminare
una porzione della semi ala inferiore in corrispondenza dell’alloggiamento dell’ipersostentatore
e inserire il pezzo supplementare che vedete in foto (numero D108 e D109 sulla
stampata). Il taglio l’ho eseguito con un incisore sottile e molta attenzione
ma, nonostante tutto, la morbidezza della plastica non ha agevolato
l’operazione e ho dovuto rifinire il tutto con ciano acrilica usata come
stucco.
Le
griglie dei radiatori dell’olio vanno inserite in appositi alloggiamenti prima
di incollare i propulsori. Il loro spessore è un po’ pronunciato e questo crea
un’interferenza con i pezzi che rappresentano le paratie tagliafiamma.
Per
evitare problemi vi consiglio di sagomare una piccola sezione della circonferenza
con una lima a “mandorla”, come indicato nella foto, e ripetere la procedura
sui quattro pezzi:
L’unione
delle semi ali e relative gondole motori, all’apparenza semplice, si è rivelata
abbastanza complessa a causa dell’alto numero di pannellature da reincidere
dopo le necessarie stuccature e carteggiature delle giunzioni; del resto la
livrea in Natural Metal finale non lascia scampo neanche alla più piccola
imperfezione.
Ogni
Pratt & Whitney è composto di otto parti, nove se si contano le eliche,
dieci se si considerano le naca, undici se si mettono in conto anche i
flabelli. Come avrete capito ci sono una marea di pezzi da pulire da bave di
plastica.
Una
parte davvero difficile da rifinire è il terminale dello scarico di ogni motore
poiché di ridotte dimensioni; per agevolarmi il compito ho deciso di imperniare
ogni tubo con un ago di siringa in modo da poterlo maneggiare con più facilità.
Ho
deciso di aggiungere un solo (si fa per dire e capirete perché) dettaglio ai
motori riproducendo i cavi delle candele. Essendo dei radiali a 14 cilindri
erano provvisti di 28 cavi ciascuno che ho simulato con del filo di rame
recuperato da un auricolare rotto, di diametro da 0.1 o 0.15 – sottile quasi
quanto un capello e perfettamente in scala.
Realizzare
i fori per inserire i 28 cavi non è stato fattibile per via del ridotto spazio
a disposizione, per questo ho optato per forarne solo la metà e trovare un
piccolo escamotage: ho tagliato un lungo filo di rame che ho piegato a metà
facendo un piccolo cappio; ho inserito questa estremità nel foro passante dalla
faccia frontale del cilindro e tirandola da dietro. Ho fermato il tutto con una
goccia di ciano sul retro e, girando la stella, dall’altra parte mi sono
trovato, di fatto, due capi di filo per ogni foro. Non è fedele al 100% ma credo sia una
soluzione più che onesta!
Vi
do un secondo consiglio: la sequenza di montaggio dei Pratt &
Whitney R2000-9 prevede un primo assemblaggio dei pezzi indicati con le frecce
rosse che corrispondono:
1) Al
secondo anello di cilindri.
2)
Ai collettori di scarico di questo secondo anello.
Dopo
alcune prove a secco da cui ho capito che allineare i pezzi secondo quanto
suggerito dalle istruzioni è alquanto scomodo e dal risultato incerto, ho deciso
di sovvertire la sequenza e di montare prima tutto il blocco dei cilindri
(indicati dalle frecce in verde) e, solo dopo, aggiungere i collettori di
scarico e le aste dei bilancieri (evidenziati dalle frecce in rosso). Il pezzo
contrassegnato dalla freccia in giallo, che comprende le aste della stella
frontale, i magneti e il mozzo dell’elica, è stato l’ultimo ad essere
assemblato al resto dell’insieme.
Per
ciò che riguarda la loro verniciatura ho dapprima applicato il Gunze Mr.Finishing
Black 1500, poi ho steso su tutto l’Alclad White Aluminium.
Non
sono un grande fan dei lavaggi pronti, l’unica eccezione che mi concedo è un
panel liner nero della Mig che utilizzo quando non occorre la stessa qualità e
modulazione che solo i colori ad olio riescono a dare. Il pigmento, purtroppo,
non è stato trattenuto a dovere dai dettagli a causa della loro stampa poco
definita, ma è comunque riuscito a dare profondità alle lamelle di
raffreddamento dei cilindri e agli altri elementi.
A
questo punto sono tornato ad occuparmi della fusoliera e, in particolar modo,
del portellone di carico che è fornito separato (per essere rappresentato
aperto) e, purtroppo, non brilla come qualità degli incastri. Ho dovuto
impiegare molto stucco e tanta pazienza per raccordare al meglio il pezzo con
conseguente, noiosa, operazione di reincisione delle pannellature andate
perdute.
Per
pareggiare i dislivelli è stato necessario, mio malgrado, eliminare anche le
cerniere originali stampate. Le ho ripristinate in seguito ricreandole con del
Plasticard.
Ad
ogni modo se optate per chiudere il vano di carico rimuovete la sezione interna
della cabina (in foto qui sotto), quella che riveste le pareti della fusoliera.
Questo pezzo fa sì che il portello non si incastri a dovere nell’alloggiamento
e lo spinge verso l’esterno vanificando qualsiasi tipo di allineamento.
Anche
il muso forma un piccolo scalino rispetto al resto della fusoliera. Che ho
ridotto carteggiando la superficie. Ancora una volta, ho dovuto ripristinare le
pannellature che in questa zona sono abbastanza tediose da reincidere (a causa
delle forme curve).
La
strumentazione superiore del cockpit ha ricevuto un trattamento essenziale
perché anch’essa praticamente non si vedrà. Il trasparente anteriore combacia
bene con il resto della fusoliera ma non fate l’errore che ho fatto io di
incollarlo con una quantità minima di collante perché, inevitabilmente, esso tenderà
a cedere a seguito delle numerose compressioni e torsioni a cui viene
sottoposta la fusoliera durante le varie fasi del montaggio.
I
finestrini laterali del parabrezza, nella parte inferiore, hanno dei frame
sottilissimi per cui prestate attenzione quando andrete a raccordarli con la
carlinga: utilizzate uno stucco liquido ed evitate accuratamente di sporcare la
parte interna con infiltrazioni non volute.
L’unione
delle ali alla fusoliera presenta un’altra criticità:
Passato
il primo momento di sconforto ho iniziato a studiare un metodo per riempire le
vistose fessure; osservando le foto del velivolo reale mi son reso conto del suo
diedro alare molto accentuato. A questo punto ho incollato una striscia di
nastro adesivo tendendo le tip delle semi ali verso l’alto e,
contemporaneamente, ho passato sulla giunzione delle abbondanti spennellate di
Tamiya Extra Thin Cement. Lasciato riposare il modello per una notte, ho
eliminato lo scotch trovando le ali nella giusta posizione e il gap quasi del
tutto riempito.
Nella
parte inferiore sono dovuto intervenire con un po’ di stucco come mostrato
nella foto.
Giunto a questo punto, grazie alla segnalazione di un membro del nostro forum, ho constatato che le superfici di governo dello Skymaster erano tutte, tranne i flap, rivestite in tela. Ovviamente quelle del kit non sono corrette perché rappresentano delle superfici metalliche.
Per
prima cosa ho stuccato tutte le pannellature stampate su di esse.
Poi,
con dello sprue filato molto sottile, ho realizzato le centinature di rinforzo
in rilievo basandomi sempre sulla documentazione in mio possesso.
Mediante
una matita in fibra di vetro ho carteggiato e ridotto gli spessori di detti
rinforzi cercando anche di integrarli nella superficie. Infine, come ultimo
step, ho steso su tutti i pezzi un generoso strato di Mr.Surfacer 1000 della
Gunze, stucco liquido, molto diluito per amalgamare tutti gli elementi
aggiunti.
Onde
evitare che anche i lettori incappino nel mio stesso errore, mi preme segnalare
l’ennesimo errore riportato nelle istruzioni. Esse, infatti, non segnalano che
alcuni oblò in fusoliera devono essere chiusi e stuccati come confermato anche
dalle foto. Personalmente ho dovuto rimediare a verniciatura quasi ultimata e
in una fase davvero delicatissima; con pazienza ed attenzione ho riempito i
finestrini con colla cianacrilica e ho carteggiato con grane fino alla 6000 per
livellare l’intera superficie. Per fortuna le generose mani di trasparente
lucido e la grande stella americana che va posta sopra ha coperto eventuali
imprecisioni.
La
fase di costruzione si è conclusa dopo aver aggiunto gli ultimi pezzi sulle ali:
gli attuatori dei flap (indicati dalle frecce in blu, molto fragili e che vanno
preservati anche durante la verniciatura). In verde sono delle piccole
striscioline di Plasticard, applicate con la Tamiya Extra Thin Cement, atte a
simulare i rinforzi strutturali andati parzialmente persi durante le fasi di
stuccatura; ad ogni modo non erano stampati granché bene quindi ho approfittato
anche per rifarli con maggiore definizione.
In rosso, invece, i perni degli alettoni a forma di “T” ai quali bisogna accorciare l’elemento orizzontale al fine di poter inserire le superfici di comando anche a fine montaggio. Vi consiglio lo stesso lavoro per timone e stabilizzatori.
Verniciatura e Decal:
Ho
iniziato la verniciatura con una prima mano di primer Gunze Mr.Surfacer 1000
diluito con la nitro al 70%. Non ho cercato una copertura uniforme perché il
fondo, più che altro, è servito a coprire la plastica bianca che non mette in
evidenza eventuali imperfezioni di montaggio.
Sulle
superfici mobili ho steso uno strato sottile di Mr.Finishing 1500 Black della
Gunze che dà una finitura satinata. In accoppiata con un velo di Aluminium
Alclad la base simula perfettamente la finitura leggermente opaca delle
superfici verniciate con il protettivo a base di alluminio. Al centro delle centine degli alettoni ho
aerografato dei piccoli spot di White Aluminium, sempre Alclad, per dare un po’
di movimento.
Ho
poi dipinto l’intero modello in Tamiya X-1 Gloss Black diluito, ancora una
volta, con la nitro. Trascorse almeno 24 ore per una completa asciugatura ho
utilizzato l’Aluminium della AK Extreme Metal; è la mia prima esperienza con
questo prodotto con cui si riesce ad ottenere una base estremante brillante ma
che, purtroppo, è anche molto più delicata rispetto a quella che danno le
lacche della linea Alclad.
Per
continuare con la verniciatura principale mi sono dedicato alla prima fase
della colorazione verniciando il dorso dello Skymaster in bianco opaco (XF-2
della Tamiya).
La
pancia del velivolo, invece, è in grigio chiaro Tamiya XF-66.
Per
le vistose zone in arancione ad alta visibilità ho optato per l’International
Orange Mr.Paint (MRP-232) che è molto facile da utilizzare. Per aumentarne la
copertura sotto ho passato nuovamente un velo di bianco opaco Tamiya.
Sul muso
andrà applicata la decal con la scritta U.S. AIR FORCE che è “inscritta”
all’interno di un rettangolo lasciato in natural metal. Per mascherare ho
ritagliato una striscia di nastro Kabuki di 0.7 centimetri di altezza.
Successivamente
ho iniziato ad applicare le maschere per dipingere in nero opaco Tamiya XF-1
tutti i bordi d’attacco su ali, deriva e piani di coda. Per non complicarmi la
vita ho scelto il Tamiya Masking Curve che è ottimo sia per le forme
tondeggianti e, se stirato con cura, anche per quelle rettilinee.
Il
pannello che include gli scarichi è in Steel Alclad.
Il
grigio XF-66 si estende anche ad una piccola area sotto ogni gondola motore.
I
vani carrelli sono nello stesso Interior Green già utilizzato per la cabina.
Le eliche:
La
prima operazione è stata la stesura di una base di Gunze Mr.Finishing Surfacer
Black 1500.
Poi
una mano di White Aluminium Alclad.
Per
creare delle tip gialle tutte della medesima misura ho dapprima tagliato dei
segmenti di nastro Tesa rosa da 2mm attaccandoli a filo della pala, poi con il
nastro bianco Tamiya ho delimitato il bordo.
Per
il giallo ho preferito l’XF-4 Tamiya su di una base di bianco opaco e diluito
con la nitro.
Una
volta terminato il colore e passata una leggera mano di trasparente lucido Mr.Paint
Gloss ho posato le decal principali.
Per
rappresentare il bordo antighiaccio presente su ogni pala ho utilizzato
striscioline da 1,5 cm di decal nere di risulta (Cartograf ex Airfix, quindi
ottime) e con tanta, tantissima pazienza ne ho applicate sei per ogni elica,
tre frontali e tre posteriori. una volta fatte aderire con Micro Sol e Set ho
ritoccato il bordo d’attacco con il nero lucido Tamiya dato a pennello.
I
copri mozzi dell’elica, sul velivolo reale, erano cromati e lucidati a
specchio. A tale scopo sul mio Skymaster ho utilizzato il cromo liquido della
Molotow con punta da 1mm…. È veramente spettacolare come prodotto!
Ancora
una volta le istruzioni Revell traggono in inganno il modellista per ciò che
riguarda il pannello anti riflesso davanti il parabrezza. La forma di quello
suggerito è completamente errata e mi sono dovuto affidare alle uniche due foto
a disposizione che ritraggono l’esemplare 43-017281 in atterraggio a Berlino –
Tempelhof nel giugno del 1960 per rifarlo corretto.
Fate
attenzione anche alla striscia blu che corre lungo la fusoliera: se osservate
bene le immagini noterete che il fregio è contornato da una porzione di bianco
anche nella parte inferiore. Per avere un riferimento certo delle zone da mascherare
ho messo in posizione la decal ancora sul suo supporto in carta assorbente e ho
applicato il nastro.
Una
volta terminata la posa delle insegne, poche ma grandi, ho notato che la
matricola sulla deriva del mio Skymaster presentava un fondo scuro, o meglio
leggermente più scuro rispetto al bianco della livrea. Tornando ad osservare le
immagini, anche di altri esemplari simili, sono giunto alla conclusione che i codici
erano dipinti direttamente sul natural metal. Pertanto armatomi di pazienza e
acqua calda ho rimosso le decal già posizionate sull’impennaggio e ho ripassato
il White Aluminium AK sull’area interessata.
Semmai
qualcuno volesse riprodurre questo esemplare voglio segnalare che la decalcomania
originale dispone i numeri molto più distanti dal bordo antighiaccio rispetto a
quanto è visibile nella realtà, quello che vedete è il risultato di un piccolo
taglia e cuci con cui ho diviso il serial number in due parti avvicinando le
cifre per fargli assumere una spaziatura più realistica.
Dopo
aver montato i carrelli ho tristemente constatato che, nonostante i pesi
aggiunti all’interno della fusoliera, il mio Skymaster si è comunque seduto
sulla coda. Alla fine ho deciso di utilizzare il supporto fornito dal kit che
veniva spesso montato anche sull’aereo reale in sosta o in fase di
carico/scarico. A causa della morbidezza della plastica di cui è fatto lo stelo
tende a piegarsi sotto il peso del modello per cui sono dovuto intervenire sostituendolo
completamente con un’anima di acciaio presa in prestito da una graffetta da
cartoleria.
Ho
provveduto a sporcare i flabelli in particolare e la zona retrostante come
visto da una foto a mia disposizione presa da un passeggero in volo su un DC-4.
I
carrelli hanno una scomposizione abbastanza cervellotica e che, purtroppo, non
aiutano ad allineare facilmente le parti che li compongono.
In particolare quello anteriore, progettato per essere montato prima della
chiusura della fusoliera, necessita di alcune modifiche per essere installato a
posteriori (operazione comunque necessaria poiché durante le varie fasi avrebbe
subito di sicuro qualche danneggiamento). Ad ogni modo tagliando e
assottigliando i bracci dell’attacco principale si riesce a farlo entrare nella
propria sede.
Successivamente
ho aggiunto i punti di ancoraggio delle lunghe antenne a filo sulla deriva: l’attacco
superiore è stato realizzato con una sezione di ago da cucito tagliato e
inserito nella plastica con l’ausilio di un trapanino a mano, la seconda più in
basso è stata ricavata da una corda di chitarra elettrica 0.10 curvata con una
pinza e inserita in un foro praticato con una micro punta per schede
elettroniche e molta attenzione. Il filo vero e proprio è l’elastomero della
Uschi Van Der Rosten per la scala 1/48, leggermente più spesso.
Infine
ho montato tutte le superfici mobili modificate per rappresentare l’effetto
telato e i grossi flap, sono davvero imponenti, che per fortuna sono stati di
facile installazione in quanto ogni pezzo dispone di quattro martinetti di
aggancio.
Ho
effettuato i lavaggi tramite colori ad olio, sul bianco ho optato per un grigio
medio chiaro molto diluito dato per capillarità, sul resto del soggetto un
grigio medio più accentuato ottenuto dal consueto mix di bianco e nero. Per le zone motori invece ho optato per toni
di marrone, Bruno Van Dick e Terra di Siena.
Conclusioni:
Non
avrei mai pensato di poter realizzare un C-54 soprattutto per le sue
ragguardevoli dimensioni e per la conseguente mole di lavoro. Quando un mio
amico mi ha proposto di realizzarglielo ho colto la palla al balzo pensando che
un kit rilasciato nel 2015 si montasse nel giro di un paio di mesi, ma così non
è stato!
Ci vuole tanta pazienza nella pulizia delle parti più minute e vista l’esperienza negativa con le istruzioni, più volte segnalata nell’articolo che avete appena letto, vi consiglio di dedicare tanto tempo allo studio del soggetto reale. Documentazione alla mano eviterete i piccoli inconvenienti che mi hanno più volte rallentato.
Comunque il bello del modellismo, secondo me, è anche questo: venire a capo di problemi mettendosi sempre alla prova e cercando soluzioni alternative, spero che il mio articolo vi sia utile.
Un saluto a tutti e buon modellismo! Mattia “Pankit” Pancotti.
I nostri anni trenta rappresentano un periodo di grandi sviluppi e di sperimentazioni in ogni campo e su ogni genere come auto, moto, aerei e, non fanno eccezione, i mezzi corazzati. La Motomitragliatrice blindata d’assalto MIAS nasce in quest’epoca pionieristica ma radicata ancora ad un concetto obsoleto di guerra statica di trincea. Permettere, quindi, ad un soldato di avere una protezione o, meglio, una sorta di “scudo cingolato” che lo riparasse durante l’avanzamento era un concetto irrinunciabile.
Immagine inserita a scopo di discussione – fonte tanks-encyclopedia.com
Molte ditte proposero mezzi dalle forme e dall’armamento più svariato ma la Ansaldo S. A. sviluppò questo progetto nel 1935 che, nelle sue intenzioni e nelle specifiche tecniche, doveva rappresentare un significativo passo avanti rispetto a tutti gli altri competitors. Purtroppo ad eccezione di qualche prototipo non venne mai prodotto in serie rimanendo uno dei tanti bizzarri tentativi di quegli anni per creare un veicolo economico ed efficace sul campo di battaglia, tanto da venir considerato da molti il veicolo corazzato più piccolo mai ideato.
Immagine inserita a scopo di discussione – fonte tanks-encyclopedia.com
Questo è stato il primo impatto con il MIAS. Con quel suo non so che, indefinibile, con un suo impalpabile fascino. Trovata poi l’unica brochure tecnica che consegnava al lettore una serie di note tecniche, prestazioni, nonché le ridotte dimensioni, ma dalle grandi prestazioni. È così che divenne ancora più forte il volerlo ricostruire in scala…1/35, almeno per poterlo maneggiare. Guardando le foto sembrava già inverosimile che
la stessa Ansaldo volesse proporre ad un esercito una macchina a cui mancava
libertà di movimento del conducente-soldato, il cui avanzamento pareva dovesse
lasciare carponi quasi lo stesso malcapitato oppure ingobbirlo anzitempo,
esponendolo comunque al fuoco nemico laterale.
Il MIAS, lungo poco più di un metro ed aperto
posteriormente, era composto da piastre di acciaio che sul prototipo erano di
comune ferro, mentre nella versione di serie dovevano essere di acciaio
balistico. Le lamiere che componevano lo scudo erano fissate tra loro tramite
chiodatura e con uno spessore sufficiente per resistere frontalmente al proiettile
perforante Mauser SMK sparato da una distanza massima di 50 metri con angolo di
impatto 90°; ai lati, invece, con le medesime condizioni al proiettile standard
del Carcano Mod. 91.
Immagine inserita a scopo di discussione – fonte tanks-encyclopedia.com
La parte superiore era chiusa da un portello regolabile in altezza, incernierato anteriormente, per permettere anche ai conducenti di statura più alta di condurre il mezzo agevolmente.
La Motomitragliatrice era mossa da un motore di derivazione motociclistica, il monocilindricoFrera da 250 cm³ alimentato a benzina e raffreddato ad aria, in grado di sviluppare 5 hp al regime di 3000 giri al minuto. Il propulsore era dotato di un cambio con due rapporti in avanti più una retromarcia, in grado di portare il veicolo ad una velocità massima di 4,97 km/h in avanti e 2,2 km/h a marcia indietro. Lo sterzaggio era garantito da un differenziale ad ingranaggi conici facilmente manovrato con leve interne. La tensione del cingolo trattivo veniva regolata dalla ruota di rinvio che, collegata ad un apposito dispositivo composto da un’asta filettata, veniva spostata avanti o indietro semplicemente ruotando un dado con una chiave fino al raggiungimento della giusta tensione. L’armamento nella versione MIAS era composto da due mitragliatrici leggere Scotti cal. 6,5 su affusto binato ancorate sulle piastre frontali per mezzo di una scudatura mobile con un alzo di 14″ ed una depressione di 10″, con un brandeggio orizzontale di 20″ totali. La scorta di proiettili a bordo era composta da 40 caricatori per un totale di un migliaio di colpi.
Dall’unico disegno trovato ho potuto identificare e collocare i vari comandi e componenti sulla struttura. L’organizzazione degli stessi mi permetteva di poter lavorare contemporaneamente su due fronti: interno, con la collocazione del motore e degli accessori di comando e guida, nonché delle cassette portamunizioni e il serbatoio dell’olio superiore. E all’esterno del mezzo per la costruzione delle ruote e relativi mozzi con la parte di registro tensione cingolo e sulla paratia porta arma.
Tutto al 95% auto costruito pazientemente dopo molte prove e aggiustamenti sullo spessore del Plasticard e sulla robustezza della struttura stessa. Il rimanente sono chiaramente alcune cose che potevo, per dimensioni e reperibilità sul mercato, prendere “a prestito” dal già pronto. In effetti le due armi sono parti prelevate da un SM.79 in scala 1/48 ma che si adattano bene, potendo metterle binate, al MIAS. Peccato che per tenerle in posizione orizzontale al fronte di marcia abbia dovuto incollarle, perché inizialmente erano fissate sul tubo che, ruotando, dava la sensazione del brandeggio. Così pure per i cingoli che sono stati recuperati da un Kettenkrad sempre in scala 1/48, pazientemente puliti dalle parti non utilizzabili ed inseriti sul perimetro di rotolamento. Purtroppo questa parte non mi soddisfa a pieno; vorrei essere capace di poter creare delle fotoincisioni per dettagliare meglio la parte ruota motrice e per farle esattamente tutte uguali, essendo fissate in coppia al mozzo motore e con una chiodatura che non sono riuscito a completare al 100%.
Quindi, una volta completata la parte motorizzazione, ventilazione forzata e sistemi di guida con Plasticard e profili dello stesso materiale, ho iniziato la costruzione del fondo con una lastra da 0,5 mm e degli scudi laterali e superiori con una da 0,3 mm. La struttura così chiusa mi ha permesso poi di passare al dimensionamento più adeguato delle cassette munizioni (suddivise in due per un totale in volume di 40 caricatori), e per il posizionamento del serbatoio dell’olio di cui non si hanno dimensioni esatte se non quelle ricavabili dalle foto.
Nel frattempo ho ricostruito la marmitta (forse fungeva anche da fumogeno), il piccone, la pala e il piede di porco per la sistemazione di fortuna del cingolo. Dall’altra parte con un lamierino ho ricreato la protezione del fanale posto poco lontano dal filtro aria di respirazione del carburatore, rifatto con una rete da 20 micron di inox arrotondata e fissata al solito plasticard.
Verniciatura:
la destinazione del blindato era pensata
prettamente per l’esercito e quindi limita sensibilmente quella che poteva
essere la tipologia del colore applicato del reparto a cui sarebbe stato
destinato.
L’Ansaldo inoltre riponeva grande speranza sul
fatto che venisse prodotto in grande serie, tanto da imporre estrema cura in
ogni dettaglio sia nell’armamento che nel posizionamento e nella sua ergonomia.
Per far risaltare quindi un prodotto che a tutti gli effetti è come fosse appena uscito dalla fabbrica esso è stato colorato internamente con un grigio scuro anticorrosivo Grigio Azzurro Chiaro Gunze H-324, mentre l’esterno in Field Gray 2 Gunze H-48.
La basetta:
Trattandosi di un prototipo e quindi mai
utilizzato in nessun teatro bellico, il primo problema affrontato è stato come
collocarlo. Le foto disponibili però mi sono venute in soccorso e ho immaginato
una ipotetica presentazione ad un “pubblico” militare del blindato
stesso. Ricavato da foto dell’epoca dell’Ansaldo di Genova, ho ricostruito un
piccolo angolo di questa immensa fabbrica e posizionato, come se fosse appena
uscito, il mezzo.
Per poter dare un riscontro alle dimensioni del
MIAS, ho aggiunto un tenente della cavalleria intento a scrutarlo (non con
perplessità, forse), immaginandolo in azione.
E questo è tutto. Spero che l’articolo vi abbia interessato. Buon modellismo a tutti!
A volte si possiedono tesori senza neanche saperlo. Essi
sono lì sotto i nostri occhi ma spesso non li osserviamo e non gli diamo
importanza. Poi, come è successo a me, accade qualcosa e all’improvviso li
riscopriamo.
Il tesoro in questione era una scatola di lettere conservata da mia nonna e ritrovata per caso mentre mettevo ordine in un vecchio armadio. Tra di esse vi era la corrispondenza di mio nonno, Angiolino Nanni, scritte prima e durante la Grande Guerra. C’erano missive redatte dalla scuola alla madre vedova fino al 1915, altre appena arruolato e infine quelle spedite dal fronte del Carso e da quello Macedone poi.
Documentandomi ho scoperto l’importanza della scrittura per
i soldati al fronte. Mai come in quel periodo ci sono state tante
corrispondenze che andavano da e verso le zone di guerra. Una delle richieste
che più spesso facevano i soldati erano carta e matite, al pari di cibo e
vestiti caldi.
Sarà che crescendo si impara a guardare con più attenzione
al proprio passato, ma la loro lettura mi ha preso e affascinato come un libro
di avventura. Ho potuto vedere il
ragazzo impaurito e allo stesso tempo orgoglioso di servire la patria,
l’incoscienza dei primi tempi trascorsi nell’Esercito fatti di marce e
addestramento, fino alla presa di coscienza dell’orrore della guerra.
Essendo le lettere (per lo più cartoline postali) soggette a
censura, difficilmente mio nonno poteva esprimere pensieri troppo intimi e mai
si poteva dubitare dell’esito del conflitto. Ma anche in un piccolo diario
personale ho ritrovato tra le righe un uomo che, seppur cosciente di quello che
stava affrontando, cercava sempre di esorcizzare le battaglie scherzandoci
sopra, come quando paragonava il bombardamento austriaco ai fuochi di artificio
che probabilmente la sua famiglia osservava a casa in tempi di pace.
In poco tempo il ragazzo, arruolato nel 40° Reggimento Bologna e poi passato nel 64° Reggimento Cagliari, si fece valere. Un po’ per il forzoso “ricambio” dovuto ai caduti e un po’ per alcune azioni che gli valsero la croce di bronzo al valor militare, mio nonno divenne ufficiale e si ritrovò ad avere il comando di altri uomini. Il ragazzo fu costretto a crescere e diventare uomo.
E proprio a questo periodo risale la lettera scritta nel Natale del 1917 che ho trovato tra le tante altre. In essa descrive come in quel magico giorno la guerra si fosse fatta un poco da parte. La giornata era passata relativamente tranquilla. E in quel momento, guardando negli occhi dei suoi soldati, aveva scorto le loro menti volare verso gli affetti più cari, verso quelle persone il cui ricordo permetteva di non impazzire e sopravvivere alle tragedie che li circondavano. Perché, come ha scritto in un’altra epistola, loro che vivevano immersi nell’odio sopravvivevano solo grazie al pensiero che a casa li aspettavano i propri cari, permettendogli di mantenere quel minimo di umanità e di equilibrio.
Ispirato da questi pensieri impressi per sempre su carta ho deciso di costruire un diorama che fotografasse quel momento, con i soldati assorti nella lettura mentre ripensano ai momenti felici. Per far questo da una parte ho ricreato la realtà, con la trincea e la fatica di sopravvivere ogni giorno, tra la neve e il freddo. Dall’altra il mondo dei ricordi, nel tepore degli affetti verso i propri figli e la donna amata. Come base ho usato le copie di alcune lettere e cartoline scelte per l’aspetto o per le frasi contenute. Sullo sfondo la lettera di natale, in cui il testo è stato trascritto in caratteri di stampa per facilitarne la lettura.
La realizzazione:
Sono partito da una trincea in resina della Andrea Miniatures avanzata dal mio precedente lavoro che trovate QUI (avevo utilizzato i soli figurini).
Non ho avuto molta scelta per i personaggi. I soggetti WW1,
specie italiani, sono ben pochi. Per fortuna Italian kits ha realizzato una
scenetta con tre soldati che giocano a carte in trincea e un fante venduto
singolarmente. Mentre quest’ultimo è davvero ben fatto, ho trovato qualche
difetto nei volti degli altri tre con occhi un po’ troppo pronunciati. Per
quello in piedi sono ricorso alla seconda testa in dotazione al figurino
singolo, mentre per quello seduto ho dovuto usare un po’ di carta abrasiva ed
ho cercato di ricostruire i lineamenti a pennello.
Non trovando figure femminili dell’epoca in resina mi sono adeguato ed ho utilizzato quella della Modelkasten che, sebbene in plastica morbida, ha un discreto dettaglio.
Ho quindi unito il pezzo di trincea della scenetta dei fanti a quello della Andrea raccordandoli con del Milliput e scagliola. Poichè le due sezioni hanno altezze diverse, le ho disposte sfalsate costruendo una piccola rampa ricoperta di assicelle in legno. Allo stesso modo ho riscostruito una parte di steccato che mancava. Sopra le trincee ho lasciato una porzione di terreno per formare un angolo e dare un miglior colpo d’occhio alla scena.
Passato il primer e soddisfatto di come si erano integrate
tra loro, ho realizzato la basetta in legno di abete su cui ho definito un
bordo con la fresa e lasciato uno scalino per alloggiare un’eventuale teca in
plexiglass.
Non avendolo a portata di mano, ho ricostruito il filo spinato in scala reale che doveva andare ad incorniciare la lettera, posta su una tavoletta verticale, facendo da sfondo al diorama. In un momento successivo per verniciare il filo spinato ho utilizzato l’Alclad Burnt Iron e poi lo ho invecchiato con pigmenti Truck Rust e Black della Mig.
Definiti gli spazi ho iniziato a colorare la scena e per
livellare le due parti delle trincee ho usato un fondo della AK, il Dark Earth.
In pratica è una pasta molto morbida, da passare anche con un pennello, che una
volta indurita ha una buona texture.
Con la pasta ho coperto le parti in gesso e in Milliput. Poi
ho usato il Chocolate Brown Vallejo con qualche goccia di nero per dipingere
tutta la parte terrosa ed avere una tinta uniforme. A questo punto ho lavorato
il terreno con un dry brush usando varie tinte di marroni via via più chiare
per far risaltare i particolari. In alcuni punti ho effettuato lavaggi con
verde ad olio sporcato di marrone e aggiunto qua e là zone bagnate applicando trasparente
lucido per dare l’idea di terriccio umida.
Le parti in legno le ho verniciate dapprima con un marrone medio cui ha fatto seguito un lavaggio con ombra bruciata; successivamente ho utilizzato di nuovo la tecnica del dry brush con un marrone chiaro e Khaki Grey 880 Vallejo. Il tocco finale sono stati dei ritocchi con colore ad olio Grigio Payne , sia al naturale che schiarito, che hanno simulato l’azzurro grigiastro del legno umido e vecchio. I sacchi sono stati dipinti con il succitato Khaki schiarito con bianco opaco, aggiungendo Uniforme Inglese 921 Vallejo e un po’ di nero per le ombre. I sassi hanno una base in grigio medio (nero – bianco- marrone e una punta di verde tutti della Vallejo), con un lavaggio in ombra bruciata (Vallejo Air 71040 ulteriormente diluito) e schiariti aggiungendo bianco. Sacchetti e sassi sono stati poi sporcati con pigmenti color terra della Mig (Russian Earth e Graveyard Dirt).
Per riempire la zona superiore e inserire qualche dettaglio in più che potesse catturare l’occhio dell’osservatore, ho deciso di utilizzare dei pezzetti di legno per simulare alberi sradicati e spezzati dai bombardamenti. Dopo averli protetti con trasparente, per invecchiarli li ho trattati con colore ad olio Terra di Cassel e Grigio Payne.
È giunto il momento della neve che ho voluto aggiungere per
aumentare il contrasto tra le due zone del diorama. Ho provato per la prima
volta dei prodotti della AK, sono tre e ognuno ha un utilizzo diverso.
Il primo è lo Snow della serie “Terrains” e serve per ricreare il fondo e, più
in generale, è adatto per la neve di una certa consistenza.
Poi c’è lo Snow Sprinkles che ha un aspetto più “trasparente” ed è
più liquido. L’ho usato per accentuare l’aspetto della neve che tende a perdere
consistenza e si scioglie o trasforma in ghiaccio.
Infine ci sono i Microballoons, in pratica una polvere bianca finissima. Essi,
in base alla percentuale di diluizione con il Clear della Vallejo, sono utili per
simulare strati fini di ghiaccio o piccoli fiocchi freschi. Spolverati sullo
Snow servono per dare l’idea della neve fresca e polverosa appena caduta.
Combinando le caratteristiche dei tre effetti ho innevato la basetta. La parte superiore l’ho lasciata quasi bianca seguendo il principio secondo cui difficilmente qualche fante si sarebbe esposto salendo oltre il limite della trincea. Per la parte inferiore, invece, ho utilizzato di più gli Sprinkles e i Microballoons con abbondante clear per dare l’impressione di neve sciolta e semighiacciata. Inoltre ho effettuato dei lavaggi diluitissimi con marrone e grigio ad olio per simulare la sporcizia della terra mista a neve a causa del calpestio. In alcuni punti poi ho lasciato cadere delle gocce di Vallejo Still Water per ricreare un ghiaccio più spesso.
Ho prestato particolare attenzione a non innevare tutto in maniera indiscriminata per non cancellare i bei dettagli della basetta. Anche i fiocchi sugli oggetti e pareti verticali della trincea sono stati posizionati in modo da rispettare la gravità e probabilità che rimanessero tracce di neve sugli stessi.
Dopo la “bufera” il diorama aveva questo aspetto:
Mi sono dedicato poi al filo spinato in scala, a protezione della trincea, usando quattro fili da 0,1 mm di rame. Dopo averne intrecciati due, con l’aiuto di uno stuzzicadenti ho passato intorno ad essi la seconda coppia creando dei semicerchi che, una volta tagliati a misura, hanno ricreato le spine.
Per il colore mi sono regolato come per quello scala 1:1.
Visto che il lato destro rimaneva spoglio ho deciso di realizzare una parete di assicelle di legno di tiglio incollate tra loro. Anche per queste, dopo una base di Chocolate Brown Vallejo e dry brush con marrone chiaro, sono stati necessari lavaggi ad olio con bruno Van Dyck e Grigio Payne per dare una patina di invecchiamento.
Ho così posizionato la trincea sulla basetta, incollandola su dei rialzi in legno, insieme all’asse su cui fissare la lettera e il filo spinato ad incorniciare il tutto.
Successivamente sono passato alle lettere da inserire nel contesto. Naturalmente ho fatto una scansione e le ho ristampate il più fedelmente possibile, le originali sono rimaste al sicuro. Tra le tante ho scelto una cartolina postale che mi ha colpito per la ricchezza dei colori.
Poi una cartolina illustrata del 64° Reggimento.
Ho scelto anche una cartolina in cui il nonno descriveva le montagne al fronte e chiedeva alla mamma abbigliamento caldo (“robba di lana, che ci vuole buona”).
Infine una cartolina che riporta una frase che mi è rimasta impressa durante tutta la realizzazione del progetto e che ho evidenziato sulla carta e poi riportato sulla targhetta posta sulla base: “Noi costretti a vivere tra l’odio non viviamo che d’amore. Senza l’amore e la speranza che ci sorregge tutti morremmo” .
Ho poi ristampato la lettera di Natale, lasciando solo l’inizio e la fine della scrittura di mio nonno. Ho preferito sostituire la parte centrale con caratteri “brush script” per favorirne la lettura e comprensione allo spettatore.
Da ultime le buste delle lettere, anch’esse copie delle
originali. Per la carta ho invecchiato dei fogli A4 immergendoli in un mix di
the e caffè. Su di esse ho ristampato una lettera inviata a quella che sarebbe
diventata mia nonna Letizia cui ho aggiunto lo stemma del 64° Reggimento.
Ed eccoci giunti alla realizzazione dei protagonisti.
Per il colore delle uniformi, cercando in rete, ho trovato delle indicazioni per il mix da adottare. Poi, con la divisa originale davanti (quella di mia nonno che custodisco gelosamente), ho trovato la seguente miscela Vallejo per il grigio-verde : MC 866 Grey Green 10 gocce , MC886 Green Grey 10 gocce, MC924 Uniforme Russa 10 gocce , MC905 Blugrey Pale 4 gocce. Per le ombre ho aggiunto il Grey Green e per le luci il Green Grey Vallejo.
Per le parti verniciate in verde, come le giberne e gli elmetti, ho aggiunto al mix base un poco di Luftwaffe Camo Green 823 schiarito con Grey Green 886. Cinghie e borse del fante hanno una base Marron Caki 988 e Tan Deck 986.
A tutti quanti i soldati ho sostituito le carte da gioco nelle mani con delle lettere. Ai due fanti in trincea ho aggiunto delle mantelle in Magic Sculpt per accentuare il senso di freddo date le condizioni climatiche che ho deciso di ricreare.
Per rendere, invece, l’idea del mondo dei ricordi sulla destra del diorama, ho deciso di ricreare con pochi elementi gli affetti a cui i soldati rivolgevano la mente. Ad un soldato ho affiancato una culla realizzata con Plasticard e verniciata ad olio per riprodurre l’effetto del legno. Vicino ad essa dei giochi in miniatura della Plusmodel.
Al secondo fante ho affiancato la figura femminile che, di fronte al manifesto del soldato ferito, lascia cadere i fogli della lettera che idealmente giungono al milite al fronte.
Entrambi i soldati osservano la scena defilati proprio per
accentuare il distacco dalla realtà.
Le basette sono state realizzate con Magic Sculpt e per la texture del pavé e dei mattoni mi sono avvalso dei rulli della Green Stuff.
Una volta posizionati i personaggi e la targhetta con la frase, ho terminato il lavoro apponendo la foto dei veri protagonisti sulla palizzata del diorama. Il più basso, all’estrema destra, era Angiolino che, in questa notte di Natale 101 anni dopo, sento un poco più vicino… accanto a me.
Buon Natale e buon modellismo a tutti.Andrea “nannolo” Nanni.
Nel forum di Modeling Time ci sono, oramai da un decennio, delle tradizioni consolidate che vengono portate avanti con entusiasmo da tutta la community. Una di queste è l’annuale Group Build, un contest virtuale senza vincitori o vinti, sotto cui i modellisti si radunano costruendo soggetti secondo un tema scelto dopo una votazione plenaria.
Per il 2018 è risultato vincitore il GB “Made in Italy”, ovvero qualsiasi aereo, macchina, mezzo, oggetto o altro costruito e progettato nel nostro Bel Paese. Per me che sono un irriducibile appassionato di aeroplani, quale miglior occasione di mettere sul banco un modello di un velivolo che più italiano non poteva essere?
Il kit:
Sono passati ben trentasei anni da quando la ESCI (Ente Scambi Coloniali Italiani) introdusse sul mercato un kit dedicato all’Aermacchi MB.326 nella scala del quarto di pollice. Lo stampo, per l’epoca, era lo stato dell’arte ed apparteneva ad una proficua e ottimamente realizzata serie di matrici commissionate dalla ditta italiana alla giapponese Suntak (che già collaborava con Hasegawa e Fujimi negli anni’80). Ad oggi l’unica scatola di montaggio per riprodurre l’addestratore nato dalla geniale mano di Ermanno Bazzocchi rimane ancora quella che vi presenterò in questo articolo.
Di recensioni disponibili on line se ne trovano a bizzeffe e il modello è arci noto alla maggior parte dei modellisti italiani e stranieri. Per completezza di informazione posso dirvi che esso è composto di circa sessantacinque parti ristampate dalla Italeri (che ha acquisito la maggior parte dei prodotti ex ESCI dopo la sua chiusura), nel mio caso specifico, con uno stirene color arancio che durante le varie fasi della costruzione mi ha dato più di qualche fastidio per individuare difetti ed eventuali fessure.
Le pannellature sono riprodotte in un finissimo negativo che, tuttora, lascia piacevolmente sorpresi… all’epoca la ESCI lavorava davvero molto bene, c’è poco da dire. Alcune di esse sono di pura fantasia, altre omesse o non pertinenti alla versione biposto del velivolo – ma di questo parlerò più avanti nel corso del montaggio. Ovviamente il kit non è più al passo dei tempi e zone come l’abitacolo, lo scarico e i pozzetti dei carrelli sono molto carenti o sprovvisti di particolari. In ogni caso è una buona base di partenza, sicuramente impegnativa, ma anche divertente da assemblare.
Note storiche sul soggetto:
Durante una delle tante ricerche su Internet anni fa mi imbattei in una foto di un bellissimo ed insolito “326” in carico al Reparto Sperimentale Volo, ve la mostro:
Immagine inserita a scopo di discussione – fonte http://www.thenorthspin.com/photos_people_michel_k/30.jpg
Studiando meglio, scartabellando libri e consultando altri siti, nonostante la documentazione sia purtroppo davvero scarsa, sono riuscito a ricostruire la storia di questo esemplare e le sue particolarità.
Si trattava di un MB.326G, derivato dall’MB.326B che a sua volta era un’evoluzione della cellula base (denominata semplicemente MB.326) da cui differiva per la capacità di poter montare sei punti di attacco per vari tipi di armamento sotto le ali (compresi i pod cannoni DEFA da 30 mm) e l’installazione di un collimatore per lo sgancio degli ordigni. La versione G era propulsa dal nuovo Rolls Royce Viper 20 che generava 1.524 Kg/spinta (al posto del vecchio Viper 11 da 1.134 Kg/spinta) e presentava vari irrobustimenti strutturali alla fusoliera e alle ali in conseguenza dell’aumento del carico esterno trasportabile. L’avionica era stata aggiornata con l’aggiunta, tra le altre cose, del sistema ILS per gli avvicinamenti di precisione riconoscibile dalle due antenne installate sulla deriva e per quella, più piccola, montata sul muso. Era dotata, inoltre, di serbatoi alle estremità alari da 300 litri al posto di quelli standard da 100.
I primi due velivoli in questa nuova configurazione furono utilizzati dalla ditta di Venegono Superiore come dimostratori in varie manifestazioni; presentavano una verniciatura completamente in alluminata con ampie zone in arancio ad alta visibilità. Agli esemplari vennero assegnate le marche civili I-FAZE ed I-BAGJ: il primo fu smontato, caricato su di un C-130 e trasportato in Brasile nell’ottobre del 1969 dove fu mostrato a terra e in volo durante la “settimana dell’ala” di Rio De Janeiro, São José dos Campos, Fortaleza e Natal. Il secondo partecipò all’air show di Farnborough del 1968 mostrando la medesima livrea.
L’aereo riscosse un certo successo e fu scelto dalla Força Aérea Brasileira (che lo produsse su licenza tramite la Embraer e lo rinominò MB.326GC), dalla Fuerza Aérea Argentina (che lo rinominò MB.326 GB utilizzandolo, poi, anche nel conflitto delle Falklands/Malvinas), dal Togo e dal Paraguay che ricevettero alcune macchine direttamente dal Brasile.
Alla fine dei tour di presentazione l’I-BAGJ (cui fu assegnata la Matricola Militare 54289 e i numeri di carrozzella RS-19 – numero di costruzione 06402/173) e l’I-FAZE (cui fu assegnata la Matricola Militare 54290 e i numeri di carrozzella RS-20 – numero di costruzione 06403/174) furono riverniciati nuovamente eliminando l’arancione dalle ali e dal muso, trasferiti all’Aeronautica Militare Italiana ed assegnati al Reparto Sperimentale Volo per valutazioni e test. L’AMI, infine, decise di non adottare la variante G del Macchino (com’era già affettuosamente chiamato) preferendo acquistare circa dodici MB.326 E (sei ottenuti aggiornando altrettanti B con avionica migliorata e altri upgrade minori, e sei costruiti ex novo).
L’esemplare che ho scelto per mia riproduzione in scala è proprio l’RS-19 che, tra i due, è sicuramente quello più fotografato.
Come anticipato qualche riga sopra l’abitacolo è estremamente basico e necessita di un accurato “revamping”. Da sempre apprezzo gli aftermarket in resina e anche in questo caso ne ho approfittato acquistando quello della Neomega. I pezzi del set sono ricavati direttamente dagli originali e per questo quasi non hanno bisogno di essere adattati o modificati. Data la totale assenza di perni di riscontro, e allo scopo di allineare correttamente la vasca, sul fondo delle semi fusoliere ho incollato quattro inserti di Plasticard (con altezza di circa 4 mm ciascuno) su cui essa si poggia rispettando gli allineamenti.
Le paratie laterali aderiscono senza grossi problemi e sono abbastanza precise nelle dimensioni.
Le manette, probabilmente andate perse già quando portai a casa la confezione, le ho rifatte con una sezione di tubo in ottone della Albion Alloy da 0,8 millimetri; sopra di esse ho ricreato l’impugnatura (che ha una forma vagamente triangolare) in Plasticard. Alla fine non tutti i mali vengono per nuocere perché quelle riprodotte dalla ditta russa non erano neanche granché fedeli alle reali.
Prima di procedere con la verniciatura, e in accordo con la documentazione, ho ricreato il pistone di apertura del canopy – un dettaglio molto visibile e che spesso viene tralasciato.
Esso è formato da tre elementi:
Il braccio curvo è un tondino di ottone limato per farlo diventare quadrato e poi sagomato a semi-cerchio.
Il pistone centrale è formato dal corpo (un tondino Albion Alloy da 0,8mm) su cui ho infilato altre due piccole sezioni di un altro tondino da 1mm (sempre Albion Alloy) per simulare i due rinforzi alle estremità.
Lo stelo superiore è un pezzo di ago di siringa (ottimo perché già cromato) inserito all’interno del pistone.
Sulla consolle laterale dell’abitacolo, nascosto dal cruscotto del secondo pilota, ho ricreato l’invito dove si innesterà il pezzo.
I seggiolini Martin Baker Mk.6 in resina hanno le cinture già stampate ma la loro disposizione e definizione mi ha lasciato, sin da subito, qualche dubbio. Inoltre quello anteriore deve essere modificato per farlo assomigliare al sedile effettivamente installato sull’RS-19:
Ho aggiunto la struttura frangi vetro sopra al poggiatesta del sedile anteriore che ho riprodotto con del Plasticard dallo spessore di 0,1 mm; i due rostri, invece, sono ricavati dalla cornice di una vecchia fotoincisione in alpacca.
Tutto l’abitacolo è in Light Grey 36320 (Gunze H-307), ad eccezione di alcune zone in nero. La strumentazione è in decal proveniente da vari fogli della Airscale (utilissimi per questo genere di lavori). Alcuni pulsanti e potenziometri in rosso, giallo e grigio chiaro hanno poi dato un tocco di colore in più a questa zona.
I colori utilizzati per gli “ejection seat” li trovate impressi direttamente sulla foto a seguire:
Per dare maggior volume alle forme ho applicato la tecnica del dry brush eseguita con colori ad olio (un grigio non troppo chiaro). Invece per tentare di definire meglio le cinture e i cuscini ho sottoposto i pezzi ad un lavaggio col Bruno Van Dyck scurito con nero, sempre ad olio.
In generale la qualità del set Neomega non è il massimo; la stampa è grossolana e la definizione dei pezzi molto al di sotto degli standard che il mercato attuale impone. Personalmente suggerisco di sostituire i due Martin Baker con quelli della Small World Accessories: abbastanza rari da trovare ma sicuramente più corretti e meglio rappresentati.
Flap:
Controllando la documentazione ho notato che gli MB.326 venivano spessissimo parcheggiati con i flap completamente estesi. Ragionando sulla conformazione dell’aereo è facile anche intuire il perché di questa pratica: sul dorso della fusoliera, infatti, trovavano posto quattro alloggiamenti chiusi da altrettanti portelloni. Sul lato sinistro vi erano gli accumulatori del sistema idraulico e il compartimento motore. Sul destro la batteria e il serbatoio dell’olio del Rolls Royce Viper. Tutti questi vani erano oggetto di ispezione e gli specialisti dovevano accedervi visivamente; lasciando gli ipersostentatori abbassati gli veniva agevolata la salita sul raccordo alare per svolgere le normali operazioni di pre volo.
Quindi, seguendo questa usanza “operativa” ho deciso di riprodurli in questa posizione anche sul mio modello, ma per farlo ho dovuto prima eliminare la plastica del kit (che li rappresenta fissi in posizione completamente retratta). Allo scopo ho utilizzato il cesello della Mr. Hobby che si rivela sempre molto utile per questo genere di interventi: ha delle punte ad uncino di vario spessore (quella da me usata è da 0,2 mm) che scavano il materiale con precisione. Bastano poche passate per ottenere un taglio preciso e una separazione molto pulita.
Dopo aver eliminato lo stirene in eccesso ho assottigliato i bordi interni per farli apparire maggiormente in scala.
Le superfici mobili le ho auto costruite completamente con l’ausilio di un foglio di Plasticard da 0,25mm e un plotter da taglio (strumento di cui non posso più fare a meno per ciò che permette di realizzare!). Ad essere sincero prima di iniziare i lavori mi ero dotato del set ad hoc della OzMods, una “garage factory” australiana che realizza molti set aggiuntivi per il Macchino (del resto la Royal Australian Air Force ne ha avuti in carico circa ottantasette esemplari). Purtroppo la loro qualità è davvero scarsa e ne sconsiglio vivamente l’acquisto.
Righello e calibro alla mano ho preso le misure sul modello per poi disegnare i pezzi con il programma del plotter.
Dopo la progettazione sono passato al taglio del Plasticard ricavando quattro pezzi:
La superficie numero 1 è la base del flap ed è quella più lunga, la numero 2 è la faccia superiore ed è più corta in larghezza di circa 2 mm.
Il bordo d’attacco, che poi ruota all’interno dell’ala, l’ho riprodotto con del profilato Evergreen “Quarter Round” da 2mm, ed è perfetto per lo scopo! ho tagliato tre sezioni (frecce in giallo) lasciando tra loro due scassi da 2 mm esatti (frecce in rosso); questi saranno poi gli alloggiamenti delle staffe di fissaggio alle ali.
All’interno dei quarter round ho applicato una strisciolina di Evergreen da 1,5 mm di altezza che ha funzionato da battuta e supporto per la faccia superiore (pezzo numero 2).
Per dare maggiore rigidità alla struttura, all’interno dei flap ho inserito una centina di rinforzo ricavata da un altro Evergreen quadrato di spessore 1mm; essa corre per tutta la lunghezza. Il tutto è stato incollato con poche spennellate di Tamiya Extra Thin Cement ma, per maggiore sicurezza, all’interno degli spazi rimasti vuoti ho colato anche una certa quantità di ciano acrilica.
Gli alloggiamenti delle staffe li ho lasciati per ultimi: vanno riempiti e lavorati utilizzando, ancora una volta, il quarter round da 2mm a cui, però, ho ridotto le dimensioni limando le due facce piatte in modo che il pezzo fosse più piccolo e lasciasse uno scalino rispetto alla sua sede.
Prese d’aria:
Parto con una premessa: non sopporto i tappi o i teloni anti fod che nascondono le prese d’aria. A volte la tentazione di usarli è tanta (sono spesso verniciati in rosso e potrebbero anche dare un tocco di colore in più al modello) perché fanno risparmiare molto tempo da impiegare in lunghe e tediose auto costruzioni… ma è più forte di me, non riesco proprio a digerirli!
Il motivo di questo preambolo è presto spiegato… nel kit ESCI gli intake sono completamente vuoti e tralasciati. Oltretutto La loro forma è particolarissima trattandosi di un ovale con i lati schiacciati, caratteristica che non mi ha aiutato nella ricerca di un materiale che potesse simulare in maniera convincente il condotto interno.
Alla fine dopo tante prove andate male e qualche momento di sconforto, sono partito da un tubo Evergreen da 6,3 mm (codice catalogo 228) che è, ovviamente, di forma circolare. È fatto di uno stirene molto morbido e malleabile ma deve essere scaldato uniformemente se lo si vuole plasmare a dovere. Per questo dopo aver provato con una fiamma libera… una candela… acqua bollente (senza ottenere risultati apprezzabili), sono ricorso alle maniere forti: una pistola termica!
Con il getto ad alta temperatura sono riuscito a modellare il tubo a piacimento, curvandolo e schiacciandolo per fargli assumere una forma simile a quella della presa d’aria. Attenzione quando andrete a piegare il profilato! prestate molta cura e delicatezza forzandolo dolcemente e progressivamente, altrimenti rischierete di “abbozzare” la parte interna del gomito chiudendo l’interno.
Prima di inserire il nuovo condotto nell’ala bisogna creargli lo spazio asportando la plastica nei punti indicati:
A questo punto si può incollare il pezzo ricavato utilizzando necessariamente la colla cianoacrilica poiché essa fungerà anche da riempitivo, a seguire vi mostrerò come.
Lo spessore interno del tubo è esagerato per la scala e deve essere ridotto. Per far ciò con il trapanino elettrico e punte smerigliatrici di varia grana ho ridotto le dimensioni correggendo, nel contempo, anche i piccoli inevitabili difetti; in alcuni punti ho dovuto asportare talmente tanta plastica da far riaffiorare la cianoacrilica che avevo usato durante il montaggio. Diventando dura e compatta mi ha permesso di raccordare il tutto alla perfezione, in particolare in prossimità dei bordi d’attacco delle prese.
La rifinitura è avvenuta con carte smeriglio sottili (1000, 1500, 2000) e con spugnette abrasive dalla grana 4000 in su. La solita pasta abrasiva ha dato il tocco finale rendendo le pareti lisce come un tavolo da biliardo! Per stenderla all’interno degli spazi stretti ho tagliato a metà un cotton fioc, l’ho fissato sul mandrino del mio Dremel e l’ho imbevuto di compound; facendolo girare a bassi giri sono riuscito ad infilarlo anche nei punti più inaccessibili lucidando il tutto alla perfezione (o quasi).
A causa delle pesanti modifiche apportate ho dovuto sovvertire un minimo le sequenze di montaggio suggerite dalle istruzioni unendo subito le carenature inferiori esterna delle prese d’aria (in teoria esse andavano aggiunte dopo aver assemblato completamente l’ala). Per permettere ai pezzi di inserirsi l’uno dentro l’altro ho dovuto asportare la linguetta di riscontro evidenziata in foto:
Scarico motore:
Uno dei punti più poveri del kit è proprio lo scarico; anzi, più che povero oserei dire che è praticamente inesistente. Viene fornito un condotto di lunghezza davvero poco con alla fine l’abbozzo della turbina. Ovviamente sono dovuto intervenire ricreando qualcosa di più rispondente al vero.
Il nuovo “Engine Duct Pipe” l’ho ottenuto da un tubo della Evergreen (codice 230) dal diametro di 7,9 mm (che, tra l’altro, si incastra quasi alla perfezione nel pezzo da scatola!); per farlo assomigliare ancora di più all’elemento reale ho rastremato l’estremità ottenendo una forma più affusolata.
All’interno ho aggiunto alcuni particolari. Le frecce gialle indicano le termocoppie per il controllo della EGT (Exhaust Gas Temperature – ricreate con del filo elettrico in rame), mentre le frecce blu indicano i così detti “trimmer”… o nel gergo aeronautico nostrano, i “topolini”.
I trimmer sono delle “carenature” a forma di semi-goccia (solitamente) che si inseriscono all’interno del cono di scarico per controllare e bilanciare la spinta del motore (in assenza di petali esterni). La loro quantità e la loro posizione varia in base a dei test che venivano eseguiti di volta in volta durante la vita utile del propulsore. Personalmente li ho ricreati con un Half-Round da 1mm, sempre Evergreen, con codice prodotto #240.
Passo, ora, alla fase più complicata e delicata che ha interessato questa zona sul velivolo reale il condotto del motore sfoga all’esterno tramite una carenatura che raccordo l’engine duct pipe alla fusoliera. Ovviamente questo elemento è totalmente assente sul modello e, giocoforza, ho dovuto escogitare una soluzione per colmare la mancanza. Dopo alcuni tentativi non perfettamente riusciti, e grazie ad alcuni spunti ricevuti dagli amici del forum di Modeling Time, alla fine ho attuato il metodo che vi mostro di seguito:
Sfruttando, ancora una volta, il pezzo da scatola che rappresenta la turbina ho ricreato due centine sagomando una vecchia carta di credito non più attiva.
Nella prima ho inserito il tubo dello scarico e l’ho saldato definitivamente utilizzando una generosa goccia di colla cianoacrilica.
A questo punto ho affrontato la lavorazione più critica, la ricostruzione della carenatura di raccordo: ho inserito un “cartoccio” di Plasticard da 0,1 mm all’interno della seconda centina (che ha funzionato da base e da supporto ed è di vitale importanza affinché il nuovo elemento assuma la forma corretta) e l’ho incollato sfruttando di nuovo il collante ciano acrilico. Questo, oltre ad assicurare una saldatura forte, ha funzionato anche da parziale riempimento dell’intercapedine che si è formata tra il Plasticard e la fusoliera stessa. Inoltre intorno al “cartoccio” ho avvolto una fascia di rinforzo che è stata utile per irrigidire ulteriormente tutta la struttura e colmare parzialmente la fessura abbastanza importante che si è formata una volta uniti i due lembi (è estremamente complicato prendere delle misure accurate della circonferenza totale del tronco di cono ottenuto, per cui il pezzo non può essere del tutto preciso).
Dopo aver ripulito l’eccesso del foglio di Plasticard ho proceduto ad unire le due semi fusoliere completando le operazioni e rifinendo lo scarico. Per chiudere i gap ho utilizzato, nell’ordine, lo stucco bicomponente Magic Sculpt, il Tamiya Basic Putty e per finire il White Putty della stessa marca. Le pareti interne sono state lisciate e modellate per fargli assumere la forma di una circonferenza quanto più perfetta possibile; ho impiegato delle frese montate su di un trapanino elettrico per lo sgrosso iniziale, poi ho rifinito gradualmente con carta abrasiva bagnata da 800 a 2500. Per finire ho passato su tutto la pasta abrasiva Tamiya Finishing Compound Coarse (tappo rosso) che ha eliminato i piccoli graffi della carteggiatura e lucidato le superfici.
Da notare che lo scarico non è a diretto contatto con il carter della fusoliera, quindi prestate attenzione e prendete le giuste misure quando lo incollerete all’interno della carlinga.
Ali e fusoliera:
Guardando le ali c’era un elemento che non mi convinceva affatto, le paretine anti scorrimento. A mio avviso, oltre ad avere uno spessore nettamente fuori scala, esse sono errate anche nella forma e nelle dimensioni. Alla fine ho deciso di rimuoverle e ricominciare da zero avvalendomi ancora una volta del plotter da taglio. Aiutandomi con dei disegni quotati ho progettato dei nuovi pezzi che poi sono stati tagliati sullo stesso foglio di Plasticard precedentemente utilizzato per lo scarico del motore; una volta staccati, puliti e rifiniti con una limetta da unghie, li ho lasciati per un momento in stand by e mi sono concentrato sulla creazione dello scasso in cui inserirli.
Allo scopo di ottenere un fissaggio saldo e duraturo, mediante il cesello dello GSI Creos (di cui ho già parlato nella fase dei flap) ho scavato la plastica lungo l’asse dove erano stampati gli elementi aerodinamici originali fino a bucare ed ottenere un’asola; a seguire ho inserito le nuove paretine al loro interno fissando il tutto con delle spennellate di Extra Thin Cement Tamiya mirate e non troppo bagnate per evitare di deformarle. La rifinitura è avvenuta con il Mr. Surfacer 500 che ha anche riempito le piccole fessure che si erano create.
Con le ali complete (o quasi), non mi rimaneva che unirle alla fusoliera. Quella che sembrava essere un’operazione relativamente semplice si è trasformata in un gioco di incastri e aggiustamenti vari che mi ha portato via parecchio tempo. Quasi sicuramente la ricostruzione dei condotti delle prese d’aria ha spostato qualcosa nelle geometrie e le due semi ali hanno assunto, da subito, un diedro quasi nullo (ricordo che il diedro del ‘326 è positivo di alcuni gradi). Per ripristinare la corretta posizione le ho dovuto forzare l’alto costringendole in posizione con l’aiuto del nastro adesivo incollato dalla tip destra fino alla sinistra, passando sopra la fusoliera. Solo dopo aver controllato la correttezza degli allineamenti ho applicato grosse quantità di Extra Thin Cement lungo le giunzioni con la fusoliera lasciando riposare il modello per almeno ventiquattro ore in attesa che tutto il collante asciugasse.
Fortunatamente, alla fine, non si sono formati grosse fessure da sanare e comunque ho preferito utilizzato la colla ciano acrilica al posto del semplice stucco al fine di poter reincidere le pannellature andate perse (e le tante viti che fissano i pannelli di raccordo sul velivolo reale) con più facilità.
Già che c’ero ho approfittato di questo momento per rifinire e completare l’alloggiamento dei flap auto costruendo le centine di rinforzo che rimangono ben visibili quando gli iper sostentatori sono abbassati. Come sempre sono ricorso all’uso del Plasticard che ho pazientemente sagomato e adattato alle forme del bordo d’uscita alare.
Sul bordo d’entrata, invece, erano installate due “stall stripe” (una per parte, per sapere cosa siano questi elementi aerodinamici fate CLICK QUI); sul modello sono riportate anche se la loro qualità e definizione è abbastanza approssimativa. Per questo ho deciso di eliminarle portandole via con un bisturi affilato e rifarle da zero utilizzando un quadratino di Evegreen da 0,5mm sagomato fino a farlo diventare di sezione triangolare.
In accordo con la documentazione ho aggiunto anche le piastre di rinforzo dei predellini di salita; da notare che quello per l’abitacolo posteriore è stato completamente dimenticato dalla ESCI per cui, se anche non vorrete seguire il mio metodo, andrà reinciso e rappresentato. Ad ogni modo le piastre sono state disegnate e riprodotte al plotter utilizzando il vinile (ottimo perché dello spessore giusto e già adesivo). Sui “pedali” sono stampate delle costolature anti scivolo già molto piccole in scala 1:1…. ricostruirle quarantotto volte più piccole non è stato per nulla semplice! Ho tentato con diversi materiali tra cui fili di rame da materiale elettrico, sprue filato a caldo e altre alchimie “miracolose”, ma niente sembrava funzionare. Volete sapere cosa ho usato alla fine? Bè… sembrerà stano a dirlo… ma l’unica cosa che ha simulato davvero bene l’anti sdrucciolo è stato… un capello (le sezioni le ho incollate utilizzando la cera Future come adesivo, asciugandosi non ha creato spessori mantenendo il tutto perfettamente in scala)!
Approfittando della foto subito sopra vi porto all’attenzione l’area contraddistinta dalla freccia in giallo: ebbene in quel punto la ESCI ha stampato una pannellatura rettangolare che dovrebbe rappresentare un portellino di accesso alla detonazione d’emergenza del canopy. La stessa cosa è riportata anche sul lato destro della fusoliera.
Entrambe le incisioni devono essere stuccate ed eliminate perché non presenti sui velivoli reali (di qualsiasi versione).
Proseguendo con le modifiche, Il mio esemplare era dotato di compensazione aerodinamica fissa del timone che ho aggiunto sfruttando una strisciolina di Plasticard da 0,3mm.
Allo stesso modo entrambi gli esemplari assegnati al RSV erano provvisti di antenne ILS installate sull’impennaggio; le stesse hanno una forma abbastanza particolare, con sezione praticamente ovale al centro e tonda alle estremità che si fissano alla deriva. Ho provato a rifarle appiattendo un tubicino di ottone da 0,2mm ma non mi convincevano molto vedendole sul modello. Alla fine ho optato per lasciarle con sezione tonda utilizzando lo stesso materiale di cui sopra. Ho anche riprodotto le piastre di fissaggio fustellando quattro dischetti di alluminio adesivo.
La freccia mette in evidenza una pannellatura reincisa, assente nel kit, che sul velivolo reale serviva per accedere alle apparecchiature avioniche dell’Instrumental Landing System.
Serbatoi alari:
Piccola premessa: nel corso della sua vita operativa, e in base alle versioni sviluppate, l’MB.326 poteva essere equipaggiato con due tipi di serbatoi alari, uno piccolo da 100 litri ed uno maggiorato da 300 litri. In teoria dovrebbero essere facilmente riconoscibili poichè, anche se hanno più o meno la stessa forma, la dimensione di quelli maggiorati è notevolmente più grande; invece quando si vedono montati sull’aeroplano è difficile distinguerli a meno che non si abbia una foto ravvicinata o di buona risoluzione che metta in evidenza i dettagli che vi elenco di seguito.
Quelli da 300 litri erano dotati di uno scarico rapido del carburante (fuel jettison) e di due valvole per il drenaggio del carburante:
Immagine inserita a scopo di discussione, fonte Drivefly.it
Da notare che i congegni di spurgo sono indicati da due stencil di colore bianco molto visibili anche nelle foto… quindi se li trovate il serbatoio è sicuramente di capienza maggiore.
Al contrario quelli da 100 litri hanno solo una piccola valvola di drenaggio annegata nella struttura e che è invisibile nelle foto di profilo (tale dispositivo, invece, è segnalato da un solo stencil che spesso non era neanche applicato):
In base a questi elementi e grazie alle informazioni contenute nella monografia “Ali D’Italia numero 13” a pagina 63, ho avuto conferma che il mio esemplare montava proprio i serbatoi maggiorati. Fugato il dubbio non rimaneva che risolvere il problema di dove trovare i fuel tank corretti visto che nel kit sono forniti solamente quelli di tipo piccolo; le soluzioni erano principalmente tre:
Acquistare il set della ditta australiana Oz Mods, tutto sommato corretti ma stampati (ad iniezione) molto male con vistose bave e dettagli quasi nulli.
Prelevare dal kit Frems dell’MB.339 i serbatoi d’estremità che sono praticamente identici a quelli usati sul predecessore. Avendoli ricevuti dall’amico Maurizio R., che approfitto per ringraziare, ho potuto constatare che oltre ad essere più lunghi di almeno 3 mm necessitano un adattamento esteso per poterli montare alle tip del kit ESCI.
Prelevare dal set Sky Models n°029 dedicato all’MB.339 i serbatoi in resina corretti. Questa è la soluzione che alla fine ho scelto poichè era quella più facile a livello di adattamento e montaggio. La qualità dei pezzi non è eccelsa e vanno comunque migliorati, ma almeno sono una buona base di partenza. Grazie ad un altro amico, Fulvio Spillone F. per avermi gentilmente donato l’aftermarket!
Quindi, alla luce di quanto detto sopra, ho iniziato a modificare e completare le resine:
La freccia rossa mette in evidenza il pezzo peculiare dello stampo Frems che deve essere eliminato per portare a filo la parte che andrà a contatto con l’ala.
Poi ho aggiunto lo scarico d’emergenza (freccia rossa) con relativa pannellatura e i due fuel drain (freccia verde).
Sull’altro lato ho riprodotto il bullone di fissaggio utilizzando due tubicini di ottone fatti passare l’uno dentro l’altro.
E per finire ho reinciso i due tappi per il rifornimento carburante. Per permettere un centraggio preciso e un incollaggio più forte ho anche inserito due “longheroni” fatti con un tubo di ottone.
Sia per il montaggio, sia per la stuccatura ho utilizzato la colla cianoacrilica.
Canopy e windshield:
Il grande tettuccio ha al suo interno molti dettagli che sono stati ovviamente ignorati dalla ESCI. Tra questi spicca la struttura di rinforzo che ho dovuto riprodurre da zero utilizzando dei listelli di Evergreen quadrati sagomati a dimensionati a dovere. I pezzi sono stati incollati utilizzando pochissima colla cianoacrilica in gel (che asciuga più lentamente e permette di allineare meglio il tutto). Lungo il frame posteriore corre il tubo di raccordo del sistema “de-mister” (anti appannamento) che ho rifatto con un tondino di ottone da 0,3 mm.
Tutti i montanti erano fissati con dei grossi bulloni disposti su due file; quelli che ho applicato io sono della Archer già adesivi, in pratica sono dei rivetti in plastica fissati su di un supporto trasparente tipo film delle decal. Basta ritagliarli e posarli sulle zone interessate (al termine delle operazioni una spennellata di Micro Sol della Microscale è consigliabile per rendere più stabile il loro fissaggio). Nella realtà le file di bulloni sono due ma la grandezza dei rivetti è tale che non è possibile rispettare il disegno originale (quelli che ho usato sono la misura più piccola in commercio); alla fine del lavoro, con una sapiente verniciatura e tecnica del dry brush, fanno comunque la loro bella figura.
Lungo il lato incernierato, il destro, ho aggiunto dei piccoli pin di riscontro infilando delle sezioni dello stesso tubo di ottone precedentemente utilizzato. Creando degli scassi in corrispondenza sulla fusoliera mi sono assicurato che il canopy, a modello ultimato, potesse essere montato senza colla e semplicemente inserendo i riscontri a pressione.
Anche il parabrezza ha ricevuto una piccola miglioria: con il nastro Tamiya ho ricreato una cornice sagomata che corre lungo il montante e che funge da battuta per la guarnizione del sistema di pressurizzazione del canopy.
Tutti i trasparenti sono stati, infine, bagnati nella Future (che ha funzionato anche da ulteriore collante per le parti aggiunte a posteriori) e lucidati con la Modelling Wax della Tamiya (come spiegato in QUESTO nostro video tutorial).
Pozzetto carrello anteriore e ultimi particolari:
L’ultimo inconveniente da superare riguarda il pozzetto carrello anteriore, più che spoglio e con la linea di giunzione delle semi fusoliere che passa proprio nel mezzo! per nasconderla ho ricreato un doppio fondo e per chi si cimenterà nella ricostruzione dopo di me faccio presente che le dimensioni del “trapezio” in plasticard sono le seguenti: lato corto in alto 7 mm, lato lungo in basso 1,2 cm circa, altezza 1,2 cm.
Il pozzetto è stato poi completato dai longheroni di rinforzo ottenuti con delle striscioline di Evergreen larghi 0,5 mm e da altri componenti tra cui:
Un piccolo cilindro che, molto probabilmente, nella realtà era l’accumulatore di pressione per la pre carica ammortizzatore. L’ho realizzato con una piccola resistenza elettronica.
Una scatola elettrica, anche questa “cannibalizzata” da una scheda elettronica.
Vari cavetti elettrici riprodotti con filo di rame e stagno.
Dato che il mio esemplare era provvisto di collimatore, l’ho dovuto auto costruire usando una lastrina di rame modellata e Plasticard.
Già che ero di nuovo a lavoro nella zona dell’abitacolo ho rifatto anche il blocco di chiusura del canopy usando, ancora una volta, i tubicini di ottone della Albion Alloy.
A seguire, con un rod circolare da 1,2mm ho ricreato la base su cui andrà incollata la strobe light.
Con una soluzione sbrigativa e semplicistica la ESCI non permette di montare gli pneumatici se non immediatamente prima di assemblare le forcelle delle gambe di forza. Ovviamente questa opzione è scomoda e complica non poco la verniciatura dei cerchioni e dei battistrada.
Guardando le foto del velivolo reale ho adottato la stessa “Ingegneria”: ho segato via i mozzi in plastica, ho forato le forcelle e ho inserito degli spezzoni di tondino di ottone da 0,3 mm. Oltre ad essere funzionale la modifica mi ha permesso anche di rinforzare il meccanismo dei carrelli.
Sempre in base alla documentazione mi sono reso conto che sulla gamba di forza del carrello anteriore molti elementi erano assenti. Per questo ho rimesso mano ai materiali per l’autocostruzione:
Freccia azzurra: con del filo di rame sottile attorcigliato intorno alla gamba di forza ho ricreato quella la molla dell’ammortizzatore.
Freccia rossa: sopra la molla è saldata la struttura su cui si innestano i due bracci che permettono la retrazione del carrello stesso. Nel kit è completamente assente e l’ho reinventata con una sezione di tubicino d’ottone.
Freccia gialla: con un pezzo di ago ipodermico ho costruito il supporto del faro d’atterraggio a cui ho poi aggiunto il cavetto elettrico.
Infine ho aggiunto i vari cavi idraulici dei freni (in nero) e elettrici (in giallo) per l’alimentazione del microswitch che inibiva la leva dei carrelli quando il velivolo era a terra.
Verniciatura:
Finalmente, dopo tantissime ore spese per migliorare e aggiornare il mio MB.326, sono giunto alla verniciatura. Sul modello ho steso il Mr. Finishing 1500 Black della Gunze diluito all’80% con il Mr. Levelling Thinner della stessa casa. Ad asciugatura avvenuta ho carteggiato le superfici con spugnette abrasive 400/6000/8000 e 10000 bagnate in modo da ottenere una finitura liscia ed estremamente compatta.
Sfruttando la base già nera ho approfittato per mascherare i numeri di carrozzella; da precisare che questi non sono prodotti da alcuna ditta del settore, in nessuna scala. Partendo dalle proporzioni dei codici contenuti nel foglio decal del MB.326 K Italeri, e grazie all’aiuto dell’amico Marco Natter, li ho ritagliati su un foglio di nastro Kabuki mediante l’oramai onnipresente plotter da taglio!
L’allineamento del “RS-19” mi ha fatto sudare le proverbiali sette camice anche per le forme curve e rastremate del muso che ingannano un po’ l’occhio, ma prendendo i giusti riferimenti (soprattutto dalle foto del soggetto reale) l’operazione è stata più che fattibile.
Successivamente ho proseguito stendendo il White Alluminium della Alclad (ricordo, per dovere di cronaca, che l’esemplare oggetto dell’articolo era verniciato in alluminata). Anche se il metallizzato è pronto all’uso, già da qualche tempo trovo giovamento nel diluirlo ulteriormente aggiungendo circa il 50% di Mr. Levelling Thinner; quest’accortezza aiuta nella stesura e previene la formazione di polvere dovuta ad un’asciugatura troppo rapida del pigmento (fenomeno maggiormente visibile in estate). Ovviamente l’aggiunta del Levelling non va mai fatta nella boccetta originale, pena la possibilità di dover cestinare il prodotto.
Il terminale dello scarico, invece, è in Dark Alluminium.
Le grandi e vistose zone in arancione alta visibilità sono state dipinte con l’Xtracolor X-104 International Orange steso direttamente sull’Alluminium e diluito al 70% con la Nitro.
Gli anti riflesso all’interno dei serbatoi, delle alette anti scorrimento e davanti il parabrezza sono in nero opaco.
I pozzetti dei carrelli sono stati verniciati nel verde Macchi, molto simile ad un Bronze Green. Per questo particolare colore ho creato un mix “home made”:
Una delle operazioni più tediose è stata la mascheratura per realizzare le zone rivestite con la vernice anti ghiaccio. Questa era applicata su tutti i bordi d’attacco delle ali, delle prese d’aria, sull’ogiva del muso e sulla deriva. In particolare per quest’ultima ho ricreato una mascherina ad hoc che ho poi riprodotto sul nastro Kabuki grazie, ancora una volta, al plotter.
Per tutti i punti sopra elencati ho utilizzato il grigio 36375 – Gunze H-308. La stessa tinta l’ho passata anche sulla tip dell’impennaggio realizzata in materiale dielettrico perché conteneva all’interno l’antenna UHF.
Col rosso Tamiya XF-3 ho realizzato la fascia di pericolo in fusoliera, una fatica per allineare correttamente il nastro ma sempre meglio che utilizzare la decalcomania. Con lo stesso colore ho verniciato le “stall stripe” sul bordo d’attacco delle ali evidenziate per motivi anti infortunistici.
Lucido, lavaggi e decalcomanie:
Come mio solito ho lucidato il modello col fidato X-22 Tamiya diluito all’80%, con il Mr. Levelling Thinner Sono bastate poche mani (direi 5/6) poichè il fondo metallizzato era già più che liscio.
Una volta asciutto il Macchino ha ricevuto i lavaggi per mettere ben in risalto le belle pannellature del kit. Per i washing ho scelto i colori ad olio, più in particolare un grigio non troppo scuro ottenuto mescolando il bianco di Marte e il nero avorio Maimeri; come diluente quello per smalti Humbrol.
Dopo altre tre mani di trasparente (utilizzando quello già preparato in precedenza), e dopo aver atteso le canoniche ventiquattro ore di asciugatura, ho iniziato ad applicare le decalcomanie. Queste provengono da tre fogli differenti:
Italeri dal kit 2710 – MB.326 K: stampate dalla Cartograf e dalla qualità ottima, da questo set ho prelevato vari stencil di manutenzione e gli stemmi di reparto (unici corretti esistenti per il mio esemplare).
Small World Accessories SWAD 48002 – Italian Air Force Aermacchi MB.326: vecchio foglio uscito nel lontano 2008 ma di buonissima fattura. Da qui ho prelevato i numeri di matricola (che sono un mix di vari esemplari proposti per ottenere la M.M. 54289 del mio velivolo specifico) e la maggior parte degli stencil di manutenzione. Fate attenzione alle coccarde che, purtroppo, sono errate poichè sovradimensionate.
Tauromodel 72538 – coccarde per S2C-5 Helldiver: pur essendo per la scala più piccola le insegne di nazionalità dedicate all’Helldiver hanno le dimensioni corrette per un MB.326 in 1/48.
Anche le decal sono state sottoposte al lavaggio con lo stesso colore ad olio sopracitato e, a seguire, il modello è stato completamente sigillato con altre 2/3 mani di lucido leggermente più diluito.
Montaggio finale:
Prima di procedere oltre il modello ha ricevuto la finitura finale mediante due mani di trasparente satinato Mr. Paint, ad eccezione dei pannelli anti riflesso trattati con il Flat Clear H-20 Gunze (diluito con la nitro).
Ho installato le luci di navigazione/posizione, quelle che vedete provengono dai set della CMK in resina trasparente colorata (utilissimi).
I due pitot sul muso e le piccole antenne nere posizionate sul ventre e sul dorso provengono dal kit di un A-4 Skyhawk Hasegawa (stampo sempre utile perché contiene una miriade di pezzi “spare”). L’antenna a lama bianca sotto al cockpit, invece, è auto costruita partendo dalla cornice di una vecchia fotoincisione.
All’interno del canopy ho inserito anche lo specchietto retrovisore per l’istruttore/secondo pilota, anch’esso foto inciso e commercializzato dalla True Details.
Il pistone attuatore dell’aerofreno ventrale è rifatto infilando una sezione di ago ipodermico in un tubicino d’ottone da 0,5 mm di diametro. Quello da scatola è stato prontamente scartato perché decisamente non all’altezza.
Conclusioni:
Inizialmente questo progetto sembrava potesse giungere a conclusione in poche settimane: l’esiguità dei pezzi e la buona qualità degli incastri facevano sperare per il meglio. Andando avanti nella costruzione, come avete potuto vedere, mi sono dovuto necessariamente confrontare con le carenze di un kit che oramai ha quasi quarant’anni sulle spalle. Non è un modello semplice ma con attenzione passione se ne può tirare fuori ancora qualcosa di veramente soddisfacente.