giovedì, Maggio 30, 2024

Aermacchi MB.326 G dal kit ESCI/Italeri in scala 1/48.

Nel forum di Modeling Time ci sono, oramai da un decennio, delle tradizioni consolidate che vengono portate avanti con entusiasmo da tutta la community. Una di queste è l’annuale Group Build, un contest virtuale senza vincitori o vinti, sotto cui i modellisti si radunano costruendo soggetti secondo un tema scelto dopo una votazione plenaria.

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Per il 2018 è risultato vincitore il GB “Made in Italy”, ovvero qualsiasi aereo, macchina, mezzo, oggetto o altro costruito e progettato nel nostro Bel Paese. Per me che sono un irriducibile appassionato di aeroplani, quale miglior occasione di mettere sul banco un modello di un velivolo che più italiano non poteva essere?

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Il kit:

Sono passati ben trentasei anni da quando la ESCI (Ente Scambi Coloniali Italiani) introdusse sul mercato un kit dedicato all’Aermacchi MB.326 nella scala del quarto di pollice. Lo stampo, per l’epoca, era lo stato dell’arte ed apparteneva ad una proficua e ottimamente realizzata serie di matrici commissionate dalla ditta italiana alla giapponese Suntak (che già collaborava con Hasegawa e Fujimi negli anni’80). Ad oggi l’unica scatola di montaggio per riprodurre l’addestratore nato dalla geniale mano di Ermanno Bazzocchi rimane ancora quella che vi presenterò in questo articolo.

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Di recensioni disponibili on line se ne trovano a bizzeffe e il modello è arci noto alla maggior parte dei modellisti italiani e stranieri. Per completezza di informazione posso dirvi che esso è composto di circa sessantacinque parti ristampate dalla Italeri (che ha acquisito la maggior parte dei prodotti ex ESCI dopo la sua chiusura), nel mio caso specifico, con uno stirene color arancio che durante le varie fasi della costruzione mi ha dato più di qualche fastidio per individuare difetti ed eventuali fessure.

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Le pannellature sono riprodotte in un finissimo negativo che, tuttora, lascia piacevolmente sorpresi… all’epoca la ESCI lavorava davvero molto bene, c’è poco da dire. Alcune di esse sono di pura fantasia, altre omesse o non pertinenti alla versione biposto del velivolo – ma di questo parlerò più avanti nel corso del montaggio. Ovviamente il kit non è più al passo dei tempi e zone come l’abitacolo, lo scarico e i pozzetti dei carrelli sono molto carenti o sprovvisti di particolari. In ogni caso è una buona base di partenza, sicuramente impegnativa, ma anche divertente da assemblare.

Note storiche sul soggetto:

Durante una delle tante ricerche su Internet anni fa mi imbattei in una foto di un bellissimo ed insolito “326” in carico al Reparto Sperimentale Volo, ve la mostro:

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Immagine inserita a scopo di discussione – fonte http://www.thenorthspin.com/photos_people_michel_k/30.jpg

Studiando meglio, scartabellando libri e consultando altri siti, nonostante la documentazione sia purtroppo davvero scarsa, sono riuscito a ricostruire la storia di questo esemplare e le sue particolarità.

Si trattava di un MB.326G, derivato dall’MB.326B che a sua volta era un’evoluzione della cellula base (denominata semplicemente MB.326) da cui differiva per la capacità di poter montare sei punti di attacco per vari tipi di armamento sotto le ali (compresi i pod cannoni DEFA da 30 mm) e l’installazione di un collimatore per lo sgancio degli ordigni. La versione G era propulsa dal nuovo Rolls Royce Viper 20 che generava 1.524 Kg/spinta (al posto del vecchio Viper 11 da 1.134 Kg/spinta) e presentava vari irrobustimenti strutturali alla fusoliera e alle ali in conseguenza dell’aumento del carico esterno trasportabile. L’avionica era stata aggiornata con l’aggiunta, tra le altre cose, del sistema ILS per gli avvicinamenti di precisione riconoscibile dalle due antenne installate sulla deriva e per quella, più piccola, montata sul muso. Era dotata, inoltre, di serbatoi alle estremità alari da 300 litri al posto di quelli standard da 100.

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I primi due velivoli in questa nuova configurazione furono utilizzati dalla ditta di Venegono Superiore come dimostratori in varie manifestazioni; presentavano una verniciatura completamente in alluminata con ampie zone in arancio ad alta visibilità. Agli esemplari vennero assegnate le marche civili I-FAZE ed I-BAGJ: il primo fu smontato, caricato su di un C-130 e trasportato in Brasile nell’ottobre del 1969 dove fu mostrato a terra e in volo durante la “settimana dell’ala” di Rio De Janeiro, São José dos Campos, Fortaleza e Natal. Il secondo partecipò all’air show di Farnborough del 1968 mostrando la medesima livrea.

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L’aereo riscosse un certo successo e fu scelto dalla Força Aérea Brasileira (che lo produsse su licenza tramite la Embraer e lo rinominò MB.326GC), dalla Fuerza Aérea Argentina (che lo rinominò MB.326 GB utilizzandolo, poi, anche nel conflitto delle Falklands/Malvinas), dal Togo e dal Paraguay che ricevettero alcune macchine direttamente dal Brasile.

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Alla fine dei tour di presentazione l’I-BAGJ (cui fu assegnata la Matricola Militare 54289 e i numeri di carrozzella RS-19 – numero di costruzione 06402/173) e l’I-FAZE (cui fu assegnata la Matricola Militare 54290 e i numeri di carrozzella RS-20 – numero di costruzione 06403/174) furono riverniciati nuovamente eliminando l’arancione dalle ali e dal muso, trasferiti all’Aeronautica Militare Italiana ed assegnati al Reparto Sperimentale Volo per valutazioni e test. L’AMI, infine, decise di non adottare la variante G del Macchino (com’era già affettuosamente chiamato) preferendo acquistare circa dodici MB.326 E (sei ottenuti aggiornando altrettanti B con avionica migliorata e altri upgrade minori, e sei costruiti ex novo).

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L’esemplare che ho scelto per mia riproduzione in scala è proprio l’RS-19 che, tra i due, è sicuramente quello più fotografato.

Il Work in Progress completo lo trovate QUI!

Cockpit:

Come anticipato qualche riga sopra l’abitacolo è estremamente basico e necessita di un accurato “revamping”. Da sempre apprezzo gli aftermarket in resina e anche in questo caso ne ho approfittato acquistando quello della Neomega. I pezzi del set sono ricavati direttamente dagli originali e per questo quasi non hanno bisogno di essere adattati o modificati. Data la totale assenza di perni di riscontro, e allo scopo di allineare correttamente la vasca, sul fondo delle semi fusoliere ho incollato quattro inserti di Plasticard (con altezza di circa 4 mm ciascuno) su cui essa si poggia rispettando gli allineamenti.

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Le paratie laterali aderiscono senza grossi problemi e sono abbastanza precise nelle dimensioni.

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Le manette, probabilmente andate perse già quando portai a casa la confezione, le ho rifatte con una sezione di tubo in ottone della Albion Alloy da 0,8 millimetri; sopra di esse ho ricreato l’impugnatura (che ha una forma vagamente triangolare) in Plasticard. Alla fine non tutti i mali vengono per nuocere perché quelle riprodotte dalla ditta russa non erano neanche granché fedeli alle reali.

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Prima di procedere con la verniciatura, e in accordo con la documentazione, ho ricreato il pistone di apertura del canopy – un dettaglio molto visibile e che spesso viene tralasciato.

Esso è formato da tre elementi:

  • Il braccio curvo è un tondino di ottone limato per farlo diventare quadrato e poi sagomato a semi-cerchio.
  • Il pistone centrale è formato dal corpo (un tondino Albion Alloy da 0,8mm) su cui ho infilato altre due piccole sezioni di un altro tondino da 1mm (sempre Albion Alloy) per simulare i due rinforzi alle estremità.
  • Lo stelo superiore è un pezzo di ago di siringa (ottimo perché già cromato) inserito all’interno del pistone.

Sulla consolle laterale dell’abitacolo, nascosto dal cruscotto del secondo pilota, ho ricreato l’invito dove si innesterà il pezzo.

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I seggiolini Martin Baker Mk.6 in resina hanno le cinture già stampate ma la loro disposizione e definizione mi ha lasciato, sin da subito, qualche dubbio. Inoltre quello anteriore deve essere modificato per farlo assomigliare al sedile effettivamente installato sull’RS-19:

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Ho aggiunto la struttura frangi vetro sopra al poggiatesta del sedile anteriore che ho riprodotto con del Plasticard dallo spessore di 0,1 mm; i due rostri, invece, sono ricavati dalla cornice di una vecchia fotoincisione in alpacca.

Tutto l’abitacolo è in Light Grey 36320 (Gunze H-307), ad eccezione di alcune zone in nero. La strumentazione è in decal proveniente da vari fogli della Airscale (utilissimi per questo genere di lavori). Alcuni pulsanti e potenziometri in rosso, giallo e grigio chiaro hanno poi dato un tocco di colore in più a questa zona.

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I colori utilizzati per gli “ejection seat” li trovate impressi direttamente sulla foto a seguire:

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Per dare maggior volume alle forme ho applicato la tecnica del dry brush eseguita con colori ad olio (un grigio non troppo chiaro). Invece per tentare di definire meglio le cinture e i cuscini ho sottoposto i pezzi ad un lavaggio col Bruno Van Dyck scurito con nero, sempre ad olio.

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In generale la qualità del set Neomega non è il massimo; la stampa è grossolana e la definizione dei pezzi molto al di sotto degli standard che il mercato attuale impone. Personalmente suggerisco di sostituire i due Martin Baker con quelli della Small World Accessories: abbastanza rari da trovare ma sicuramente più corretti e meglio rappresentati.

Flap:

Controllando la documentazione ho notato che gli MB.326 venivano spessissimo parcheggiati con i flap completamente estesi. Ragionando sulla conformazione dell’aereo è facile anche intuire il perché di questa pratica: sul dorso della fusoliera, infatti, trovavano posto quattro alloggiamenti chiusi da altrettanti portelloni. Sul lato sinistro vi erano gli accumulatori del sistema idraulico e il compartimento motore. Sul destro la batteria e il serbatoio dell’olio del Rolls Royce Viper. Tutti questi vani erano oggetto di ispezione e gli specialisti dovevano accedervi visivamente; lasciando gli ipersostentatori abbassati gli veniva agevolata la salita sul raccordo alare per svolgere le normali operazioni di pre volo.

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Quindi, seguendo questa usanza “operativa” ho deciso di riprodurli in questa posizione anche sul mio modello, ma per farlo ho dovuto prima eliminare la plastica del kit (che li rappresenta fissi in posizione completamente retratta). Allo scopo ho utilizzato il cesello della Mr. Hobby che si rivela sempre molto utile per questo genere di interventi: ha delle punte ad uncino di vario spessore (quella da me usata è da 0,2 mm) che scavano il materiale con precisione. Bastano poche passate per ottenere un taglio preciso e una separazione molto pulita.

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Dopo aver eliminato lo stirene in eccesso ho assottigliato i bordi interni per farli apparire maggiormente in scala.

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Le superfici mobili le ho auto costruite completamente con l’ausilio di un foglio di Plasticard da 0,25mm e un plotter da taglio (strumento di cui non posso più fare a meno per ciò che permette di realizzare!). Ad essere sincero prima di iniziare i lavori mi ero dotato del set ad hoc della OzMods, una “garage factory” australiana che realizza molti set aggiuntivi per il Macchino (del resto la Royal Australian Air Force ne ha avuti in carico circa ottantasette esemplari). Purtroppo la loro qualità è davvero scarsa e ne sconsiglio vivamente l’acquisto.

Righello e calibro alla mano ho preso le misure sul modello per poi disegnare i pezzi con il programma del plotter.

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Dopo la progettazione sono passato al taglio del Plasticard ricavando quattro pezzi:

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La superficie numero 1 è la base del flap ed è quella più lunga, la numero 2 è la faccia superiore ed è più corta in larghezza di circa 2 mm.

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Il bordo d’attacco, che poi ruota all’interno dell’ala, l’ho riprodotto con del profilato Evergreen “Quarter Round” da 2mm, ed è perfetto per lo scopo! ho tagliato tre sezioni (frecce in giallo) lasciando tra loro due scassi da 2 mm esatti (frecce in rosso); questi saranno poi gli alloggiamenti delle staffe di fissaggio alle ali.

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All’interno dei quarter round ho applicato una strisciolina di Evergreen da 1,5 mm di altezza che ha funzionato da battuta e supporto per la faccia superiore (pezzo numero 2).

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Per dare maggiore rigidità alla struttura, all’interno dei flap ho inserito una centina di rinforzo ricavata da un altro Evergreen quadrato di spessore 1mm; essa corre per tutta la lunghezza. Il tutto è stato incollato con poche spennellate di Tamiya Extra Thin Cement ma, per maggiore sicurezza, all’interno degli spazi rimasti vuoti ho colato anche una certa quantità di ciano acrilica.

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Gli alloggiamenti delle staffe li ho lasciati per ultimi: vanno riempiti e lavorati utilizzando, ancora una volta, il quarter round da 2mm a cui, però, ho ridotto le dimensioni limando le due facce piatte in modo che il pezzo fosse più piccolo e lasciasse uno scalino rispetto alla sua sede.

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Prese d’aria:

Parto con una premessa: non sopporto i tappi o i teloni anti fod che nascondono le prese d’aria. A volte la tentazione di usarli è tanta (sono spesso verniciati in rosso e potrebbero anche dare un tocco di colore in più al modello) perché fanno risparmiare molto tempo da impiegare in lunghe e tediose auto costruzioni… ma è più forte di me, non riesco proprio a digerirli!

Il motivo di questo preambolo è presto spiegato… nel kit ESCI gli intake sono completamente vuoti e tralasciati. Oltretutto La loro forma è particolarissima trattandosi di un ovale con i lati schiacciati, caratteristica che non mi ha aiutato nella ricerca di un materiale che potesse simulare in maniera convincente il condotto interno.

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Alla fine dopo tante prove andate male e qualche momento di sconforto, sono partito da un tubo Evergreen da 6,3 mm (codice catalogo 228) che è, ovviamente, di forma circolare. È fatto di uno stirene molto morbido e malleabile ma deve essere scaldato uniformemente se lo si vuole plasmare a dovere. Per questo dopo aver provato con una fiamma libera… una candela… acqua bollente (senza ottenere risultati apprezzabili), sono ricorso alle maniere forti: una pistola termica!

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Con il getto ad alta temperatura sono riuscito a modellare il tubo a piacimento, curvandolo e schiacciandolo per fargli assumere una forma simile a quella della presa d’aria. Attenzione quando andrete a piegare il profilato! prestate molta cura e delicatezza forzandolo dolcemente e progressivamente, altrimenti rischierete di “abbozzare” la parte interna del gomito chiudendo l’interno.

Prima di inserire il nuovo condotto nell’ala bisogna creargli lo spazio asportando la plastica nei punti indicati:

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A questo punto si può incollare il pezzo ricavato utilizzando necessariamente la colla cianoacrilica poiché essa fungerà anche da riempitivo, a seguire vi mostrerò come.

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Lo spessore interno del tubo è esagerato per la scala e deve essere ridotto. Per far ciò con il trapanino elettrico e punte smerigliatrici di varia grana ho ridotto le dimensioni correggendo, nel contempo, anche i piccoli inevitabili difetti; in alcuni punti ho dovuto asportare talmente tanta plastica da far riaffiorare la cianoacrilica che avevo usato durante il montaggio. Diventando dura e compatta mi ha permesso di raccordare il tutto alla perfezione, in particolare in prossimità dei bordi d’attacco delle prese.

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La rifinitura è avvenuta con carte smeriglio sottili (1000, 1500, 2000) e con spugnette abrasive dalla grana 4000 in su. La solita pasta abrasiva ha dato il tocco finale rendendo le pareti lisce come un tavolo da biliardo! Per stenderla all’interno degli spazi stretti ho tagliato a metà un cotton fioc, l’ho fissato sul mandrino del mio Dremel e l’ho imbevuto di compound; facendolo girare a bassi giri sono riuscito ad infilarlo anche nei punti più inaccessibili lucidando il tutto alla perfezione (o quasi).

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A causa delle pesanti modifiche apportate ho dovuto sovvertire un minimo le sequenze di montaggio suggerite dalle istruzioni unendo subito le carenature inferiori esterna delle prese d’aria (in teoria esse andavano aggiunte dopo aver assemblato completamente l’ala). Per permettere ai pezzi di inserirsi l’uno dentro l’altro ho dovuto asportare la linguetta di riscontro evidenziata in foto:

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Scarico motore:

Uno dei punti più poveri del kit è proprio lo scarico; anzi, più che povero oserei dire che è praticamente inesistente. Viene fornito un condotto di lunghezza davvero poco con alla fine l’abbozzo della turbina. Ovviamente sono dovuto intervenire ricreando qualcosa di più rispondente al vero.

Il nuovo “Engine Duct Pipe” l’ho ottenuto da un tubo della Evergreen (codice 230) dal diametro di 7,9 mm (che, tra l’altro, si incastra quasi alla perfezione nel pezzo da scatola!); per farlo assomigliare ancora di più all’elemento reale ho rastremato l’estremità ottenendo una forma più affusolata.

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All’interno ho aggiunto alcuni particolari. Le frecce gialle indicano le termocoppie per il controllo della EGT (Exhaust Gas Temperature – ricreate con del filo elettrico in rame), mentre le frecce blu indicano i così detti “trimmer”… o nel gergo aeronautico nostrano, i “topolini”.

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I trimmer sono delle “carenature” a forma di semi-goccia (solitamente) che si inseriscono all’interno del cono di scarico per controllare e bilanciare la spinta del motore (in assenza di petali esterni). La loro quantità e la loro posizione varia in base a dei test che venivano eseguiti di volta in volta durante la vita utile del propulsore. Personalmente li ho ricreati con un Half-Round da 1mm, sempre Evergreen, con codice prodotto #240.

Passo, ora, alla fase più complicata e delicata che ha interessato questa zona sul velivolo reale il condotto del motore sfoga all’esterno tramite una carenatura che raccordo l’engine duct pipe alla fusoliera. Ovviamente questo elemento è totalmente assente sul modello e, giocoforza, ho dovuto escogitare una soluzione per colmare la mancanza. Dopo alcuni tentativi non perfettamente riusciti, e grazie ad alcuni spunti ricevuti dagli amici del forum di Modeling Time, alla fine ho attuato il metodo che vi mostro di seguito:

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Sfruttando, ancora una volta, il pezzo da scatola che rappresenta la turbina ho ricreato due centine sagomando una vecchia carta di credito non più attiva.

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Nella prima ho inserito il tubo dello scarico e l’ho saldato definitivamente utilizzando una generosa goccia di colla cianoacrilica.

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A questo punto ho affrontato la lavorazione più critica, la ricostruzione della carenatura di raccordo: ho inserito un “cartoccio” di Plasticard da 0,1 mm all’interno della seconda centina (che ha funzionato da base e da supporto ed è di vitale importanza affinché il nuovo elemento assuma la forma corretta) e l’ho incollato sfruttando di nuovo il collante ciano acrilico. Questo, oltre ad assicurare una saldatura forte, ha funzionato anche da parziale riempimento dell’intercapedine che si è formata tra il Plasticard e la fusoliera stessa.  Inoltre intorno al “cartoccio” ho avvolto una fascia di rinforzo che è stata utile per irrigidire ulteriormente tutta la struttura e colmare parzialmente la fessura abbastanza importante che si è formata una volta uniti i due lembi (è estremamente complicato prendere delle misure accurate della circonferenza totale del tronco di cono ottenuto, per cui il pezzo non può essere del tutto preciso).

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Dopo aver ripulito l’eccesso del foglio di Plasticard ho proceduto ad unire le due semi fusoliere completando le operazioni e rifinendo lo scarico. Per chiudere i gap ho utilizzato, nell’ordine, lo stucco bicomponente Magic Sculpt, il Tamiya Basic Putty e per finire il White Putty della stessa marca. Le pareti interne sono state lisciate e modellate per fargli assumere la forma di una circonferenza quanto più perfetta possibile; ho impiegato delle frese montate su di un trapanino elettrico per lo sgrosso iniziale, poi ho rifinito gradualmente con carta abrasiva bagnata da 800 a 2500. Per finire ho passato su tutto la pasta abrasiva Tamiya Finishing Compound Coarse (tappo rosso) che ha eliminato i piccoli graffi della carteggiatura e lucidato le superfici.

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Da notare che lo scarico non è a diretto contatto con il carter della fusoliera, quindi prestate attenzione e prendete le giuste misure quando lo incollerete all’interno della carlinga.

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Ali e fusoliera:

Guardando le ali c’era un elemento che non mi convinceva affatto, le paretine anti scorrimento. A mio avviso, oltre ad avere uno spessore nettamente fuori scala, esse sono errate anche nella forma e nelle dimensioni. Alla fine ho deciso di rimuoverle e ricominciare da zero avvalendomi ancora una volta del plotter da taglio. Aiutandomi con dei disegni quotati ho progettato dei nuovi pezzi che poi sono stati tagliati sullo stesso foglio di Plasticard precedentemente utilizzato per lo scarico del motore; una volta staccati, puliti e rifiniti con una limetta da unghie, li ho lasciati per un momento in stand by e mi sono concentrato sulla creazione dello scasso in cui inserirli.

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Allo scopo di ottenere un fissaggio saldo e duraturo, mediante il cesello dello GSI Creos (di cui ho già parlato nella fase dei flap) ho scavato la plastica lungo l’asse dove erano stampati gli elementi aerodinamici originali fino a bucare ed ottenere un’asola; a seguire ho inserito le nuove paretine al loro interno fissando il tutto con delle spennellate di Extra Thin Cement Tamiya mirate e non troppo bagnate per evitare di deformarle. La rifinitura è avvenuta con il Mr. Surfacer 500 che ha anche riempito le piccole fessure che si erano create.

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Con le ali complete (o quasi), non mi rimaneva che unirle alla fusoliera.  Quella che sembrava essere un’operazione relativamente semplice si è trasformata in un gioco di incastri e aggiustamenti vari che mi ha portato via parecchio tempo. Quasi sicuramente la ricostruzione dei condotti delle prese d’aria ha spostato qualcosa nelle geometrie e le due semi ali hanno assunto, da subito, un diedro quasi nullo (ricordo che il diedro del ‘326 è positivo di alcuni gradi). Per ripristinare la corretta posizione le ho dovuto forzare l’alto costringendole in posizione con l’aiuto del nastro adesivo incollato dalla tip destra fino alla sinistra, passando sopra la fusoliera. Solo dopo aver controllato la correttezza degli allineamenti ho applicato grosse quantità di Extra Thin Cement lungo le giunzioni con la fusoliera lasciando riposare il modello per almeno ventiquattro ore in attesa che tutto il collante asciugasse.

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Fortunatamente, alla fine, non si sono formati grosse fessure da sanare e comunque ho preferito utilizzato la colla ciano acrilica al posto del semplice stucco al fine di poter reincidere le pannellature andate perse (e le tante viti che fissano i pannelli di raccordo sul velivolo reale) con più facilità.

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Già che c’ero ho approfittato di questo momento per rifinire e completare l’alloggiamento dei flap auto costruendo le centine di rinforzo che rimangono ben visibili quando gli iper sostentatori sono abbassati. Come sempre sono ricorso all’uso del Plasticard che ho pazientemente sagomato e adattato alle forme del bordo d’uscita alare.

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Sul bordo d’entrata, invece, erano installate due “stall stripe” (una per parte, per sapere cosa siano questi elementi aerodinamici fate CLICK QUI); sul modello sono riportate anche se la loro qualità e definizione è abbastanza approssimativa. Per questo ho deciso di eliminarle portandole via con un bisturi affilato e rifarle da zero utilizzando un quadratino di Evegreen da 0,5mm sagomato fino a farlo diventare di sezione triangolare.

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In accordo con la documentazione ho aggiunto anche le piastre di rinforzo dei predellini di salita; da notare che quello per l’abitacolo posteriore è stato completamente dimenticato dalla ESCI per cui, se anche non vorrete seguire il mio metodo, andrà reinciso e rappresentato. Ad ogni modo le piastre sono state disegnate e riprodotte al plotter utilizzando il vinile (ottimo perché dello spessore giusto e già adesivo). Sui “pedali” sono stampate delle costolature anti scivolo già molto piccole in scala 1:1…. ricostruirle quarantotto volte più piccole non è stato per nulla semplice! Ho tentato con diversi materiali tra cui fili di rame da materiale elettrico, sprue filato a caldo e altre alchimie “miracolose”, ma niente sembrava funzionare. Volete sapere cosa ho usato alla fine? Bè… sembrerà stano a dirlo… ma l’unica cosa che ha simulato davvero bene l’anti sdrucciolo è stato… un capello (le sezioni le ho incollate utilizzando la cera Future come adesivo, asciugandosi non ha creato spessori mantenendo il tutto perfettamente in scala)!

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Approfittando della foto subito sopra vi porto all’attenzione l’area contraddistinta dalla freccia in giallo: ebbene in quel punto la ESCI ha stampato una pannellatura rettangolare che dovrebbe rappresentare un portellino di accesso alla detonazione d’emergenza del canopy. La stessa cosa è riportata anche sul lato destro della fusoliera.

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Entrambe le incisioni devono essere stuccate ed eliminate perché non presenti sui velivoli reali (di qualsiasi versione).

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Proseguendo con le modifiche, Il mio esemplare era dotato di compensazione aerodinamica fissa del timone che ho aggiunto sfruttando una strisciolina di Plasticard da 0,3mm.

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Allo stesso modo entrambi gli esemplari assegnati al RSV erano provvisti di antenne ILS installate sull’impennaggio; le stesse hanno una forma abbastanza particolare, con sezione praticamente ovale al centro e tonda alle estremità che si fissano alla deriva. Ho provato a rifarle appiattendo un tubicino di ottone da 0,2mm ma non mi convincevano molto vedendole sul modello. Alla fine ho optato per lasciarle con sezione tonda utilizzando lo stesso materiale di cui sopra. Ho anche riprodotto le piastre di fissaggio fustellando quattro dischetti di alluminio adesivo.

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La freccia mette in evidenza una pannellatura reincisa, assente nel kit, che sul velivolo reale serviva per accedere alle apparecchiature avioniche dell’Instrumental Landing System.

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Serbatoi alari:

Piccola premessa: nel corso della sua vita operativa, e in base alle versioni sviluppate, l’MB.326 poteva essere equipaggiato con due tipi di serbatoi alari, uno piccolo da 100 litri ed uno maggiorato da 300 litri. In teoria dovrebbero essere facilmente riconoscibili poichè, anche se hanno più o meno la stessa forma, la dimensione di quelli maggiorati è notevolmente più grande; invece quando si vedono montati sull’aeroplano è difficile distinguerli a meno che non si abbia una foto ravvicinata o di buona risoluzione che metta in evidenza i dettagli che vi elenco di seguito.

Quelli da 300 litri erano dotati di uno scarico rapido del carburante (fuel jettison) e di due valvole per il drenaggio del carburante:

Immagine inserita a scopo di discussione, fonte Drivefly.it

Da notare che i congegni di spurgo sono indicati da due stencil di colore bianco molto visibili anche nelle foto… quindi se li trovate il serbatoio è sicuramente di capienza maggiore.

Al contrario quelli da 100 litri hanno solo una piccola valvola di drenaggio annegata nella struttura e che è invisibile nelle foto di profilo (tale dispositivo, invece, è segnalato da un solo stencil che spesso non era neanche applicato):

In base a questi elementi e grazie alle informazioni contenute nella monografia “Ali D’Italia numero 13” a pagina 63, ho avuto conferma che il mio esemplare montava proprio i serbatoi maggiorati. Fugato il dubbio non rimaneva che risolvere il problema di dove trovare i fuel tank corretti visto che nel kit sono forniti solamente quelli di tipo piccolo; le soluzioni erano principalmente tre:

  • Acquistare il set della ditta australiana Oz Mods, tutto sommato corretti ma stampati (ad iniezione) molto male con vistose bave e dettagli quasi nulli.
  • Prelevare dal kit Frems dell’MB.339 i serbatoi d’estremità che sono praticamente identici a quelli usati sul predecessore. Avendoli ricevuti dall’amico Maurizio R., che approfitto per ringraziare, ho potuto constatare che oltre ad essere più lunghi di almeno 3 mm necessitano un adattamento esteso per poterli montare alle tip del kit ESCI.
  • Prelevare dal set Sky Models n°029 dedicato all’MB.339 i serbatoi in resina corretti. Questa è la soluzione che alla fine ho scelto poichè era quella più facile a livello di adattamento e montaggio. La qualità dei pezzi non è eccelsa e vanno comunque migliorati, ma almeno sono una buona base di partenza. Grazie ad un altro amico, Fulvio Spillone F. per avermi gentilmente donato l’aftermarket!

Quindi, alla luce di quanto detto sopra, ho iniziato a modificare e completare le resine:

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La freccia rossa mette in evidenza il pezzo peculiare dello stampo Frems che deve essere eliminato per portare a filo la parte che andrà a contatto con l’ala.

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Poi ho aggiunto lo scarico d’emergenza (freccia rossa) con relativa pannellatura e i due fuel drain (freccia verde).

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Sull’altro lato ho riprodotto il bullone di fissaggio utilizzando due tubicini di ottone fatti passare l’uno dentro l’altro.

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E per finire ho reinciso i due tappi per il rifornimento carburante. Per permettere un centraggio preciso e un incollaggio più forte ho anche inserito due “longheroni” fatti con un tubo di ottone.

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Sia per il montaggio, sia per la stuccatura ho utilizzato la colla cianoacrilica.

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Canopy e windshield:

Il grande tettuccio ha al suo interno molti dettagli che sono stati ovviamente ignorati dalla ESCI. Tra questi spicca la struttura di rinforzo che ho dovuto riprodurre da zero utilizzando dei listelli di Evergreen quadrati sagomati a dimensionati a dovere. I pezzi sono stati incollati utilizzando pochissima colla cianoacrilica in gel (che asciuga più lentamente e permette di allineare meglio il tutto). Lungo il frame posteriore corre il tubo di raccordo del sistema “de-mister” (anti appannamento) che ho rifatto con un tondino di ottone da 0,3 mm.

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Tutti i montanti erano fissati con dei grossi bulloni disposti su due file; quelli che ho applicato io sono della Archer già adesivi, in pratica sono dei rivetti in plastica fissati su di un supporto trasparente tipo film delle decal. Basta ritagliarli e posarli sulle zone interessate (al termine delle operazioni una spennellata di Micro Sol della Microscale è consigliabile per rendere più stabile il loro fissaggio). Nella realtà le file di bulloni sono due ma la grandezza dei rivetti è tale che non è possibile rispettare il disegno originale (quelli che ho usato sono la misura più piccola in commercio); alla fine del lavoro, con una sapiente verniciatura e tecnica del dry brush, fanno comunque la loro bella figura.

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Lungo il lato incernierato, il destro, ho aggiunto dei piccoli pin di riscontro infilando delle sezioni dello stesso tubo di ottone precedentemente utilizzato. Creando degli scassi in corrispondenza sulla fusoliera mi sono assicurato che il canopy, a modello ultimato, potesse essere montato senza colla e semplicemente inserendo i riscontri a pressione.

Anche il parabrezza ha ricevuto una piccola miglioria: con il nastro Tamiya ho ricreato una cornice sagomata che corre lungo il montante e che funge da battuta per la guarnizione del sistema di pressurizzazione del canopy.

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Tutti i trasparenti sono stati, infine, bagnati nella Future (che ha funzionato anche da ulteriore collante per le parti aggiunte a posteriori) e lucidati con la Modelling Wax della Tamiya (come spiegato in QUESTO nostro video tutorial).

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Pozzetto carrello anteriore e ultimi particolari:

L’ultimo inconveniente da superare riguarda il pozzetto carrello anteriore, più che spoglio e con la linea di giunzione delle semi fusoliere che passa proprio nel mezzo! per nasconderla ho ricreato un doppio fondo e per chi si cimenterà nella ricostruzione dopo di me faccio presente che le dimensioni del “trapezio” in plasticard sono le seguenti: lato corto in alto 7 mm, lato lungo in basso 1,2 cm circa, altezza 1,2 cm.

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Il pozzetto è stato poi completato dai longheroni di rinforzo ottenuti con delle striscioline di Evergreen larghi 0,5 mm e da altri componenti tra cui:

  • Un piccolo cilindro che, molto probabilmente, nella realtà era l’accumulatore di pressione per la pre carica ammortizzatore. L’ho realizzato con una piccola resistenza elettronica.
  • Una scatola elettrica, anche questa “cannibalizzata” da una scheda elettronica.
  • Vari cavetti elettrici riprodotti con filo di rame e stagno.
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Dato che il mio esemplare era provvisto di collimatore, l’ho dovuto auto costruire usando una lastrina di rame modellata e Plasticard.

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Già che ero di nuovo a lavoro nella zona dell’abitacolo ho rifatto anche il blocco di chiusura del canopy usando, ancora una volta, i tubicini di ottone della Albion Alloy.

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A seguire, con un rod circolare da 1,2mm ho ricreato la base su cui andrà incollata la strobe light.

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Con una soluzione sbrigativa e semplicistica la ESCI non permette di montare gli pneumatici se non immediatamente prima di assemblare le forcelle delle gambe di forza. Ovviamente questa opzione è scomoda e complica non poco la verniciatura dei cerchioni e dei battistrada.

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Guardando le foto del velivolo reale ho adottato la stessa “Ingegneria”: ho segato via i mozzi in plastica, ho forato le forcelle e ho inserito degli spezzoni di tondino di ottone da 0,3 mm. Oltre ad essere funzionale la modifica mi ha permesso anche di rinforzare il meccanismo dei carrelli.

Sempre in base alla documentazione mi sono reso conto che sulla gamba di forza del carrello anteriore molti elementi erano assenti. Per questo ho rimesso mano ai materiali per l’autocostruzione:

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Freccia azzurra: con del filo di rame sottile attorcigliato intorno alla gamba di forza ho ricreato quella la molla dell’ammortizzatore.

Freccia rossa: sopra la molla è saldata la struttura su cui si innestano i due bracci che permettono la retrazione del carrello stesso. Nel kit è completamente assente e l’ho reinventata con una sezione di tubicino d’ottone.

Freccia gialla: con un pezzo di ago ipodermico ho costruito il supporto del faro d’atterraggio a cui ho poi aggiunto il cavetto elettrico.

Infine ho aggiunto i vari cavi idraulici dei freni (in nero) e elettrici (in giallo) per l’alimentazione del microswitch che inibiva la leva dei carrelli quando il velivolo era a terra.

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Verniciatura:

Finalmente, dopo tantissime ore spese per migliorare e aggiornare il mio MB.326, sono giunto alla verniciatura. Sul modello ho steso il Mr. Finishing 1500 Black della Gunze diluito all’80% con il Mr. Levelling Thinner della stessa casa. Ad asciugatura avvenuta ho carteggiato le superfici con spugnette abrasive 400/6000/8000 e 10000 bagnate in modo da ottenere una finitura liscia ed estremamente compatta.

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Sfruttando la base già nera ho approfittato per mascherare i numeri di carrozzella; da precisare che questi non sono prodotti da alcuna ditta del settore, in nessuna scala. Partendo dalle proporzioni dei codici contenuti nel foglio decal del MB.326 K Italeri, e grazie all’aiuto dell’amico Marco Natter, li ho ritagliati su un foglio di nastro Kabuki mediante l’oramai onnipresente plotter da taglio!

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L’allineamento del “RS-19” mi ha fatto sudare le proverbiali sette camice anche per le forme curve e rastremate del muso che ingannano un po’ l’occhio, ma prendendo i giusti riferimenti (soprattutto dalle foto del soggetto reale) l’operazione è stata più che fattibile.

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Successivamente ho proseguito stendendo il White Alluminium della Alclad (ricordo, per dovere di cronaca, che l’esemplare oggetto dell’articolo era verniciato in alluminata). Anche se il metallizzato è pronto all’uso, già da qualche tempo trovo giovamento nel diluirlo ulteriormente aggiungendo circa il 50% di Mr. Levelling Thinner; quest’accortezza aiuta nella stesura e previene la formazione di polvere dovuta ad un’asciugatura troppo rapida del pigmento (fenomeno maggiormente visibile in estate). Ovviamente l’aggiunta del Levelling non va mai fatta nella boccetta originale, pena la possibilità di dover cestinare il prodotto.

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Il terminale dello scarico, invece, è in Dark Alluminium.

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Le grandi e vistose zone in arancione alta visibilità sono state dipinte con l’Xtracolor X-104 International Orange steso direttamente sull’Alluminium e diluito al 70% con la Nitro.

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Gli anti riflesso all’interno dei serbatoi, delle alette anti scorrimento e davanti il parabrezza sono in nero opaco.

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I pozzetti dei carrelli sono stati verniciati nel verde Macchi, molto simile ad un Bronze Green. Per questo particolare colore ho creato un mix “home made”:

  • 20 gocce XF-26 + 15 gocce H-326 + 10 gocce H-69 + 5 gocce XF-4.

Una delle operazioni più tediose è stata la mascheratura per realizzare le zone rivestite con la vernice anti ghiaccio. Questa era applicata su tutti i bordi d’attacco delle ali, delle prese d’aria, sull’ogiva del muso e sulla deriva. In particolare per quest’ultima ho ricreato una mascherina ad hoc che ho poi riprodotto sul nastro Kabuki grazie, ancora una volta, al plotter.

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Per tutti i punti sopra elencati ho utilizzato il grigio 36375 – Gunze H-308. La stessa tinta l’ho passata anche sulla tip dell’impennaggio realizzata in materiale dielettrico perché conteneva all’interno l’antenna UHF.

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Col rosso Tamiya XF-3 ho realizzato la fascia di pericolo in fusoliera, una fatica per allineare correttamente il nastro ma sempre meglio che utilizzare la decalcomania. Con lo stesso colore ho verniciato le “stall stripe” sul bordo d’attacco delle ali evidenziate per motivi anti infortunistici.

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Lucido, lavaggi e decalcomanie:

Come mio solito ho lucidato il modello col fidato X-22 Tamiya diluito all’80%, con il Mr. Levelling Thinner Sono bastate poche mani (direi 5/6) poichè il fondo metallizzato era già più che liscio.

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Una volta asciutto il Macchino ha ricevuto i lavaggi per mettere ben in risalto le belle pannellature del kit. Per i washing ho scelto i colori ad olio, più in particolare un grigio non troppo scuro ottenuto mescolando il bianco di Marte e il nero avorio Maimeri; come diluente quello per smalti Humbrol.

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Dopo altre tre mani di trasparente (utilizzando quello già preparato in precedenza), e dopo aver atteso le canoniche ventiquattro ore di asciugatura, ho iniziato ad applicare le decalcomanie. Queste provengono da tre fogli differenti:

  • Italeri dal kit 2710 – MB.326 K: stampate dalla Cartograf e dalla qualità ottima, da questo set ho prelevato vari stencil di manutenzione e gli stemmi di reparto (unici corretti esistenti per il mio esemplare).
  • Small World Accessories SWAD 48002 – Italian Air Force Aermacchi MB.326: vecchio foglio uscito nel lontano 2008 ma di buonissima fattura. Da qui ho prelevato i numeri di matricola (che sono un mix di vari esemplari proposti per ottenere la M.M. 54289 del mio velivolo specifico) e la maggior parte degli stencil di manutenzione. Fate attenzione alle coccarde che, purtroppo, sono errate poichè sovradimensionate.
  • Tauromodel 72538 – coccarde per S2C-5 Helldiver: pur essendo per la scala più piccola le insegne di nazionalità dedicate all’Helldiver hanno le dimensioni corrette per un MB.326 in 1/48.
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Anche le decal sono state sottoposte al lavaggio con lo stesso colore ad olio sopracitato e, a seguire, il modello è stato completamente sigillato con altre 2/3 mani di lucido leggermente più diluito.

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Montaggio finale:

Prima di procedere oltre il modello ha ricevuto la finitura finale mediante due mani di trasparente satinato Mr. Paint, ad eccezione dei pannelli anti riflesso trattati con il Flat Clear H-20 Gunze (diluito con la nitro).

Ho installato le luci di navigazione/posizione, quelle che vedete provengono dai set della CMK in resina trasparente colorata (utilissimi).

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I due pitot sul muso e le piccole antenne nere posizionate sul ventre e sul dorso provengono dal kit di un A-4 Skyhawk Hasegawa (stampo sempre utile perché contiene una miriade di pezzi “spare”). L’antenna a lama bianca sotto al cockpit, invece, è auto costruita partendo dalla cornice di una vecchia fotoincisione.

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All’interno del canopy ho inserito anche lo specchietto retrovisore per l’istruttore/secondo pilota, anch’esso foto inciso e commercializzato dalla True Details.

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Il pistone attuatore dell’aerofreno ventrale è rifatto infilando una sezione di ago ipodermico in un tubicino d’ottone da 0,5 mm di diametro. Quello da scatola è stato prontamente scartato perché decisamente non all’altezza.

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Conclusioni:

Inizialmente questo progetto sembrava potesse giungere a conclusione in poche settimane: l’esiguità dei pezzi e la buona qualità degli incastri facevano sperare per il meglio. Andando avanti nella costruzione, come avete potuto vedere, mi sono dovuto necessariamente confrontare con le carenze di un kit che oramai ha quasi quarant’anni sulle spalle. Non è un modello semplice ma con attenzione passione se ne può tirare fuori ancora qualcosa di veramente soddisfacente.

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Al prossimo articolo, buon modellismo a tutti!

Valerio “Starfighter84” D’Amadio.

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