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Defender of the East: Mig-29G Fulcrum – Polish Air Force dal kit Academy in scala 1/48.

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La mente di un modellista è sempre attiva… non si ferma mai, nemmeno in vacanza! E fu così che, un bel giorno di primavera, stavo visitando la cittadina medievale di Malbork nella regione della Pomerania – Polonia. Mentre passeggiavo nei pressi del castello sito all’interno del centro abitato (tra l’altro è la fortificazione meglio conservata in tutta l’Europa), vedo sfrecciare sopra la mia testa una formazione stretta di tre Mig-29 Fulcrum! La macchina fotografica, in modo quasi automatico, ha smesso di inquadrare merli e mura di cinta e ha spostato l’obiettivo verso il cielo!

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Rientrato in albergo la curiosità era troppa, per cui mi sono messo immediatamente a “googolare” scoprendo che Malbork ospita anche un aeroporto denominato 22. Baza Lotnicza (Base Aerea 22) su cui ha sede il 41 Eskadra Lotnictwa Taktycznego (41° Tactical Squadron) equipaggiato, dal 2004, con i Mig-29G ricevuti dalla Luftwaffe.

Nel giro di pochi attimi si è accesa la lampadina: “OK, il prossimo modello a finire sul banco… sarà un Fulcrum polacco”!

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Il Kit:

Nonostante nella mia pila di scatole di montaggio sia presente anche il recentissimo Great Wall Hobby, alla fine ho scelto di concentrarmi sul ben più anziano Academy. Da anni faceva parte della mia collezione e, nel tempo, lo avevo corredato di molti aftermarket. In questi periodi di spending review lasciarlo ancora sullo scaffale sarebbe stato un vero spreco.

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Lo stampo risente in modo palese della sua vetustà e diversi dettagli sono molto al di sotto degli standard attuali. Inoltre alcune forme, la più evidente è quella del muso, sono errate e vanno corrette.

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Per tutti i motivi sopra indicati, la lista degli accessori a corredo del mio kit è stata molto lunga. Ve la riporto:

  • Neomega Resin Cockpit: assolutamente necessario per sostituire l’abitacolo da scatola.
  • Aires Wheel Bay #4188: i pozzetti carrelli in plastica, oltre ad essere quasi del tutto privi di dettaglio, hanno un fitting terribile rispetto la fusoliera. Tanto vale sostituirli con i pezzi in resina dell’Aires che sono davvero ben fatti.
  • Aires Exhaust #4189: indispensabili per sostituire gli scarichi in plastica che hanno spessori ampiamente fuori scala.
  • Aires Airbrake #4365: più un vezzo che un’effettiva necessità. Benché, molto spesso, a terra l’aerofreno sia chiuso, ho deciso comunque di rappresentarlo aperto anche per evitare un tedioso lavoro di correzione della superficie mobile inferiore originale (che ha un profilo della bugna non proprio fedele). Errato nelle forme anche il bulbo che copre l’alloggiamento del parafreno; Aires fornisce anche questo dettaglio in resina.
  • Eduard Brassin Wheels #648037: assieme agli pneumatici e cerchioni in resina, bellissimi e molto particolareggiati, la Brassin include anche il caratteristico parafango per il ruotino anteriore (estremamente preciso nelle dimensioni rispetto al modello Academy).
  • Quickboost Corrected Nose #48122: come anticipato, il radome del kit ha una forma troppo rastremata e appuntita. Con la spesa di pochi Euro si acquista questo set che risolve definitivamente il problema con poco sforzo.
  • Quickboost Sensing Units #48118: questo prodotto fornisce, in resina, tutti i sensori di temperatura, di angolo d’attacco e alcune antenne utili per completare esternamente il “piccolo” Fulcrum.
  • Dream Model Brassed Pitot #0710: il pitot in metallo di questa ditta cinese è molto bello e resistentissimo agli urti (inevitabili, purtroppo, date le dimensioni del Mig-29 in scala).
  • Eduard Xpress Masks #EX007: set di mascherine pre tagliate per le parti trasparenti. Anche queste da inserire nella categoria “must have”.
  • Eduard Interior #49277: fotoincisioni pre colorate per gli interni. Molto utili per alcuni particolari quali leve di espulsione del seggiolino e struttura interna del canopy.
  • Eduard Exterior #48429: da questo set PE ho prelevato poche parti (soprattutto antenne e altri piccoli dettagli) ma, tra queste, le più importanti sono state le paratie anti-fod delle prese d’aria. Già solo per loro vale la pena di acquistare l’accessorio.
  • Master Mig Static Discharger #48087: impressionanti per quanto siano piccoli e, allo stesso tempo, così belli. Danno una marcia in più a tutto il modello!
  • Techmod Decals Set #48119: buona la qualità delle decal ma molto fragili e difficili da applicare. Nel corso dell’articolo spiegherò più approfonditamente quali problemi ho riscontrato nel loro utilizzo.

Con il carrello pieno… ho iniziato il montaggio!

Troncone anteriore di fusoliera e cockpit:

Lo stampo Academy, in generale, ha un dettaglio di superficie in negativo preciso e pulito. Alcune pannellature sono assenti, altre totalmente inventate e devono essere rimosse. La qualità dei dettagli è oramai superata e non più all’altezza degli standard odierni ma, con pazienza e attenzione, basta attuare alcuni interventi di miglioria per ottenere una riproduzione in scala ancora di tutto rispetto. Il primo fra questi è stato il totale rifacimento della volata del cannone:

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La griglia di sfiato dei gas caldi è ovviamente aperta, mentre nel kit la plastica è piena; ho quindi proceduto all’apertura degli sfiati utilizzando una fresa montata su un trapanino elettrico. Passando alle lamelle, ho usato una strisciolina di alpacca proveniente dalla cornice di una vecchia fotoincisione per la spina centrale, mentre i deflettori sono in Plasticard.

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All’interno ho ricreato, con una lastra sottile di rame, una copertura curva che protegge la canna dell’arma.

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Superato questo primo “scoglio”, le mie attenzioni si sono rivolte all’abitacolo in resina della Neomega. Sono rimasto alquanto deluso da quest’accessorio poiché la qualità è molto inferiore alle mie attese; i particolari non sono ben definiti (mancanza che è messa ancor più in risalto dopo la verniciatura) e la stampa è molto artigianale. A parte questi aspetti negativi, i pezzi si adattano con estrema facilità essendo basati su quelli originali da scatola. Per inserire la palpebra e la grande scatola avionica alle spalle del sedile mi è bastato eliminare le zone evidenziate in foto:

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Con il trapanino elettrico ho praticato dei fori, che ho poi unito con una fresa, asportando la plastica in eccesso con relativa facilità.

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In foto notate anche la fotoincisione proveniente dal set 49277 dell’Eduard che completa i frame della fusoliera, quelli su cui va in battuta il canopy.

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Ho apportato delle piccole modifiche al cruscotto e alla relativa palpebra, aggiungendo il display del GPS sopra il pannello di selezione delle armi. La relativa antenna con le staffe di fissaggio, invece, è montata sopra il seggiolino nei velivoli polacchi; andando avanti con l’articolo vi mostrerò dove collocarla di preciso.

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Lo Zvezda K-36D della Neomega non è per niente male. Il cinghiaggio superiore mi ha lasciato, inizialmente, perplesso perché dà l’impressione di essere troppo “rigido” e poco realistico; ad ogni modo, con una sapiente verniciatura, rende bene l’idea.

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I colori del sedile eiettabile non sono molti… anzi! È praticamente tutto nero, cuscini inclusi. Le cinture sono in grigio F.S.36375 ad eccezione di quelle più larghe sullo schienale; in alcuni esemplari sono anch’esse in grigio, nel walkaround pubblicato dalla Kagero, invece, sono in marroncino molto chiaro. Dato che il libro ritrae esemplari polacchi, mi sono rifatto alle foto scegliendo il Dark Yellow XF-60 Tamiya.

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Ho aggiunto un paio di targhette in decal sul poggiatesta (provengono dal set della Mike Grant’s Decal) e le maniglie di espulsione fotoincise (di forma neanche troppo corretta) dal set Eduard. Sempre in fotoincisione sono anche le due “cinghie” di ritenuta delle gambe in basso. Vedendo le foto reali ho notato che queste “fasce semi rigide” vengono distese e lasciate dritte dal pilota prima di abbandonare il velivolo… per il volo successivo, poi, vengono “arrotolate” nuovamente intorno agli arti inferiori.

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Il resto dell’abitacolo è stato verniciato con questo mix di colori:

  • 160 gocce di Gunze H-308.
  • 15 gocce di XF-23 Tamiya.
  • 5 gocce di Gunze H-25.
  • 60 gocce di Flat White.

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Non è facile trovare la giusta tonalità perché, nella maggior parte dei casi, le immagini pubblicate sui libri o sul web hanno strane dominanti dovute all’uso del flash. Con un po’ di sorpresa ho scoperto di aver riprodotto quasi esattamente il colore delle fotoincisioni pre colorate contenute nel set 49277 e che, personalmente, non ho utilizzato. L’informazione tornerà senza dubbio utile a chi, invece, preferirà il loro uso!

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La cloche ha dei particolari un po’ troppo abbozzati, mentre il cruscotto è abbastanza fedele a quello reale. Il problema di quest’ultimo riguarda la strumentazione che la ditta russa ha riprodotto sommariamente, sicuramente non all’altezza per un modello nella scala del quarto di pollice.

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Per ovviare al problema ho completato il quadro strumenti con le apposite decal dell’Airscale dedicate ai velivoli russi. In realtà sarebbero più indicate per gli “early soviet jet” ma rendono comunque bene l’idea.

Per terminare l’opera nel “pilot’s office”, su tutte le parti ho applicato un Dry Brush e i soliti lavaggi, entrambi eseguiti a olio con un grigio medio.

Una volta inserita la vasca all’interno della fusoliera, ho potuto procedere all’unione dei vari pezzi che compongono il troncone anteriore dell’aereo. Prima di affrontare quest’operazione mi sono documentato un po’ sul web e ora posso confermare tutto ciò che ho avuto modo di leggere: questo kit si monta veramente male!

Fulcrum 28

La scomposizione è infelice (anche perché l’80% dello stampo è in comune con la versione biposto) costringendo a numerose prove a secco e a un uso intensivo di stucco (nel mio caso ho usato, come sempre, la colla ciano acrilica); necessari anche degli inserti di Plasticard per riempire le tante fessure che inevitabilmente si formano.

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Oltre a questo, osservando meglio il dettaglio di superficie mi sono accorto degli errori grossolani, cui ho fatto accenno qualche riga sopra, commessi dalla ditta coreana.

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Le linee in verde sono le incisioni aggiunte e/o modificate (in rosso, al contrario, le eliminate) per rappresentare solo quelle effettivamente presenti sul velivolo reale. Il pannello sagomato immediatamente sopra la volata del cannone sarebbe, nella realtà, una piastra di rinforzo in acciaio; anche dal vero è sottilissima, per cui ho preferito non riprodurla con il nastro d’alluminio (come uso fare solitamente) per non portare lo spessore fuori scala.

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Nell’immagine sopra, le zone in rosso sono state modificate e corrette. Quelle in giallo, al contrario, sono delle pannellature eliminate perché non presenti sul lato sinistro del velivolo.

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Fulcrum 31bis

Come detto il muso del kit è sbagliato, e di molto, nelle forme (troppo affusolato e sottile) ed è stato prontamente sostituito con quello in resina della Quickboost. Purtroppo il diametro del radome è più largo di circa mezzo millimetro rispetto al resto della fusoliera e deve essere carteggiato con cura per riportarlo in sagoma.

Troncone posteriore di fusoliera e pozzetti carrello:

Mancanze e omissioni simili a quelle riscontrate sul troncone anteriore della fusoliera le ho, purtroppo, ritrovate anche su quello posteriore.

Sotto le gondole dei motori sono presenti vari sfiati e fori di drenaggio che la ditta coreana ha completamente tralasciato o che ha riprodotto solo parzialmente. Personalmente ho cercato di migliorarli aprendoli tutti:

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Quelli contrassegnati con le frecce rosse li ho forati seguendo le incisioni del kit come guida. Quello con la freccia in verde, al contrario, è stato spostato più internamente.

Altri due portelli rettangolari sono stati aggiunti assieme a due fori posti in posizione leggermente disassata rispetto alla linea di mezzeria.

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Ovviamente è stato necessario assottigliare la plastica internamente per ridurre lo spessore dei bordi e rispettare l’effetto scala.

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I vani carrello in resina dell’Aires sono come sempre una gioia per gli occhi! Di contro ci vuole anche tanta pazienza per inserirli nei rispettivi alloggiamenti.

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Le aree in rosso sono quelle che devono essere carteggiate per recuperare millimetri preziosi al fine di evitare che i due semi gusci, superiore e inferiore, facciano fatica a chiudersi. Inoltre è necessario eliminare quanta più resina possibile dal fondo dei pozzetti fino a raggiungere, quasi, la trasparenza.

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Sul dorso della fusoliera sono presenti delle griglie che coprono i condotti di espulsione dello strato limite delle prese d’aria. Ovviamente sul kit sono stampate in modo approssimativo e perdono parecchio del loro realismo. Nel set fotoinciso della Eduard sono disponibili i pezzi che sostituiscono direttamente tutti i pannelli interessati, ma li ho scartati e utilizzati solo come guida di taglio (il motivo lo spiegherò più avanti).

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Alla fine, dopo numerose prove e l’utilizzo di un bisturi affilato, ho asportato le relative porzioni di plastica dal modello e ho aggiunto delle guide (ricavate da sezioni di Plastirod quadrato) su cui, in seguito, poggiare le menzionate griglie.

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Allineare il troncone anteriore a quello posteriore è, senza dubbio, la fase più complicata del modello. Accostandoli durante le necessarie prove a secco, si formano subito dislivelli abbondanti tra i due blocchi. Dopo svariati tentativi di saldarli senza complicarmi troppo la vita sono giunto a una conclusione drastica: ho inserito degli spessori di Plasticard all’interno della fusoliera anteriore per aumentarne in altezza le forme e l’ho incollata, provvisoriamente, al tronco posteriore applicando dei “punti” di colla ciano acrilica. Successivamente ho forzato, nel vero senso della parola, i pezzi per tentare di limitare l’insorgere di scalini. Una volta trovata la “quadra”… ho colato quantità mostruose di Attack dall’esterno verso l’interno sfruttando le aperture delle prese d’aria ancora da installare. Sono riuscito nell’impresa ma non del tutto… il resto l’ha fatto una buona dose di olio di gomito e carta abrasiva!

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I più attenti tra quelli che leggono quest’articolo, si staranno ancora chiedendo il perché abbia deciso di non utilizzare le parti fotoincise per completare il lavoro concernente le griglie dello strato limite. Il motivo è semplice: le PE Eduard mi hanno creato, letteralmente, svariati mal di testa! Dopo aver tentato invano di incollarle al resto del kit (si staccavano di continuo a causa delle sollecitazioni conseguenti la carteggiatura e la stuccatura dei tanti scalini che esse formavano rispetto l’estradosso della fusoliera) ho deciso di utilizzarle come dima e di ricrearle direttamente in Plasticard.

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Per questo passaggio è corso in mio aiuto l’amico Fabio che ha tagliato i nuovi pezzi utilizzando un plotter elettronico da taglio. Il loro montaggio è stato semplice e veloce: mi è bastato sistemare le misure con qualche colpo di lima, appoggiarle nelle loro sedi e spennellarle con abbondante Tappo Verde.

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La rete che protegge i condotti dall’ingestione di corpi estranei proviene da un’altra fotoincisione della Eduard. Purtroppo la trama è risultata leggermente troppo grande per la scala ma, vi assicuro, a modello ultimato l’incongruenza non è così evidente.

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Prese d’aria, ali, derive e altri dettagli:

Con le fasi più critiche del montaggio alle spalle, mi sono concentrato sul complesso delle prese d’aria.

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La prima modifica ha riguardato le zone attinenti i pozzetti carrello principale, dove le istruzioni del set Aires, giustamente, suggeriscono di allargare l’apertura per raffigurarne le corrette dimensioni rispetto al velivolo reale (è necessario asportare circa 7 mm di materiale originale del kit).

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Osservando le foto dei Fulcrum in scala 1:1 si notano bene alcuni particolari che devono essere aggiunti:

  • Le piastre di rinforzo su cui ruotano i cardini dei portelloni a chiusura dei vani, indicate con le frecce in rosso, sono riprodotte con del Plasticard spessore 0,2 mm e incollato con una leggera spennellata di Tamiya Extra Thin Cement.
  • Con la freccia in giallo, invece, ho indicato la “sagomatura” della lamiera posta in corrispondenza della zona di retrazione dello pneumatico. Questa permette allo stesso di rientrare nel proprio alloggiamento e deve essere realizzata anche sul modello scavando la plastica con una fresa montata sul fidato trapanino elettrico.

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Molto spesso a motori fermi (in fase di rullaggio, invece, sempre), gli intake sono chiusi da delle paratie anti-fod che si estendono automaticamente dopo l’avvio dei turbofan. Oltre ad essere una caratteristica peculiare del Mig-29, modellisticamente parlando sono utilissime per nascondere il “vuoto cosmico” che regna all’interno dei condotti del kit. La Eduard le fornisce già pronte in fotoincisione e sono abbastanza complicate da montare, oltre a richiedere molte prove a secco prima di procedere al loro incollaggio. Il risultato finale, in ogni caso, appaga pienamente l’occhio critico di ogni appassionato!

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L’unione dei condotti alla pancia della fusoliera fa sudare le proverbiali sette camicie. I pezzi, oltre ad essere leggermente svergolati, non hanno pin di riscontro e devono essere incollati con attenzione per allinearli correttamente. Il grossolano sistema d’incastri, sviluppa come naturale conseguenza una miriade di fessure più o meno importanti che ho riempito utilizzando listelli di Plasticard e stucco bicomponente Magic Sculpt.

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I pod del sistema Radar Warning montati alle tip alari ho preferito costruirli completamente da capo poichè quelli stampati dalla Academy hanno una forma non rispondente al vero. Quindi, dopo averli asportati, sono stati sostituiti da un pezzo di Plastirod Evergreen di sezione quadrata e medesime misure, sagomato in modo opportuno. Ho anche aggiunto le luci di posizione, rossa a sinistra e verde a destra, ricavate da schegge di resina trasparente colorata.

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Nelle immagini seguenti potete notare una piccola accortezza che, a modello praticamente ultimato, mi ha fatto risparmiare tempo e possibili arrabbiature! Sui bordi d’uscita delle ali, piani di coda e deriva sono montati degli scaricatori elettrostatici ben visibili anche in scala; la Master, ditta polacca specializzata in accessori in ottone tornito, ha da qualche tempo commercializzato un bellissimo set che li riproduce in scala 1/48… sono davvero bellissimi, ma anche fragili e complessi da montare. Per questo motivo ho “annegato”, letteralmente, nella plastica degli spezzoni di ago da insulina che hanno l’esatto diametro per accogliere i piccoli pezzi in ottone sopra citati (basterà infilarli a pressione rendendo l’operazione immediata e, soprattutto, pulita); successivamente li ho stuccati per raccordarli alla superficie del modello.

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Per terminare le modifiche sulle ali, la freccia gialla indica il punto dove era stampato l’attuatore idraulico degli alettoni; di spessore nettamente fuori scala, è stato eliminato e sostituito con lo stesso meccanismo riprodotto in fotoincisione.

Anche la zona degli scarichi è povera di dettagli ed anche poco rispondente al vero. Dalle poche foto che ritraggono l’aerofreno aperto, sono riuscito a capire che in corrispondenza dei punti indicati dalle frecce c’è una piastra (ricostruita in Plasticard) che scherma termicamente il vano dell’airbrake. Ha una forma pressoché romboidale con delle rivettature aggiunte con l’apposito strumento della “Rosie The Riveter”.

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Le ali si uniscono alla fusoliera senza particolari patemi; lasciano comunque delle fessure importanti ma per oltre tre quarti, sopra, queste sono coperte dalle derive e dalla carenatura aerodinamica che contiene i lanciatori chaff/flare. Sotto, invece, le ho chiuse ricorrendo nuovamente alla pasta bi-componente Magic Sculpt.

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Fulcrum 64

Stessa cosa non si può affermare per le derive stesse sui cui ho attuato interventi più invasivi. Nel mio caso, forse per un disallineamento in senso orizzontale dei gusci, la sinistra sporgeva di mezzo millimetro rispetto al fianco della carlinga. Ho risolto il problema inserendo uno spessore, sempre in Plasticard, esterno e pareggiando il tutto con una buona dose di colla ciano acrilica utilizzata come stucco.

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Gli impennaggi hanno ricevuto altre migliorie tra cui l’aggiunta di tutte le file di rivetti e viti (marcati sulla superficie grazie a delle micro punte da 0,2 mm per circuiti stampati elettronici) più visibili e gli inviti per gli scaricatori elettrostatici (realizzati, come per le ali, con un pezzo di ago da insulina).

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L’aggiunta delle viti ha interessato anche la gobba e parte dei pannelli delle gondole motore (su cui sono state reincise anche le pannellature mancanti indicate dalla freccia), sia superiormente, sia inferiormente.

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Sempre nella zona motori, inoltre, ho aggiunto due piccoli air scoop rifatti con un half round Evergreen da 0,7 mm scavato al suo interno, poi incollato su una basetta sagomata in Plasticard con spessore 0,1 mm.

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Sulla gobba, dietro all’abitacolo, ho realizzato un piccolo indicatore idraulico. Ho semplicemente aperto uno scasso, senza bucare la fusoliera, sfruttandone il fondo per verniciarlo in nero. In seguito ho riempito il tutto di Attack lisciandolo e lucidandolo con carte abrasive via via sempre più fini per simulare il vetro.

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Per concludere ho aggiunto il tubo del parafreno e la relativa paratia proveniente dal set in resina della Aires.

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Il sensore IR del Fulcrum è un particolare molto visibile. Sul kit è appena abbozzato e stampato in plastica piena… certamente non all’altezza di un modello al passo con i tempi.

Per questo motivo ho deciso di rinnovarlo completamente con un po’ di auto costruzione. Ho, quindi, eliminato la plastica del kit ricreando, poi, un “abbozzo” del meccanismo che fa muovere la lente del sensore. Quest’ultima l’ho fustellata da un pezzo di acetato trasparente da 0,3 mm.

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Da una bacchetta di plexiglass da 4 mm ho ottenuto la sagoma della bolla trasparente e l’ho termoformata in vacuuform.

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Fulcrum 87

Pulito il pezzo ottenuto, l’ho incollato parzialmente con un velo di Vinavil, poi ho sigillato il tutto con ciano acrilica. Un’accurata lucidatura con paste abrasive Tamiya e una spennellata di Future ha concluso il lavoro.

Fulcrum 88

La presa d’aria dell’APU è un’altra parte del kit che va immediatamente cestinata perché del tutto errata nelle forme (soprattutto) e nelle dimensioni. Quella che vedete proviene dal set in resina della Neomega dedicato al Mig-29 C, ma è identica anche per l’A. Io mi sono limitato ad assottigliare i bordi per renderli più in scala, e ad aprire il foro che entra direttamente in fusoliera alla sua base.

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Passo ora ai trasparenti.

Dopo aver bagnato il parabrezza nella Future, ho verniciato le resistenze interne anti appannamento spruzzando il Magnesium dell’Alclad.

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La palpebra del cruscotto dipinta, sottoposta a dry brush con colori a olio, e corredata dell’Head Up Display.

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Il canopy l’ho completato con le fotoincisioni Eduard e la resina Neomega: tutti i pezzi sono stati incollati provvisoriamente con delle piccole gocce di cianacrilico. Il successivo bagno nella Future ha funzionato sia da incollaggio vero e proprio, sia da lucidante per gli inevitabili graffi che si erano formati sulla superficie.

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Il pitot della Dream Model è un piccolo gioiellino. Resistente anche a colpi di una certa entità, come da me felicemente sperimentato (si piega ma non si spezza… è proprio il caso di dirlo!), è anche molto realistico.

Il passaggio più complicato è, senza dubbio, il montaggio delle alette generatrici di vortici ai lati perché davvero piccole. Ad ogni modo con un pò di Attack Gel e mano ferma si riesce a finire con successo l’opera.

Fulcrum 106

Attenzione a non montarlo dritto! Il Fulcrum, anche in volo livellato, è un “Tail Seater”, ovvero ha un assetto leggermente cabrato; per questo motivo la sonda non è perfettamente in linea con l’asse longitudinale della fusoliera, bensì puntata di qualche grado verso il basso.

Fulcrum 112

In accordo con la documentazione in mio possesso (è tornato di nuovo utile il volume Kagero della serie “Top Shots”) ho aggiunto i bulbi delle antenne RWR integrate nel Lerx: ho dapprima forato la fusoliera per poi inserirvi all’interno un pezzo di profilato tondo da 0,2 mm.

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Sotto al muso ho aggiunto delle fotoincisioni Eduard per ricreare la configurazione d’antenne dei Fulcrum G.

Fulcrum 102

Altra differenza sostanziale è la rimozione dell’antenna IFF una volta montata davanti al parabrezza. Attualmente, sui velivoli, è rimasta solo la piastra romboidale fissata alla lamiera che chiude il vecchio alloggiamento (già inclusa nel set Eduard).

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Fulcrum 111

Le gambe carrello hanno ricevuto parecchie attenzioni. A quelle posteriori ho aggiunto tutte le tubazioni idrauliche (disordinate e caotiche in pieno stile dei velivoli russi!) simulate con fili di stagno di varia misura della Plus Model.

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Quella anteriore è stata pesantemente modificata per renderla più realistica e fedele; parecchi dettagli e parte delle strutture di rinforzo, infatti, sono stati completamente omessi dalla Academy:

Fulcrum 116Sul frontale ho aggiunto una piccola taxi light ricavata da un tondino di Evergreen da 0,7 mm scavato per ricreare la parabola interna del faro. Poi ho praticato un piccolo foro passante sul fondo dentro cui ho inserito un pezzo di sprue nero che simula la lampada. Per finire, ho fustellato il vetrino della giusta misura, ho verniciato l’interno in Cromo e incollato il trasparente con la Future.

Del tutto inesistente il complesso idraulico dello steering composto da due cilindri idraulici che comandano vari rinvii e leveraggi. Anche qui il Plastirod l’ha fatta da padrone.

Fulcrum 117

Ho eliminato l’abbozzo che, secondo la ditta coreana, rappresentava la struttura a “Y” che collega la gamba di forza anteriore alla struttura del velivolo e l’ho rifatta con del profilato “H Column” ancora una volta della Evergreen; il tutto è stato rivestito con il solito nastro d’alluminio. Ho aggiunto, anche in questo caso, le tubazioni idrauliche, quelle elettriche (anche della taxi light) e alcuni connettori ricavati da sezioni di ago da insulina.

Fulcrum 115bis

Nei pressi del radome ho praticato due scassi (uno per lato) dove, in seguito, ho fatto scivolare le piastre in fotoincisione dei sensori dell’angolo d’attacco. Un terzo è presente sotto, nella carenatura che contiene antenne e avionica.

Fulcrum 124

Fulcrum 125

Fulcrum 126I piloni sub-alari sono stati provvidenzialmente sostituiti con altri provenienti dalla scatola della Great Wall Hobby (ringraziando ancora una volta Jacopo per la sua gentilezza); gli originali, oltre a non assomigliare molto a quelli veri, sono anche errati nelle forme.

Fulcrum 101

La fase del montaggio si è chiusa con l’upgrade del serbatoio ventrale (spesso installato). L’Academy l’ha, ovviamente, semplificato al massimo “dimenticandosi” di rappresentare l’enorme scarico dell’APU che gli passa proprio attraverso.

Fulcrum 52

Con il solito trapanino elettrico ho praticato un foro di 7mm di diametro leggermente disassato a sinistra rispetto alla linea di mezzeria. Il condotto dello scarico l’ho rappresentato con una cannuccia da cocktail che, fortunatamente, ha proprio le dimensioni che servono allo scopo.

Fulcrum 48

Ho, poi, aggiunto il “collare” di rinforzo riprodotto utilizzando il nastro d’alluminio adesivo (tagliato con la taglierina circolare OLFA). È doveroso, da parte mia, ricordare che il fuel tank è più corto di quasi un centimetro e andrebbe allungato con una sezione di medesima misura dal centro. Dal canto mio ho preferito tralasciare questa modifica sapendo che, a modello ultimato, il difetto non si nota poi tanto.

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Fulcrum 98

Verniciatura:

Dopo tante fatiche, finalmente, la fase di verniciatura è arrivata! Essa si è aperta con il pre shading, in nero, eseguito su tutte le pannellature. Sulle superfici inferiori, inoltre, ho aggiunto degli spot di Olive Drab XF-62 Tamiya che sotto al grigio simulano molto bene tracce di olio e fluidi idraulici.

Fulcrum 131

Fulcrum 127

Fulcrum 128Poi la pancia ha ricevuto il tono di base in F.S. 36495 (Gunze H-338), diluito all’80% con alcool isopropilico e l’aggiunta di qualche goccia di Paint Retarder.

Fulcrum 130

Sulle superfici superiori ho, dapprima, steso il tono più chiaro della mimetica – F.S. 36270 (Gunze H-306) e ho mascherato il modello utilizzando, come al solito, il Patafix per ottenere delle sfumature definite e in scala. A seguire, ho applicato il colore più scuro: F.S. 36118 (Gunze H-305).

Fulcrum 134

Se prendete come riferimento le istruzioni Techmod per riprodurre l’andamento dello schema, prestate attenzione! Questo, purtroppo, non è corretto soprattutto per ciò che riguarda l’ala sinistra e la zona tra le due derive.

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Studiando meglio le immagini e controllando questo utile LINK, mi sono reso conto che l’interno delle prese d’aria e le paratie anti FOD sui Fulcrum della Siły Powietrzne sono in bianco (ho utilizzato il Mr.Base Primer White della Gunze).

Fulcrum 137

Il pannello anti riflesso è in Nato Black Tamiya.

Fulcrum 138

A questo punto ho iniziato a eseguire un abbozzo di post shading su tutto il modello schiarendo i colori di base con varie percentuali di bianco e di grigio chiaro.

Lavaggi e decal:

Dopo tre mani generose di trasparente lucido Tamiya X-22, il mio Fulcrum ha ricevuto i lavaggi con tinte a olio (ho scelto diverse tonalità di grigio, non troppo scuro, miscelando in varie percentuali in Bianco di Marte e il Nero Avorio della Maimeri diluite con il thinner Humbrol).

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Un altro strato di Clear è stato propedeutico per il posizionamento delle decal Techmod. Sottili e con un potere adesivo fin troppo forte, hanno la brutta tendenza ad arricciarsi senza possibilità di recuperarle. Prestate molta attenzione quando le fate scivolare via dal supporto… come da me tristemente sperimentato, in un attimo si rischia di creare un grosso danno!

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A parte questo, le insegne si conformano benissimo, reagiscono immediatamente ai liquidi ammorbidenti e copiano le pannellature senza particolari problemi.

Ancora due mani di trasparente hanno livellato gli spessori delle decalcomanie sigillandole definitivamente.

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Scarichi, ruote, carichi esterni e montaggio finale:

Gli scarichi Aires sono stati, senza dubbio, il passaggio più divertente di tutta la costruzione! Partendo dal presupposto che sono davvero ben fatti e per questo devono essere valorizzati al massimo, ho affrontato uno studio approfondito della documentazione per capire come verniciarli al meglio.

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Il comune denominatore, in tutte le foto, è l’estrema opacità dei materiali che costituiscono l’esterno dei due exhaust; non solo, oltre a questo ho notato che i metalli tendono a brunirsi diventando blu, ma in maniera poco uniforme.

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Nell’attesa che mi venisse un’idea su come riprodurre quest’effetto, ho verniciato i petali alternativamente in Steel e Dark Alluminium Alclad (i petali che ritraendosi rimangono all’interno sono, di fatto, più scuri). L’interno del tubo di scarico, invece, è nel classico rivestimento resistente alle alte temperature in verde (tipico di quasi tutti i motori di fabbricazione russa) e che ho riprodotto con il Gunze H-302.

Poi, dopo qualche esperimento non proprio riuscito, la lampadina si è accesa… ed è nata questa “tecnica” (se così posso permettermi di chiamarla):

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Mano abbondante di trasparente lucido Tamiya su tutti i pezzi.

Mediante un pezzo di spugna che si trova nei set aftermarket (soprattutto in quelli Aires) ho picchiettato, solo sui petali più scuri, il Blu Cobalto a olio della Maimeri prelevato puro dal tubetto.

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Le macchie le ho, poi, attenuate e sfumate con un cotton fioc pulito passato sulle superfici con delicatezza per non portare via troppo pigmento.

A seguire, altra mano di lucido per sigillare il tutto, e lavaggio in Bruno Van Dyck scurito con del nero.

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Passata leggera di Transparent Smoke Alclad e di opaco H-20 Gunze per la finitura finale.

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Applicazione del dry brush con un colore alluminio a smalto per evidenziare i dettagli dei meccanismi di apertura e chiusura dei petali.

Per finire, un po’ di polveri Tamiya dal Weathering Set D (in particolare con la trousse Oil Stain e Burnt Blue) che hanno armonizzato e reso più omogenei tutti gli effetti fin qui applicati.

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Sugli anelli che si raccordano alla fusoliera ho utilizzato, in parte, gli stessi accorgimenti ma aggiungendo, nel contempo, una “fascia” blu al centro realizzata con il Trasparent Blue della Alcad aerografato direttamente sopra il Dark Alluminium.

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La configurazione dei carichi esterni che ho adottato è poco vista ma, comunque, utilizzata dai Mig-29 polacchi; essa comprende quattro missili R-73 Archer e come già detto, il serbatoio ausiliario ventrale che è in sostanza sempre montato.

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Gli ordigni aria/aria sono stati prelevati dal kit della Great Wall Hobby, essendo di qualità e fattura notevolmente superiore a quelli in dotazione nella scatola Academy, e verniciati completamente in bianco con il Mr.Base White della Gunze.

Il Fuel tank è stato invecchiato e sporcato soprattutto nella zona dello scarico dell’APU (Auxiliary Power Unit) usando colori a olio e, di nuovo, il Wathering Set D.

Ho completato le gambe di forza dei carrelli verniciando in nero i cavi idraulici; ai portelloni dei vani principali ho aggiunto i fari di atterraggio con relativi fili elettrici. Gli pneumatici sono stati dipinti in German Grey, mentre i cerchioni sono in un mix di 30 gocce Tamiya X-5 + 60 gocce Tamiya XF-26 + 60 gocce Tamiya X-8 per rassomigliare al caratteristico verde sovietico che indica le zone del velivolo soggette a potenziali rischi (anche i dielettrici dei Mig-21 o dei SU-27, ad esempio, erano nello stesso colore per il pericolo di scariche elettriche). Anche in questo caso, con il pennello a secco e un grigio a olio ho messo in risalto i tanti bellissimi dettagli stampati dalla Brassin sulle spallette dei battistrada.

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La guarnizione che sigilla il cupolino trasparente è in Pink XF-17 Tamiya. Sotto di esso, fissata alle spalle del seggiolino su una struttura metallica, è alloggiato il “dome” del GPS; l’ho rifatto da zero con Plasticard e l’ho completato con un filo di rame, non verniciato come nella realtà, per simulare il collegamento elettrico.

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A questo punto non mi resta che applicare la finitura definitiva con il Flat Clear H-20 Gunze (diluito all’80% con il Lacquer Thinner Tamiya) e assemblare gli ultimi particolari: antenne, sensori dell’angolo d’attacco (in fotoincisione), electric discharger della Master (che rendono ancor più realistico il modello) e due piccole strobe light, una sul dorso e una sotto la gondola motore sinistra, auto costruite da zero partendo da una scheggia di sprue trasparente e verniciate con il Clear Red della Tamiya.

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Conclusioni:

E’ stato un Work In Progress molto lungo e che ha richiesto molte attenzioni, soprattutto a causa della vetustà dello stampo Academy. Ma la soddisfazione di aver aggiornato e portato a termine un modello così datato, alla fine, ripaga in pieno ogni fatica!

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Buon modellismo a tutti! Valerio “Starfighter84” D’Amadio.

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Tutorial Utilizzo Pigmenti nel modellismo – Dust effect with Pigments.

Coff coff….odio la polvere soprattutto se a toglierla devo essere io!
Purtroppo è ovunque e il suo comparire è come il moto perpetuo.
Più o meno visibile, più o meno presente, ad essa anche le casalinghe più ostinate armate di panni miracolosi devono arrendersi.
Strana la sua origine e magnetico il suo scintillare ai raggi del sole sotto il turbinio caotico in un lembo di aria vorticosa, con lei non si vince…la si accetta e basta.

Qui proveremo a riprodurla….ma in scala.

In questa guida adopererò i pigmenti e nonostante il tutorial è incentrato sulla polvere, il fulcro sono l’uso dei pigmenti che si prestano a tantissimi scopi; qui li userò per ottenere l’effetto polvere.

Io a casa ho quelli della AK ma voi potete scegliere quelli che più vi aggradano e della tonalità che più riterrete giusta ai vostri scopi, l’importante è che siano di granulometria davvero fine.

Volendo, lo stesso effetto si può raggiungere anche con appositi lavaggi o filtri ma il risultato finale non è lo stesso rispetto ai pigmenti.

In commercio esistono tante tonalità, per ogni gusto e scopi. Quelli più diffusi e usati nel modellismo sono i toni di grigio, i metallici, e le terre.
Cosa importante è scegliere la giusta tonalità, mescolando anche più pigmenti.

Per veicolarli io adopererò il diluente per smalti enamel del tipo white spirit. In commercio esistono svariate offerte a prezzi diversi…a volte anche tanto per lo stesso prodotto.
Se poi sul flaconcino che abbiamo comprato c’è scritto “per modellismo” allora il prezzo sale alle stelle, senza una vera ragione che giustifichi tanta disparità.

Non userò leganti o fissanti per i primer per la ragione che desidero modellare l’effetto del pigmento una volta evaporato il thinner.
Ed ora il “neccesser”!

– Pigmento del colore scelto. In questo caso colore grigio chiaro dalle note sabbia mediterranea per l’effetto polvere; io AK-42 “European Earth”
– Due pennelli a punta tonda, piatta o entrambi come preferite
– Thinner
– Tavolozza, paint tray o altro supporto
– Pipetta dosatrice
– Linguetta rigida del colletto delle camice per prelevare il pigmento

Ora…negatevi per chiunque vi cerchi, chiudete la porta del vostro luogo segreto, anzi no….sprangatela e mettete su della buona musica.

Uno, due, tre si comincia!

Un pizzico di pigmento sulla tavolozza

Una goccia di diluente

…anzi due

Una rimestata leggera.

Il pigmento è pronto; più diluente ci sarà più il pigmento si spanderà meglio. Meno diluente per effetti più concentrati e saturi.

E ora applichiamolo per l’effetto polvere!

Come primo esempio ho scelto di riprodurre il pavimento liscio e impolverato di un magazzino, o meglio un corner di questo, con dei segni da “strusciamento” di polvere lasciati da scatoloni tirati via o qualcosa di simile.

Applico la mistura in modo uniforme ma concentrando l’azione del pennello maggiormente sulla parte inferiore della superfice.

Ho dato un fondo scuro per far risaltare meglio l’effetto.

Ovviamente il fondo deve essere scelto in modo tale da non avere reazioni con il thinner degli enamel. In alternativa basterà sigillarlo con un trasparente acrilico.

Fatto, abbiamo finito. Il pigmento è stato applicato!

Ora potete togliere la spranga dalla porta del vostro laboratorio.

Eh già! Avete proprio ragione, non si vede nulla. Tutto sto casino e poi quest’è!

Guardate però dopo qualche minuto cosa accade….

Mica vorremo lasciare tutto così! A’ ri-chiudiamo la porta e mandate dell’altra musica….non abbiamo terminato!

Vi ho parlato di strusciature, scatoloni portati via, tracce lasciate sulla superfice e polvere depositata agli angoli!

Con un vecchio pennello e cotton fioc, assolutamente privi di thinner, ho tirato via l’eccesso per modulare l’effetto e dargli un aspetto “graffiato”.

Un consiglio: non usate le dita! Per quanto possa essere invitante farlo come leccarsi le dita sporche di cioccolato….non fatelo!Mi riferisco alla polvere!

Aggiungo maggior dettaglio depositando dell’altro pigmento in maniera diretta per concentrare l’effetto.

Ho aggiunto come sempre il diluente

E questo è il risultato finale dopo ulteriori applicazioni.

Come secondo esempio ho scelto il cockpit di un aereo risalente agli anni’40.

Il pezzo è un Brassin in resina destinato ai Bf-109 precedente mente colorato in RLM 66, lumeggiato e con su un lavaggio in nero a olio. Successivamente il tutto è stato sigillato con un satinato acrilico trasparente.

Alla stessa maniera del precedente lavoro, applico la mistura diluita in vari punti concentrati.

Assolutamente sbagliato procedere come se fosse un lavaggio!

Interventi mirati!

Una volta completato si attende, proprio come prima.

Guardate cosa appare man mano che il diluente evapora…..

Con un pennello piatto morbido o un cotton fioc rigorosamente asciutti ho rimosso l’eccesso modulando l’effetto. Nei cockpit non è il caso di esagerare.

Questo è l’effetto finale:

Meglio cercare un effetto delicato ed equilibrato; l’armonia cromatica e la resa finale veritiera devono andare a braccetto.

Altre applicazioni aeronautiche sono svariate:

Non avendo usato fissativi il tutto è rimovibile con aria compressa e pennello o con un getto d’acqua corrente. Se volete fermare tutto potete usare uno dei Pigment Fixer da modellismo in commercio.

Per un effetto più grasso e meno volatile è possibile aggiungere anche un goccia di colore ad olio o un lavaggio/filtro già pronto.

Ora è tutto!Divertitevi a sperimentare!Tantissimi sono le possibilità di utilizzo di questa tecnica che non ha limiti nè confini di utilizzo.

A voi trovare la collocazione di questa nei vostri step modellistici; che sia un mezzo militare nel deserto o con della terra secca tra i cigoli o della polvere sul pianale, un diorama, un aeroplano, una macchina da rally o un figurino con gli stivali impolverati di terra o fango secco.

Ciauz! 😉
Alla prossima.

PS: E per la fanghiglia leggera umida? Provate con del lucido nel pigmento…..

PPS: ora potete togliere la spranga dalla porta…però la musica lasciatela 😉

Macchi 202 Folgore dal kit Italeri in Scala 1/72.

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Circa dieci anni fa, da tredicenne, comprai il mio primo modellino. Scelsi il Macchi 202 perché era il mio aereo preferito e nonostante fosse una macchina da guerra, aveva una linea filante, elegante, bellissima. Lo acquistai dopo aver finito la visita al Museo Storico di Vigna di Valle, e in pochi giorni lo terminai dipingendolo a pennello con degli smalti Model Master. Il risultato finale fu quello che fu, ma ero felicissimo.

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Ora, da ventitreenne e con un po’ di esperienza sulle spalle, ho voluto riprovarci e ammirare quella bellissima linea disegnata dall’Ingegner Castoldi settantasei anni fa. Il kit è sempre lo stesso, ma questa volta dalla mia parte ho un aerografo Iwata HP-CS, le decals Skymodel, acrilici Tamiya e vinilici Lifecolor!

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Il kit:

La scatola Italeri permette di realizzare un buon modello; lo stampo, in comune con il kit del Mc. 205 Veltro (uscito qualche mese dopo…), è, di fatto, un ibrido che richiede un buono studio della documentazione per ottenere una riproduzione in scala coerente e realistica. Gli incastri non sono il massimo e ci sono delle parti abbastanza delicate che richiedono diverse prove a secco e una particolare attenzione durante l’incollaggio.

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Le ali hanno le due mitragliatrici da 7.7mm già stampate e rappresentano quelle destinate agli esemplari della serie costruttiva dalla X in poi. Queste cellule, per quanto fossero le più armate, non furono molto diffuse nei reparti per cui ho preferito stuccare ed eliminare tutti i particolari menzionati. Se volete realizzare un aereo “late” bisogna aggiungere anche il blindovetro all’elemento centrale del parabrezza.foto-35

Il dettaglio generale invece è buono, l’abitacolo è spartano ma comunque onesto per quello che si vedrà, le incisioni non sono pesanti. L’unica pecca è il pozzetto del carrello completamente di fantasia, ma essendo “sotto” ci si può benissimo convivere…

Si comincia!

Come detto i primissimi interventi hanno interessato le mitragliatrici alari e la loro completa eliminazione. Poi mi sono dedicato all’abitacolo, dove l’Italeri propone il cruscotto come un pezzo piatto di plastica e una decalcomania per gli strumenti; non mi sono accontentato e con un po’ di Plasticard da 0.25 sagomato correttamente, e forato in corrispondenza degli strumenti, ho ottenuto questo:

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Quindi sono passato ai carrelli, dove ho dipinto in Alclad Chrome lo stelo del martinetto e il resto della gamba in White Aluminium (Sempre Alclad). Le ruote hanno ricevuto lo stesso colore sul cerchione, mentre il copertone l’ho colorato di nero opaco Lifecolor, con drybrush di vari grigi e marroncini.

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Anche sul seggiolino ho fatto qualche modifica eliminando tutto il dettaglio del paracadute con un trapanino elettrico, per poi riprodurlo nuovamente con del nastro Tamiya (stesso usato anche per le cinture, poi dipinte in Dark Earth). Le catene al lato e sotto le ho create facendo una spirale di un filo elettrico sottilissimo, per poi schiacciarla tutta su di un lato con una pinzetta.

Ho aggiunto qualche dettaglio anche sulle paratie laterali, ma senza esagerare poiché non si vede veramente nulla a fusoliera chiusa. Ho usato plasticard da 0.25mm e filo di piombo da Ø0.2mm

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Poi è arrivato il momento di lavorare sul pozzetto del carrello principale: ho preso ispirazione dalle fotoincisioni Eduard per questo kit, e per prima cosa con il trapanino ho asportato tutto il dettaglio già stampato. Ho realizzato una paratia in plasticard da 0.25mm da incollare nella parte posteriore del vano che poi è stata sagomata a misura con la fusoliera e l’ala. Con lo stesso procedimento ne ho ottenuta un’altra da mettere nella parte anteriore. Nelle foto si può notare il paragone con il dettaglio originale proposto dall’Italeri.

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Con filo di piombo da Ø0.2mm e Ø0.4mm e Plastirod Ø0.5mm e Ø0.75 mm ho riprodotto la struttura del castello motore, e le varie tubature idrauliche/carburante. Ho raccordato la paratia posteriore con l’ala utilizzando del Mr. Surfacer 1000 dato a pennello.

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Ho, quindi, spruzzato un primo strato di Verde Anticorrosione Lifecolor su tutta la zona e, con un pennellino molto sottile, ho dipinto i dettagli. Del drybrush in bianco e grigio 36375 hanno aiutato a dare una maggiore tridimensionalità ai nuovi dettagli. Successivamente ho steso, ad aerografo, uno strato di Future propedeutico per dei lavaggi in Bruno Van Dyck e nero a olio. Infine li ho sigillati con l’opaco Lifecolor.

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Ho anche ricostruito i martinetti per la retrazione del carrello con due brass rods dell’Albion Alloys da Ø0.4mm e Ø0.6mm. La parte da 0.4 l’ho verniciata col Chrome della Alclad, mentre su quella da 0.6 ho usato il nero opaco Lifecolor con del drybrush in grigio 36375. (Ilraffronto con il pezzo Italeri è, ovviamente, impietoso).

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L’abitacolo ha subito un trattamento molto simile al vano carrello, ho però rifatto la pedaliera, rispetto a quella che si vedeva nella foto precedente.

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Ora, viene la fase più difficoltosa: assemblare la fusoliera. Purtroppo, essendo lo stampo condiviso col Macchi 205, alcuni pezzi sono intercambiabili. Comodo per il produttore, scomodo per il modellista…

La fusoliera stessa, quindi, è composta di ben quattro parti. Le due valve sono abbastanza facili da unire, la capottatura superiore e inferiore del motore è un vero disastro!

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Ho usato degli inserti di Plasticard per riempire i buchi e colla cianoacrilica per stuccare. Una buona dose di carta vetrata e olio di gomito mi ha permesso di raccordare al meglio tutti i pezzi. Si nota come anche il filtro dell’aria sia, come dire, rovinato? Non è stato stampato correttamente ed era mancante degli ultimi 2-3 mm. Anche in questo caso, usando del Plastirod per riempire il buco e stucco Tamiya per rifinirlo, ho ricostruito ciò che mancava. Ho inoltre provato a forare gli scarichi, in modo da dargli maggiore profondità.

Attenzione anche alla radice dell’ala e alla zona posteriore al radiatore dell’acqua sotto la pancia. Gli incastri non sono proprio precisi e l’uso di plasticard e stucco è inevitabile.

Ho aggiunto del dettaglio anche al radiatore stesso rifacendone la parte anteriore e aggiungendo due listelli di plasticard all’imboccatura. Dopo aver finalmente stuccato tutto, ho reinciso i pannelli a copertura delle scatole munizioni per le mitragliatrici in caccia calibro 0,50 situate davanti al parabrezza; nel kit, ovviamente, sono completamente dimenticati.

I trasparenti sono stati bagnati nella cera Future; prima di incollare il parabrezza, che ha avuto bisogno di una piccola stuccatura col Mr. Surfacer sul lato destro, ho aggiunto il mirino San Giorgio fatto con tre pezzi di Plasticard e uno di acetato trasparente.

Colorazione:

E mano all’aerografo!

Primissima cosa, una mano di grigio 36375 per controllare eventuali difetti di montaggio. Dopo di ciò, sulla radice dell’ala sinistra, una passata di White Aluminium Alclad!

Quindi una generosa mano di Nocciola Chiaro 4 F.S.30219 Lifecolor su tutte le superfici superiori.

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E di Grigio Azzurro Chiaro sul ventre. Ho eseguito un leggero post-shading con del Nocciola Chiaro 4 schiarito con del bianco.

Ho anche messo insieme e dipinto l’elica..

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Anche con un po’ di weathering

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Ho aggiunto le linee idrauliche per i freni sulle gambe del carrello.

Gli scarichi (un po’ piccini secondo me) li ho dipinti con una mano di nero opaco, quindi vari drybrush di ruggine, grigio 36375 e bianco.

Ora viene la sfida vera e propria, quella di realizzare i famosi anelli di fumo (o smoke rings). Il primo tentativo l’ho fatto spruzzando il Verde Oliva Scuro 2 Lifecolor: ho provato diverse alchimie diluendolo con il Flow Improver della Windsor & Newton a varie pressioni ma, purtroppo, il risultato non è stato un granché. I pigmenti Lifecolor non sono sottili e tendono ad asciugarsi rapidamente sull’ago intasandolo, e questo li rende inutilizzabili per tal genere di mimetiche.

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Dopo aver sverniciato tutto e ridipinto il Nocciola Chiaro 4, ho cambiato strategia usando il Tamiya XF-27 NATO Green. L’ho diluito al 50% circa con il diluente nitro, e ho rimosso dall’aerografo (HP-CS) la corona che protegge la duse. La pressione del compressore l’ho tarata a 0,8 bar… e sono riuscito nell’intento!

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Ho realizzato le amebe a mano libera, senza nessuna mascheratura o tratto a matita da seguire. Prima ho fatto un sacco di tentativi su fogli di carta e su di un povero P-39 Academy che ha assunto il triste ruolo di “cavia”.

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In queste foto si vede la banda bianca in fusoliera (Bianco opaco Lifecolor) un po’ troppo estesa, poi l’ho corretta.

Le scrostature sulla radice dell’ala le ho realizzate “graffiando” via il colore Lifecolor con la punta del cutter (con lama #11), e sotto è comparso lo smalto Alclad molto più resistente.

Ho inoltre realizzato le luci di posizione sull’ala e sul poppino, tagliando la plastica grigia, incollando e sagomando un pezzo di plastica trasparente.

Weathering e decals:

A questo punto tre mani di lucido Tamiya diluito con la nitro hanno fatto da base per le (poche) decal Sky Models da cui ho prelevato le insegne per un esemplare del 4° Stormo operativo in Tunisia. Ho trattato le decalcomanie con il Mr.Mark Softer e non sono rimasto molto soddisfatto del risultato: rigide e poco inclini a reagire ai liquidi ammorbidenti, alla fine le ho dovuto aiutare spingendole nelle pannellature con uno stuzzicadenti e molta attenzione. A seguire ho sigillato con un’altra mano di lucido, sempre Tamiya, per poi eseguire dei lavaggi con il Bruno Van Dyck a olio insistendo nelle zone vicino al motore. Sul ventre ho usato un grigio medio.

Sul dorso ho anche usato il bianco, in alcuni punti dato puro, e poi tirato via con un cotton-fioc. Ho fatto anche una leggera brunitura da gas di scarico spruzzando Bruno Van Dyck diluitissimo con acquaragia sulla fusoliera giusto dietro gli exhaust. Per sigillare tutto, due mani di opaco Lifecolor hanno dato la giusta finitura! Il sole e la polvere del Nord Africa non lasciano nulla di lucido…

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Ho infine incollato lo stelo dell’antenna, rifatta in plasticard da 0.5mm, il tubo di pitot (brass rod da Ø0.4mm), il carrello e i portelli.

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Per finire, il tettuccio in posizione aperta, e il filo della radio fatto con sprue tirato a caldo.

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Dieci anni dopo, ecco il mio secondo Macchi 202!

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In armadio ho anche il 205 e perché no, mi piacerebbe fare un altro Folgore con mimetica da fronte orientale…!

Un ringraziamento particolare a tutto il forum di Modeling Time!!

Alla prossima, Roberto – Folgore – Bianchin.

N1K1 “Kyofu” dal kit Tamiya in scala 1/48.

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Ogni qual volta che mi appresto a montare un aereo giapponese, parlo di quelli della Seconda Guerra Mondiale, mi soffermo sempre sul significato del suo nome. Questa volta ho avuto, sul banco di lavoro, il N1K1 “Kyofu” che significa “tempesta moderata”… un nome un po’ insolito se confrontato con quelli ben più altisonanti e blasonati dati agli altri velivoli della stessa nazione!

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Il Kyofu non è un aereo molto conosciuto come l’A6M Zero o l’Aichi D3A Val, ma proprio questo fattore lo rende interessante; e poi si sa, noi modellisti spesso siamo affascinati da ciò che non conosciamo bene.
Per realizzare questo progetto, ancora una volta la Tamiya è venuta in mio soccorso proponendo una bellissima scatola in scala 1/48. Questa è degli anni ’90 ma vi assicuro che sembra stata progettata solo pochi mesi fa: i punti deboli si contano sulle dita di una mano e la qualità generale rispecchia il solito stile di questa ditta, oramai punto di riferimento nel mondo modellistico. Su questo modello ho voluto sperimentare… e divertirmi! Se continuerete a leggere, vi spiegherò il perché…

Il kit:
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Il kit fa parte di una limitata serie in cui la Tamiya inseriva un motorino elettrico per permettere all’elica di girare. Soluzione “giocattolosa”, ho preferito scartare il congegno e dedicarmi subito ad altro. Ciò che manca, per me indispensabile, è il carrellino di trasporto che ho comprato separatamente.

Nella scatola c’è già tutto quello che occorre per una realizzazione in scala al passo con i tempi, per cui l’unico aftermarket che ho acquistato (oltre al succitato carrello) è stato il set di mascherine pre tagliate dell’Eduard.

Montaggio:

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Come di consueto sono partito dal cockpit che ha un livello di dettaglio più che buono. Mi sono limitato ad aggiungere qualche sottile cavetto di rame e dei particolari in Plasticard per rendere più realistiche le paratie laterali. Al seggiolino ho assottigliato gli spessori per farlo risultare più in scala, oltre ad aver aperto i fori d’alleggerimento nella struttura.

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Ho dovuto subito mettere mano anche al motore poiché questo deve essere inserito prima di chiudere le semi fusoliere. Parliamo di un Mitsubishi MK4E Kasei radiale a quattordici cilindri capace di erogare fino a 1530 cavalli. Il propulsore da scatola è discreto ma i più esigenti potrebbero sentire il bisogno di sostituirlo con un accessorio, magari in resina. Personalmente ho solo aggiunto qualche cavetto e l’ho impreziosito con una sapiente verniciatura.

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La Tamiya produce un colore di base per i cockpit giapponesi, ma girovagando in rete ho trovato un mix veritiero e molto facile da ottenere con le seguenti tinte: 3 parti di XF-71 + 2 parti di XF-22 + 2 parti di XF-2 . Poi ho eseguito un post shading con la medesima vernice ma leggermente schiarita con del bianco.
Dopo aver colorato a pennello i componenti più piccoli, ho lucidato le superfici ed eseguito i lavaggi con colori a olio per donare profondità; infine ho opacizzato tutto per dare un effetto realistico ai pezzi. Solo dopo l’opaco sono intervenuto con la tecnica del dry-brush per mettere in risalto i dettagli in rilievo. L’ultima parte a essere aggiunta al cockpit è stato il pannello strumenti sul quale ho applicato le veglie degli strumenti fustellandole dalle decal incluse nella confezione.

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Il tocco finale l’ha dato una micro goccia di trasparente lucido in ogni quadrante per simularne il vetro. Terminato il motore e l’abitacolo, sono andato avanti con il montaggio della fusoliera che scorre via senza particolari patemi.

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Ho unito anche le semi valve che compongono lo scarpone che, una volta asciutto, ho incollato nell’apposito scasso previsto nella parte inferiore della carlinga. Le ali non creano problemi di sorta e lasciano fessure minime: basterà riempirle con un po’ di Mr.Surfacer 500.

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Verniciatura:

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Prima di applicare i colori della mimetica sono solito stendere una leggera mano di primer allo scopo di controllare eventuali difetti delle stuccature. Personalmente utilizzo spesso il Tamiya XF-19. Costatata la bontà dell’assemblaggio, ho applicato un fondo in Alclad Alluminium per sfruttare, in seguito, la base metallica.

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Successivamente ho eseguito un pre shading “alternativo”: invece di scegliere il classico nero o grigio scuro, ho direttamente utilizzato il colore delle superfici superiori – ovvero il Gunze H-59 – steso con una consistenza più “piena”. A questo punto ho diluito all’80% almeno lo stesso verde scuro e ho aerografato il resto del modello riproducendo delle “striature” non troppo vicine per conservare il fondo trattato con gli Alclad. Ho spruzzato il colore con movimenti veloci e in senso perpendicolare alle ali e alla fusoliera. Infine, con delle velature leggerissime date con l’aeropenna più distante dal soggetto, ho armonizzato e reso più omogeneo l’effetto fin qui ottenuto.

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Sul ventre, invece, ho eseguito il pre shading in Tamiya XF-69 e, in seguito, ho passato il grigio vero e proprio – il Gunze H-61.Tutte le vernici fin qui elencate sono state diluite con la nitro al posto del classico alcool o diluente specifico.

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Terminata la mimetica, ho proceduto con l’invecchiamento eseguendo delle sessioni di post shading; anche in questo caso la tecnica non è stata applicata come solitamente si usa fare (schiarendo il centro del pannello), bensì continuando a ricreare delle striature sempre più vicine.
Molto divertente è stata la realizzazione delle insegne giapponesi, le Hinomaru, che ho riprodotto mediante mascherine tagliate con l’ausilio del compasso circolare OLFA. Le più semplici sono quelle delle ali, le altre in fusoliera sono più ostiche a causa del bordino bianco che circonda il cerchio rosso. Prestate molta attenzione durante l’applicazione del nastro tagliato e coprite con cura il resto del modello perché il rosso è un colore che tende a infilarsi ovunque e sporcare anche dove non deve! Inoltre ricordate che sotto questo colore è sempre bene applicare una base di bianco opaco per evitare di stenderne troppi strati e creare degli anti estetici scalini.

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Sempre tramite il nastro ho ricreato le zone in giallo sul bordo d’attacco delle ali e la fascia rossa di pericolo sullo scarpone.

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Terminata la verniciatura ho passato su tutto il modello il lucido acrilico X-22 della Tamiya, anch’esso diluito con la nitro. Questo passaggio, fondamentale, mi ha permesso di posizionare le uniche due decal che rappresentano i codici individuali su entrambe i lati della deriva e, soprattutto, realizzare i lavaggi. Per questi ultimi ho scelto i soliti e affidabili colori a olio allungati in acqua ragia, ovvero il Bruno Van Dyck scurito con un po’ di nero. Gli stessi pigmenti sono stati utili per ricreare colature, perdite d’olio e di fluidi idraulici.

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Terminata anche questa fase è giunto il momento di opacizzare il mio Kyofu utilizzando il Gunze H-20 Flat Clear diluito al 60% con alcool rosa. Con qualche passata il gioco è fatto.
Attesa la sua completa asciugatura, ho realizzato delle scrostature con una penna gel argentata; i fumi di scarico del motore sono stati riprodotti ad aerografo con varie misture di grigi scuri e marroncini.

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Come detto all’inizio di quest’articolo, il carrellino di supporto è stato acquistato a parte perché nella scatola non è fornito. Si monta in men che non si dica!
Per dipingerlo ho utilizzato il Tamiya XF-64 e, dopo, è stato sottoposto a invecchiamento usando sia i washing a olio, sia il set della Lifecolor per il weathering del legno.

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Il modello finalmente è terminato e poggia sulla sua versatile basetta che ho auto costruito sfruttando questi tutorial.

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Ringrazio i ragazzi del forum di Modeling Time per i preziosissimi consigli e pareri e v’invito ancora una volta, a iscrivervi nella nostra utile e soprattutto simpaticissima community! Il modellismo, da noi, è soltanto l’inizio!

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Saluti dallo Stretto di Messina, figghiulazzi.
Roberto “rob_zone” Boscia

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D9R Armored Bulldozer dal kit Meng in scala 1/35.

Un bel giorno, navigando online alla ricerca di un nuovo modello da realizzare, sono incappato in questo Armored Bulldozer della Meng e me ne sono decisamente infatuato: è stato amore a prima vista!

Da sempre affascinato dai mezzi di movimentazione terra, mi trovo davanti ad un “bestione” adattato per scopi militari e non me lo sono fatto scappare. Questo D9R è dotato di una struttura corazzata che protegge egregiamente il potente motore, l’impianto idraulico/elettrico e, ovviamente, il personale di bordo, essendo dotato di vetri blindati. I numerosi finestrini permettono agli operatori di avere un’ottima visuale in pratica a 360°.

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Il kit è possente: ci sono molti pezzi, ma comunque scomposti in modo logico, cosa che permette di evitare assemblaggi tediosi e contorti tipici di certi stampi.

Serve comunque una certa attenzione durante la fase di assemblaggio ma le parti combaciano alla perfezione e le stampate sono ottime e ben dettagliate; sono solo necessari alcuni ritocchi con lo stucco in certe giunzioni, più che altro nel gruppo di rotolamento e in quello della lama posteriore, ma comunque si tratta d’interventi di poco conto: tutto si monta che è una meraviglia.

Nella scatola sono compresi i cingoli in plastica maglia/maglia di ottima fattura, i trasparenti per i finestrini sono presenti sia nel classico colore neutro, sia in versione azzurrata per una riproduzione più realistica dei vetri blindati. Fornito anche un tubicino di gomma da utilizzare per ricostruire i collegamenti idraulici del gruppo lama.

Per complicarmi un po’ la vita (ma ne vale la pena!) ho acquistato alcuni aftermarket: cingoli in metallo con perno passante dell’Easy Links (metal set D9R) e due set di fotoincisioni della Eduard (36270 Cooling Slats e 36265 Exterior).

Adesso passiamo alla fase operativa.

Per affrontarlo più agevolmente, il modello è stato così suddiviso: corpo principale, gruppo pala, gruppo cabina, gruppo rotolamento e gruppo lama posteriore. Per prima cosa ho lavorato sul corpo principale: con l’aiuto del Dremel, e di un taglierino molto affilato, ho eliminato tutte le griglie dalle stampate che compongono il vano motore in modo da poterle sostituire con quelle foto incise della Eduard (composte di telaio e lamelle singole).

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In seguito ho anche sostituito i condotti in plastica con filo di ottone sagomato.

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La parte frontale del radiatore è stata, invece, interamente sostituita dal suo alter-ego in metallo sempre della Eduard: un lavoro piuttosto lungo e un po’ noioso che però, a lavoro finito, ripaga ampiamente delle fatiche donando un aspetto notevolmente realistico.

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Dopo di ciò ho messo insieme la struttura portante del mezzo arricchendola con altre fotoincisioni: le pedane per l’accesso alla cabina, le quattro pedane laterali ripieghevoli, le protezioni per il sistema idraulico del sollevamento pala e altri accessori.

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Quindi sono passato agli interni per poter poi unire i sottogruppi, il corpo principale e la cabina. Quest’ultima è molto ben dettagliata, peccato solo che a modello finito sia alquanto arduo intravedere i dettagli interni più significativi, nonostante i numerosi finestrini.

Volendo riprodurre un modello piuttosto vissuto anche gli interni hanno ricevuto un discreto trattamento d’invecchiamento: dapprima con scrostature varie e dopo con qualche lavaggio mirato con prodotti Mig molto diluiti. Il sedile dell’operatore è stato prima ricoperto con un sottile strato di Milliput, testurizzato con un pennellino da battaglia e, successivamente, colorato con acrilici Lifecolor. Il risultato è forse leggermente troppo ruvido ma in fin dei conti non mi dispiace.

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A questo punto sono passato al gruppo rotolamento.

Come anticipato, è stato necessario eseguire solo una leggera stuccatura lungo le linee di giunzione per avere una finitura perfetta del gruppo, che abbinato ai cingoli in metallo, è decisamente accattivante. L’assemblaggio dei cingoli non è stato difficoltoso, bisogna solo ripassare i fori per i perni con una punta di diametro adeguato alla dimensione degli stessi. Una volta infilato il perno tra le due maglie ho aggiunto una piccola goccia di ciano, evitando di precluderne la mobilità, ma sufficiente a impedire ai perni più laschi di sfilarsi.

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Il gruppo pala e la lama non presentano particolari difficoltà. L’unica accortezza, nel gruppo lama, è quella di controllare bene l’orientamento dei cilindri in modo da non ritrovarsi con gli innesti per i tubi idraulici nel verso sbagliato.

Altra cosa molto interessante è che la Meng ha riprodotto sul lato di una sprue la testa delle brugole da tagliare e attaccare sui corpi dei pistoni per la movimentazione del gruppo lama.

Un paio di stuccatine leggere per rifinire alcune linee di giunzione e via che si procede con la prova a secco per controllare il corretto assemblaggio di tutti i vari gruppi.

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Ed eccoci alla verniciatura.

Per quest’operazione ho continuato a lavorare per sottoinsiemi, con la differenza che il gruppo cabina è stato definitivamente fissato al corpo principale.

Dopo il classico primer Tamiya Fine, ho passato una mano di color ruggine Vallejo, seguito da una seconda e terza mano, molto leggere, di colore sempre più schiarito per dare una leggera variazione tonale in alcune zone. Quindi, ho sigillato il tutto con una mano di trasparente lucido.

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Una volta fatto asciugare il tutto a dovere, sono passato a un mix di Desert Yellow e Dark Yellow  Tamiya, in parte miscelati tra loro in diverse mani, per ottenere anche qui leggere variazioni tonali. In seguito ho iniziato a realizzare i primi graffi e scrostature mediante la tecnica della lacca e l’utilizzo del Maskol, ottenendo così un primo abbozzo di usura che è stato in seguito ritoccato in fase di finitura. In questa passaggio ho aggiunto il gruppo di rotolamento, sottoposto allo stesso trattamento, per ottenere un effetto uniforme tra i due blocchi strettamente correlati tra loro.

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Ed eccoci arrivati alla verniciatura della pala: una bella sfida!

Dopo il primer Tamiya Fine, ho passato due mani leggere del color acciaio della linea Mister Metal Color della Mr. Hobby, ed ho fissato il colore con un velo di trasparente lucido.

Successivamente ho dato una leggera mano di Desert Yellow molto diluito sulla parte interna della pala e uno strato più consistente sulla griglia di protezione posta sopra di essa. Anche qui ho ricreato qualche piccola scrostatura.

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In seguito ho steso ad aerografo diverse velature molto diluite sulla pala con diverse tonalità color ruggine della Lifecolor, seguendo un andamento dall’alto verso il basso per ottenere striature leggere, stando attento a evitare l’indesiderato effetto maculato.

Con il colore non completamente asciutto ho passato un pennellino piatto leggermente umido, sempre con passate dall’alto verso il basso, per avere transizioni tonali più realistiche e casuali. Passata un’altra mano di lucido, ho ulteriormente scrostato alcuni punti con un pennello usurato, sfruttando anche qui la tecnica della lacca e del Maskol (che mi hanno permesso di lavorare in modo piuttosto selettivo sulla griglia in alto, sui lati della pala e sulla lama ottenendo un effetto soddisfacente).

Ho iniziato, quindi, ad applicare a pennello dei pigmenti Mig in polvere, dopo aver inumidito le zone interessate con il fissatore per pigmenti sempre della medesima ditta. A questo punto ho lasciato la pala in attesa delle rifiniture finali da portare a termine una volta preparata la basetta, in modo da adattarla in funzione della stessa.

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Passiamo al gruppo lama: anche qui, primer Tamiya Fine, passate leggerissime color acciaio e ruggine sempre ad aerografo, di nuovo una miscela con Desert Yellow e Dark Yellow dopo una generosa mano di trasparente lucido; poi, con le stesse tecniche utilizzate in precedenza, ho provveduto a creare segni di usura qua e là, dedicandomi a qualche ritocco color acciaio sulla lama vera e propria.

Infine ho ricostruito i collegamenti idraulici con il tubicino in dotazione.

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Giunto a questo punto ho completato il montaggio unendo tutti i sottogruppi al corpo principale e sono passato alla fase d’invecchiamento vero e proprio con lavaggi a olio molto diluiti su tutto il modello per enfatizzarne i contrasti.

Ho aggiunto pigmenti Mig per replicare sedimenti polverosi e terrosi, ho fatto colature di sporco e ruggine con lavaggi Mig, ma cercando di non esagerare. La difficoltà di quest’operazione sta proprio nel decidere quando fermarsi perché su questo tipo di modello è veramente facile strafare. Ancora oggi, quando lo guardo, mi viene istintivo il voler aggiungere un po’ di ruggine lì o una colata d’olio, ma comunque mi sono imposto di fermarmi quando il mio gusto personale lo ha ritenuto opportuno (anche se la tentazione del “ritocchino”, è sempre dietro l’angolo)!

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Siamo arrivati all’ambientazione: sostanzialmente ho utilizzato un pezzo di basetta in resina della Verlinden che riproduce detriti e macerie (vasi, mattoni, ecc.), ritagliando con un Dremel la parte che m’interessava.

Ho sistemato il pezzo ottenuto all’interno di una cornice per foto ed ho realizzato il terreno con del DAS, steso umido, sopra uno strato di Vinavil, per incollarlo al fondo. Fatto questo, ho impresso con alcune maglie dei cingoli avanzati, svariati solchi sul terreno in diverse direzioni per dare l’idea di un mezzo all’opera.

Infine ho pitturato il tutto con un fondo acrilico marrone, poi ho schiarito con del nocciola, poi un mix nocciola e Dark Yellow, poi Desert Yellow + Dark Yellow. Per ultimo ho creato un mix di colori per ottenere una tonalità simile al pigmento utilizzato per impolverare il mezzo e ho dato una spolverata su tutta la basetta con i pigmenti bloccandoli con un po’ di lacca.

Ho aggiunto qualche agglomerato di terreno utilizzando dell’Akadama, una terra in grani di diverse pezzature solitamente utilizzata per la coltivazione dei bonsai. Per spezzare un po’ l’ambientazione e dare di movimento alla scena ho costruito un palo della luce in legno con alcuni tondini e listelli che uso per il modellismo navale.

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Prima di passare alle foto conclusive, ci tengo a dire che questo modello mi ha a dir poco entusiasmato! E’ un kit meraviglioso, che anche senza aftermarket può dare risultati eccezionali data la qualità delle parti.

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Essendo io ancora un novello del settore modellistico, posso certamente dire che questo sia stato il mio primo lavoro veramente “tosto”. Mi ha tenuto occupato per diversi mesi sotto ogni aspetto: dal montaggio alla lavorazione delle fotoincisioni, dalla verniciatura fino alla fase d’invecchiamento.

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E’ stato per me un lavoro davvero impegnativo, ma altrettanto avvincente. Ci tengo a ringraziare tutti i partecipanti del forum di Modeling Time, che durante questo W.I.P. , realizzato in occasione del Group Build Desert Storm 2016, mi hanno consigliato e supportato in tutte le fasi della costruzione.

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Buon Modellismo! Giovanni “Digge” Tosatti.

 

Decal Review: TauroModel new 48-504 – Italian AF Squadron Insigna Part 2 in scala 1/48.

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Era da molto che i modellisti “italianofili” attendevano l’uscita di un foglio decal che potesse colmare il vuoto che, oramai da qualche tempo, affliggeva l’araldica dei Reparti dell’Aeronautica Militare Italiana.
Come era facile aspettarsi è stata la stessa Tauromodel che, dopo anni di quasi totale inattività, ha iniziato nuovamente a proporre decalcomanie inedite (o quasi). Quello che presentiamo in questa recensione è un prodotto messo in commercio solo da pochi giorni e che, di fatto, è composto da vecchi soggetti già proposti dalla ditta torinese e da alcune “new entry”. Il progetto è stato, ovviamente, ri-arrangiato aggiungendo nuovi stemmi ai vecchi, ma ha comunque mantenuto il classico layout a cui siamo abituati.

Partiamo col dire che il foglio è stampato su un supporto trasparente unico che costringe il modellista a ritagliare ogni singola insegna; dato che queste andranno applicate su soggetti, per la maggior parte, in Natural Metal o alluminata (finiture notoriamente delicate), le operazioni di scontornamento assumono un importanza, direi, fondamentale (lavorazioni non alla portata di tutti, soprattutto dei neofiti).

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Le decal non sono prodotte con il metodo classico, bensì con un sistema in quadricromia che assomiglia molto a quello utilizzato dalle stampanti casalinghe o le vecchie stampanti ALPS. La differenza si percepisce immediatamente quando si confrontano le nuove con le più vecchie; di seguito un raffronto con il foglio, sempre Tauromodel, codice 48-504:

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Foglio 48-504 NEW Version.
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Foglio 48-504 OLD Version.

La tecnica di stampa attuale fa sì che i bianchi e i neri siano saturi, ma nelle zone a colori siano presenti delle “retinature” visibili anche ad occhio nudo. Per questo motivo consigliamo di verniciare direttamente sul modello tutti i fregi più grandi come, ad esempio, le frecce gialle che adornavano il bordo d’attacco delle derive dei velivoli assegnati al 156° Gruppo del 36° Stormo, o il dardo blu che si estendeva dall’ala alla presa d’aria dei Thunderstreak in carico al 21° Gruppo.

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Foglio 48-504 NEW Version.
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Foglio 48-504 OLD Version.

Le istruzioni sono disegnate nel classico stile Tauromodel con profili a colori di ogni singolo esemplare realizzabile. Non sono forniti stencil di manutenzione o le coccarde tricolori che, necessariamente, andranno acquistate a parte.

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In generale i modellisti si aspettano sempre che il livello qualitativo cresca e superi quello delle precedenti, soprattutto a parità di prezzo di listino. Al contrario lo standard di questo nuovo foglio Tauro, a nostro avviso, non è nella stessa fascia delle decal aftermarket stampate con metodo classico e oggi a disposizione di ogni appassionato.

Buon Modellismo a tutti!

Valerio – Starfighter84 – D’Amadio.

Once We Were Enemies – Spitfire Mk.Vb Trop dal kit Hasegawa in scala 1/48.

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Per chi come me è un modellista (o presunto tale) appassionato di “eliche” e soprattutto dei velivoli che hanno servito nell’Aeronautica Italiana (sia essa Regia, A.N.R. o A.M.I.) è impossibile prima o poi non “affrontare” lo Spitfire nelle varie versioni che sono state impiegate con le coccarde tricolori.

27840694911_0890fc516d_hNon mi dilungherò sulla storia di questo arcinoto e stra conosciuto caccia, uno dei pochi ad aver attraversato l’intero arco della Seconda Guerra Mondiale, dal 1939 al 1945, e ad essere presente in tutti i teatri di guerra. Mi limiterò, quindi, a descrivere la scelta dello specifico velivolo, la costruzione e (soprattutto) la colorazione.

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L’ esemplare che ho voluto riprodurre è un Mk.Vb che la nostra stremata Aeronautica ricevette in “generoso dono” dalla R.A.F. nel 1944; erano cellule con parecchie ore di funzionamento sulle spalle, scarti della linea di volo della “Balkan Air Force” e della “Mediterranean Air Force” essendo queste transitate sui più nuovi e prestanti Mk IXc. Di conseguenza si resero disponibili diversi Spitfire Mk.Vb e C che furono messi a disposizione della Regia Aeronautica (la denominazione ICAF o ICBAF non esiste in alcun documento ufficiale italiano -Ndr) e che vennero impiegati sui territori Jugoslavi e balcanici in appoggio alle nostre truppe di terra ed ai partigiani titini. L’ ultima sortita della Regia Aeronautica nella II G.M. fu eseguita proprio da due Spitfire sui cieli di Belgrado.

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Il modello:

Senza dubbio la migliore scelta in scala 1/48 per riprodurre uno Spitfire MkVb Trop è la scatola Tamiya, seguita da vicino dall’ Airfix di recente uscita. Non possedendo né l’una né l’altra, ho optato per il vecchio ma comunque valido kit Hasegawa che soffre di qualche difetto dimensionale (concentrato sulla fusoliera) e di carrelli che assumono una posizione troppo verticale a modello finito; tutto sommato, comunque, si difende ancora più che bene.

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Come aftermarket ho deciso di utilizzare il cockpit in resina Aires (buono nel dettaglio ma come al solito carente nel fitting) e, ovviamente, il foglio Modeling Time Productions dedicato agli Spitfire italiani (più un altro accessorio in corso d’ opera…anzi, a modello praticamente finito).

Il montaggio:

La scatola della casa giapponese non ha dato eccessivi problemi, per gli interni è stato sufficiente limare fino alla quasi trasparenza le pareti ed il pavimento del set Aires per far chiudere le semi fusoliere in modo corretto.

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La costruzione è partita, come solito, dal “pilot’s office” in resina.  Per favorire la precisione degli incastri solitamente fisso le pareti alla fusoliera e poi inserisco pavimento e quadro strumenti alla fine. In questo caso, al contrario, ho dovuto assemblare tutta la vasca poiché il set ha la struttura dell’anti capottata solidale alle fiancate e va, giocoforza, stuccata e sistemata prima di inserirla nel suo alloggiamento.

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L’abitacolo è stato verniciato con il seguente mix

  • 60 gocce di Verde F.S.34227 (Gunze H-312) più 6 gocce di Medium Sea Grey XF-83 Tamiya.

Il seggiolino, in cartone pressato ed indurito con una resina plastica, è dipinto con questa miscela:

  • 30 gocce di Tan F.S.30219 (Gunze H-319) + 3 gocce di Tamiya XF-79 Linoleum Deck Brown.

Nelle foto noterete che il cuscino dello schienale è stato lasciato in marrone; al contrario, dopo la segnalazione dei due amici del forum – Fabio e Umberto – lo stesso è stato ricolorato in nero opaco (stesso utilizzato, tra l’altro, anche per il cruscotto).

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A parte questi piccolo inconvenienti, e la necessità di inserire un congruo quantitativo di strisce di Plasticard nel raccordo ala-fusoliera inferiore, il modello si costruisce da solo. I due gusci che compongono la carlinga combaciano alla perfezione e così anche tutti i vari sottoinsieme, tanto che in brevissimo tempo il mio Spit era già assemblato e pronto per la fase più divertente…

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La colorazione:

E qui arriviamo ad una delle vicende più controverse su cui i modellisti italiani si sono “scontrati” negli anni.

Per la colorazione, come faccio sempre, ho cercato di documentarmi, leggere il maggior numero di informazioni ed usare, per quanto mi è possibile, il cervello per interpretare correttamente le immagini e le notizie giunte fino ai nostri giorni. Dopo un po’ di studio sono giunto ad una conclusione sicuramente soggettiva: se sono passati più di 72 anni, ma è ancora difficile riuscire a definire con certezza la colorazione dei “nostri” Spit, credo che NESSUNO (ed ovviamente anche il sottoscritto) possa affermare con certezza assoluta di essere “il depositario del verbo”!

Fino a qualche tempo fa si ipotizzava che i nostri Spitifire avessero utilizzato uno schema in Dark Earth/Desert Sand su superfici inferiori in Azure Blue (colorazione tipica del teatro nordafricano, provenienza ultima dei velivoli poi ceduti alla R.A.); tale schema A MIO PARERE non è rispondente al vero. Il ritrovamento e la diffusione di un filmato girato proprio nella base di Canne (BN), da parte dell’Imperial War Museum Inglese, ha evidenziato come in realtà questi adottassero una mimetica in grigio/verde (schema cosiddetto “continentale”) con visibili sovra verniciature delle insegne originali inglesi!

Quindi, per quanto visto nel video ed in seguito ad un per un mio personalissimo e contestabilissimo ragionamento, la R.A.F. tendeva ad essere particolarmente fiscale con le mimetiche di Teatro. Ad esempio, gli Spit Vb/Vc e gli Hurricane inviati a difesa di Malta, poiché operanti maggiormente sul mare, furono riverniciati in toni di grigio ed azzurro durante il viaggio verso la roccaforte nel Mediterraneo; gli Squadron operanti in Africa ad inizio 1943 avevano la “camo” desertica o mediterranea, e gli stessi reparti – appena trasferiti in Italia – riverniciarono i loro velivoli con i colori “continentali”.

Sulla scorta di quanto detto sopra, ho deciso di riprodurre il mio modello con lo schema grigio/verde usando come riferimento i colori Tamiya XF-61 e Gunze H-305 per le superfici superiori. Per quelle inferiori ho optato per il Gunze H-306.

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Il post shading l’ho effettuato aggiungendo una goccia di giallo al verde ed una goccia di “off white” al grigio, ed è stato eseguito subito dopo la colorazione.

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Il passo successivo è stato ricreare le obliterazioni delle insegne inglesi (o jugoslave) con vernici Italiane, quindi usando il Grigio Azzurro Chiaro per le coccarde e Verde oliva scuro per la “fin flash” e lo “spot” sul filtro Vokes. Per le insegne di nazionalità, al fine di ottenere dei cerchi con lo stesso diametro ma sfumati come erano in realtà, ho prima spruzzato il colore all’interno delle mascherature rotonde, poi ho sfumato i contorni a mano libera.

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Dopo aver terminato la verniciatura ho steso un paio di mani di Clear Tamiya e poi applicato i lavaggi ad olio e le decal. A questo punto il modello era ormai pronto per le rifiniture finali: carelli (che soffrono del citato difetto di angolazione che non ho corretto), asta antenna, volate dei cannoni da 20 mm…e qui si è presentato un fastidioso problema; le coperture solidali alle ali nel modello combaciano benissimo e sono perfette, ma le canne vere e proprie sono esageratamente fuori scala! quindi ho deciso di eliminare tutto, ordinare un set di canne in ottone tornito della Master e installarle …il tutto a modello praticamente finito!

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Seppur con molti sudori freddi credo che l’operazione possa dirsi riuscita… e dopo quest’ultimo inconveniente ho passato su tutto il modello una mano di trasparente opaco Gunze H-20 e, finalmente riposto il mio primo Spitfire in vetrina!

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Devo dire che dopo essermi documentato ed aver scambiato opinioni con tutti quelli che mi son stati dietro durante la costruzione, ho rivalutato il velivolo…ma continuo a preferirgli l’Aquila di Augsburg, il Bf.109!

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Un grazie particolare a Fabio, Valerio, Enrico ed Umberto per le “dritte” ed a tutto il forum di www.modelingtime.com per la pazienza!

Anche altri utenti di MT si sono cimentati con uno “Spitfire italiano”! date un’occhiata QUI QUI!

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Buon modellismo a tutti! Alessandro – Argo2003 – Gerini.

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Video Tutorial: Costruire un Diorama EFFETTO ACQUA – Seconda Parte.

Seconda e ultima parte del tutorial dedicato alla costruzione di un diorama effetto acqua. In questo tutorial spieghiamo come utilizzare la resina E-30 Prochima trasparente.

Se avete perso la prima parte, cliccate QUI!

CLICK QUI PER IL LINK DIRETTO AL VIDEO!

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Buon Modellismo a tutti!

Valerio – Starfighter84 – D’Amadio.

Video Tutorial – Costruire un Diorama EFFETTO ACQUA. Prima Parte.

In questo video tutorial mostreremo come realizzare un diorama Effetto Acqua. La prima parte è dedicata alla costruzione della struttura di base con poche e semplici operazioni!

Non perdete la seconda parte, in arrivo fra pochi giorni!

La Galleria delle immagini QUI!

Il Work In Progress dell’idrovolante QUI!

Non perdete la seconda parte del tutorial!

Buon modellismo a tutti!

CLICK QUI PER IL LINK DIRETTO AL VIDEO!

Kit Review: Eduard Spitfire Mk.IXc Late Version in scala 1/72.

72nd Scale Revolution!
Nonostante il modellismo sia nato e si sia diffuso con la scala 1/72, è più di qualche anno che le ditte ed i modellisti aeronautici si indirizzano principalmente verso la scala 1/48. Non voglio tessere le lodi o sviscerare i difetti nè dell’una nè dell’altra scala, ho sottolineato questa tendenza per evidenziare il fatto che la produzione 1/72, con qualche rara eccezione, ha perso un po’ l’attenzione delle ditte più blasonate. Ed è qui che entra in gioco Eduard con al sua “72nd Scale Revolution!”.
In contro tendenza Eduard ci delizia con ottimi stampi anche nella gentleman’s scale (La-7, Bf110, Hellcat e i più recenti Mig-15, B.534, Fw-190), in linea con l’alta qualità della sua ultima produzione. Dopo aver tirato fuori lo Spitfire IX definitivo in 1/48, rilancia la sfida anche nella “settantadue”. Finalmente aggiungerei! Nonostante la grande fama di cui questo aereo gode, sul mercato troviamo soltanto short run, stampi datati o costosi kit in resina.

Spitfire Mk.IXc, la variante più variata!
Questa versione è nata come ponte tra la Mk.V e la MK.VII/MK.VIII. Questi ultimi infatti presentavano importanti modifiche progettuali e non erano ancora pronti per entrare in produzione. Si decise quindi di modificare ed adattare gli Spitfire Mk.V ai nuovi motori Merlin 61 permettendo così un immediato arrivo dei mezzi ai reparti, per poter contrastare la momentanea superiorità dei Focke-wulf. A discapito dell’iniziale natura transitoria del progetto, questa versione risulterà molto riuscita, ospiterà diversi tipi di motori e sarà protagonista della seconda parte della guerra. Inoltre, nel dopoguerra, verrà utilizzata da numerosi paesi oltre al Regno Unito, rendendola sicuramente appetibilissima per noi modellisti. Il continuo sviluppo e miglioramento del progetto, si traduce però in svariate modifiche e differenze tra diversi periodi di produzione. Croce e delizia del modellista più esperto, l’individuazione della corretta configurazione non corrisponde sempre alla ricerca svolta da chi produce il modello. Spesso nelle scatole acquistate non sono disponibili tutti i pezzi necessari a ricostruire il puzzle in tutte le sue variabili, costringendoci a mettere mano a cutter e plasticard. Sotto questo punto di vista il lavoro svolto da Eduard è notevole ed il contenuto della scatola ci preannuncia fin da subito le prossime digressioni sul tema.

Dentro la scatola:
Inizia la magia del modellismo, si apre la scatola! Come prima uscita ci viene proposta la versione “late” in scatola Profipack. All’interno 5 sprues in grigio neutro e uno trasparente per circa 200 pezzi in totale. Forniti anche il classico foglietto di fotoincisioni colorate, le mascherine per il canopy e decal per ben sei profili. Esaminiamo adesso nello specifico il contenuto della scatola.

Sprue A:
Su questo primo telaio troviamo le parti laterali del cockpit separate, soluzione che strizza l’occhio al cockpit in resina che la Eduard ha già messo in catalogo, permettendo, si spera, una sostituzione dello stesso facile ed indolore. Oltre ad i numerosi “pezzettini” che completeranno il cockpit troviamo i travetti e le bombe, l’elica e la drop tank stile Hurricane. Interessante notare le tre diverse versioni dei cannoncini e dei cerchioni delle ruote anteriori. Assieme al ruotino di coda fisso, troviamo anche quello nella versione retrattile, utilizzato negli Mk. VII ed Mk.VIII.

Interessante il pezzo n.22, una piccola bugna che verrà situata nella parte anteriore destra della cappottatura motore centrale, vicino l’elica. Questa non verrà utilizzata per i nostri Spitfire “late” proposti da scatola, ma è necessaria per un esemplare early. La bugna infatti, da non confondere con quella nella stessa posizione utilizzata per l’avviamento a cartuccia Coffman negli Mk.II, copre una parte del sistema di areazione della cabina, utilizzato nel Mk.VII presurizzato e nei Mk.IX con motori Merlin 61, 64 e 63A. I motori Merlin 66, 266 e 70 non ospitavano questo sistema. Nella confusione creata dalla natura transitoria del progetto, non è poi così difficile trovarci davanti esemplari “late” che abbiano mantenuto, anche se inutilmente, le cappottature con la bugna. Davanti all’evidenza fotografica avremo quindi la possibilità di ovviare alla mancanza direttamente con quello che ci fornisce la scatola.

Fonte: wikimedia.org
Un’immagine vale più di mille parole. Notiamo in primo piano la bugna situata sulla cappottatura laterale vicino l’elica. Fonte wikipedia.org

Infine due tipi di pneumatici diversi, per ospitare sia i cerchioni da 4 o 5 razze che quelli da tre, che avevano un diametro maggiore. Da una prima analisi anche l’elica risulta di pregevole fattura, fornita in unico pezzo con le giunzioni degli sprue posizionate in posizione abbastanza nascosta. Nessun problema di allineamento delle pale o di dover riportare in sagoma il profilo con carteggiature.

Sprue B:
In questo sprue sono presenti alcune parti dell’abitacolo come il cruscotto, il sedile e alcune parti strutturali. Anche qui l’attenzione della Eduard si dimostra molto alta. Il cruscotto è presente in due versioni: con strumenti in rilievo o piatto, pronto ad ospitare la fotoincisione o la decal. Anche la struttura del poggiatesta è presente in due varianti, con o senza la piastra per la protezione della testa del pilota stampata in plastica. Anche in questo caso per favorire l’utilizzo della fotoincisione, fornita in questa scatola, molto più in scala. Utilizzando la fotoincisione non dovremo praticare l’apertura della fessura che permette il passaggio delle cinture, operazione necessaria sul pezzo stampato in plastica Nello sprue troviamo anche un’ulteriore coppia (con lo stesso principio, con e senza piastra) di forma leggermente diversa e priva dell’alloggiamento per il regolatore di voltaggio situato posteriormente.

Questi pezzi sono necessari per la versione Mk.XVI con tettuccio bubbletop. Queste accortezze, che possono forse sembrare eccessive, risultano invece fondamentali acquistando ad esempio gli “overtrees” o le future “weekend edition”. In questo modo il modello è completamente realizzabile anche se non sono presenti le fotoincisioni. Continuando ad esaminare la stampata troviamo due slipper tank da 30 e 90 galloni, scarichi a coda di pesce e rotondi e tre portelli di accesso. Questi ultimi sono forniti in tre versioni per diverse esigenze di montaggio: portello aperto, portello chiuso con canopy aperto e portello chiuso con canopy chiuso.

Si possono notare anche tre coppie di gambe dei carrelli anteriori e due coppie dei portelli ad essi connessi. Pur avendoli misurati ed esaminati con attenzione, sembrano perfettamente identici tra loro. Sicuramente si nasconde una motivazione dietro questa scelta ma sinceramente adesso mi sfugge, forse con le prossime scatole capiremo la differenza. Per stare tranquilli basterà utilizzare il pezzo indicato nelle istruzioni. Segnaliamo, inoltre, la presenza della presa d’aria del carburatore, posta sotto il cofano motore, in versione “corta” tipica dei primi lotti di produzione.

Sprue C:

Classica configurazione circolare dello sprue trasparente, caratteristica che peculiare degli stampi Eduard. Ottima la trasparenza e la qualità dello stampaggio, gli spessori sono adeguati e le parti che andranno verniciate finemente rivettate. Presenti il parabrezza, la cappottina aperta e chiusa, terminali alari “clipped” per poter realizzare le luci all’estremità dell’ala. Molto bello il dettaglio della rientranza nella cappottina nella parte posteriore, che serve a non creare interferenza col must dell’antenna quando la cappottina è completamente arretrata in posizione aperta. Un particolare spesso non rappresentato anche in scale maggiori. In trasparente fornito anche il collimatore nella versione Mk.II, la luce di posizione inferiore e lo specchietto posto sopra il parabrezza. Numerosi i pezzi opzionali per la versione Mk.XVI come il canopy bubbletop e il collimatore Gyro.

Sprue D:
In questa stampata presenti i piani di coda “early” (primi da destra) e “late” (primi da sinistra). Due terminali alari, il classico e la versione estesa utilizzata negli Mk.VII HF. Si comincia ad intravedere lo splendido dettaglio superficiale e la rivettatura finissima.

Sprue E:
Nello sprue E sono presenti gli alettoni, forniti separati e riposizionabili. Bellissimo il dettaglio, oserei dire mai visto in questa scala. Nella stampata a farci compagnia gli onnipresenti pezzi opzionali, questa volta troviamo i piani di coda della versione Mk.XVI con stabilizzatori in metallo, utilizzati in particolare negli ultimi lotti di produzione. Presenti anche gli alettoni in versione corta per Mk.VII/VIII.

Sprue H:
La stampata H è quella che mi ha lasciato definitivamente a bocca aperta. La qualità e la finezza del dettaglio credo, in base alla mia esperienza, che raramente abbiano toccato punte così alte in un modello 1/72. Ali e fusoliera sono perfettamente incise e completamente rivettate, Eduard questa volta ha fatto le cose in grande. Presenti nello sprue due timoni, normale e maggiorato, terminali clipped, questa volta in versione non trasparente. Troviamo la presa d’aria del carburatore allungata che utilizzava il filtro Vokes Avro-vee compatto, che rendeva inutile la versione più ingombrante utilizzata sui Mk.V. Questa soluzione divenne standard negli esemplari “late” e spesso retrofittata sui primi lotti. Presente anche la cappottatura inferiore liscia da utilizzare con la presa d’aria corta che abbiamo già incontrato nello sprue A.

Tre versioni della cofanatura motore superiore, divisa in due semivalve. Con una coppia possiamo realizzare un esemplare “early” che manteneva sostanzialmente il profilo dei Mk.V, con un allungamento per ospitare i nuovi motori. Con la seconda coppia possiamo realizzare il profilo maggiorato degli esemplari late. Sostituendo in quest’ultima una semivalva realizziamo la cappottatura per un Mk.XVI, che presenta un portello leggermente arretrato.
Volendo essere puntigliosi l’unico difetto riscontrato è l’assenza della bugna a goccia situata in corrispondenza del vano carrello sulla parte superiore dell’ala. Questa modifica veniva apportata agli aerei con più di 100 ore di volo operanti su superfici dure e si riscontra sopratutto negli esemplari del dopoguerra, tranne qualche rara eccezione. L’angolo di apertura delle gamba del carrello veniva ampliato e questo rendeva, in posizione chiusa, la gamba non più orizzontale ma leggermente sporgente, richiedendo così la realizzazione della bugna. Non possiamo però fare un torto ad Eduard, che comunque ha proposto esemplari tutti operativi nel 1944 e quindi coerenti con l’ala nella scatola, ma segnaliamo comunque questa piccola mancanza per chi volesse realizzare uno Spitfire del dopoguerra.

Profipack add-on:
Come di consueto per le versioni “profipack” troviamo piccoli ma utilissimi aftermarket. Mascherine per il canopy che, sopratutto in questa scala, aiutano tantissimo in un passaggio delicato come la colorazione dei trasparenti. Realizzate nello stile eduard in nastro kabuki di ottima qualità. Il foglietto di fotoincisioni è basico (ma ne potrete comprare a tonnellate a parte) e contiene il cruscotto precolorato, che a mio modesto parere fa una figura più che dignitosa in questa scala e le cinture di sicurezza anch’esse precolorate. Inoltre è presente una serie di particolari che risulterebbero troppo fuoriscala in plastica come piastre di riforzo, griglie dei radiatori ecc. ecc. Una vera chicca il sistema di bloccaggio e apertura del tettuccio, anche se piegarlo e incollarlo non sarà certo facilissimo. Segnaliamo in fine la copertura liscia per i cerchioni, che completa l’intera gamma di opzioni disponibili.

Foglio istruzioni:

Anche qui Eduard non si risparmia e ci regala un bel libretto istruzioni a colori di 20 pagine, in formato A5 (15*21cm). Riconoscibile fin da subito il layout Eduard è ben fatto e molto razionale. In prima pagina una breve descrizione storica e tecnica del soggetto, seguita poi dalle istruzioni di montaggio.

Nelle ultime pagine i sei profili proposti, con le quattro viste e le indicazioni per colorazione e decals. In ultima pagina un profilo monocolore in grigio chiaro per gli stencil, che ne facilità l’individuazione. I profili mantengono uno stile semplice, con poche ombre e luci per dare un minimo di tridimensionalità. Una scelta a mio parere azzeccata che favorisce la leggibilità. Consigliati i colori Gunze, con codici sia Mr.Color sia Aqueous.

Foglio Decals ed esemplari proposti:
Il primo foglio decal, contenente le insegne, è ben realizzato e perfettamente in registro. Le decal sono sottili ed il film è minimo. Il foglio è di produzione Eduard e non dovrebbe riservare spiacevoli sorprese. Presente anche la decal del pannello strumenti, sinceramente non se ne sentiva la necessità ma non fa certo male a nessuno.

Dotazione di stencil completa nel secondo foglietto. Anche qui la qualità sembra molto buona con ottima definizione. Presenti anche le coperture rosse delle mitragliatrici in posizione esterna.

Di seguito i 6 profili proposti, identici a quelli usciti nella scatola “late” 1/48. Interessante il primo profilo di Closterman, che presenta un’inusuale verniciatura delle stripes ventrali, che nelle foto risultano molto approssimative. Una bella sfida modellistica. Molto particolare l’esemplare in metallo naturale con la cappottatura motore e serbatoio mimetico. I restanti esemplari presentano fregi di piloti Cechi, Polacchi e anche una Pin-up. C’è davvero l’imbarazzo della scelta.

A confronto:
I modelli disponibili per realizzare un Mk.IX risultano datati (Hasegawa, Italeri), bellissimi e corretti ma costosi (CMR Resin) o con un dettaglio non all’altezza (Airfix). L’unico modello che rappresentava un giusto compromesso tra correttezza e costo è l’AZ model che ho usato appunto come metro di paragone. Questo kit presenta un bel dettaglio superficiale e sicuramente una composizione meno complessa rispetto all’Eduard. Rimane comunque uno short run con parecchi limiti: ali clipped in pezzo unico da tagliare per altre varianti, tettuccio solo chiuso, assenza di riscontri.

Dalla foto emerge subito la maggiore finezza dei dettaglio del kit Eduard e il discorso è estendibile a tutti i pezzi del kit. Nonostante tutto l’AZ si difende bene e secondo me rimane ancora un’ottima scelta.
Non mi definisco un “contarivetti” e raramente intervengo per risolvere problemi dimensionali che non risultino troppo evidenti nei miei modelli. Se il problema è troppo evidente di solito passo ad altro (lo so sono un pigrone). Diciamo che la mia filosofia modellistica è basata più sul colpo d’occhio, se il modello si lascia guardare senza attirare l’attenzione su qualcosa di strano allora ha superato il mio personale controllo qualità. Per correttezza però ho voluto confrontare i disegni in scala con le fusoliere dei due kit. I disegni usati sono presi dal Volume 23 Modeller Data Files della Sam Publications, scalati in 1/72.

 

Entrambe i kit non risultano completamente in sagoma. L’AZ rispetta perfettamente la lunghezza ma risulta magro in coda. L’Eduard è meglio proporzionato ma eccede in lunghezza di due millimetri abbondanti. Non voglio spendere troppe parole su questo risultato, lascio a voi trarre le dovute conclusioni. Non ho l’autorevolezza per valutare se la correttezza sia nel disegno o nel kit. A voler essere fiscali nessuno dei due è completamente corretto. Io li monterò entrambi senza troppo preoccuparmi, hanno superato tutti e due il mio personale controllo qualità.

In questi giorni è apparso su youtube un video (in lingua ceca ma sottotitolato) in cui un signore, di bell’aspetto e dai modi educatissimi, fa letteralmente bollire in acqua calda uno Spit Eduard. Dopo qualche minuto di cottura lo tira fuori. Il kit si è accartocciato su se stesso, il simpatico signore adesso è soddisfatto delle dimensioni (lo misura). Una “velatissima” ironia sul fatto che il kit sia leggermente oversize, su un fitting difficile e su una eccessiva ingegnerizzazione dello stampo.
Sulla pagina della Eduard si spiega che il sito su è stata pubblicata la prima recensione di questo modello, su cui si fanno notare appunto i difetti riportati nel video ironico, è dello stesso proprietario della AZ model. Il video è stata la risposta di Eduard a dei commenti forse un po’ troppo di parte (anche se ad onor del vero non del tutto fasulli). Un po’ di spietata concorrenza vecchia scuola insomma.
Trovate qui tutti i dettagli e il video.

Conclusioni:

Avrete certamente capito che questo kit a me piace e anche tanto. Mi piace perchè è ben fatto, completo ed ha tutto ciò che serve anche per realizzare altre versioni (ci si può tirare fuori un esemplare “early”, un “late” e volendo un Mk.XVIc delle prime serie senza canopy bubbletop). Mi piace perchè anche se è un aereo di 12-13cm una volta finito, l’attenzione prestata è molto alta.
Bisogna però anche essere realisti. Il modello è un’esatta riproduzione del fratello maggiore in 1/48 in tutte le sue parti, compresa scatola e foglio decal. Mantiene quindi un’elevata scomposizione, che sembra non creare troppi problemi di montaggio in quello in 1/48, ma che potrà forse crearli in questa versione più piccola. Gli spazi e gli incastri sono ridotti, un errore di montaggio o di tolleranze potrebbe voler dire rovinare il bellissimo dettaglio superficiale che sarà duro da ripristinare. Forse sarebbe stato meglio, in alcuni casi, modificare l’ingegnerizzazione e favorire un montaggio più agevole. Trovo inoltre le gambe del carrello, le ruote, gli scarichi e i cannoncini leggermente al di sotto come qualità di stampaggio rispetto a fusoliera, ali e piani di coda. Qui forse il limite dimensionale dello stampaggio si fa sentire oppure, a voler essere maligni, è un buon motivo per invogliare a comprare ruote e scarichi in resina, guarda caso by Eduard, per sostituire quelli da scatola. Rimangono aperti i dubbi sul riscontro dimensionale, ma sapete già come la penso.
Il verdetto finale? Se amate come me questo aereo, questo kit non può mancare nella vostra collezione. Speriamo che adesso Eduard continui declinando le altre versioni e ci delizi ancora con qualche altro modello di questa 72nd Scale Revolution, magari un bel Mig 21….