L’ F-101 Voodoo è stato uno dei componenti della magnifica famiglia dei Century Series e fu uno dei capostipite, tra i velivoli della prima generazione con motori a getto, capaci di velocità oltre mach 1.
F-101B Voodoo
Inizialmente progettato come caccia di scorta a lungo raggio per i bombardieri B-36, il Voodoo operò solo per un brevissimo periodo in questo ruolo a causa dei mutati assetti dello Strategic Air Command (tra cui l’entrata in servizio del ben più prestante B-52). I velivoli costruiti furono riversati al Tactical Air Command che lo impiegò come intercettore puro anche grazie alle alte prestazioni, in termini di salita e velocità di punta, di cui disponeva. Terminò la sua carriera tra le fila dell’Air National Guard con la classica livrea in ADC Gray ed insegne di reparto spesso molto appariscenti.
F-101B Voodoo
Proprio un esemplare di questi è il protagonista di questo articolo; più precisamente si tratta di un F-101B, biposto, che volò alla fine degli anni ‘70 col 142nd Fighter Wing dell’Oregon ANG.
Il kit:
F-101B Voodoo
L’ acquisto del modello fa parte di un progetto più ampio e dettato dalla voglia di rappresentare tutti i componenti della Century Series assieme in un’unica teca. Il kit è l’ormai famoso Revell in scala 1/72 che, nonostante gli anni, ha le pannellature in un fine negativo e un ottimo dettaglio di superficie. Gli incastri sono molto buoni e, nota positiva, lo stampo offre la possibilità di lasciare aperti gli aerofreni, i flap e il canopy. Anche l’allineamento tra i trasparenti, avendo deciso di rappresentare il mio modello con tettuccio chiuso, mi ha sbalordito in quanto è praticamente perfetto. La nota dolente invece riguarda l’abitacolo, rappresentato con le sole decal e i seggiolini abbastanza basici nelle forme.
F-101B Voodoo
Per rimediare al problema ho acquistato un set di fotoincisioni della Airwaves dedicato alla strumentazione del cockpit, gli splendidi seggiolini della True Details in resina e, infine, le mascherine pre tagliate per i vetrini della Canuck Models.
F-101B Voodoo
Montaggio:
Il montaggio ha inizio dall’abitacolo che è stato completato con le fotoincisioni già citate. Il colore che ho scelto per gli interni è il Gunze H-308 F.S.36375. I seggiolini hanno la struttura dello stesso colore, mentre i cuscini sono in Gunze H-304 Olive Drab, le cinture in Gunze H-80 Khaki Green e i poggia testa/braccioli in rosso. Tutti gli elementi del cockpit sono stati oggetto di un lavaggio in Bruno van Dick scurito con nero ad olio.
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Il modello non necessita di molto stucco e gli incastri sono abbastanza precisi. Maggiore attenzione, invece, va posta quando si posiziona l’abitacolo nella fusoliera poiché esso deve essere inserito dal basso e funge da riscontro al pozzetto del carrello anteriore (qualche prova a secco preventiva è necessaria). Un altro punto dolente sono le piastre dello strato limite poste all’ interno delle prese aria: quelle del kit sono un po’corte e molto spesse per cui la soluzione ideale prevede di sostituirle con del Plasticard o fotoincisione. Ho eliminato, poi, il pitot in plastica e l’ho ricostruito con un ago da siringa opportunamente tagliato e completato con una sezione di filo di ferro, di opportuno diametro, all’estremità.
F-101B Voodoo
Infine, ho immerso i trasparenti nella future per dargli maggiore brillantezza.
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Verniciatura:
Il kit propone due colorazione della A.N.G. , entrambe in ADC Gray. Dopo aver terminato l’assemblaggio e il recupero delle pannellature perse durante la carteggiatura, ho proceduto con il primer (Mr. Surfacer 1000 diluito con il Lacquer Thinner e steso ad aerografo) per avere la certezza che incollaggi e le stuccature fossero andati a buon fine. Successivamente ho lisciato il modello con della carta abrasiva grana 2000 bagnata e ho steso il pre-shading con il nero acrilico. Il colore principale, l’Air Defense Command Gray, è il Gunze H-57 allungato con il solvente nitro anti-nebbia.
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Ho letto nel forum di Modeling Timeche l’utilizzo della nitro porta innumerevoli vantaggi, tra questi il diluente sintetico rende il pigmento più fluido e regala una finitura liscia e già semi-lucida – e lo posso confermare! l’unico “difetto” è l’odore e la necessità di arieggiare bene la stanza dopo la sessione di verniciatura. Personalmente non ho mai avuto un gran feeling con le vernici acriliche lucide: anni fa ebbi parecchi problemi con un bianco lucido ed ho atteso mesi per la sua completa asciugatura; questa volta mi sono trovato benissimo e con una verniciatura perfetta e asciutta dopo pochi minuti.
Procedendo oltre il radome ed il pannello antiriflesso sono in nero, mentre nei vani carrello ho usato l’Interior Green H-58. In rosso, invece, sono i flap e i portelloni dei pozzetti.
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Con gli Alclad ho verniciato la zona motori che rimaneva in natural metal. Dopo una minuziosa mascheratura del resto del modello (le vernici metallizzate hanno la tendenza di infiltrarsi con molta facilità anche dove non dovrebbero!) ho applicato una base di Aluminium seguita da una passata di Pale Burnt Metal. Infine, con il Copper diluito (anche gli Alclad si possono diluire utilizzando il lacquer thinner Tamiya) ho simulato la cottura dei metalli.
Con qualche velata ultra diluita di blu e rosso trasparente acrilico ho, infine, dato un ultimo effetto “burned”. Gli scarichi hanno subìto lo stesso trattamento con la differenza che all’ estremità ho steso, come base, lo Steel.
F-101B Voodoo
Completata la verniciatura di base ho caricato l’aerografo con il trasparente lucido X-22 Tamiya diluito con l’X-20 e l’aggiunta di qualche goccia di paint retarder Tamiya. Sono servite varie mani molto diluite (almeno al 70%) per sigillare il colore e per preparare il mio F-101 alla posa delle decal.
Quest’ultime, posizionate con l’uso del Mark Softer Gunze, hanno dato vita al modello anche se per alcune, più che altro quelle colorate, ho dovuto abbondare con dell’ammorbidente poiché rimanevano molto rigide e non “copiavano” le pannellature sottostanti.
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Invecchiamento:
Dopo un altro passaggio generoso di trasparente lucido, ho effettuato i lavaggi ad olio con del Bruno Van Dick mischiato col nero. Per l’invecchiamento localizzato ho usato lo Smoke Tamiya diluito per sporcare le enormi walkway sopra le prese d’aria e per riprodurre le scie che spesso si vedevano attorno agli sfiati posti in prossimità del primo stadio del compressore, sul dorso dell’ aereo. Con dell’H-57 diluitissimo ho desaturato le decal con passate veloci, e nella zona exhaust ho insistito con gli oli per creare un effetto filtro.
Sempre con gli oli, infine, ho dato maggiore profondità alle baie dei carrelli e dei flap.
F-101B Voodoo
Assemblaggio finale:
Di pari passo con la costruzione principale del modello, sono andato avanti con gli altri componenti; in particolare i carrelli, i relativi portelli, i serbatoi di carburante, gli scarichi, i flap e gli stabilizzatori orizzontali. Una volta assemblato il tutto con più o meno difficoltà, ho steso il trasparente finale scegliendo una finitura satinata. Per questo ho creato un mix di Tamiya X-22 lucido al 30% e Gunze H-20 opaco al 70%. Unica eccezione, gli scarichi, su cui ho usato il solo trasparente opaco.
F-101B VoodooF-101B VoodooF-101B Voodoo
Rimosse le mascherature dal canopy ho ricreato la guarnizione gialla che sigillava i plexiglass. Seguendo i consigli dei ragazzi del forum, ho utilizzato delle striscioline di decal pre-verniciate e il risultato è stato ottimo. Con il montaggio della parte finale del pitot e la verniciatura delle luci di navigazione il modello, si può considerare terminato.
F-101B Voodoo
Conclusione:
Posizionato in vetrina a fianco dell’F-100 Trumpeter, e in attesa degli altri suoi “compagni” di famiglia, un altro componente dei “Cento” è finito.
Su questo soggetto ho messo in pratica tecniche che avevo acquisito con i modelli precedenti, ma ne ho anche sperimentate con successo altre che vanno dalla verniciatura alle decal. Alla fine non si finisce mai d’ imparare, e con l’aiuto di MT, che ringrazio tanto, sono riuscito a migliorare ulteriormente la mia esperienza.
F-101B Voodoo
Spero che quest’articolo sia stato di vostro gradimento.
Buon modellismo a tutti!!! Alessandro -Brando – Brandini.
Forse non tutti sanno che la Israeli Air Force fu uno dei maggiori operatori del Fouga CM.170 Magister. Il primo esemplare giunse in Israele nel giugno del 1957 e, a seguire, altri 43 circa furono consegnati nei mesi successivi. La Bedek Aviation (che di lì a poco fu rinominata Israeli Aircraft Industries) diede il via alla produzione su licenza di altre 36 macchine.
Il velivolo fu utilizzato principalmente come addestratore avanzato ma, a dispetto della sua strumentazione rudimentale e del suo armamento leggero, venne impiegato proficuamente anche nella Guerra dei Sei Giorni contro postazioni fortificate e colonne di mezzi egiziani.
Alla fine degli anni ’70 le cellule iniziarono a mostrare segni di cedimento e cricche strutturali concentrate, soprattutto, sul raccordo tra ala e fusoliera. Per prolungare la vita operativa della flotta la IAF, di concerto con la Israeli Aircraft Industries, mise appunto un programma di aggiornamento che comprendeva 250 modifiche: tra queste, le più importanti miravano alla sostituzione dei due motori Turbomeca Marborè II-a con i più potenti VI-p, ad un upgrade avionico con strumentazione più moderna e razionale, e all’introduzione del sistema di climatizzazione delle cabine di pilotaggio.
I primi due esemplari furono inviati in ditta e nel settembre del 1980 ci fu il roll out della nuova versione che fu ufficialmente denominata “Tzukit” (una particolare specie di uccello che vive e nidifica in Israele).
Il modello:
Da tempo speravo nell’uscita di un kit dedicato a questo trainer francese dalle forme così poco convenzionali. Ovviamente quando la Kinetic ne annunciò la prossima commercializzazione nel 2014, ero già pronto per acquistarne uno!
Lo stampo ha una qualità in linea con le ultime realizzazione della ditta cinese che, in effetti, ne ha fatta di strada da quando fece uscire il suo primo prodotto – l’F-16. Le pannellature, in negativo, sono ora più definite e precise; l’attenzione per il dettaglio di superficie è cresciuta e ne è riprova la presenza di fini rivettature collocate solo dove effettivamente esistono. Oltre a questo sono state introdotte delle soluzioni tecniche all’avanguardia, come le prese d’aria di cui viene fornito l’intero condotto fino allo scarico.
Il kit è composto da circa 146 parti, pochi rispetto allo standard attuale. Per questo motivo nella stessa confezione vengono forniti modelli completi. Studiando meglio gli sprue si riconoscono particolari interessanti; sono, infatti, fornite le tre tipologie di cupolino fisso utilizzate dai Magister: quello con ampie vetrature installato nel primo periodo e quello con due sole finestrature laterali che permettono, di fatto, la realizzazione di qualsiasi Fouga Magister che la Israeli ha avuto in carico a partire dagli anni ’60 senza particolari problemi.
La fornitura della terza variante, quella con struttura interamente metallica, dà la possibilità di convertire il kit per riprodurre uno IAI Tzukit ed in questo articolo tenterò di spiegare quali sono le modifiche e gli interventi da attuare!
Il cockpit:
Come scritto qualche riga sopra, uno dei maggiori upgrade a cui furono sottoposti i vetusti Magister ha riguardato l’avionica e la strumentazione di bordo. A seguito dell’aggiornamento gli abitacoli sono stati riprogettati e risultano molto diversi dagli spartani cockpit delle versioni francesi. Quindi, per prima cosa, è necessario eliminare i pezzi forniti nella scatola e sostituirli con il set in resina della Wingman Model WMF48025 che fornisce l’intera vasca e, soprattutto, i cruscotti con la nuova distribuzione degli strumenti e dei circuit breaker. Oltre a questi, sono incluse anche le paretine laterali con il rivestimento trapuntato ignifugo e i seggiolini con diverse imbottiture e già completi delle cinture di sicurezza.
Nello stesso aftermarket sono presenti anche altri pezzi che permettono di completare la conversione di alcune zone esterne, ma di questo parlerò più avanti.
Le parti in resina sono create sulla base di quelle originali, per cui si inseriscono nella fusoliera con relativa facilità. Le paretine, al contrario, sono troppo corte in lunghezza e sono stato costretto ad allungarle utilizzando lo stucco bicomponente Milliput lavorato, ancora fresco, per riprendere le pieghe del tessuto e la particolare texture romboidale.
Il colore scelto per gli interni è il Tamiya XF-19 Sky Grey, ad eccezione dei rivestimenti laterali verniciati in Dark Sea Grey Tamiya XF-54.
I sedili hanno la struttura in XF-19, le cinture in Gunze H-310, i cuscini di Olive Drab XF-62 Tamiya (quello della seduta) e in Gunze H-330 (quello dello schienale).
Su tutta la zona ho applicato un lavaggio ad olio in grigio scuro applicato direttamente sulle superfici non lucidate per ottenere un minimo di effetto “filtro”; l’eccesso del washing è stato eliminato con un pennellino imbevuto di thinner Humbrol e, ai lati, con un cotton fioc inumidito dello stesso prodotto.
Sui sedili sono intervenuto con la tecnica del dry brush, anche in questo caso eseguita con gli olii, per mettere in risalto tutti i dettagli e dare maggior volume alle forme. Il tono che ho ricreato, a tale scopo, è stato un grigio abbastanza chiaro.
Le veglie del pannello strumenti provengono dal foglio decal fornito nel kit WMK 48007, ancora una volta, della Wingman. Sono ben stampate ma, purtroppo, non ben dimensionate sui cruscotti in resina: su quello anteriore si adattano senza troppi problemi, sul posteriore sono molto fuori squadro. Per esperienza personale consiglio di fustellare ogni singolo quadrante e posizionarlo, manualmente, nei rispetti alloggiamenti – magari usando abbondanti quantità di liquido ammorbidente per rendere il tutto più uniforme.
Per ultima, ho aggiunto la paratia di chiusura alle spalle dell’abitacolo dell’istruttore scegliendo quella contraddistinta dal numero A8 (Senza aperture trasparenti), che è corretta per uno Tzukit.
Fusoliera e relative modifiche:
La fusoliera è l’insieme che ha ricevuto più modifiche nel corso del montaggio. Prima di chiudere le due valve che compongono il guscio ho inserito i lunghi condotti delle prese d’aria (preventivamente incollati e stuccati all’interno); in questo modo è stato più facile sistemarli dentro la carlinga anche se, devo ammettere, il sistema di scassi e inviti è stato ben studiato dai progettisti della Kinetic.
Ai rivestimenti esterni degli intake ho sostituito le piccole alette anti scorrimento poste sugli sfiati dello strato limite, appena accennate, ricreandole con dei pezzi in avanzo dalle cornici di una fotoincisione lavorate e tagliate a misura.
Le principali differenze esterne tra i Magister e gli Tzukit risiedono nella diversa distribuzione dei pannelli d’ispezione (alcuni aggiunti ex novo) e nella presenza di due aperture per l’aerazione del sistema di condizionamento della cabina di pilotaggio e di alcuni componenti dei nuovi propulsori installati.
Gli “air vent” sono concentrati sul dorso della fusoliera. Il primo, di forma ovale, è posizionato più indietro sul lato destro:
Immagine proveniente da: http://data3.primeportal.net
Ho preferito realizzarlo partendo da un quadratino di Plasticard per avere uno spessore più fedele in scala e, sul retro, ho incollato del tulle proveniente da una bomboniera che simula abbastanza bene la griglia di protezione.
Successivamente ho praticato lo scasso direttamente sulla fusoliera non badando troppo alla precisione:
Dopo aver stuccato le fessure e riportato tutti gli scalini al filo, ho aggiunto il rinforzo (effettivamente presente anche sul velivolo reale) che è stato ricavato utilizzando il nastro d’alluminio adesivo tagliato con un plotter elettronico. Quest’ultimo ha rifinito anche i bordi del Plasticard e completato il lavoro.
Immediatamente a ridosso della griglia d’aerazione ho inciso due pannelli, indicati dalle frecce in giallo, presenti sugli Tzukit e, ovviamente, non riportati sul kit.
Proseguendo nella conversione, il pezzo A7 rappresenta un portello d’accesso alla fusoliera che sui Magister era corredato di un paio di prese d’aria mentre sugli esemplari aggiornati in Israele esse sono state rimosse; di conseguenza anche io ho lisciato completamente il pannello aggiungendo, però, un’ulteriore griglia di forma rettangolare (ottenuta “bucando” la plastica, assottigliandola e aggiungendo delle striscioline di profilato piatto della Evergreen per rendere i bordi quanto più netti possibile).
Immagine proveniente da http://data3.primeportal.net
Alla fusoliera completa al 90% ho aggiunto il castello del carrello anteriore. Il complesso è costituito da tre pezzi separati che non è semplice mettere insieme a causa delle istruzioni Kinetic davvero poco chiare! Dopo alcune prove a secco ho incollato la struttura che, a sorpresa, si è rivelata molto solida a dispetto dell’apparente fragilità. A seguire, è stata verniciata in White Allumiunium Alclad e sottoposta ad un lavaggio ad olio con il Bruno Van Dyck (anche se, a modello ultimato, l’interno si intravede a malapena).
Il musetto è tutto fuorché preciso negli incastri e, anzi, il pannello superiore, quello che copre il vano carrello è anche leggermente sottodimensionato. Nonostante svariati tentativi di allineamento per evitare complesse stuccature, alla fine non mi è rimasto che riempiere i gap con la ciano acrilica, carteggiare e reincidere tutto.
Vale la pena ricordare che gli Tzukit persero del tutto le loro capacità offensive e non fu più previsto l’uso di armamenti; per cui i pezzi da utilizzare, per comporre il muso, sono l’A5 e l’A6 .
In accordo con la documentazione ho realizzato, in leggero rilievo, le piastre di chiusura delle volate (sugli esemplari reali si nota chiaramente che i “tappi” non sono a filo con la superficie della fusoliera). Con pazienza e un bisturi affilatissimo ho tagliato il nastro d’alluminio adesivo direttamente applicato sulla plastica del kit ed il taglio è stato eseguito usando le linee incise come guida.
Ali e derive:
Anche le ali sono state oggetto di alcuni interventi di miglioria, concentrati soprattutto nei pozzetti carrello principale. Seguendo le foto in mio possesso, li ho completati aggiungendo le tubazioni idrauliche ed i cavi elettrici realizzati con filo di stagno e sprue stirato a caldo. Prestate attenzione poiché i tubi dei Magister avevano un diverso andamento e posizione rispetto a quelli degli Tzukit.
Questo, invece, è un grave difetto di progettazione degli spessori da parte della Kinetic. Una cosa simile mi è già capitata sul loro Kfir, segno che la ditta cinese è ancora un po’ indietro per ciò che riguarda il controllo qualità dei loro stampi. Ad ogni modo lo scalino è stato riempito con l’aggiunta di uno spessore in Plasticard.
Controllando le foto mi sono accorto di un dettaglio posto sul bordo d’attacco di entrambe le ali. Tecnicamente si chiamano “STALL STRIPES” e sono delle striscioline a sezione triangolare in plastica dura; si applicano in ditta dopo i voli di collaudo e servono a modificare il profilo alare e le caratteristiche dello stallo in base al bilanciamento di ogni velivolo.
Non necessariamente sono sempre presenti e possono avere lunghezze differenti, oppure possono essere montate direttamente in fase di progetto in base a calcoli specifici. Dalle immagini che ho visionato tutti i Magister e gli Tzukit della IAF erano provvisti di questi accorgimenti aerodinamici. Personalmente li ho riprodotti sagomando una strisciolina di profilato Evergreen da 1 mm per ottenere la forma triangolare cui accennavo prima. I pezzi sono molto piccoli (gli originali hanno spessori di 3 cm al massimo) e incollarli non è semplice. Alla fine, con molta pazienza… e il provvidenziale utilizzo della Tamiya Tappo Verde… sono riuscito nell’intento!
Passando ai serbatoi, gli Tzukit avevano un sistema di rifornimento diverso rispetto agli esemplari francesi o derivati per cui, giocoforza, ho dovuto modificarli. Anche in questo caso ho usato il solito nastro d’alluminio sagomato tondo con una fustellatrice. Al centro ho aggiunto il tappo vero e proprio in Plasticard.
A questo punto le ali si possono definire complete e sono pronte per essere unite alla fusoliera; il montaggio fila via senza grossi problemi e le fessure che si creano sono minime. Per riempirle ho preferito utilizzare il Magic Sculpt (uno stucco bi-componente) lisciato con un pennello al silicone leggermente bagnato.
I caratteristici impennaggi a “V” hanno una scomposizione alquanto cervellotica. I timoni di profondità sono separati dalle derive ma, purtroppo, anche in questo caso i pezzi sono sotto dimensionati in lunghezza (manca almeno un millimetro nella parte bassa, quella che va a contatto con la fusoliera). Ho risolto allungando le superfici di governo con delle striscioline di Plasticard sagomate a dovere, un intervento noioso che porta via tempo prezioso.
Data la strana conformazione degli incastri e degli inviti, non è possibile montare i gli elementi mobili a verniciatura ultimata e questo comporta un bel po’ di mascherature in più.
Prima di chiudere la fase di montaggio ho aggiunto le parti trasparenti (già trattate con la cera Future) che, durante le prove a secco, sono risultate più strette di quasi 1mm rispetto alla fusoliera. Per tentare di riportarle a filo ho inserito degli spessori al loro all’interno per allargarle; una volta riportate in sagoma, le ho incollate spennellando una generosa quantità di colla Extra Thin Cement della Tamiya. Ad asciugatura avvenuta ho asportato gli spessori sopra citati e stuccato tutti i gap con Attack. Un’ulteriore mano di Future ad aerografo ha eliminato qualche graffio dovuto alla carteggiatura e ripristinato la trasparenza del parabrezza e del cupolino centrale fisso.
Gli ultimi interventi hanno riguardato, ancora una volta, la fusoliera (lasciati alla fine per evitare di rompere o perdere le piccole parti coinvolte nelle operazioni che vado ad elencare):
Frecce ROSSE: negli esemplari francesi, in quel punto, è situata la maniglia di rilascio d’emergenza dei canopy. Questo sistema sugli esemplari israeliani non è installato, per cui è necessario eliminare tutto e stuccare.
Frecce GIALLE: le maniglie di apertura dei canopy sono sdoppiate (una per ogni calottina) sugli Tzukit; nel kit ne è presente solo una, quindi bisogna reinciderne un’altra per l’abitacolo posteriore (lavoro da eseguire su entrambe i lati).
Frecce AZZURRE: ho reinciso anche le pannellature dei predellini di accesso agli abitacoli (solo lato sinistro); anche questa particolarità è peculiare dei velivoli IAF.
Sul troncone di coda sono presenti numerose prese d’aria e sfoghi – modifiche delle superfici superiori:
Frecce ROSSE: gli Tzukit rispetto ai Magister hanno una presa d’aria in più per lato. Nel kit sono presenti ma non riportate nelle istruzioni (pezzo 55/56) e devono essere accorciate leggermente in lunghezza e riportarle, grosso modo, alle dimensioni degli altri intake (pezzo 45/46).
Frecce AZZURRE: due ulteriori pannellature da reincidere relative al vano batteria/alimentazione esterna del velivolo.
Freccia VERDE: anche questa è una carenatura non presente sugli esemplari francesi; proviene dal set di conversione della Wingman ed è in fotoincisione.
Passo ora alle superfici inferiori:
Frecce ROSSE: i due sfoghi che vedete sono forniti nel kit. Ho solo aggiunto due sfiati (aperti con una punta da 0,3 mm) che, nella realtà, fungono da drenaggio per i trafilamenti di liquidi dai motori.
Frecce GIALLE: questi due piccoli sfiati li ho aggiunti ricostruendoli con metà tondo della Evergreen sagomato a dovere.
In coda esiste una piccola cannuccia di spurgo. Il kit è predisposto e fornisce anche il particolare stesso in plastica piena… personalmente l’ho sostituita con una sezione di ago da insulina.
Sul pannello A7 è necessario aggiungere un piccolo air scoop in resina prelevato dal set Wingman:
Infine, l’ultimo intervento ha riguardato il rifacimento totale di quattro piccoli contrappesi che aiutano il pilota a sbloccare il meccanismo cinematico di apertura dei canopy. Li ho riprodotti usando le dime della Eduard per le luci di posizione a goccia… la forma è più o meno quella, e l’ho sfruttata!
Verniciatura:
Gli Tzukit hanno vestito, negli anni, la sola livrea bianco e arancione tipica degli addestratori. Per il bianco ho voluto fare un esperimento utilizzando, al posto dei classici Tamiya o Gunze, il Mr. Base White 1500 della Mr.Hobby. Di fatto è un primer come il Mr. Surfacer, ma è già del colore che serviva al mio scopo.
Il responso della prova è stato più che soddisfacente: ottima resa e facile stesura. L’ho diluito all’80% circa con il Lacquer Thinner Tamiya e si è asciugato in pochi minuti. Dopo la completa essiccazione del pigmento, ho carteggiato tutto il modello con la carta abrasiva 2000 bagnata e le superfici hanno assunto una finitura liscia e setosa. Ve lo consiglio!
Sul muso l’andamento della zona arancione è abbastanza particolare poiché fa una curva leggera all’inizio, poi il raggio si accentua fino a passare sotto il pozzetto carrello. Per realizzare lo stacco tra i due colori ho optato per il nastro Tamiya Masking Curve da 2 mm che permette, appunto, mascherature curve precise e sinuose – un vero portento. Per il resto ho usato il classico nastro Kabuki e molta pazienza “coconizzando” completamente il modello per evitare fastidiosi over spray (allo scopo ho utilizzato anche la pellicola trasparente da cucina).
La scelta del colore, denominato “International Orange”, non è stata semplice. Il Federal Standard ufficiale è il 12197 e nessuna ditta lo produce in acrilico. Esiste il Lifecolor (da me subito scartato) e due smalti: l’Xtracolor e il Model Master. Li ho acquistati entrambi e non mi hanno convinto fino in fondo, anzi. C’è anche da dire che il colore dei velivoli reali è quanto meno particolare perché se esposto alla luce diretta sembra molto chiaro, in ombra diventa quasi rosso.
Alla fine ho preferito ricreare la tinta tramite il seguente mix di smalti Xtracolor:
177 gocce di X-104 + 20 gocce di X-103 (Insigna Red).
L’X-103 è stato usato puro sui bordi d’attacco delle prese d’aria. Le vernici, essendo sintetiche, sono state diluite utilizzando della semplice ragia minerale (pochi Euro nei negozi di Fai da Te) attestandomi su percentuali prossime al 70%. Ho preferito non aumentare le dosi del thinner per evitare che i colori potessero infiltrarsi sotto ai nastri usati per le mascherature.
Le zone anti riflesso sul muso e nella porzione interna dei serbatoi alle tip alari sono in Flat Black XF-1 Tamiya.
A questo punto ho steso su tutto il modello almeno tre o quattro mani di trasparente lucido Tamiya (X-22) preparando le superfici a ricevere i lavaggi.
Lavaggi e decalcomanie:
Come mia consuetudine per il washing ho utilizzato i colori ad olio. Sulle parti lasciate in bianco ho miscelato una nocciolina di Bianco di Zinco con meno della metà della stessa di Nero d’Avorio (entrambi della Maimeri) per ottenere un grigio non troppo scuro.
Sulle pannellature presenti nelle porzioni in International Orange, invece, ho steso il Bruno Van Dyck puro.
Altri tre strati di Clear, sempre Tamiya, hanno ultimato la fase di lucidatura e aperto quella delle decal.
Insegne, stencil di manutenzione e codici individuali provengono sia dal foglio fornito nel kit, sia da quello che la Wingman Models propone all’interno della sua scatola contraddistinta dal codice 48007.
Sebbene entrambi siano stampati da Cartograf, le decalcomanie Kinetic sono abbastanza rigide e reagiscono lentamente ai liquidi ammorbidenti (personalmente ho utilizzato quelli della Microscale); al contrario, le Wingman si conformano con estrema facilità e copiano perfettamente le incisioni.
Le istruzioni Kinetic sono estremamente lacunose, soprattutto per ciò che riguarda il posizionamento delle scritte di servizio. Quelle Wingman sono più complete ma, nonostante tutto, fanno un po’ di confusione nel suggerire gli stencil corretti per Magister aggiornato.
L’esemplare che ho scelto di riprodurre è il 501, ovvero il primo Tzukit che lasciò le linee di montaggio della Israeli Aircraft Industries. Per celebrare il roll out sul muso fu aggiunta la scritta “Tzukit” in alfabeto ebraico.
Finitura finale ed ultimi particolari:
Su tutto il modello ho steso una mano di Flat Clear XF-86 Tamiya. Benché sia un opaco, esso non crea una finitura “gessosa” sulle superfici e, anzi, tende a lasciarle quasi satinate.
Ora è il momento di aggiungere gli ultimi particolari: carrelli e relativi portelloni, due antenne UHF (una sul dorso della fusoliera e un’altra sotto la semi-ala destra) e le due luci stroboscopiche (una in coda tra le due derive e l’altra sotto al ventre). Questi ultimi pezzi sono direttamente forniti dal set di conversione in resina della Wingman. Sempre in resina, e sempre del produttore tedesco, sono le ruote dei carrelli principali; quelle che troviamo negli sprue non sono corretti e si è resa necessaria la loro sostituzione con il set Wingman 48026.
Osservando nuovamente le foto in mio possesso ho notato che i propulsori tendevano a sporcare i fianchi della fusoliera con i fumi di scarico. Sul mio modello sono stati riprodotti sfumando, ad aerografo, varie tonalità di grigio scuro e rifinendo l’effetto con le polveri Tamiya provenienti dal Weathering Set D.
Anche le superfici inferiori, in particolare quelle in prossimità delle gondole motori, sono state completate aggiungendo colature di liquidi lubrificanti e sporcizia (ho usato sia i colori ad olio, sia i sopracitati gessetti Tamiya).
Una volta incollati i canopy, con i caratteristici bracci ripiegabili di sostegno, il mio Tzukit è pronto per “atterrare” in vetrina!
Il kit Kinetic, a parte quei pochi difetti cui ho fatto cenno nell’articolo, è divertente è scorre via senza particolari problemi. Nella scatola è rimasto ancora l’altro stampo gemello… e penso che a breve finirà anche lui sotto le mie “grinfie”!
Buon modellismo a tutti. Valerio “Starfighter84” D’Amadio.
Tra i miei miti modellistici/aeronautici c’è un velivolo, in particolare, che riscuote sentimenti di riverenza, rispetto, passione, amore (ma non ditelo a mia moglie). E’ IL modello che non mi stancherei mai di fare per l’appagamento che mi restituisce ogni volta che ne metto uno in vetrina (a tutt’oggi ne ho tre in vetrina ma negli anni ne avrò modellati almeno una ventina tra 1/48 e 1/72, di tutte le versioni). A Grosseto nel 1999 sono riuscito a godermi una delle sue ultime esibizioni di volo in Italia. Non sto parlando dello “spillone” ma del PHANTOM!
“L’aereo che è un aviazione completa”
Così veniva descritto il Phantom in una pubblicità dell’epoca a testimonianza della sua duttilità operativa che lo ha portato ad essere tra gli aerei di maggiore successo di tutti i tempi con più di 5.000 esemplari costruiti. Non starò qui a fare una descrizione storica perché ci vorrebbero centinaia di pagine e perché ci sono ottimi testi in giro. Le uniche critiche, paradossalmente, vennero mosse proprio da uno dei suoi principali utilizzatori, l’USAF, ma questo perché la filosofia di questo aeroplano (nato per la U.S. Navy) mal si adattava ai desiderata dell’Air Force, o meglio, dei suoi piloti, che invece richiedevano un monoposto leggero, agile, veloce, esuberante e dotato anche di armamento fisso, cosa che ebbero solo con i successivi F-15 ed F-16 progettati molto diversamente.
Il modello:
Come per il velivolo che rappresentano, anche la “Hasegawa Phantom family 1/72” sono kit leggendari per qualità. L’unica critica che si potrebbe muovere è la spartanità del cockpit e di alcuni altri dettagli (ugelli di scarico in particolare). Per il resto le incisioni sono stupende. Credo, forse, (ma è una mia opinione) che le versioni a “muso corto” del kit siano più fedeli come linee rispetto alle versioni E/G a “muso lungo”. La scatola di partenza è una delle tante proposte dal catalogo e permette di rappresentare una versione “D” post-Vietnam, mimetica SEA (South East Asia), con insegne varie del Bicentenario del 1976.
Ovviamente prendete la scatola come una ottima base di partenza perché il resto potete mettercelo voi tranquillamente (colorazione, migliorie, decals). Io al solito ho lavorato in scratch anche se per alcuni elementi (cornici tettucci, specchietti) mi sono affidato alle fotoincisioni Eduard.
Un piccolo consiglio d’esperienza: i perni di riscontro dei piloni, dei serbatoi supplementari e degli stabilizzatori, se potete, segateli via e rifateli più robusti controllando l’incastro perché così come sono lasciano passare molta “luce” una volta posizionati e non sono per niente robusti. A me sono saltati via gli stabilizzatori (tutto già verniciato, velivolo compreso…. Arghhhh!!!!) e sono stato, quindi, costretto a dover rifare i buchi in fusoliera ed i relativi perni cosa non molto salutare per i miei nervi in quella fase. Per il resto un po’ di attenzione ci vuole anche per evitare che sparisca, causa carteggiature/stuccature, il bel dettaglio superficiale.
Coloriamo il Phantasma!
Le colorazioni rappresentabili di questa versione “D” possono spaziare davvero molto. Restringendo però alla sola USAF, possiamo limitarci (si fa per dire) alla già citata colorazione SEA a tre toni e le sue varianti successive “wrap round”, la Europe 1, la “HillGray” e la “ADC gray”. Per movimentare un po’ la collezione la mia idea è stata di fare un esemplare dell’Air National Guard in ADC gray anche se la finitura lucida e pulita di questi velivoli un po’ mi faceva storcere il naso. Poi, per caso, sul web è uscita una foto ed è stato amore a prima vista (non ditelo ancora a mia moglie).
Come vedete il velivolo ha una colorazione ADC Gray ma presenta una finitura non riflettente, bande rosse ed i serbatoi provenienti da un esemplare mimetico, nonché un livello, anche se minimo, di usura operativa. Inoltre sotto le ali è agganciata una bomba Walleye AGM 62. Questa fusione di colori e configurazione di carico ha attratto subito le mie simpatie!!!
Il colore ADC Gray o meglio “Air Defense Command Gray” è un grigio celestino lucido usato sugli aerei in forza, appunto all’Air Defense Command, in pratica il comando responsabile della difesa del suolo Nord Americano, un colore che denotava subito un uso esclusivo aria-aria dei mezzi non contemplando altro utilizzo.
Per rappresentare questa vernice mi sono affidato all’ottimo Gunze H-57. Ovviamente ho proceduto con uno schiarimento sul centro dei pannelli per ravvivare un po’ il tono. Su consiglio dell’ottimo amico Enrico (Enrywar67) di Modeling Time ho provato a diluire i colori Gunze con il diluente Nitro al posto del diluente Tamiya. Sicuramente puzza di più (a casa evitatelo) ma la finitura ottenibile risulta liscia e setosa (in pratica la Nitro agisce da “ritardante” ottenendo un tempo di essiccazione più lento del colore, rispetto alla diluizione con alcool, ma evitando così l’effetto cipria).
Si passa poi all’elemento più caratteristico del velivolo: le bande rosse. Sulle foto il rosso assume una tonalità molto calda che vira verso l’arancio, quindi ho usato il giallo come colore di “taglio” del rosso. Ho usato i colori Vallejo perché il mix giallo/rosso risultante mi sembrava più giusto come tonalità rispetto allo stesso fatto Tamiya. Il rosso Tamiya puro risulta un po’ freddo e scuro rispetto al rosso Vallejo.
Ovviamente una buona mascheratura sarà fondamentale per la buona riuscita del lavoro. Una volta ottenuto il nostro schema ho lucidato il tutto e fatto un lavaggio grigio scuro nei pannelli sigillandolo ancora con la Future per la posa decals.
Quest’ultime sono davvero minimali (Stars, numeri, scritte varie) e mi è bastato dare fondo al magazzino avanzi.
Fatto questo, ho guardato il modello e mi sono detto “Wow”…e quando dico “Wow” vuol dire che sono soddisfatto! I colori, i numeri, le stelle, le scritte US Air Force, ha davvero un aspetto tipicamente Yankee! In pratica per me c’è tutta la quintessenza della definizione di “Americano”!!!!
Diorama:
Forse parlare di diorama è un po’ eccessivo visto che, alla fine, si tratta di una rappresentazione della pista. L’elemento di stacco in questo caso è un carrellino compressore proveniente dal Ground Equipment Set Hasegawa. All’epoca della foto (1973) questi erano dipinti in giallo (oggi le norme STANAG NATO prevedono l’uso del verde per queste dotazioni) quindi, dopo aver montato i vari pezzi, ho dato una base nera opaca al tutto e, dopo, il giallo Tamiya. La base nera, in pratica, costituisce un ombra artificiale nei recessi se avremo l’accortezza di non coprire tutto con la mano successiva di giallo. I lavaggi e l’usura completeranno il lavoro.
Conclusione:
Eccolo qua terminato il mio F-4D Phantom II, 67-455, in forza all’U.S. Air Force Development Test Center (ADTC), rappresentato in questa foto nel 1973 durante un dispiegamento a Keflavik (Islanda) impegnato in chissà quali test.
Sono abbastanza soddisfatto del risultato perché sicuramente è una colorazione originale, nel panorama delle livree usate dal Phantom, per la varietà dei colori e la particolarità di alcuni elementi. Ho tante scatole bellissime nell’armadio ad attendere pazientemente un mio cenno di attenzione modellistica ma, alla fine, mi piace sempre riavere tra le mani la sagoma aggressiva dell’F-4 (nella versione “D” in particolare), la cui silhouette particolare mi ha sempre affascinato fin da piccolo!
Per anni i modellisti “italianofili” hanno vissuto in una sorta di limbo… costretti ad accontentarsi di vecchie scatole di montaggio, pur di aggiungere alla collezione un velivolo con le coccarde tricolori, oppure rassegnarsi e rinunciare al progetto.
Negli ultimi mesi, però, il trend negativo sembra essersi interrotto, finalmente! In poco tempo sono apparsi sul mercato diversi kit dedicati a soggetti che mai prima erano stati presi in considerazione o di cui si reperivano, spesso a fatica, stampi obsoleti: basti pensare all’AMX (Kinetic e Hobby Boss), al Ro.43 (Special Hobby) e, appunto, all’RF-84F della Tan Model oggetto di questa recensione. Il prezzo medio di vendita di questo nuovo prodotto, in Italia, si aggira intorno ai 53€; non poco a pensarci bene… ma in linea con la tendenza del mercato degli ultimi anni, purtroppo.
La confezione, ad apertura verticale, è robusta. Aprendola si scoprono cinque stampate di stirene color grigio chiaro (più due per i trasparenti) che racchiudono circa 176 parti. A corredo viene fornito anche un simpatico gadget, un tappetino per mouse con la stampa di un pezzo di taxiway che può essere usato anche come basetta per fotografare il modello ultimato.
Le istruzioni sono chiare e complete. I disegni che spiegano i vari passaggi sono ricavati direttamente dal rendering e, tutto sommato, sono anche graficamente molto accattivanti.
La plastica ha una finitura superficiale leggermente rugosa, ma tale da non pregiudicare una perfetta resa delle superfici a modello ultimato. Le pannellature sono in negativo: non sottili e precise in stile Hasegawa o Tamiya, ma neanche pesanti come le prime realizzazioni Kinetic. La presenza di alcune file rivetti, nei punti giusti, contribuisce ad aumentare il realismo generale del soggetto in scala. Il kit ha, indubbiamente, delle soluzioni tecniche molto attuali; basti pensare che per le prese d’aria i tecnici turchi hanno previsto, già da scatola, il condotto interno fino al primo stadio del compressore. Per le ali, invece, hanno ideato un perfetto incastro nella fusoliera che permette di montarle praticamente senza l’uso di stucco.
Le superfici di governo sono interamente mobili, timone direzionale e flap inclusi. Quest’ultimi, purtroppo, risultano più corti di almeno un paio di millimetri e, una volta montati, lasciano un anti estetico vuoto rispetto alla carlinga. Anche gli aerofreni possono essere rappresentati aperti pur se gli spessori della plastica sono tali da farli risultare decisamente fuori scala. Stesso inconveniente anche con le alette anti scorrimento da montare sul dorso delle ali: forse, per una scatola dal costo così elevato, sarebbe stato meglio fornire delle fotoincisioni ad hoc.
Non proprio all’altezza anche i portelloni del vano carrello principale sui cui la Tan Model ha stampato direttamente le gambe di forza. Una soluzione vetusta che negli ultimi anni non era stata più presa in considerazione da alcuna casa produttrice (la Monogram, all’epoca, riproduceva spesso i pezzi con questo metodo). Rimanendo nella stessa zona, gli pneumatici sono separati in due parti – copertone e cerchione. Comoda la possibilità di poter verniciare i due insiemi a parte senza ricorrere all’uso di mascherine; peccato, però, che le ruote abbiano una diametro maggiore della loro sede risultando sovradimensionate. Al contrario il tubo di scarico è più piccolo del dovuto e a modello ultimato salta subito all’occhio come la circonferenza dell’exhaust sia più ridotta rispetto alla fusoliera stessa.
A parte questi errori grossolani, dimensionalmente questo Thunderflash nella scala del quarto di pollice è pressoché fedele. Abbiamo avuto anche la possibilità di confrontarlo con il vecchio Heller, da molti considerato accurato, riscontrandone delle forme quasi del tutto simili. Anche alcune scelte nella scomposizione dei pezzi sono affini, segno che la ditta turca ha preso parecchi spunti dal vecchio kit francese. L’abitacolo è sufficientemente dettagliato ma non eccelle per dovizia di particolari. Il seggiolino, corretto per un esemplare AMI, è privo di cinture e non proprio bello a vedersi; di sicuro un aftermarket in resina è consigliabile.
Il grande vano per le fotocamere sistemato nel muso può essere rappresentato completamente aperto. Per far ciò basterà asportare i portelloni, già stampati assieme a tutto il resto, incidendo la plastica lungo una linea di taglio già prevista all’interno delle semi-fusoliere. Coloro che preferissero lasciare invariate le linee del velivolo, al contrario, non dovranno fare assolutamente nulla!
Sono, ovviamente, fornite anche le macchine fotografiche: non molto dettagliate, a dir il vero, ma già dotate delle intelaiature per un montaggio semplice e pulito. In generale questa zona del kit non brilla come qualità e quantità di dettaglio e bisogna lavorarci un pò per renderla accettabile.
Interessante, invece, la quantità di parti trasparenti incluse: a parte le finestrature del vano fotocamere, è incluso anche un “one piece canopy” per facilitare il compito a chi vuole rappresentare l’abitacolo completamente chiuso. Ovviamente all’interno della confezione sono previsti anche i singoli vetrini separati. Se la fornitura è abbondante, l’accuratezza non è delle migliori. La parte mobile del canopy, infatti, ha un profilo troppo piatto e rastremato alla sua sommità, quando in realtà dovrebbe essere più a goccia e bombato. Questo difetto si nota immediatamente in posizione chiusa, da aperto l’occhio lo percepisce già meno.
I carichi esterni sono limitati ai soli serbatoi, come anche per il velivolo reale. Sono compresi sia quelli da 230, sia quelli da 450 galloni.
Veniamo ora alle decalcomanie, vero punto debole del kit: spesse, con colori completamente errati e, soprattutto, fuori registro. Per porre “rimedio” a quest’ultima problematica la Tan Model ha inserito un foglietto aggiuntivo che corregge, ironia della sorte, proprio le insegne turche… tedesche (stampate comunque non allineate) e francesi. Gli stencil, tranne alcuni, sono completamente inutilizzabili.
Per concludere, l’RF-84F della Tan Model è una “croce e delizia”. Croce… perché, di sicuro, non vale ciò che costa. Delizia… perché, nonostante tutto, ci permetterà di rappresentare un velivolo che per molti anni ha servito nella nostra Aeronautica Militare. A voi la scelta: vale la pena acquistarlo?
Buon modellismo a tutti! Valerio – Starfighter84 – D’Amadio.
Non penso ci sia bisogno di presentare l’arcinoto kit Tamiya dedicato all’F-16 C, è sicuramente il migliore in circolazione con incastri e accoppiamenti pressoché perfetti. L’uso dello stucco è limitato solo ad alcune zone e persino la giunzione più a rischio, quella fra le due parti superiori della fusoliera, se supportata da diverse prove a secco si può portare a termine senza l’uso del filler. La scatola permette di realizzare diverse versioni dell’F16C Block 25 e 30 della Guardia Nazionale Americana ma ho preferito optare per un Viper Block 25 del comandante del 33°FS/363 TFW di stanza in Arabia Saudita, durante l’operazione Desert Shield/Desert Storm, usando il foglio decals Aeromaster n°48-556. Come set di dettaglio ho scelto alcune parti delle fotoincisioni Eduard BigEd – 4908, le mascherine per trasparenti, i set in resina Aires per abitacolo, vani carrelli e ugello di scarico che danno un notevole miglioramento all’aspetto finale del modello. Per le piastre di rinforzo avevo in magazzino quelle Tamiya ma devo ammettere che sono abbastanza deludenti perché realizzate in un metallo troppo duro da manipolare; per questo sono andato alla ricerca di qualcosa di meglio trovando risposte nel set Voyager Model VA480105. Le resine Aires sono, come da loro tradizione, di eccellente dettaglio quanto di laboriosa lavorazione per poterle inserire correttamente nei rispettivi alloggiamenti: occorre, come sempre, assottigliare le pareti del kit e carteggiare generosamente le stesse parti aftermarket soprattutto per quel che riguarda l’abitacolo e il vano carrello anteriore; quello del carrello principale entra più facilmente. Anche l’anello solidale alla fusoliera dello scarico comporterebbe un buon lavoro di adattamento, ma per questa parte ho escogitato un rimedio usando lil pezzo originale Tamiya modificato come spiegherò più avanti. Come referenze ho usato gli ottimi libri della Daco “Uncovering the Lockheed Martin F-16 A/B/C/D e “ The Modern Viper Guide” di Jake Melampy.
Ho iniziato, come prassi, con l’abitacolo. Non mi soffermo sulla qualità dei pezzi Aires, sicuramente superiori al pur ben dettagliato cockpit da scatola. Come anticipato qualche riga sopra, per adattare i set della ditta ceca al modello occorre assottigliare la fusoliera fino al limite ed eseguire decine di prove a secco (e controlli con lo spessimetro per non rischiare di forare la plastica). Quando i vari componenti vanno in posizione, però, l’effetto è davvero bello!
Il pilot’s office, dopo una mano di Gunze Mr.Surfacer 1000, è stato verniciato col Gunze H-308 ovvero il F.S. 36375; ho, poi, mascherato e spruzzato il nero opaco Humbrol 33 sul meccanismo di sollevamento del canopy, mentre le consolle laterali le ho dipinte a pennello con lo stesso colore. Ho fatto un leggero dry-brush con un grigio chiaro sul retro del sedile e sui pannelli neri e, successivamente, ho messo in risalto tutti i pulsanti e comandi usando un grigio chiaro. Qualche dettaglio in rosso e giallo, seguendo le referenze fotografiche, ha completato il lavoro. Sui tubi corrugati dell’ossigeno, per dare un po’ di varietà tonale, ho steso un mix di grigio chiaro e Khaky Drab Humbrol 159. Ho, infine, fatto un lavaggio con uno smalto grigio scuro opaco senza dare il lucido per ottenere sia la profilatura dei particolari, sia un leggero effetto filtro.
Lo stesso trattamento è stato eseguito sulle paratie laterali.
Sono, quindi, passato al sedile: ho adattato le belle cinture foto-incise alle varie parti su cui si appoggiano dando loro il giusto movimento. La tecnica usata è semplice: basta sistemare al di sotto della cinghia nel punto voluto, un pezzetto di filo di rame del diametro giusto e pressare con la pinzetta, creando una curvatura morbida e molto realistica. La maniglia di espulsione fra le gambe del pilota è fissata con un “chiodino” fatto con una ago da 0,3mm.
La verniciatura l’ho eseguita con la stessa procedura della vasca: Mr.Surfacer 1000 e Gunze H-308, i cuscini li ho dipinti a pennello con Humbrol Khaki Drab 159 seguito da un lavaggio con un mix di Khaki Drab e marrone scuro. Successivamente ho lumeggiato a pennello asciutto, sempre con Khaki Drab schiarito con del giallo. Per creare un po’ di varietà tonale sul paracadute pilota all’interno del poggiatesta ho miscelato un grigio appena verdastro e ho evidenziato tutte le fibbie con argento prelevato da un pennarello Tamiya. Ho dato alcune mani di lucido, ho applicato le decal, ripassato l’opaco e quindi ho dipinto tutti i particolari secondo le documentazione. Infine, anche in questo caso ho eseguito un leggero lavaggio con grigio scuro direttamente sull’opaco per avere, di nuovo, un lieve effetto filtro.
La palpebra del cruscotto è dipinta con nero opaco Humbrol 33, seguito da due toni di grigio a pennello asciutto. I pulsanti del pannello strumenti sono evidenziati con grigio chiaro, mentre i quadranti della strumentazione e gli schermi sono stati resi lucidi con una goccia di trasparente Humbrol 35. La lente dell’HUD l’ho creata con un mix di trasparente lucido e verde smeraldo Humbrol.
A questo punto mi sono dedicato alla presa d’aria….bel problema verniciare l’interno di un tubo…e anche la stuccatura della linea di giunzione. Inizialmente avevo pensato al metodo della vernice latex (o similare) ma ho preferito desistere. Invece, ho sperimentato un metodo alternativo sfruttando la buona qualità degli stampi Tamiya: dopo alcune prove a secco ho notato che le due valve del condotto chiudevano abbastanza bene senza presentare scalini insuperabili, per cui ho unito i due semi gusci con del nastro adesivo e ho carteggiato per eliminare del tutto o quasi il piccolo scalino che si era formato. A seguire ho separato i pezzi e ho dato parecchie mani leggere di bianco opaco Tamiya formando un certo spessore. Li ho, poi, saldati definitivamente con colla e ho stuccato le piccole imperfezioni rimaste con Milliput bianco carteggiandolo, una volta asciutto, con attenzione e con grane 600/800 (per non far diventare lucida la vernice opaca e mantenere una finitura setosa). Infine ho di nuovo spruzzato del bianco opaco per uniformare il tutto.
Per favorire l’adesione della decals “HOT” alla base della lama antighiaccio (è risaputo che sull’opaco il rischio di “silvering” delle decalcomanie è altissimo) ho fatto separare lo stencil dal supporto e l’ho fissato con un pochino di trasparente lucido Tamiya. L’operazione è molto delicata perché si ha pochissimo tempo per trovare la posizione giusta prima che la vernice tiri.
Alla presa d’aria ho aggiunto il vano carrello anteriore Aires che, come al solito, ha necessitato di una generosa carteggiatura per adattarsi senza forzare e/o deformare il guscio esterno. Ho auto costruito alcuni cablaggi realizzati con filo di rame da 0,2mm e ho stuccato la linea in corrispondenza della freccia gialla lasciando le altre perché effettivamente presenti sull’aereo reale.
Sono, quindi, passato ai carrelli, e al loro vano principale, dettagliandoli con filo di rame di diverso diametro (0,2 – 0,3 – 0,4mm). Le fascette che stringono i fili sono fatte con nastro adesivo di alluminio.
I vani carrelli sono stati verniciati col bianco opaco XF-2 Tamiya.
A questo punto ho dato alcune mani di lucido Tamiya (2/3) in modo da proteggere il bianco e poter verniciare i dettagli con gli Humbrol; sfruttando la diversa composizione dei colori a smalto e gli acrilici, infatti, è possibile correggere senza problemi i, sempre possibili, errori senza che la finitura lasciata opaca assorba la vernice creando anti estetiche sbavature. Dopo aver completato tutti i dettagli e posizionato le decal, ho fatto i lavaggi miscelando nero e marrone opachi, sempre della Humbrol. Alla fine ho sigillato nuovamente il tutto con un’altra mano di clear.
Incollando il muso ho notato che, stranamente per la qualità degli incastri del modello, non si raccordava perfettamente alla fusoliera; il primo pensiero è andato all’abitacolo Aires che, con molta probabilità, ha deformato quel tanto che bastava le linee del modello. Comunque ho raccordato con carta abrasiva che ha, purtroppo, eliminato il dettaglio degli scaricatori elettrostatici stampati sul radome (rifatti, in seguito, con del tondino di plasticard da 0,5mm).
La parte terminale della fusoliera in resina Aires dove si inserisce l’ugello di scarico, come da previsioni, forma un vistoso scalino rispetto la fusoliera. Per evitare ulteriori interventi troppo invasivi ho preferito utilizzare il pezzo originale che ha un incastro pressoché perfetto. Per permettere l’unione dei petali in resina occorre, però, eliminare dall’anello Tamiya la parte iniziale e assottigliare il bordo facendo molte prove a secco fino ad adattarlo perfettamente al resto del set Aires. Ho dovuto inserire alcuni spessori in Plasticard per poter incollare le parti fra loro ma, alla fine, il risultato è stato ottimo.
Prima di procedere oltre le mie attenzioni si dono rivolte al tettuccio che è stato bagnato con la cera Future assieme al cupolino fisso.
Dopo aver atteso 24 ore per una completa asciugatura, ho dettagliato i montanti interni con le fotoincisioni Eduard.
L’unione fra la vasca in resina ed il retro dell’abitacolo crea questa fastidiosa fessura che ho eliminato con il Milliput bianco modellandolo e stirandolo con un pennello bagnato per ridurre al minimo le successive carteggiature.
Il risultato finale, dopo aver rispruzzato il nero opaco e applicato il dry brush, è stato questo:
A questo punto tutto è pronto per iniziare la verniciatura, finalmente! Dapprima ho steso una mano di fondo col Mr.Surfacer 1200, poi ho realizzato il pre-shading con nero opaco.
A seguire ho aerografato lo schema mimetico che prevede i seguenti colori:
Gunze H-308 (F.S.36375) sulla parte inferiore.
Gunze H-306 (F.S.36270) sulla deriva e la parte anteriore in corrispondenza dell’abitacolo
Gunze H-305 (F.S.36118) sul resto del dorso (la linea di separazione è stata ricreata usando un “salsicciotto di Patafix).
Il radome l’ho verniciato con un mix di Gunze H-305 e nero opaco per simulare una maggiore usura e invecchiamento.
Ho mascherato il portello del ricettacolo per il rifornimento in volo e, dopo aver dato una mano di Mr.Surfacer 1000, l’ho verniciato con lo Steel della Alclad. Ho anche completato il labbro della presa d’aria dipingendolo con un colore simile a quello del radome.
A questo punto ho dato diverse (almeno 7/8) mani di lucido Tamiya X-22 diluito al 70% col diluente della stessa marca, fino ad ottenere una superficie ben “caramellata” e liscia, ideale per applicare le decal. Prima, però, ho preferito effettuare i lavaggi con due toni di grigio, più scuro sull’H-305 e più chiaro su H-306 e H-308.
Ad asciugatura avvenuta ho iniziato ad applicare le insegne con l’ausilio dei liquidi Microscale.
Lo stesso trattamento è stato ripetuto anche sui serbatoi sub-alari.
Sui fuel tank ho realizzato, a pennello, le varie colature d’olio con uno smalto marrone scuro in modo da poter correggere e, alla bisogna anche cancellare, gli eventuali errori d’applicazione. Il vantaggio di usare gli smalti su superfici coperte da vernici acriliche risiede nel fatto che i rispettivi diluenti non intaccano minimamente i due tipi di pigmenti. A questo punto ho dato diverse mani di trasparente opaco Gunze H-20 e un paio di passate velocissime e leggere di trasparente opaco Humbrol 49 che ha un potere opacizzante notevole. Mi raccomando, però, andateci piano! Col tempo, infatti, i trasparenti sintetici tendono ad ingiallire ed è meglio non esagerare stendendo mani troppo “corpose”. Dopo l’asciugatura del Flat Clear ho caricato l’aerografo col Gunze H-308 scurito con del nero opaco e ho dato alcune passate leggere, sottili e veloci nella parte ventrale, ed in particolare sulle ali, per simulare usura e invecchiamento.
Con lo stesso grigio ho leggermente profilato le linee dei pannelli in corrispondenza del motore e, sulla stessa zona, ho applicato una leggerissima ombreggiaura di marrone chiaro per simulare l’usura dovuta al calore.
A questo punto ho completato le gambe di forza dei carrelli, già dipinte in bianco opaco XF-2 Tamiya assieme ai pozzetti: ho effettuato i lavaggi con uno smalto marrone scuro, verniciato gli ammortizzatori idraulici con argento da pennarello Tamiya e i cablaggi con smalti nero opaco e argento secondo le referenze fotografiche. Infine, ho dato uno smalto marrone scuro (nero + marrone) a pennello asciutto solo sulle parti mobili, sugli snodi e nelle vicinanze delle ruote, ovvero dove è più facile trovare macchie di lubrificanti e/o grasso.
Ho verniciato allo stesso modo le ruote dopo aver ricreato, carteggiando lo pneumatico, la deformazione dovuta al peso.
Fin’ora non ho ancora accennato all’armamento. Per il mio Viper ho optato per una configurazione decisamente offensiva: due GBU-12, due AIM-120 e due AIM-9. Le bombe guidate della Tamiya sono belle, ma l’ogiva, se montata da scatola, resterebbe rigidamente orizzontale mentre in realtà, con l’aereo a terra, spesso sono ruotare verso il basso. Ho deciso di modificare la parte terminale tagliando via il perno e praticando un foro da 0,7mm dove ho incollato uno spezzone di ago ipodermico. Sulle testine, invece, ho fatto un ulteriore foro da 0,4mm in cui ho fissato un pezzetto di filo di rame da 0,4mm. Unire, in seguito, i pezzi è stato estremamente semplice.
A seguire ho verniciato gli ordigni con tre mani di Olive Drab Gunze diluito al 70%; una volta asciutto ne ho preparato un pochino schiarito con del giallo e diluito all’80% e ho fatto alcune passate leggere a banda. Poi ho elaborato una seconda miscela, sempre con Olive Drab, ma scurito con un pò di nero e diluito all’80%, e ho arricchito le tonalità con alcune passate veloci. Poi, a pennello, con del rosso opaco e Flat Earth Humbrol ho ricreato il color mattone da passare fra le alette anteriori. Per questo mix non ho usato il rapporto di 1/1 che indicava la Tamiya perchè, secondo me, troppo tendente al rossiccio; ho preferito utilizzare queste proporzioni:
26 parti di marrone e 3 di rosso.
Infine ho applicato la tecnica del pennello asciutto sui rilievi delle pinne di coda e sui margini di quelle anteriori con un mix di Olive Drab e giallo Humbrol.
Gli AIM-120 e AIM-9 sono stati verniciati secondo le istruzioni, quindi ho dato il trasparente lucido Tamiya X-22 (con diluizione 70%) e applicato le decals inerenti gli stencil di manutenzione e le bande colorate che ne identificano il tipo di esplosivo installato.
Il pod ECM ed i TER sono stati colorati con il grigio F.S. 36375, le parti nere in Matt Black Humbrol e pennello asciutto con un grigio medio, lavaggi in grigio medio, usura con uno smalto grigio a pennello asciutto, opaco Gunze.
I serbatoi subalari sono stati ultimati con l’opaco Gunze e con sporcature e colature fatte a pennello asciutto con uno smalto Humbrol grigio medio.
Un paio di viste del modello dopo la stesura dell’opaco, il montaggio dei carrelli e dei portelli e la rimozione delle mascherature.
Per fissare i carichi alari ho preferito non usare la colla ma affidarmi al metodo, più che collaudato, dei perni in filo di rame ad incastro. Questi permettono un montaggio sicuro, pulito e senza nessun pericolo di sbordature della colla. Il filo usato in questo caso è stato da 0,4mm.
Una vista del modello con i carichi sub-alari e i carrelli finiti.
E siamo al complesso scarico Aires in resina che rappresenta il Pratt & Whitney F-100 montati sugli F-16 Block 25 e 32. Per prima cosa ho passato, sulla ventola, l’Alclad Sepia e il nerofumo fatto con Marrone Gunze H-310 e Semigloss Black X-18 Tamiya in proporzione 2 a 4, rispettivamente. Infine un tocco di Metallic Grey da pennarello Tamiya e l’opaco.
La parte interna dell’ugello è in Bianco Opaco Tamiya. L’esterno è in Alclad Dark Alluminium seguito da velature di Jet Exhaust; l’uso, provvidenziale, del Metallic Gray con la tecnica del dry brush ha messo ulteriormente in evidenza tutti i particolari.
Sul rivestimento ceramico bianco ho passato, con molta attenzione e a pressione bassa, il nerofumo come detto sopra e secondo le referenze. Le striature di gas incombusti che si vedono anche nelle immagini che ritraggono il motore vero le ho ricreate usando un tocco di Burnt Red dal Weathering Set D Tamiya e dei lavaggi mirati in marrone scuro (nero + marrone) fatti con smalti Humbrol. Ovviamente l’opaco Gunze ha dato la giusta finitura finale.
Sui petali esterni ho dato, in sequenza, il Dark Alluminium e il Pale Burnt Metal Alclad. Poi, con la solita miscela di nerofumo dato a pressione bassa (non più di 0,7 bar), ho amalgamato i due toni metallizzati stendendone una quantità maggiore alla base dei petali stessi per simulare un po’ di accumulo di sporcizia. La ghiera è stata messa in risalto, ancora una volta, con il pennarello Tamiya dato a pennello asciutto.
L’anello solidale alla fusoliera è stata verniciato con una base Alclad Dark Alluminium a cui ho aggiunto delle sfumature di Hot Metal Blue. All’interno del condotto, sul bianco opaco Tamiya precedentemente steso, ho dato l’Alclad Hot Metal Sepia solo nella parte più interna (quella vicina allo stadio finale del reattore) facendo sfumare il colore attraverso la “raggiera” del post bruciatore, fornita in fotoincisione dal set Aires. Ho anche aggiunto le solite strisciate col nerofumo e col Burnt Red dal Weathering Set set D Tamiya.
Ho incollato, con colla epossidica, il tubo di pitot e i sensori AOA in metallo.
E ho inserito il seggiolino nell’abitacolo.
Tra i particolari omessi dalla Tamiya ci sono i dispersori di elettricità statica, ma sono parti la cui mancanza si noterebbe subito e che, se ben realizzati, danno un tocco di realismo in più. Li ho auto costruiti con filo di di rame da 0,2mm e aghi da 0,5mm, importantissimo è ricordasi di fare, nelle primissime fasi di montaggio e soprattutto prima di verniciare, i relativi scassi forando gli alloggiamenti gi stampati sui bordi d’uscita di ali, timone di profondità e piani di coda.
Si fissano sul modello con una micro goccia di cianoacrilato e per tagliarli tutti alla stessa misura (5mm in tutto) ho realizzato una mascherina con nastro da mascheratura Tamiya.
Eccoli, infine, verniciati in nero opaco con l’estremità in metallic grey da pennarelo Tamiya.
Con il montaggio del tettuccio il modello è finalmente finito!
Le belle storie, così come le fiabe in cui si parla di miti e di eroi, solitamente iniziano con “c’era una volta”. Parlando dell’F-104 si nomina, appunto, un vero mito… un velivolo che nessuno di noi appassionati italiani dimenticherà mai.
Parlando di eroi, invece, narriamo le gesta degli uomini che lo hanno pilotato, consapevoli che una volta in sella avrebbero dovuto montare un selvaggio purosangue che tutto avrebbe voluto tranne che farsi domare.
Quindi, c’era una volta un aeroplano dalle prestazioni mozzafiato e dal carattere terribile. Sì, “c’era una volta” …. Perché, da ormai dodici anni, questa magnifica macchina non solca più i nostri cieli. Ora sta a noi modellisti rendergli l’onore che merita per tutto ciò che ha rappresentato per l’A.M.I. e per chi da ragazzo, col naso all’insù, seguiva la sagoma dello Spillone per quei pochi secondi che ci concedeva per poi sparire dal nostro campo visivo a tutta velocità.
Per i dati tecnici e il suo sviluppo vi rimando alle tonnellate di libri scritti in merito, perché parlare di numeri, e non di emozioni, è veramente riduttivo quando si cita il “centoquattro”.
I miei ricordi…
Lo Starfighter è il primo aereo che ho imparato a riconoscere dall’inconfondibile suono del motore; il primo ed unico che più di una volta fece tremare i vetri con un boom sonico sulla verticale di casa mia! Negli anni ottanta l’F-104 era un visitatore abituale dei luoghi in cui ancora oggi vivo, ed ho tantissimi ricordi della mia infanzia legati ad un suo passaggio sopra la mia città.
Dapprima l’ho visto passare sopra la mia testa con la classica mimetica in grigio/verde poi, più in là negli anni, nel più moderno schema a bassa visibilità “overall grey”. Per tanto tempo, fino ai suoi ultimi anni di servizio, appena avvertivo il rombo di un turbogetto militare mi affacciavo al mio balcone con la speranza che fosse lui e non un AMX, o un Tornado.
Tra gli ultimi episodi, che ho ben impressi nella mia mente, ce ne sono alcuni di quando ero ancora uno studente: frequentavo le superiori e durante le lezioni correvo alla finestra (tra gli improperi dei professori) per veder sfrecciare i ‘104 di Rimini in formazione stretta! la mia scuola era situata nella parte alta della città sopra una collina, e loro ci passavano sotto, in mezzo alla vallata con il mare sullo sfondo… che tempi!!
Il modello:
Il soggetto che ho scelto di rappresentare è un F-104 G, ma non ne volevo costruire uno qualsiasi… no, questo mai! Ne volevo uno che potesse rendere il giusto omaggio alla versione che per prima ha equipaggiato la nostra Aeronautica Militare.
Fonte: www.airliners.net
Sono stato indeciso fino all’ultimo se optare per l’M.M.6501, il primo esemplare giunto in Italia direttamente da Palmdale, California, e tuttora conservato presso il Museo Storico dell’Aeronautica di Vigna di Valle. Alla fine, sfogliando un numero della rivista Aerei del giugno 1995 (giusto a venti anni dalla sua pubblicazione), mentre cercavo materiale per il modello sono venuto a conoscenza che l’ultimo F-104 G ad essere operativo fu il 4-49 (M.M.6589) che effettuò l’ultimo volo il 5 giugno del 1994 con ai comandi il Ten. Col. Fabio Landi nel corso di una cerimonia tenutasi a Grosseto. Insomma, ho voluto rendere merito all’ultimo della sua “specie”!
La scelta del kit, nella scala del quarto di pollice, è quasi obbligata; la scatola è quella della giapponese Hasegawa. La casa del sol levante produce e commercializza da anni questo bellissimo stampo che ha una scomposizione non proprio lineare, ma delle forme perfettamente catturate.Il dettaglio di superficie è, come al solito ben definito ed inciso, il cockpit già sufficientemente particolareggiato e i dettagli generali ricchi e all’altezza dello standard attuale.
Montaggio:
Per il cockpit non mi sono accontentato ed ho scelto il set della Cutting Edge. In ogni caso ho preferito utilizzare il pannello strumenti originale, integrato con delle fotoincisioni Eduard, poiché quello in resina era danneggiato.
La costruzione è partita proprio da questa zona: l’abitacolo della scomparsa ditta americana si inserisce un pò a fatica nella fusoliera e occorre qualche colpo di lima per assottigliare la plastica e adattarlo a dovere. Il “pilot’s office” è stato verniciato con il grigio F.S.36118, poi schiarito e lumeggiato con del dry-brush in grigio chiaro. Ho cercato di simulare le aree più consumate dallo sfregamento del calpestio aggiungendo dei tocchi di vernice Zinc Chromate Yellow (Tamiya XF-4) in particolare nei pressi della pedaliera.
Questi dettagli, purtroppo, scompariranno una volta chiuse le due semi fusoliere… ma un occhio attento li andrà sicuramente a scrutare! Per questo ho calcato abbastanza la mano, in modo da poterli vedere nel poco spazio che rimane.
Il montaggio scorre più o meno bene anche se la scomposizione dello stampo, come detto, è un pò “caotica”. Il radome, per esempio, è diviso in due pezzi; i serbatoi alle estremità alari sono un vero puzzle ed ho scelto anche di ricostruire le relative alette con del Plasticard da 0,5 mm per rendere il loro spessore più verosimile rispetto alla scala.
Il modello è stato interamente assemblato e stuccato con colla ciano acrilica che, una volta carteggiata, assume lo stesso aspetto e consistenza della plastica. Dopo il montaggio della fusoliera, filata via liscia e senza particolari intoppi, sono passato alle ali con slat e flap separati. La già citata scomposizione non proprio lineare mi ha costretto ad intervenire su molte giunzioni con conseguente perdita del dettaglio (ripristinato a seguito di un’attenta re-incisione delle pannellature e ricostruzione dei tanti rivetti che costellano il kit).
Ho dettagliato le gambe di forza del carrello principale con dei fili di rame e aggiunto altri particolari all’interno dei pozzetti (un ringraziamento va a Jacopo, nostro compagno di squadra molto bravo e sempre attento, che mi ha spedito un carrello nuovo di zecca che non avrebbe usato, dato che il mio era andato perso in un “incidente di volo”).
Verniciatura:
Il ‘104 è uno di quei soggetti che ti attirano verso il banco di lavoro: più si va avanti nella costruzione e più non riesci a staccarti!
Prima di applicare il classico schema Standard NATO, ho steso un grigio 36440 semilucido per controllare la bontà delle stuccature e avere una base idonea per l’alluminata delle superfici inferiori (Per cui ho scelto il Tamiya X-11 Chrome Silver).
Sulle superfici superiori ho eseguito un pesante e pre-shading con del nero opaco; successivamente ho steso il primo tono della mimetica, il Grigio Mare Scuro Opaco, per il quale ho usato il Dark Sea Grey della Gunze (codice H-331).
A questo punto ho mascherato il modello con il Patafix e nastro in carta gommata per spruzzare il secondo colore, il Verde Scuro Opaco (Dark Green H-330 Gunze). Il radome, invece, è in bianco opaco mentre il pannello anti riflesso è in un verde molto scuro (ho preferito il Black Green Gunze H-65).
Terminata la prima fase della verniciatura, ho “caramellato” il mio Spillone con il lucido Gunze (H-30) diluito al 70% con il thinner della stessa ditta e steso con diverse mani veloci e mai troppo “bagnate”. Attesa l’asciugatura di almeno ventiquattro ore, ho effettuato i lavaggi con colori ad olio: nero e Bruno Van Dyck in percentuali, rispettivamente, del 70 e 30 allungati con acqua ragia. Per la prima volta ho usato un composto piuttosto denso e mi sono trovato benissimo sia nello stendere gli oli con un pennello sottile, sia nel toglierli con uno straccio morbido di cotone.
Dopo il Washing, i lavori sono andati avanti con gli “effetti speciali”! il post shading, la fase che più mi diverte, mi ha permesso di giocare con luci ed ombre creando un invecchiamento volutamente marcato anche in previsione dell’opaco finale (che, notoriamente, bilancia molto il tutto). Per “sbiadire” le tinte di base ho utilizzato dapprima il grigio di fondo puro (che risulta già più chiaro a causa dal filtro lasciato dai colori ad olio), poi la stessa vernice tagliata con qualche goccia di bianco e passata in modo molto selettivo su alcuni pannelli. Così facendo sono riuscito ad ottenere tantissime variazioni per lo stesso tono.
A questo punto ho passato un’ulteriore mano di Clear propedeutica alla posa delle decal: quest’ultime sono della Sky Model e sono state posate e ammorbidite con il Gunze Mr. Mark Softer. A seguire, un altro strato di trasparente ha livellato gli spessori e le ha protette per i lavaggi ad olio che hanno messo ben in evidenza le pannellature sottostanti per un bell’effetto “painted on”!
Ora il modello è pronto per l’assemblaggio degli ultimi pezzi… carrelli, carichi esterni… antenne e luci di posizione. I dettagli interni del canopy sono fotoincisioni della Eduard. Infine, una generosa quantità di Flat Clear Gunze (H-30) ha donato al mio modello la giusta finitura… opaca e gessosa, come ben si addice ad un aeroplano da guerra!
Conclusioni:
Lo Starfighter è un aereo al quale sono molto legato; ha solcato i cieli della mia città per decenni e mi sembrava un gesto dovuto rendergli omaggio attraverso il mio hobby. La nostalgia spesso si fa sentire… qualche volta spero ancora di scorgere la sua sottile sagoma che, in lontananza, si confonde con la linea dell’orizzonte sopra il mare Adriatico. Il ‘104 non c’è più, ma il mito non muore perché vive e vivrà per sempre nei ricordi di noi appassionati!
Buon modellismo a tutti!
Mauro “CoB” Balboni.
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Sono passati decenni di evoluzione aeronautica dall’elica dello Spitfire alla turboventola del BAe Hawk. Eppure questi due velivoli, di epoche così diverse, si sono ritrovati a volare insieme nel 2008 per celebrare il 70° anniversario del primo Spitfire in forza al 19° Squadron (basato a Duxford). Era l’Agosto del 1938 quando il reparto ricevette i primi nove Spitfire Mk.I rendendolo, di fatto, il primo Squadron della RAF a ricevere il famoso caccia di Sir Reginald Mitchell.
Nello stesso anno, inoltre, la Royal Air Force festeggiava il 90° anniversario della sua costituzione; per sottolineare questa importante doppia ricorrenza il comandante del 19° Squadron riuscì ad ottenere permessi speciali e sponsorizzazioni, anche dalle industrie aeronautiche inglesi, per realizzare la mimetica tipica degli Spitfire durante la Battle of Britain su uno degli Hawk T.1 da addestramento. Nel progetto fu coinvolta anche la fondazione Battle of Britain Memorial Flight che, grazie ai suoi archivi storici, fornì informazioni fondamentali per realizzare la livrea commemorativa. Dopo aver considerato le varie opzioni proposte, il comandante del Reparto decise per la riverniciatura di un Hawk con lo stesso camouflage utilizzato dal primo Spitfire, con l’aggiunta del numero “19” giallo sulla deriva. Fu anche approvata l’installazione del pod cannone ADEN a sottolineare il fatto che il 19° fu la prima unità a ricevere lo Spifire MK.I b, quindi con ala di tipo “B” equipaggiata con Cannoncino Hispano 20mm. Il processo di verniciatura ebbe inizio l’11 aprile e terminò il primo maggio del 2008. E’ stata la prima volta in assoluto, dopo la Seconda Guerra Mondiale, che un velivolo RAF ha portato nuovamente la distintiva livrea marrone/verde.
Kit di montaggio:
La scatola utilizzata è Italeri N°2669 nella scala del quarto di pollice; era già in mio possesso da tempo e con l’occasione del Group Build FF.AA. Britanniche ho deciso di utilizzarla. Il kit è composto da tre stampate in stirene grigio, più una di trasparenti, una lastrina fotoincisa per il cockpit e un foglio decals che permette di realizzare quattro esemplari inglesi (di cui uno Fleet Air Arm) e uno della Swiss Air Force.
La qualità del kit non è entusiasmante ma sono da apprezzare le forme del velivolo correttamente riprodotte e i vani carrelli discretamente particolareggiati. Di contro il livello di dettaglio del cockpit è inesistente e il canopy è più stretto rispetto alla fusoliera facendo sorgere qualche problema nel caso si decida di realizzarlo chiuso.
Aftermarkets:
CMK 4235: Cockpit. L’utilizzo del set di miglioria è più che consigliato! La vasca è realizzata correttamente al 90%, sono forniti i due seggiolini eiettabili, le cloche, le paratie laterali e una lastrina di fotoincisioni per i pannelli strumenti. Nonostante la fornitura “generosa”, oggettivamente è molto migliore il set della ditta russa Neomega (che mi sento di consigliare).
CMK 4234: Set Flaps. La scatola Italeri fornisce i flaps già divisi per posizionarli a piacimento, ma il set in resina è più completo e include anche gli attuatori.
CMK 48103: Exhaust nozzle. In realtà il cono di scarico è totalmente annegato in fusoliera, quindi l’unica parte visibile è giusto una piccola porzione. Ammetto di averlo più per sfizio che per un’esigenza oggettiva.
Master 48038: Pitot tube. Ormai i pitot torniti della ditta polacca sono un must-have. Davvero troppo belli!
Xtradecal X48HAWK: decals 19 Sqn. 70th anniversary. Le decals sono poche ma grandi: all’interno del foglio troviamo le roundels e gli stencil completi. Presente un foglio a colori che illustra l’andamento della mimetica.
Cockpit:
Partendo dal presupposto che il set in resina è indispensabile, anche questo non è esente da imperfezioni. La paratia in fondo alla vasca, nella realtà, ha uno “scalino” (vicino alla sacca porta documenti) che invece la ditta ceca non ha riprodotto. Non sono fornite le “basi” dei cruscotti, ma solo gli strumenti in fotoincisione; di conseguenza andranno adattati necessariamente su quelli originali in plastica… in altre parole, c’è da lavorare parecchio.
Come detto i trasparenti sono più stretti rispetto alla fusoliera. Per fortuna, volendo lasciare il canopy aperto, il problema si riduce al solo windshield che dovrà essere incollato nella sua sede forzandone un pò le dimensioni (magari aiutandosi con uno spessore creato ad hoc ed inserito al suo interno per allargarlo quel tanto che basta).
Ho modificato entrambe le palpebre: su quella posteriore ho eliminato la bombatura a forma quadrata per una più corretta di forma circolare. Ho usato dello stucco bicomponente e cianoacrilica. Su quella anteriore, invece, ho dovuto effettuare un taglio netto lungo l’asse longitudinale ed aggiungere un piccolissimo listello di Plasticard; questo per via del pannello strumenti foto-inciso che risulta più largo di quello originale.
I sedili sono stata la parte più divertente dell’abitacolo; hanno un buon dettaglio ma ho voluto comunque apportare delle modifiche. Ho notato, grazie alle foto, che le cinture superiori non vengono lasciate cadere lungo lo schienale ma, spesso, sono agganciate su appositi supporti ai lati del poggiatesta. Quindi ho limato via quelle stampate in resina sostituendole con quelle fotoincise fornite dal kit (grazie al materiale di cui sono fatte ho potuto riprodurre la corretta piega verso il poggiatesta delle cinghie). Ho, inoltre, aggiunto sopra il poggiatesta stesso l’involucro che contiene il paracadute usando, ancora una volta, dello stucco bicomponente (sui seggiolini in resina questo dettaglio era del tutto mancante).
Per quanto riguarda le vernici, il grigio della vasca e del telaio degli “ejection seat” è codificato come “Dark Sea Gray” FS 26173. Secondo la codifica britannica (BS381C) è il 638. In realtà mi sono accorto che tra i barattoli di vernice avevo il 637 che corrisponde invece ad un “Medium Sea Gray”, che la Gunze produce acrilico come H-335. Ho peccato di pigrizia, supportato anche dal fatto che la variazione cromatica è minima, e l’ho utilizzato ugualmente. Ho usato la stessa vernice schiarita per evidenziare i punti luce, e dei lavaggi ad olio con un grigio medio, per dare tridimensionalità alle zone in ombra. Gli altri colori utilizzati sul sedile sono dei toni di verdi e ocra che ho mescolato ad occhio in base alle foto. Ciliegina sulla torta, dei piccoli stencil rossi posti ai lati del poggiatesta.
Assemblaggio:
Il cockpit si adatta abbastanza bene nella sua sede, basta tralasciare le due palpebre e i relativi cruscotti per incollarli alla fine del montaggio. Ho aggiunto anche un piccolo spessore dietro il posto del pilota, come mostrano le foto del cockpit reale. Senza di esso la palpebra posteriore lasciava uno spazio eccessivo. Ho utilizzato un semplicissimo pezzo di Plasticard proveniente da una vecchia scheda telefonica.
Unire le due fusoliere è abbastanza agevole. A seguire bisogna aggiungere la gobba subito dietro il cockpit e utilizzare un filo di stucco lungo la giuntura. Devo ammettere che i problemi di “fitting” sono minimi. E’ importante ricordarsi di incollare le bocche delle prese d’aria al resto della fusoliera prima di chiuderla, in questo modo sarà più agevole incollarle dall’interno, stuccarle e lisciarle.
Purtroppo l’Italeri si è dimenticata totalmente di fornire i condotti che portano al primo stadio del compressore. Trovandolo esteticamente orrendo, ho deciso di riprodurre dei tappi Anti-FOD su misura. Pensando quale materiale usare, improvvisamente mi è tornato alla mente un ricordo di infanzia quando usavo la plastilina e facevo le forme con i vari stampi. “Perché non usare lo stucco bicomponente che è facilmente modellabile?” – mi sono detto.
Steso un sottile strato, ho usato proprio la bocca della presa d’aria per creare la forma perfetta. Una volta indurito, ho limato giusto un pelo i bordi per renderli lisci e ho ricostruito la maniglia con del lamierino di rame. Infine, ho dipinto i pezzi di rosso e nero.
Prima di chiudere il tutto ho inserito il vano carrello principale ed anteriore, sufficientemente dettagliati, semplici come nel velivolo reale. Verniciati con il bianco opaco e sporcati con un grigio medio ad olio. Passiamo, adesso, alle superfici inferiori che mostrano una situazione critica, con molti dislivelli e fessure. Sicuramente la parte più ostica è la giunzione tra piano alare, fusoliera e presa d’aria.
Prima di tutto è necessario usare del Plasticard per ridurre i gap più grandi in modo da avere una base sulla quale lo stucco possa indurirsi senza il pericolo che si ritiri eccessivamente. Ho usato sia il bicomponente, sia il cianoacrilato, e tanta pazienza per pareggiare i dislivelli che proprio sotto le prese d’aria sono a dir poco imbarazzanti!
Alla fine, dopo un attenta sabbiatura, è necessario reincidere i pannelli completamente persi e inserire qualche rivetto qua e là. La prova colore mi ha dato conferma di un lavoro ben fatto. Altro punto veramente noioso è l’aerofreno in coda. L’Italeri ha totalmente errato le dimensioni della superficie mobile realizzandola sottodimensionata rispetto al suo vano. Ho dovuto necessariamente aggiungere del Plasticard viste le fessure; le altre più sottili invece sono state riempite con lo stucco bicomponente. Ovviamente qualche rivetto l’ho dovuto recuperare.
Archiviati questi due punti critici il montaggio prosegue aggiungendo il cannone ADEN, gli unici due piloni sub alari e gli attuatori degli ipersostentatori. Il pod ha bisogno di un minimo adattamento e l’uso di un filo di stucco liquido (Mr.Surfacer 500). Gli attuatori, invece, mi hanno portato via un bel po’ di tempo:
Quelli forniti con il kit sono corti ed errati nelle forme, ma hanno degli inviti per inserirli correttamente sotto l’ala. La controparte in resina, invece, non ha i perni di riscontro e costringe a crearli da zero per permettere un incollaggio forte e, soprattutto, un allineamento accettabile.
I flap sono più lunghi del dovuto; un taglio preciso, dopo aver preso le misure, e tutto va al suo posto. Ovviamente ho preferito incollare il tutto a verniciatura ultimata, vista la fragilità dei pezzi. A questo punto il montaggio del velivolo è quasi terminato, basta aggiungere le varie piccole antenne previste, le luci di posizione e di navigazione e gli air scoop. Per completare il cockpit mancano le palpebre e relativi pannelli strumenti. Quella posteriore è stata già rifinita ad hoc; quella anteriore, essendo stata modificata totalmente, necessita di stucco bicomponente e un’attenta carteggiatura per dare l’impressione che la palpebra sia solidale con la vasca del cockpit.
Ho aggiunto anche un cavo, sopra la palpebra stessa, che riproduce il collegamento fisico con uno schermo LCD rimovibile che viene aggiunto dal pilota come ausilio alla navigazione. Ricordo per chi non lo sapesse, che la versione biposto T.1 da addestramento possiede una strumentazione totalmente analogica. Un spruzzata di nero Nato Black Tamiya XF-69, un leggero dry brush con grigio chiaro dove serve, e si può procedere a fissare il parabrezza che necessita, come detto, di molta attenzione. Dopo aver trattato, al solito, il trasparente con la cera Future e lasciato asciugare per bene, ho iniziato un’attenta fase di adattamento del pezzo. I buoni modellisti sanno che più precise sono le prove a secco e meno stucco si userà dopo. Come già visto sul forum, ho utilizzato uno stuzzicadenti per allargare il windishield quel tanto che basta per farlo collimare con i bordi della fusoliera. Per l’incollaggo ho utilizzato la colla cianoacrilica che funge anche da stucco re-incidibile.
Successivamente mi sono dedicato all’assemblaggio del carrello. E’ ben fatto ed ho trovato molto gradevoli le ruote già con l’effetto peso; per aumentare il dettaglio ho aggiunto dei cavi e delle piccole decal.
Qui posto una foto dei carrelli già ultimati, verniciati e trattati con i colori ad olio.
Adesso mano al nastro Kabuki e cutter, si vernicia!
Verniciatura:
Chiunque trova la fase di verniciatura la più divertente di tutte… o sbaglio, forse?
Sia perché il modello comincia a prendere vita, sia perché caricare l’aerografo e spruzzare i colori è davvero una soddisfazione! Per mascherare le superfici inferiori ho utilizzato il nastro Tamiya; oltre a questo ho inserito delle spugnette all’interno dei vani carrello per proteggere il bianco sottostante. La pancia del mio Hawk è in White Allumiunum Alclad, vernice che richiede un pizzico di attenzione in più rispetto ai colori acrilici perché non perdona nessun errore di montaggio o stuccatura. Quindi, prima di stendere il nero lucido a smalto che funge da base liscia e omogenea, è meglio fare un controllo generale sul modello.
Come anticipato, sotto al colore metallizzato ho utilizzato il nero 22 Humbrol – pigmento molto coprente e autolivellante. Ho utilizzato una diluizione di 60% thinner e 40% vernice che, a mio avviso, è l’ideale. Lasciato asciugare all’incirca sei ore, ho caricato l’aerografo con il White Aluminium ed ho ricoperto il primer nero. Mi lasciano sempre soddisfatto gli Alclad, hanno dei bellissimi rilfessi! Ho, infine, differenziato la volata del cannone con il Pale Burnt Metal.
Ho atteso una notte prima di rimuovere le mascherature che, una volta eliminate, hanno messo in evidenza alcuni punti dov’era necessario qualche ritocco. Quello più ostico da riprendere è stato quello sotto le prese d’aria che ha una linea tondeggiante particolare. Ho provato, svariate volte, a staccare e riattaccare i pezzettini di nastro tagliati per trovare la giusta sagoma ma alla fine ho dovuto faticare un pochino.
Passiamo, ora, alle superfici superiori:
Il tono più chiaro è il Dark Earth Tamiya XF-52, mentre il verde delle macchie è il Dark Green Tamiya XF-61. Come metodo consolidato per riprodurre le sfumature tra i due colori della mimetica ho utilizzato il solito Patafix, che si è comportato egregiamente non lasciando aloni. Su un aereo abbastanza piccolo come questo il suo utilizzo non è eccessivo e ci vuole circa un’oretta a formare i “salsicciotti” e stenderli correttamente sulle superfici.
Circa tre passate di trasparente lucido Tamiya X-22, diluite al 70% e qualche goccia di “Paint Retarder”, e si può procedere con la fase successiva. Prima di andare avanti, però, mi sono dedicato alla verniciatura del canopy. All’interno ho spruzzato il Nato Black Tamiya; esternamente, invece, oltre alle due tinte della mimetica ho riprodotto anche il montante centrale che sul BAe Hawk ha la particolarità di essere in bianco.
Dopo la verniciatura e il trasparente lucido ho aggiunto le caratteristiche frecce gialle “Rescue” che indicano la maniglia di apertura del canopy.
Weathering:
Non c’è molto da scrivere su questo punto perché la maggior parte degli effetti utilizzati per invecchiare un modello dipendono dallo stato di servizio del velivolo a cui si riferisce, dalle condizioni in cui opera e dall’efficienza delle manutenzioni. Questo Hawk è stato uno Special Color verniciato “ex novo”, quindi ha poco senso parlare di un vero e proprio “invecchiamento”. Ho deciso di utilizzare solo i classici lavaggi ad olio per dare profondità alle linee di pannello e ai rivetti.
Non volevo appesantire troppo il dettaglio si superficie, quindi ho optato per il Bruno Van Dick molto diluito sfruttando la capillarità per evidenziare le incisioni. Al contrario, nella parte posteriore della fusoliera ho calcato di più la mano per mettere in risalto la rivettatura a testa tonda. A me l’effetto piace. Sulle superfici inferiori ho effettuato il washing con un grigio medio non troppo scuro. Non ho ricreato nessuna scia di sporco, colatura di liquidi o polveri varie per essere coerente con l’intento di riprodurre un modello pulito da esibizione ( trovando conferma anche dalle foto trovare sul web). Altro strato di vernice lucida Tamiya X-22 e si passa alla delicata posa delle decal.
Decalcomanie:
In realtà sono davvero poche e si contano sulla punta delle dita. Sembrano ben fatte, in registro e dai colori vividi, però una volta stese sul modello sono piuttosto rigide e bisogna trattarle più volte con i liquidi ammorbidenti. Inoltre, mi è sembrato che le coccarde siano più piccole del dovuto. L’ho notato non tanto applicandole sulle ali ma sulla fusoliera. Alla prima occhiata non ci si fa caso ma, facendo un attento raffronto con le foto del velivolo reale, mi sono accorto che non corrispondevano al vero.
Come riferimento ho preso alcuni pozzetti rettangolari e, nonostante spostassi la decal da una parte o dall’altra, non riuscivo a coprire i pannelli come in foto. C’è sempre l’ipotesi che i pannelli in scala siano sbagliati, ma a mio avviso le dimensioni delle insegne non sono corrette. Anche gli stencil posti a ridosso della radice alare e delle prese d’aria, che delimitano l’area “no step” di un pannello, sono più piccoli. Nelle foto reali la linea gialla delimita il perimetro esterno del pannello, invece le decals rappresentano una forma all’interno dello stesso.
Conclusioni:
Prima di passare la vernice opaca per sigillare tutto il lavoro, mi sono dedicato ai “Remove Before Flight” posti sui carrelli. Sono stati realizzati tagliando su misura delle piccole strisce di nastro Kabuki di lunghezza presa, devo ammettere, puramente ad occhio fidandomi delle foto. Ho forato una delle estremità e li ho fissati alle gambe del carrello utilizzando un sottilissimo filo di rame proveniente da cavi elettrici. Di solito non mi piacciono tutti quegli elementi come tappi anti-FOD, bandierine RBF, e coperte per gli scarichi…ma in questo caso ho trovato carina l’idea di inserire questi dettagli per completare e giustificare la presenza dei tappi a chiusura delle prese d’aria.
Fissati i carrelli e il tubo di pitot della Master, ho passato altre tre mani di opaco. Ho utilizzato il trasparente acrilico della Gunze H-20, diluito sempre al 70% e qualche goccia di paint retarder, ed ho aspettato tra una mano e l’altra almeno un’ora. A questo punto il modello è pronto per la vetrina, basta solo fissare il canopy, inserire i sedili all’interno del cockpit, dare un tocco di trasparente lucido sulle luci beacon e di navigazione e montare il complesso dei flap al loro posto.
Il BAe Hawk mostra il suo aspetto migliore grazie a questo “vestito d’epoca” con cui si apprezzano ancora di più le forme contenute ma sinuose del piccolo addestratore inglese. Tirando le somme sono abbastanza soddisfatto del mio lavoro; avrei potuto porre più attenzione durante qualche fase, ma lo considero comunque un successo aver portato a compimento questo progetto.
In questo video spiegheremo il procedimento per stampare la resina sotto pressione utilizzando la Pressure Pot. Quella usata nel video è una Pressure Pot della Grizzly opportunamente modificata per il “resin casting” con l’aggiunta di un connettore ad innesto rapido per immettere aria dal compressore. Oltre a questo, è stato montato un rubinetto per l’espulsione dell’aria e un manometro.
Adottate tutte le norme di sicurezza quando usate la Pressure Pot! Stringete con cura i chiavistelli di chiusura del tappo e controllate che i vari componenti siano in piena efficienza. Le pressioni in gioco potrebbero far saltare il coperchio causando notevoli danni.
In questo video tutorial scopriremo come realizzare stampi in gomma siliconica con la tecnica del sottovuoto. Il “vacuum casting” è ideale per ottenere stampi privi di bolle e perfettamente realizzati.
Ioannis Lekkas è un fotografo aeronautico accreditato presso il Ministero della Difesa ellenico. Lavora a stretto contatto con la Hellenic Air Force e vanta, al suo attivo, diverse ore di volo sui velivoli della forza aerea greca.
Quello che sto per recensire è il suo ultimo libro nato in collaborazione con Ilias Gnokis: F-16 Viper Under the Skin. Il volume è composto da più di 100 pagine, ovviamente a colori, e sfogliandolo si scopre una miriade di informazioni raccolte in più di 420 fotografie con relative didascalie.
L’F-16 è un aeroplano diffusissimo in tutto il mondo ed è, fortunatamente, ben documentato grazie a molte eccellenti pubblicazioni. Contrariamente a quello che si può pensare, però, le versioni più avanzate e particolari del Viper sono tutt’ora un argomento poco affrontato; basti pensare che nella monografia di Jake Melampy – The Modern Viper Guide – considerata da tutti gli appassionati un punto di riferimento affermato, i Block costruttivi sopra il 50/52 non vengono affatto menzionati.
Viper Under the Skin va a colmare questo gap concentrandosi, come è facile aspettarsi, sulle varianti in uso nella HAF al giorno d’oggi: i Block 30, 40 e 52 compresi i Block 52M, ulteriore upgrade dei Block 52+ utilizzati, esclusivamente, in Grecia.
L’impaginazione è accattivante e razionale. Le immagini coprono tutte le zone dell’aereo ed, in particolare, il cockpit a cui sono dedicate ben 11 facciate. Bellissimi i dettagli dei vani avionici e del radar.
Il sistema idraulico è rappresentato in molte foto che mostrano, tra l’altro, tantissimi vani completamente aperti in fase in manutenzione.
Le differenze tra le varie versioni sono perfettamente elencate con fotografie dei dettagli che le contraddistinguono. In questo ambito, interessanti quelle dedicate ai diversi motori, Pratt & Whitney e General Electric, e ai CFT (Conformal Fuel Tank) che, tra l’altro, sono i medesimi installati anche sui Sufa israeliani o sui Viper polacchi, turchi o emiratini.
Gli armamenti sono curati nei minimi particolari: AIM-120C, AIM-9M, AIM-2000 IRIS-T, GBU-24/10, AGM-88 oppure le nuove bombe a infrarosso AGM-154C JSOW.
In definitiva questo libro è un “must” per tutti i modellisti! La qualità dei contenuti è eccellente e, a mio avviso, ne giustifica anche il prezzo. Invito tutti coloro che fossero interessati ad affrettarsi! Nei primi tre mesi di vendita “Viper Under the Skin” ha già esaurito quasi tutte le copie stampate.
Da qualche giorno, tra l’altro, Ioannis Lekkas ci ha dato una piacevole news: sulla scia del volume recensito in questo articolo sta per uscirne un altro dedicato ai Phantom ellenici! Lascio qualche piccola anticipazione. Per il pre-order potete scrivere direttamente all’autore usando questo indirizzo: ilias_gkonis@yahoo.co.uk