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La Fenice del Reparto Sperimentale Volo – Harvard H4M dal kit Ocidental in scala 1/48.

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Ci sono dei velivoli con cui ogni modellista ha un rapporto “speciale”; vuoi perché questi rievocano ricordi, vuoi perché le loro forme attirano particolarmente l’attenzione… oppure perché si è avuta la possibilità di toccarli con mano e apprezzare da vicino tutta la loro bellezza.

È proprio quest’ultimo motivo che spiega la mia volontà di riprodurre in scala l’Harvard H4M del Reparto Sperimentale Volo, un bellissimo esemplare che faceva parte di un ambizioso progetto purtroppo naufragato.

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Un po’ di storia:

Ad aprile 2010 ho avuto la fortuna, grazie ad un amico anche lui appassionato e modellista, di visitare la base di Pratica di Mare a pochi kilometri da Roma. Sull’aeroporto Mario De Bernardi ha sede il Reparto Sperimentale Volo, da sempre deputato allo studio, ricerca e sperimentazioni sul materiale di volo prima della Regia Aeronautica e poi della nuova Aeronautica Militare Italiana.

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Agli inizi degli anni ’90, i vertici dello Stato Maggiore manifestarono l’intenzione di creare uno speciale gruppo di Warbirds (tra cui velivoli oramai radiati ma d’interesse per la nostra Aeronautica), riportarli in condizioni di volo per mantenere vivo un contributo storico, ed esibirli in air show e manifestazioni. Del recupero, mantenimento in efficienza e gestione degli aeromobili fu incaricato proprio il Reparto Sperimentale Volo che, da subito, iniziò il recupero dell’Harvard oggetto di quest’articolo.

I tecnici del reparto si recarono in visita presso l’aeroporto di Alghero, Sardegna, dove anni a dietro aveva sede la Scuola Velivoli Leggeri ampliamente equipaggiata con varie versioni del famoso addestratore a elica americano.  Tra le tante cellule ancora presenti e accantonate ai margini del sedime aeroportuale, gli specialisti ne individuarono una ancora in buone condizioni e idonea al recupero: si trattava di un Harvard Mk.IV di costruzione canadese, versione meglio conosciuta in Italia con il nome di Harvard H4M (di cui l’AMI ricevette novantaquattro esemplari in totale).

Dopo una prima analisi si decise di non trasferire l’intero velivolo, ma di selezionarne solamente la fusoliera e altri pezzi; le ali, ad esempio, furono lasciate in loco perché giudicate in uno stato di usura incompatibile con la rivalorizzazione.

A seguito di altre ricerche le superfici alari furono recuperate presso l’aeroporto di Guidonia, pur essendo queste appartenenti a un T-6 G. Anche il motore Pratt & Whitney R-1340 fu oggetto di un’attenta ricerca che, dopo mesi, diede i suoi frutti: il propulsore, infatti, fu trovato presso la ditta SACA Costruzioni Aeronautiche di Brindisi e giudicato adatto al restauro poiché presentava ancora un buon numero di ore di funzionamento residue (almeno 600).

Con tutti gli elementi del velivolo finalmente a disposizione, i tecnici del R.S.V. poterono iniziare i lavori di riqualifica che si protrassero per circa un anno. L’Harvard, subito battezzato con il soprannome di “The Phoenix” (La Fenice, a simboleggiare la rinascita del velivolo dalle proprie “ceneri”), divenne sin da subito il “gioiello” del reparto cui tutti gli specialisti, a turno e dopo aver espletato le loro mansioni, dedicavano parecchio del loro tempo, anche al di fuori del proprio orario di lavoro. Nell’estate del 1993 il “Phoenix” poté compiere la sua prima uscita ufficiale in occasione di un Open Day presso la base di Pratica di Mare, pur non essendo del tutto completo. All’epoca l’aereo presentava ancora le sue matricole originali (M.M. 53828) ma già nel 1994, in previsione del primo volo ufficiale, gli fu assegnata l’immatricolazione speciale per velivoli Experimental (Sperimentali) “X-604”. Curioso notare come la registrazione del nostro Harvard fu immediatamente successiva a quella dei prototipi del nuovo Eurofighter Typhoon (Il DA-3 e il DA-7, rispettivamente X-602 e X-603) all’epoca appena usciti dalle linee di montaggio dell’Alenia Aeronautica di Torino – Caselle.

Con le marche “X-604” ben visibili sulla deriva, l’Harvard iniziò le prime messe in moto con conseguenti rullaggi veloci sulla pista di Pratica di Mare. Tutto era pronto per fargli staccare nuovamente le ruote da terra quando ci fu un cambio al vertice dello Stato Maggiore Aeronautica il quale, costretto anche da un’atavica mancanza di risorse finanziare che da molti anni affligge la nostra forza aerea, ritenne di dover cancellare i fondi necessari per il mantenimento dell’Harvard e del nascente gruppo di Warbirds. Purtroppo le speranze di vedere il Phoenix ancora in volo svanirono, ma gli specialisti continuarono a mantenerlo in piena efficienza ancora per qualche anno. Fino a che, nel 2001, una violenta tromba d’aria si abbatté su una tensostruttura dove erano ricoverati svariati velivoli del Reparto Sperimentale, tra cui anche il nostro Harvard. Il forte vento abbatté lo shelter provocando molti danni ma, per un puro caso, l’H4M rimase miracolosamente illeso. La calamità segnò, però, l’inizio della fine per questo rinato addestratore: la mancanza di spazio per il ricovero degli aerei costrinse il personale a stazionarlo sempre più spesso all’esterno, sotto all’implacabile azione degli agenti atmosferici. Dopo mesi si decise di spostare il Phoenix nella posizione che attualmente ricopre, ovvero davanti alla palazzina comando della Sperimentale in una piazzola ricavata da un cortiletto antistante alla costruzione.Nonostante tutto, gli specialisti continuarono a prendersene cura provvedendo, con regolarità, alla sua messa in moto e controllo dei liquidi idraulici e lubrificanti; quando terminò il carburante nei serbatoi, il Phoenix cessò definitivamente la sua nuova attività divenendo un Gate Guardian.

Solo un bellissimo e raro Gate Guardian purtroppo…

Il modello:

Per la riproduzione nella scala del quarto di pollice di un Harvard H4M, le possibilità disponibili sul mercato non sono molte; l’unico kit dedicato a questa versione del Texan, con tutte le relative particolarità, è l’oramai introvabile Ocidental. La scatola, contraddistinta dal numero di catalogo 0211 contiene due stampate di stirene di un curioso colore giallo canarino, più un’ulteriore per le parti vetrate (totale circa sessantotto pezzi).

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A una prima occhiata, la somiglianza dello stampo con quello molto più vecchio della Monogram è molto visibile; in pratica, il modello della ditta portoghese non è altro che una riedizione aggiornata, riveduta del prodotto americano. Possiamo comunque definirlo un “new tool” perché presenta un dettaglio superficiale completamente in negativo (al contrario del Monogram), nuovi interni sufficientemente dettagliati e una finitura generale accettabile. Anche le forme e le dimensioni sono ben rispettate, escludendo, però, la naca che presenta un’apertura frontale con una circonferenza forse un po’ troppo ridotta (ma il difetto è tralasciabile).

Gli aftermarket disponibili non sono molti ma, a mio avviso, fondamentali per migliorare tutte quelle zone del kit poco curate e purtroppo poveri di particolari. Qui di seguito i set utilizzati durante la realizzazione del mio Harvard:

  • Eduard 48248: fotoincisioni per abitacolo, pozzetti carrello e altri dettagli esterni. Seppur creati per la versione G del Texan, molti dei pezzi forniti sono adattabili anche per un H4M.
  • Eduard 48252: fotoincisioni per flaps.
  • Hi Tech 48017: set in resina che fornisce varie parti (per lo più dedicate alla variante G) tra cui seggiolini, pneumatici (da scartare perché incorretti) e le superfici mobili dei piani di coda (quest’ultime di grande utilità). L’aftermarket della ditta francese è, purtroppo, anch’esso di difficile reperibilità.
  • True Details 48069: Pneumatici e cerchioni in resina con “effetto peso” già stampato, validi per i T-6 utilizzati dall’AMI.

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Dopo aver presentato i vari accessori, non mi resta che dare il via al montaggio; Questo ha avuto inizio, come al solito dall’abitacolo.

Il Cockpit:

Come già detto qualche riga sopra, il cockpit da scatola è di per sé ben dettagliato; basterebbero pochi interventi per renderlo già accettabile, ma la mia mania per il dettaglio estremo ha fatto si che aumentassi ulteriormente il livello con l’aggiunta delle fotoincisioni provenienti dal set Eduard e da vari interventi di autocostruzione.

La prima operazione ha riguardato i pezzi photoetched numero 7 e 47 che simulano la centinatura interna della fusoliera; questi sono stati prima carteggiati nella parte interna per permettere alla colla di avere un maggiore “grip”, poi saldati alla plastica mediante varie gocce di Attack.

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La struttura tubolare che formava il guscio interno va ripulita accuratamente da varie sbavature di plastica, e completata con le fotoincisioni da posizionare lungo il longherone superiore (pezzi 28, 29, 30 e 31). A tal proposito, prestate molta attenzione e studiate bene le istruzioni allegate! Purtroppo non sono per nulla chiare e spesso portano il modellista a commettere degli errori (come da me tristemente sperimentato).

Sul lato sinistro il telaio va completato con i due gruppi manette da cui partono svariati rinvii per i comandi del motore e tubazioni idrauliche (ricreate con dello sprue filato a caldo di dimensioni opportunamente ridotte), oltre ai trim delle superfici mobili.

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Sul lato destro, invece, si dovranno scartare alcuni quadri elettrici e radio proposti dall’Eduard (ma non adatti perché peculiari della versione G) e al loro posto ricreare due piccole consolle laterali (rifatte con lamierino di rame sottile) che sulla H4M alloggiavano vari fusibili e comandi. La configurazione finale è quella che potete vedere nella foto sottostante:

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Anche il pianale presente alle spalle del pilota/istruttore, nell’abitacolo posteriore è stata oggetto di modifiche e miglioramenti. Come base ho utilizzato il pezzo in plastica da scatola con l’aggiunta della relativa fotoincisione ma, in più, ho ricreato dei longheroni di rinforzo (sempre in sprue filato) e una piastra di sostegno su cui era fissata la scatola delle apparecchiature radio.

 

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Il pianale dell’abitacolo (se così si può chiamare), è stato completato con le pedaliere e con l’aggiunta di un’asta che, nella realtà, rimandava i comandi della cloche posteriore a quella anteriore e viceversa (evidenziata dalla freccia rossa). Per quest’ultima modifica ho utilizzato un tondino di ottone con diametro compatibile alla scala.

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Con lo stesso materiale sopra citato ho rifatto anche i sostegni dei seggiolini. Qui sotto, un confronto tra il pezzo originale e quello auto costruito:

 

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Per quanto riguarda le barre di comando, quella del cockpit posteriore può andar bene anche da scatola. Per l’anteriore c’è bisogno di un lavoro di ricostruzione poiché, negli esemplari canadesi, la cloche era simile a quella utilizzata sui vari Spitfire e Hurricane inglesi; per ricrearla ho utilizzato la base del pezzo fornito nel kit cui ho eliminato l’estremità superiore sostituendola con un’impugnatura circolare prelevata da uno Spit V Hasegawa.

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Vale la pena spendere qualche parola sul colore degli interni del mio Harvard: normalmente, sia gli esemplari North American, sia quelli prodotti su licenza, erano verniciati con un particolare verde detto Dark Gull Green o Bronze Green – entrambi assimilabili al F.S. 34092. Studiando le foto dell’esemplare da me riprodotto mi sono reso conto che, durante il restauro, i tecnici non hanno posto particolare attenzione alla fedeltà delle tinte ricoprendo tutte le superfici con un verde più chiaro corrispondente, a occhio, a un Interior Green.

Volendo ottenere una riproduzione in scala quanto più fedele, anch’io ho scelto l’Interior Green H-58 della Gunze (dalla tonalità perfettamente corrispondente). Per dare maggiore volume all’abitacolo e mettere in risalto i dettagli, ho eseguito un lavaggio con colori a olio miscelando al Bruno Van Dyck poco Nero di Marte. Essendo una struttura “aperta”, sui tubolari ho preferito non utilizzare il Dry Brush; al contrario, ho attuato la tecnica sui longheroni superiori che, in precedenza, erano stati verniciati in nero.

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Qui sotto vedete il pianale completo anche dei seggiolini; personalmente, ho preferito scartare quelli in resina dell’Hi-Tech preferendogli le copie in fotoincisione dell’Eduard che hanno spessori più sottili e adatti alla scala 1/48. C’è da dire che questi ultimi sono un po’ ostici e complicati da piegare e incollare in posizione ma, una volta sistemati, fanno davvero una gran bella figura. Per completarli ho aggiunto le ottime cinture di sicurezza (anche esse PE – Photoetched) verniciate in Gray F.S. 36375 e piegate a dovere per donargli maggiore “movimento”.

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A questo punto, per esigenze costruttive, ho tralasciato il montaggio dei pannelli strumenti (di cui parlerò più avanti) proseguendo oltre.

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Montaggio:

Il montaggio scorre incontrando qualche piccola difficoltà facilmente superabile ma, ammetto che sono rimasto piacevolmente sorpreso dagli incastri di questo kit. Sinceramente mi aspettavo una situazione molto peggiore!

L’unione delle due semi-fusoliere non presenta problematiche particolari; la zona più critica riguarda la giunzione proprio dietro all’abitacolo che tende a rimanere un po’ troppo “aperta” a causa del pianale (di cui abbiamo parlato qualche riga sopra). Nel caso riscontriate anche voi quest’inconveniente, asportate la plastica in eccesso dal pezzo in plastica per evitare che questo spinga troppo contro le due valve della fusoliera. Quest’accorgimento è fondamentale se non vorrete avere complicazioni con il montaggio della vetratura a forma di cupolino.

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A questo punto le mie attenzioni si sono rivolte al timone di profondità; l’Ocidental lo fornisce già separato dal resto della cellula ma, per essere montato in una qualsiasi posizione a piacimento dovrà essere modificato con il seguente metodo:

Sul lato piatto del timone ho incollato delle striscioline di rod a sezione quadrata; successivamente, gli inserti in plastica sono stati sagomati a colpi di lima e stuccati per riempire eventuali fessure e imperfezioni. In pratica non ho fatto altro che ricreare il profilo tondeggiante che permette alla superficie mobile di muoversi liberamente all’interno della carlinga, sia a destra, sia a sinistra.

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L’intervento ha interessato anche la parte fissa della deriva cui ho allargato l’alloggiamento mediante una fresa montata su un trapanino elettrico. Ecco una foto:

 

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Sulla superficie alare gli interventi di miglioria sono stati parecchi; per prima cosa, ho aperto un foro in corrispondenza dei bocchettoni per il rifornimento del carburante. Purtroppo, sul kit questo evidente particolare è appena accennato da un’incisione nella plastica… certamente non all’altezza, quindi.

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Proseguendo, nella parte interna ho assottigliato la plastica mediante una fresa montata su un trapanino elettrico:

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In seguito ho riprodotto i tappi dei bocchettoni stessi utilizzando una fustellatrice “Punch & Die”; da quest’utilissimo strumento ho ricavato due tondini di Plasticard con diametro concentrico incollati uno sopra l’altro. Essi sono stati incollati su un fondo (un pezzo di telaio delle fotoincisioni Eduard), verniciati in rosso, lumeggiati con un lavaggio e un veloce Dry Brush e, per finire, posizionati internamente all’ala.

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Continuando, ho inserito la paratia del pozzetto carrelli fornita in fotoincisione; la stessa è stata rinforzata, posteriormente, con dei listelli quadrati in plastica della Evergreen.

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Controllando l’utilissima documentazione in mio possesso, mi sono accorto della presenza di questa piccola presa d’aria sul bordo d’attacco destro dell’ala (anche questo dettaglio sul kit è a malapena accennato). Quindi, con attenzione, ho forato la plastica e ne ho ridotto lo spessore con lo stesso metodo sopra descritto e, prima di chiudere le due semi ali, ho aggiunto un pezzo di tulle per simulare la griglia che impediva l’ingestione di corpi estranei.

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Dopo le prime prove a secco, prima di incollare la parte superiore della cofanatura motore al resto della fusoliera, mi sono subito reso conto che il pezzo in questione è abbastanza sovradimensionato rispetto alla sua sede. Giocoforza, l’ho dovuto comunque incollare e riportarlo alle corrette dimensioni con un vero e proprio lavoro di sgrosso della plastica. Inutile dire che le pannellature sono andate irrimediabilmente perse costringendomi a un minuzioso lavoro di reincisione e ripristino delle rivettature presenti.

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Di seguito potete vedere le ali pronte per l’unione con la fusoliera; mentre nella zona della radice (quindi quella superiore) gli incastri sono abbastanza precisi, sotto (nella zona del pozzetto) si creano parecchi dislivelli. L’immagine sottostante rende evidente i punti più critici dove occorre intervenire:

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Per tentare un allineamento della zona del pozzetto rispetto alla fusoliera, in corrispondenza degli “scalini” ho aggiunto due inserti in Plasticard.

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Poi, mediante un esteso utilizzo di fresette montate sul solito trapanino elettrico, carta abrasiva e lime a mano, sono riuscito a sistemare il tutto. Per livellare ulteriormente il fondo del wheel bay, ho sagomato un piano rettangolare in Plasticard e l’ho incollato con colla cianacrilica. Un’abbondante colata di stucco liquido Mr.Surfacer 500 ha poi fatto il resto.

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Per completare il pozzetto carrello ho fatto nuovamente ricorso alle fotoincisioni della ditta ceca che sopperiscono alla totale mancanza delle molte ordinate e centine presenti in questa zona. Incollare l’intera struttura d’ottone all’interno dell’alloggiamento è stato un lavoro alquanto snervante e che ha richiesto una dose massiccia di attenzione per mantenere le parti in squadro e quanto più perpendicolari le une con le altre.

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Per dare quel tocco di realismo in più ho aggiunto delle tubazioni idrauliche ottenute da fili di rame provenienti da un cavo elettrico. Inoltre, per controllare la presenza di sbavature di colla o imperfezioni di montaggio, ho steso una sottile mano di stucco liquido Mr. Surfacer ad aerografo su tutto l’area.

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Quello che vedete qui sotto è il pannello sagomato che chiude pozzetto, e che va a sostituire quello stampato direttamente sul modello in plastica (dallo spessore decisamente anti estetico e poco in scala). Il pezzo fotoinciso è molto bello ma terribilmente fragile e propenso a piegarsi; per questo motivo, ho ricreato due rinforzi piramidali in Plasticard rifacendomi alle abbondanti foto in mio possesso: evidentemente anche la North American, all’epoca, ebbe bisogno di creare adeguati supporti atti a sostenere meglio quel laminato metallico e la struttura tutta.

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Con il montaggio in pratica concluso mi sono dedicato al rifacimento di alcuni dettagli persi durante le inevitabili e invasive operazioni di carteggiatura; in particolare, utilizzando del nastro d’alluminio adesivo per usi idraulici, ho ripristinato queste piastre rivettate presenti ai lati della fusoliera, in corrispondenza della radice alare.

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Poi ho iniziato a lavorare sui piani di coda, cui ho eliminato le superfici di governo stampate “fisse” sostituendole con delle copie in resina provenienti dal set Hi-Tech in resina citato all’inizio dell’articolo.


Per ottenere la zona di rotazione degli elevoni e conferirgli una posizione quanto più realistica, ho scavato all’interno della parte fissa del piano di coda mediante una limetta a sezione tonda e asportando la plastica fino a ottenere il risultato che vedete qui sotto in foto:

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Qui vedete i piani di coda montate e rifinite con colla cianacrilica usata come stucco.

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A questo punto ho incollato anche il dome dell’antenna UHF e un piccolo pannello (prelevato dal set Eduard) che, sul velivolo reale, chiudeva l’accesso alla tiranteria dei piani mobili. Il pezzo fotoinciso è stato prima scaldato con la fiamma di un accendino, e poi immediatamente freddato in acqua; con questo metodo l’Alpacca ha assunto una consistenza più malleabile che mi ha permesso di seguire la stessa curvatura della fusoliera.

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Passo ora ai flaps, altra zona del modello che ha ricevuto parecchie attenzioni. Anche in questo caso l’Ocidental fornisce le superfici mobili separate ma, purtroppo, il dettaglio interno è stato quasi del tutto omesso. Il set Eduard 48252 corre in nostro soccorso ma, c’è da premettere, che i pezzi andranno modificati per poterli montare correttamente nelle loro sedi.

Essi, infatti, sono sovradimensionati e, per questo motivo, le grandi piastre fotoincise che vanno incollate internamente all’ala e agli ipersostentatori devono essere divise in due parti eliminando la sottile strisciolina presente nel mezzo. Quindi, i nuovi elementi ottenuti vanno incollati singolarmente nei rispettivi alloggiamenti e completati con le relative centinature sempre fornite sotto forma di PE (Photoetch).

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Vetrature e parti trasparenti:

Le vetrature del modello meritano un capito a parte per l’enorme mole di lavoro e adattamento che esse hanno richiesto.

Inizio subito col presentare tutte le opere di autocostruzione che sono state propedeutiche al posizionamento dei vetrini sul modello. Queste, in special modo, hanno riguardato la zona dell’abitacolo.

Per dare una visione più completa ai lettori, inserisco delle immagini che ritraggono il velivolo reale:

Queste, invece, riguardano la “copia” in scala. Per praticità di consultazione, ho diviso i diversi interventi in base al colore delle frecce che trovate nelle foto; eccoli:

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Giallo: Osservando le foto del seggiolino anteriore, immediatamente dietro si può notare una fune ancorata a due carrucole. Questa fungeva da “ammortizzatore” per il seggiolino stesso e l’ho riprodotta con del filo da pesca da 0,12. Le carrucole, invece, sono due tondini di Plasticard sottile ottenuti con una fustellatrice (Punch & Die).

Rosso: La struttura tubolare che sovrasta il cruscotto posteriore è stata completamente ricostruita per sostituire quella originale in plastica (anche in questo caso, fuori scala ed esteticamente inadatta). Come materiale ho utilizzato dei tondini di ottone da 0,5 millimetri piegati con pazienza mediante una pinzetta a testa piatta. Il piatto di raccordo tra i due telai (in alto) è un pezzo di Plasticard sagomato a dovere.

Verde: Le due palpebre dei cruscotti sono state, finalmente, sistemate, verniciate e sottoposte a un Dry Brush mirato. Dietro al pannello posteriore (come si nota anche dalle foto), era presente tutta la cavetteria degli strumenti. Il tutto è stato ricreato con dei cilindri di Plastirod a sezione tonde di varie misure della Evergreen per il retro degli indicatori, mentre i fili provengono dal solito cavo elettrico.

Arancione: Alle spalle del seggiolino posteriore c’è una roll bar di sostegno… anche questa rifatta con il profilato d’ottone sopra citato.

Blu: Quella piccola scatola, invece, è l’apparato radio. E’ stata ricavata dal pezzo numero 20 dell’aftermarket 48248 Eduard.

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Ed ecco i vetrini nelle loro sedi. Prima di incollarli sono stati trattati con la cera Future (che ne ha aumentata la brillantezza) e accuratamente mascherati per verniciare anche la parte interna dei molti frames (in nero opaco).

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Dopo parecchi giorni a cogitare su un materiale da cui poter ricavare dei fari d’atterraggio quanto più realistici, la soluzione l’ho trovata nei cristalli Swarosky. Si, avete letto bene!

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In pratica, in un negozio di bigiotteria e articoli per creare in casa gioielli e monili, ho acquistato dei “brillantini” Swarosky di opportuna misura cui ho smussato le sfaccettature con una limetta da unghie. Per lucidare il materiale vitreo e renderlo liscio e nuovamente brillante, ho imbevuto un tampone in feltro con il Tamiya Rubbing Compound gradazione Course, l’ho montato sul solito trapanino elettrico e l’ho passato più volte sulla sua superficie. Il risultato è quello che potete vedere in foto:

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I vetrini sagomati che fungono da copertura per le luci di atterraggio sono pessimi! Spessi, poco trasparenti e, soprattutto, terribilmente sottodimensionati. Per prima cosa, ho provveduto ad assottigliarne gli spessori interni con qualche passata di carta abrasiva a grana grossa; poi, per lucidarli, li ho carteggiati ulteriormente con carte abrasiva 1800 e 2000, terminando il procedimento con la solita spennellata di cera Future. In seguito i due vetrini sono stati incollati sul bordo d’attacco alare ricorrendo a una grande quantità di colla cianacrilica; questa, oltre a provvedere a una presa salda, ha anche funzionato da stucco rimanendo trasparente.

Inutile dire che tutte le operazioni di lisciatura hanno compromesso irrimediabilmente il dettaglio di superficie presente in quella zona. Perciò, armato della solita pazienza, l’ho ricreato con il nastro d’alluminio adesivo già utilizzato in precedenza.

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Ultimi dettagli:

Prima di procedere con la verniciatura ho avuto modo di cimentarmi nuovamente con lo “scratch build”; questa volta il pezzo interessato è il seguente:

 

Lo scarico degli H4M è un’altra peculiarità (assieme alla capottina di tipo lungo) di questa particolare versione. Come già detto l’Harvard IV fu una variante costruita su licenza in Canada, dove gli inverni freddi e rigidi sono una consuetudine; l’exhaust lungo, infatti, aveva anche la funzione di “climatizzare” l’abitacolo. Al suo interno, infatti, correva un ulteriore condotto che inviava una parte dei gas di combustione all’interno del cockpit. Questi gas riscaldavano un radiatore e poi fuoriuscivano da un apposito foro posto sul lato destro della fusoliera.

Questo è lo scarico fornito con il kit:

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Come potete notare le sue fattezze corrispondono poco a quelle reali.

Ho dovuto, inevitabilmente, mettere mano anche a questo particolare e modificarlo per fargli assumere una forma quanto più veritiera. Allo scopo, ho utilizzato solo una parte del pezzo in plastica tagliando il terminale e incollandolo a una sezione di tubo d’ottone di diametro simile. La parte originale è stata fresata, assottigliata e forata; al suo interno ho anche aggiunto il condotto di cui ho accennato la funzione poche righe sopra (rifatto con il solito profilato d’ottone già utilizzato durante la costruzione di questo modello). All’altro capo ho aggiunto un raccordo a 90° ottenuto scaldando un pezzo di sprue. Per la sua verniciatura ho utilizzato il Jet Exhaust della ALCLAD lumeggiato con un Dry Brush in Alluminio a smalto.

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Una dose massiccia di colla cianacrilica e stucco ha permesso di ottenere il risultato che vedete in foto:

Ho aggiunto altri dettagli come le saldature, riprodotte con del nastro Tamiya tagliato in striscioline molto sottili, e quella piccola sonda presente sulla parte frontale ricreata con un pezzo di ago ipodermico da siringa.

Per terminare questa lunga fase ho dotato il mio Harvard delle luci di posizione alle tip alari (rossa a sinistra e verde a destra) provenienti dai set in resina della CMK.

Verniciatura:

Veniamo ora alla verniciatura, altro stadio della costruzione che ha richiesto un lungo studio della documentazione e molta pazienza.

Gli Harvard costruiti in Canada e impiegati tra le file dell’AMI erano interamente verniciati in Giallo Limone n°22, una tonalità di giallo tendente molto al verde. All’epoca del restauro, su alcune parti della cellula (tra cui la fusoliera e le superfici mobili di governo) si riuscì a impiegare la tinta esatta grazie al ritrovamento di alcune latte contenenti l’originale vernice in uso prima della radiazione degli H4M.

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Purtroppo la vernice non bastò e su altre parti del velivolo (come le ali, porzioni dei piani di coda e i pannelli presenti ai lati della fusoliera, sotto l’abitacolo per intenderci) si dovette utilizzarne una ricavata in loco (che per comodità chiamerò Giallo Limone RSV) da uno specialista del Reparto Sperimentale Volo. Ovviamente non fu possibile ottenere una mescola precisa e, di fatto, il nostro Phoenix ricevette due tonalità diverse di giallo.

Nelle foto a mia disposizione scattate nel 1993, questa differenza di colore si nota molto bene poiché i pigmenti erano “freschi” e non ancora deteriorati dalle intemperie; a oggi, al contrario, la diversità di colorazione è divenuta quasi impercettibile a occhio nudo e solo chi conosce bene il soggetto riesce a coglierla.

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Riprodurre in scala le due tinte non è stata cosa facile, e il mio compito si è rivelato ancor più gravoso poiché in commercio non esistono tinte già pronte per l’uso. Ho dovuto, quindi, creare dei mix ad hoc per questo modello procedendo per gradi e facendo molte prove con la chip del Federal Standard sotto mano. Alla fine i risultati sono stati i seguenti:

 

Giallo Limone n°22 (circa F.S. 33481). La corrispondenza più fedele, con pigmenti a uso modellistico, si è rivelata essere quella con l’Humbrol 81. Lo smalto “puro” però, una volta spruzzato sulla plastica, assume una gradazione troppo scura per cui è necessario “tagliarlo” con del verde e del giallo. Queste sono le proporzioni che ho ricavato:

  • 60 gocce Humbrol 81.
  • 2 gocce Humbrol 159 (Verde Scuro).
  • 5 gocce Humbrol 69 (Giallo Lucido).

Giallo Limone RSV. Per questa vernice mi sono affidato agli acrilici che, personalmente, reputo più facili da gestire rispetto ai vecchi smalti. Ad ogni modo, il mix che ho prodotto è il seguente:

  • 14 gocce di Gunze H-74 Duck Egg Green.
  • 5 gocce di Tamiya XF-4 Yellow Green.

 

Prioritariamente ho preferito stendere sul modello il Giallo Limone RSV; poi ho mascherato le zone non interessate e ho passato una mano di Tamiya Flat WhiteXF-2 molto diluita sul modello; la vernice ha funzionato da primer per il secondo e ultimo colore, il Giallo Limone 22.

La presa d’aria del radiatore dell’olio posta sotto la naca, non era nel giallo “d’ordinanza” bensì in verde scuro (personalmente ho usato il Tamiya XF-81 Dark Green RAF).

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Per ultimi ho lasciato il lungo pannello anti riflesso sul muso, il dome dell’antenna alle spalle dell’abitacolo e le walkways presenti sulle ali, e per i quali ho utilizzato il Flat Black Tamiya XF-1. Una piccola nota: per ricreare l’anti sdrucciolo dei camminamenti, sotto il nero opaco ho steso uno strato molto sottile di Primer Tamiya (quello in boccetta di vetro); per questo genere di lavorazioni è l’ideale perché lascia la superficie ruvida e l’effetto è anche ben proporzionato rispetto alla scala.

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Invecchiamento:

Di un vero e proprio “invecchiamento” non si può parlare poiché, come oramai sappiamo, l’Harvard oggetto dell’articolo non poté spiccare nuovamente il volo. Anche le poche messe in moto del propulsore non lasciarono grandi tracce di gas incombusti lungo la fiancata della fusoliera…

Quindi, anche in accordo con la documentazione, mi sono limitato a eseguire un lavaggio con colori a olio per mettere in risalto le belle pannellature in negativo del modello. I colori che ho scelto per quest’operazione sono due, entrambi frutto di una miscela:

  • Per il Giallo Limone 22: 50% Bruno Van Dyck e 50% Ocra Gialla della Maimeri.
  • Per il Giallo Limone RSV: Bruno Van Dyck leggermente schiarito con del Bianco di Marte.

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Decalcomanie:

Le decalcomanie meritano una trattazione separata. Le coccarde tricolori provengono dal foglio Tauromodel 48528 ma tra quelle dedicate espressamente al T-6 ho utilizzato solamente le insegne da apporre in fusoliera; quelle per le ali sono decisamente sovradimensionate e non sono utilizzabili. Le ho sostituite con quelle per il T-33, più corrette e già presenti nello stesso articolo.

Sempre Tauromodel, ma in scala 1/72, sono i numeri di matricola (articolo 72541) e lo stemma dell’Icaro alato (articolo 72571).I numeri di carrozzella e gli stemmi del 311° gruppo volo da apporre sulla naca li ho prelevati da due decal sheet della Sky Model (numero 48031 e 48022), rispettivamente per F-104 e MB.339.

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Passiamo ora alle bellissime e appariscenti Nose Art che furono applicate su entrambe i lati della fusoliera, sotto il cockpit; ovviamente in commercio non esistono e non c’è neanche qualcosa di simile che si possa adattare. Durante la mia visita a Pratica di Mare, però, ho avuto modo di fotografarle accuratamente e misurarne le dimensioni; grazie alla valente collaborazione dell’amico Luca, abile disegnatore, ho ricreato il disegno in formato vettoriale (Corel Draw è ottimo per questo scopo), l’ho ridimensionato per portarlo alle giuste proporzioni (lunghezza 1,1 centimetri circa) e l’ho, finalmente, stampato su un supporto decal trasparente mediante un’Ink Jet domestica.

Non avendo a mia disposizione una stampante ALPS (che riesce a riprodurre anche il bianco), ho preferito verniciare sul modello un fondo chiaro sulla zona dove la decal custom sarebbe stata applicata; questa finezza mi ha permesso di ottenere dei colori più “vivi” e di dare alla stampa una maggiore definizione. Di seguito inserisco un esempio in formato JPEG della Nose Art che potrà tornarvi utile quando anche voi affronterete tutto il procedimento:

Il foglio “blank” su cui ho stampato le decal è prodotto dalla Bare Metal. Questo richiede un pizzico di attenzione in più per applicarlo sul modello poiché ha uno spessore non trascurabile ed è molto rigido. Per evitare il fastidioso silvering del film trasparente, è bene preparare al meglio la superficie con almeno quattro o cinque mani di trasparente lucido (nel mio caso il Clear Tamiya), e trattare l’insegna con abbondante uso dei liquidi ammorbidente della Microscale – Micro Sol e Micro Set.

Utilizzando questi espedienti, sia per le decal “classiche”, sia per le decal “custom”, si otterrà un bellissimo effetto “painted on” delle insegne sul modello.

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Ultimi dettagli:

Finalmente si giunge alla fase finale del modello; per renderlo più realistico, ho aggiunto vari particolari:

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  • Foro per l’inserimento del “maniglione” per l’avviamento manuale del motore (freccia color blu) e tappo del rabbocco olio motore – ottenuto mediante un pezzo di rod a sezione circolare inserito all’interno di un foro da 0,5 millimetri (freccua color rosso).
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  • Sfiati del sistema idraulico e della sovrappressione carburante ricavati da sezioni di filo in Nylon da pesca.
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  • Tubo di venturi e relativo supporto tornito da un tubicino di ottone dal diametro di un millimetro.


Il ruotino di coda è stato sostituito poiché quello presente nella scatola non è corretto e non può essere utilizzato sugli esemplari avuti in carico dall’AMI. I nostri H4M, infatti, avevano lo pneumatico e il cerchione del tutto simili a quelli dei P-51. Quello che ho montato sulla mia riproduzione in scala proviene dal provvidenziale magazzino pezzi avanzati e apparteneva a un Mustang Hasegawa. Ho dovuto ricostruire anche il relativo braccetto orientabile sagomando un tubicino di ottone dallo spessore di 0,5 millimetri.

 

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Le ruote principali, invece, sono in resina della True Details (citati a inizio articolo) e prevedono l’effetto peso già stampato.

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Il motore Pratt & Whitney R-1340 è stato verniciato in Gun Metal Metalizer della Testors e sottoposto a un accurato Dry Brush in alluminio per mettere in risalto le alette di raffreddamento. E’ stato, inoltre, completato con la fotoincisione Eduard riguardante i cavi delle candele.

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Il Pitot è auto costruito partendo da un pezzo di ago ipodermico da siringa al cui interno è stato inserito una sezione di sprue filato a caldo. Sopra lo stesso ho incollato una piccola aletta aerodinamica rifatta in lamierino di alpacca (lega di nichel/zinco/rame).

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Per l’antenna ho usato l’SBM Wire 200, un filo molto indicato per questo genere di dettagli. S’incolla con la cianacrilica e rimane in posizione già dopo pochi secondi. E’ elastico e può sopportare trazioni fino al 700% della sua lughezza… insomma, consigliatissimo! Sfruttando la sua proprietà di essere verniciato, ho spruzzato sulla sua superficie del nero opaco acrilico. Ho riprodotto anche gli isolatori utilizzando, nuovamente, un ago da siringa.

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L’aggiunta delle luci di posizione/navigazione in fusoliera, dell’elica (in White Alluminium ALCLAD con la faccia interna in nero opaco per evitare il riflesso della luce solare), e delle vetrature scorrevoli hanno decretato la fine dei lavori.



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Conclusioni e ringraziamenti:

Un sentito grazie al Primo Maresciallo Luogotenente Antonio Marin che mi ha permesso di raccogliere una documentazione fotografica approfondita e mi ha fornito numerose informazioni sul Phoenix del Reparto Sperimentale Volo. Un ringraziamento anche a Luca Marin, amico e valido modellista, che si è occupato delle decalcomanie.

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Senza il loro aiuto la realizzazione di questo splendido e sfortunato esemplare non sarebbe stata possibile, ed io non avrei avuto il privilegio di aggiungere alla mia collezione un pezzo unico e di grande interesse storico!

 

Buon modellismo a tutti. Valerio “Starfighter84” D’Amadio.

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Walkaround Photos:


 

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Lockheed F 104G “Starfighter” ….. ovvero quei favolosi anni ’60 – dal kit Revell in scala 1/48.

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Premessa:

Eccomi qua ancora a scrivere su quello che io ritengo essere il miglior kit attualmente in circolazione, e cioè, l’F104G Hasegawa 1/48. Si, avete letto bene sia il titolo che l’ultima affermazione in quanto, pur sotto mentite spoglie, l’F104G Revell 1:48 altri non è che l’omologo giapponese reinscatolato. Ovviamente visto il contenuto ed il costo inferiore di qualche Euro la cosa non può che rendere felice qualsiasi appassionato. Quindi se dirò Revell immaginate che abbia detto Hasegawa. Mi ero già riproposto anni fa, dopo averne appena terminato uno, di tornare “sul luogo del delitto” quanto prima, perchè il kit mi aveva lasciato favorevolmente impressionato e poi, parliamoci chiaro, come si fa a rimanere indifferenti alle infinite possibilità di decorazione che questo velivolo può offrire?

Malgrado nel frattempo abbia continuato ad accumulare altre scatole del medesimo kit, l’occasione per rifare un bello spillone è capitata in occasione del Group Build del Forum Modeling Time dedicato all’Aeronautica Militare Italiana dal dopoguerra ad oggi (…e che caldamente consiglio a tutti di visitare vista l’ampia partecipazione e i diversi soggetti proposti – CLICCATE QUI). La scelta del velivolo da riprodurre è stata quanto mai sofferta in quanto volevo realizzare un ‘104 nostrano, particolare e poco visto ma, non amando le colorazioni commemorative e visto che i nostri spilli non hanno mai brillato per originalità o varietà di livree, ecco che la mia attenzione si è rivolta verso alcune foto in B/N dei primi anni ’60 dei nostri F104 pubblicate sia su riviste che su monografie dedicate al soggetto.

In alcune di queste si vede come i primi esemplari (matr.mil. 6502, 6503, 6504, 6505, 6506) usciti dagli stabilimenti “FIAT Aviazione” siano stati fotografati con una particolare colorazione definita “Antiflash”. In altre parole tre quarti della fusoliera e l’estradosso alare vennero dipinti in bianco latte mentre la parte inferiore ed il troncone di coda vennero lasciati in metallo naturale, un po’ alla maniera dei bombardieri B52 del SAC. I motivi? La leggenda vuole che lo scopo di tale colorazione fosse riflettere il lampo provocato in seguito alle esplosioni di ordigni atomici in un conflitto ma, invece, è più verosimile, che tale livrea servisse semplicemente a proteggere dalla calura solare le strutture e gli impianti del velivolo. Vabbè, lo ammetto, io preferisco raccontare la leggenda, evocare spettri di scenari atomici, terza guerra mondiale, il che è sicuramente molto più intricante della realtà credo, anzi, peccato non poter montare sul modello anche una bomba nucleare B61!

I velivoli fotografati alla FIAT con tale livrea, abbiamo già detto, sono stati 5 ma di questi, finiti poi effettivamente ai reparti operativi (o almeno, che abbiano volato inalberandone le insegne), io conosco solo il m.m. 6505 immortalato in varie foto con stampigliato in coda l’immortale Cavallino Rampante dell’allora 4^ Aerobrigata Intercettori Ognitempo di Grosseto, con codice individuale “4-5”.

C’è da dire infine che tale livrea ha avuto vita brevissima diventando subito dopo metallo naturale integrale e lasciando il bianco solo superiormente alle ali prima di passare al definitivo schema NATO .

Un po’ per queste particolarità, un po’ perché affascinato da quegli anni conosciuti come quelli del “boom economico”, forse i migliori anni della nostra Aeronautica militare prima dei successivi tagli di bilancio imposti dalla fine degli aiuti economico/militari USA, ecco che la scelta su quale esemplare riprodurre è stata immediata.

 

Montaggio:

Non starò ad annoiarvi sulle peculiarità del kit Revell/Hasegawa (dei rivetti superficiali sono stati stesi fiumi di parole sulle riviste, quindi fate un po’ voi se volete tenerveli o meno), l’unica cosa a cui porre attenzione durante il montaggio è il sapersi districare tra le differenze esistenti in base della versione, al periodo ed all’utilizzatore. Diciamo subito che la Revell ci offre da scatola una versione “G”, però fornisce anche pneumatici di differente spessore, due tipi di sedili eiettabili (C2 e Martin Baker), scarichi del J-79 differenti, rotaie missili nonchè antennine varie. Riuscire a combinare bene questi particolari può fare la differenza. Troppo spesso infatti si trovano in rete veri capolavori modellistici di F104, “rovinati” però dall’uso di pezzi sbagliati rispetto alla versione proposta. Ovviamente noi italiani siamo particolarmente sensibili a questi errori se non altro perché il ‘104 ce lo siamo visto volare sulla testa per decenni!

Quindi il consiglio è: scegliete “IL” 104 da riprodurre e osservatene tutti i dettagli costruttivi così da stare tranquilli.

 

 

Colorazione:

Se per il montaggio ho sorvolato un poco per la colorazione invece vi tedierò un po’ di più perché è stata un’interessante esperienza per me.

Ho già spiegato i motivi della scelta della livrea per il mio spillo e qui vi descrivo brevemente come l’ho riprodotta (o almeno, ci ho provato!).

All’apparenza sembra molto semplice da dipingere: in pratica bianco, successiva mascheratura ed infine argento. In realtà le cose sono più complicate se non vogliamo limitarci ad avere un ‘104 da scrivania sul piedistallo e vorremmo, invece, qualcosa di più operativo. Allo stesso tempo però dobbiamo tenere conto che questa colorazione venne mantenuta per brevissimo tempo, quindi non si dovrà esagerare troppo nell’invecchiamento.

Fondamentale sarà la stesura del bianco ed a come dargli una “profondità” senza però massacrarlo (scusate se insisto molto su questo). Io ho steso dunque il Bianco opaco della Vallejo (anche con funzione di primer ) su tutto il modello poi ho spruzzato del German grey Vallejo per evidenziare i pannelli (preshading).

 

Dopo ho dato velature successive sempre di bianco puro diluito fino ad ottenere delle ombre in sottofondo non troppo marcate.

A questo punto ho unito al bianco punte di marrone per variare un po’ il tono ed ho fatto (sempre ad aerografo con il colore diluitissimo) strisce veloci sulle ali nel senso del moto. Inoltre sempre la stessa miscela è stata ripassata solo su alcuni pannelli. Ripeto il colore bianco deve essere diluito e variato di pochissimo con correttivi marroni o anche sabbia. A questo punto ho spennellato la Future per proteggere il lavoro svolto. Ora si devono mascherare le aree destinate a rimanere bianche. C’è da dire una cosa: tutti i modelli di F104 che ho visto in tale finitura antiflash (apparsi ahimè su riviste nostrane) sono sbagliati!!! Su questi il colore bianco è stato dipinto fino alla linea di mezzeria del velivolo (avete in mente i velivoli della Marineflieger tedesca?) in maniera simmetrica da entrambi i lati. Invece, come mi è  stato prontamente fatto notare dagli amici del forum (perché ho sbagliato pure io fidandomi della logica e non guardando l’evidenza delle foto) il bianco della parte destra finisce più in basso rispetto alla parte sinistra.

Fatto il bianco si deve mascherare il tutto per bene perché il prossimo colore che andremo a stendere ha il brutto vizio di infilarsi dappertutto come la sabbia dopo una giornata al mare: l’argento. Io uso per le finiture metalliche esclusivamente colori acrilici Tamiya Chrome silver e Flat aluminium. Questi colori sono ideali soprattutto perchè, una volta protetti con trasparenti, resistono bene a mascherature realizzate con lo scotch e questa è una cosa essenziale per me in quanto mi piace molto “quadrettare” il metallo!


La seconda fase quindi sarà dare il chrome silver come base sulle superfici inferiori e sul tronco di coda. A questo punto però il modello è ancora “piatto”. Foto alla mano, magari a colori, si dovranno individuare quali aree differenziare (per simulate le diverse leghe e/o la “cottura” delle aree vicino al motore) che, sul ‘104, sono situate soprattutto nel tronco di coda. Sia con il flat aluminium che con il silver (corretto di volta in volta con marrone, nero o blu) mascherando i vari pannelli daremo così vita ad una specie di scacchiera che, di sicuro, renderà più interessante e meno monotono visivamente il modello.

 

Uso dei colori ad olio:

Non chiedetemi il perché dell’ispirazione del momento che ha voluto che io provassi l’uso dei colori ad olio sia per sottolineare le linee di struttura in corrispondenza del tronco di coda che per variare i toni di alcuni pannelli. Forse inconsciamente ricordavo il fatto che la polvere di gessetto sul color metallo scivola via ….. ma anche a volte, lo ammetto, è la pigrizia del non dover tirar fuori aerografo e compressore (con cui normalmente eseguo gli invecchiamenti) che mi spinge a provare cose nuove.

In poche parole, sul tronco di coda, usando il nero ad olio puro con un pennellino morbido ho “tirato” in verticale il colore seguendo le linee dei rivetti del modello. Alla fine, ripetendo il procedimento, dovremo essere riusciti a riprodurre con un gioco di luci e ombre questo effetto del metallo. C’è da dire che la finitura del modello in questa fase è ancora lucida (ricordate la spennellatura di Future?) e questo permette di tirare il colore a piacimento. Ovviamente consiglio di provare sempre prima su un modello vecchio l’effetto che vogliamo ottenere e solo quando saremo sicuri passare effettivamente al modello.

Sulla parte inferiore del velivolo dipinta in argento io ho differenziato alcuni pannelli, i più grossi, spruzzando Flat alluminium Tamiya e dopo, mediante colori ad olio diluiti con acquaragia (bruno e/o nero) ho creato filtri scuri solo su alcuni pannelli di ispezione. Anche lo sporco nella zona cannone è stato simulato con colore ad olio nero dato puro.

In altre parole nella zona sottostante dovremo riuscire a creare una sorta di patchwork leggero differenziando il colore base ed alternandolo un pannello si ed uno no.

Una volta tolte le mascherature possiamo lavorare ancora sul bianco delle superfici superiori, usando del bianco titanio ad olio puro e lumeggiando il centro di alcuni pannelli, quelli dove la luce dovrebbe battere di più ed inoltre, su alcune zone limitate, ho mischiato al bianco una puntina di bruno o di ocra lumeggiando così altri pannelli a caso.  L’importante, comunque, è non esagerare con i miscugli perché il bianco fa presto a diventare un altro colore.

A questo punto una volta soddisfatti del risultato proteggiamo il tutto di nuovo con la Future e passiamo ai lavaggi. Sul bianco ho usato un lavaggio ad olio grigio medio (mix bianco e nero) mentre sull’argento va benissimo il nero. Manca ora solamente il radome che ho colorato in grigio Gunze 36440 schiarito ed il pannello antiriflesso Nato Black Tamiya. Il lavoro è così terminato!!!

 

Decals:

Le insegne sono ricavate da un mix di fogli Hasegawa/Revell/Sky/ESCI dedicate al ‘104. E’ interessante notare come sui primi esemplari in servizio in Italia le scritte di servizio fossero esclusivamente anglofone e non in doppia lingua come negli anni successivi.

Le coccarde alari però meritano un piccolo appunto: per quanto ne avessi di varia provenienza tutte presentavano un problema: il bianco. Su un modello con una colorazione diversa questo non rappresenterebbe un problema, ma su ali di colore bianco il bianco della coccarda diverso dal bianco sottostante è un pugno nell’occhio!!!  Che fare??? Semplicemente ho preso 2 coccarde Hasegawa, ho scontornato il rosso ed il verde eliminando dunque il “bianco” centrale e ho posto poi sull‘ala la circonferenza rossa e dopo il punto verde. State sicuri che così il bianco sarà veramente IL bianco. Altro discorso meritano le coccarde in coda: se ci fate caso queste insistono sulla zona terminale del raccordo Karman prendendo una curva tutta particolare. Non sono un fan dei liquidi squaglia decals (al limite aggiungo aceto all’acqua tiepida, preferendo di gran lunga scontornare al limite la pellicola delle decals e sfruttando le superfici lucide) quindi per poter riprodurre l’esatto andamento della coccarda in quella zona ho preferito tagliarne via un pezzettino (diciamo un rettangolino di qualche millimetro del rosso), appiccicare la decal e poi, con rosso Vallejo a pennello, ritoccare la zona mancante per riprodurre la  curva.

Conclusioni:

Per me è una vera fissazione ma lo scopo ultimo del modellismo, è quello di riuscire a trasmettere a chi guarda delle sensazioni. Con questo F104 in particolare non volevo evocare tanto la potenza, quanto, invece, far risaltare la finezza e l’eleganza delle linee. La finitura metallica, in questo caso limitata a poche aree, ed il colore bianco, credo, riescano ad assolvere perfettamente questo scopo.

Da queste considerazioni, inoltre, deriva la mia scelta di presentarlo in configurazione pulitissima senza neanche le tip alari, così da potere realmente cogliere l’unicità delle forme, e dell’ala in particolare, nel panorama aeronautico mondiale del progetto di Kelly Johnson.

Ho voluto anche proporre ai miei quattro lettori, che fin qui hanno resistito, qualche scatto del modello in B/N così, tanto per far dare l’idea degli anni ’60.

Chissà perché il B/n di quegli anni sembra sempre allegro e pieno di ottimismo, così diverso dal B/n degli anni ’70 il quale sembra invece trasudare tutte le tensioni e la drammaticità di quegli anni che qualcuno ha giustamente definito “di piombo”.

Questo modello si va ad unire all’altro F104G che ho in vetrina e malgrado sia ancora fresco di vernice sto già pensando di farne un altro…. sempre metallico… tedesco…. questa volta stracarico…. con le croci nere sulle ali bianche…..

Ringraziamenti: ancora una volta non posso fare a meno di ringraziare TUTTI i forumisti (nonchè TUTTI i visitatori occasionali che sono sempre i benvenuti) di Modeling Time che mi hanno veramente aiutato, con le loro conoscenze e critiche competenti, a non fare strafalcioni (nel limite delle mie capacità ovviamente) che su questo soggetto sono  sempre in agguato!

 

Saluti

Massimo Maria “pitchup” De Luca

 

 

 

 

Video Tutorial: The Vacuum Box – Realizzare un vacuform in casa.

Nuovo video tutorial di Modeling Time!

l’argomento di questa puntata è il vacuform: come realizzare una macchina per il vacuform in casa, con pochi soldi.

La Vacuum Box che vedrete nel video è realizzata con del semplice MDF, facilmente reperibile a basso costo in qualsiasi negozio di fai-da-te.

La Vacuum Box può avere molteplici utilizzi come, ad esempio, la ristampa di canopy o parti trasparenti dei vostri modelli. Il tutto in pochi, semplici passi!

Stay Tuned on Modeling Time!

 

Simmons & Starfighter84 – Simone & Valerio.

 

Douglas A-1 H Skyraider dal kit Hasegawa in scala 1/72.

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Non costruivo un modello di aereo da più di 20 anni. Ero rimasto alle colorazioni tutto a pennello e il massimo della tecnologia per i dettagli era rappresentata dallo sprue stirato a caldo. Poco importava se le pannellature fossero in positivo piuttosto che in negativo e le tecniche d’invecchiamento, tipo i lavaggi ad olio etc., non erano citate nemmeno sulle riviste specializzate dell’epoca; probabilmente non erano ancora state sviluppate.

Tra l’altro sarei curioso di sapere chi ha introdotto nel modellismo prodotti non specifici come le cere per pavimenti o i colori ad olio.

Insomma le tecniche del modellismo non erano “globalizzate” come lo sono oggi, ma vigeva di più l’arte di arrangiarsi.

A fronte di ciò volevo vedere se ero in grado di confrontami col modellismo moderno, tutto fatto di resine e fotoincisioni, utilizzando solo le tecniche da me conosciute. Certo, non dico di essere rimasto agli anni 80, ho continuato a praticare il modellismo in altri settori, imparando anche ad autocostruirmi i pezzi usando silicone e resina.

L’occasione me l’ha data questa scatola regalatami da mio fratello.

Non saprei dare un giudizio sul kit, in confronto a quello a cui ero abituato mi sembra un’ ottimo modello, confrontandolo con le foto mi sembra identico anche se non sono andato a verificare i millimetri.

In ogni caso avevo dato per scontato che qualcosa me lo sarei autocostruito.

Costruzione:

Non vorrei dilungarmi troppo su tutti i passaggi, anche perchè spero che le foto si spieghino da sole, ma solo sottolineare le parti che ho modificato maggiormente.

Come il sedile che ho sostituito con quello eiettabile, presente sull’ esemplare da me scelto, modificando quello del kit con milliput e plasticard sagomato per i cuscini e il poggiatesta e con del plasticard sottile e sprue stirato incollati ad U per le 2 rotaie ai lati; ho aggiunto le maniglie d’espulsione sempre fatte con sprue poi con strisce di carta stagnola ho realizzato le cinture di sicurezza.

Il resto degli interni gli ho fatti più o meno da scatola usando le decal per consolles e cruscotto e modificando la cloche perchè diversa da quella vera, infine ho aggiunto sulle pareti laterali le guide di scorrimento del tettuccio ( foto 29, 30 ) realizzate con del filo metallico cromato. La pedaliera invece non l’ ho neanche presa in considerazione: una volta chiuse le semifusoliere ci vorrebbe un endoscopio per vedere se c’è.

Poi sono passato al motore  dove ho aggiunto vari dettagli realizzati con sprue e filo di rame.

Per il tettuccio mi sono lanciato nella termoformatura per sostituire quello del kit che, oltre ad essere leggermente sottodimensionato ( soprattutto il parabrezza ), è piuttosto spesso per la scala. Come dima ho usato una copia in resina del trasparente originale. Poi l’ho dettagliato con le maniglie per l’apertura.

Sull’esterno della fusoliera ho rifatto tutte le varie antenne più sottili e più simili, come forma e posizione, a quelle vere e ho aggiunto quelle mancanti. Ho riposizionato gli alettoni e i timoni di coda per dare un pò di movimento. Ho realizzato le luci di posizione con sprue trasparente colorato con pennarelli indelebili (quelli per scrivere sui CD), che hanno l’inchiostro trasparente e lucido.Poi ho assottigliato tutti gli spessori in vista come bordi d’uscita delle ali, i flabelli e la presa d’aria del cofano motore etc. e bucato le canne delle mitragliatrici.

 

Per i carrelli ho dettagliato solo le gambe aggiungendo il cavo dei freni e un pistoncino obliquo sulla parte frontale; i vani gli ho lasciati da scatola perché mi sembravano già abbastanza dettagliati, considerando che alla fine incollerò il modello ad una basetta rendendoli invisibili.

I carichi alari sono da scatola.

Colorazione:

Avendo già in casa un verde e dei color sabbia, mi sono preparato da solo il SEA camouflage. Non mi andava di comperare dei colori apposta che magari avrei usato una volta sola. Così con prove e riprove ho ottenuto delle tonalità molto vicine, secondo me, ai colori originali; tenendo in considerazione che nelle foto che ho usato come riferimento non c’erano due aerei uguali, sia per l’età delle foto che per l’usura dei velivoli. In alcune immagini addirittura il color TAN appariva quasi grigio. Una curiosità: per quest’ultimo ho usato come base il rosa carne!


Un altro fattore che ho dovuto tenere in considerazione è che il trasparente finale tende a scurire ed a saturare i colori.

Decals e invecchiamento:

Ho usato le decals della scatola. Per l’applicazione ho sviluppato un mio metodo: non utilizzo trasparenti o cere per sigillare i colori ma le applico direttamente sui colori opachi; preferisco aggiungere sul modello il minor numero di strati possibile. E il silvering? direte voi.

Il metodo è questo: quando la decal è pronta, stendo sulla zona una soluzione di colla ad acqua e tensioattivo ( è una colla trovata al brico per cartoleria, è trasparente e solubile in acqua anche quando è secca esattamente come quella delle decals ) una volta stesa la decal aspetto un momentino e applico l’ammorbidente facendo attenzione di non andare sui colori. Anche l’ammorbidente è fatto in casa, è una soluzione di alcool e nitro, naturalmente molto più alcool che nitro.

Anche se sia l’alcool che la nitro possono sciogliere i colori acrilici, con un pò di attenzione non succede nulla, basta usarne poco, e se dovesse finire una goccia sul colore è importante non strofinare ma “fare aria” per accelerare l’evaporazione.

Naturalmente ho fatto dei test con le decals di scarto prima di procedere sul modello.

Il risultato mi sembra soddisfacente, considerando che ho usato le decal intere senza scontornare il bordo trasparente, perché per me è una vera rottura, soprattutto quando si tratta di dover scontornare numeri e codici.

A questo punto procedo con le sporcature; il primo passaggio è una soluzione ultradiluita di acqua e colore acrilico grigio molto scuro che stendo su tutto il modello. Questo tipo di “lavaggio” inizia ad evidenziare i dettagli, ed essendo fatto su colori opachi viene assorbito creando dei leggeri aloni che danno la sensazione di sporco generale, poi passo ai lavaggi veri e propri utilizzando gli acquarelli, facili da usare e per di più inodori, con i quali evidenzio le pannellature e faccio le varie colature.

Il bello degli acquarelli è che posso sfumarli, o levarli del tutto, in qualsiasi momento perchè sono sempre solubili in acqua. I fumi dei motori invece sono fatti ad aerografo.

Quando tutto è ben asciutto spruzzo il trasparente che fissa gli acquarelli e fa sparire definitivamente la differenza di finitura tra le decals e gli acrilici.


Come vernice trasparente uso quella alla nitro in bomboletta che travaso in un barattolino per poterla diluire maggiormente, così posso darla ad aerografo e dosarla meglio. Uso questo tipo di vernice perchè è più robusta, secca molto rapidamente ed ha una finitura molto simile all’opaco delle mimetiche vere, che non è spento come quello degli acrilici, ma ha un minimo di riflessione che dà volume.

L’unico inconveniente è che puzza tremendamente per cui devo aspettare la primavera per poterla spruzzare all’aperto.

Infine ho incollato il modello ad una basetta ( un’altra cosa che ai miei tempi si usava poco ), con simulati i lastroni di cemento della pista.

Questa è una cosa che ho fatto più per sicurezza che per motivi estetici: se devo spostare il modello non devo toccarlo direttamente, ma posso prendere più saldamente la cornice… ogni precauzione non è mai troppa.

Una volta un modellino del genere lo completavo in una settimana perchè smaniavo dalla voglia di vederlo finito, questa volta ci ho impiegato 6 mesi. Un’altra cosa che ho imparato è la pazienza, una cosa che migliora la qualità dei modelli molto più di qualsiasi dettaglio aftermarket.

 

Buon modellismo a tutti! Gabriele Diaferia.

 

 

Bibbliografia:

– Walk Around  A-1 Skyraider – Squadron/Signal Publications

– Internet

M.R.M.D. MK 2: genesi di un’autocostruzione in scala 1/72.

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I veicoli armati del domani prossimo, fantascienza o futuro anticipato a voi la scelta, mi hanno sempre sottilmente affascinato. Se a questo di aggiunge la volontà di creare una macchina propria e personale e a sfida “ma sei capace?” il risultato è inevitabilmente una eruzione di energia che mi ha portato a concepire “Big egg”.

M.R.M.D. MK 2 non è la macchina di domani ma potenzialmente quella di dopodomani. Per le dimensioni e le proporzioni ho cercato di attenermi alla riduzione in scala di un veicolo esistente e nella mia testa il “drone” è nato in dimensioni reali per essere poi ridotto ed inserito in un contesto operativo.

Contestualizzazione del modello:

Sala controllo distaccata della ConGlobal Security, da qualche parte in Europa nella massima riservatezza dei sotterranei e dei muri in cemento armato a prova di megatoni.

Fuori è primavera ed il sole è tiepido; nella caverna tecnologica della sala controllo la luce è tenue, il clima controllato ed il tempo è quello della ConGlobal Security.

I sistemi ricevono i dati, gli operatori controllano  a distanza i fronti, crepe sanguinanti nel mondo, dove la più grande compagnia mondiale privata di sicurezza e contractor opera. Una postazione è dedicata alla linea del continente nord americano.

La linea nel non tanto lontano 2013 segnava il confine tra gli Stati Uniti ed Il Canada, un confine tra nazioni prospere. Ma i cambiamenti degli assetti politici ed economici mondiali avevano intaccato lentamente ed occultamente anche questa parte del pianeta.

Gli “States” credevano di essere ancora una grande potenza quando in realtà non lo erano più. Il protrarsi e l’estendersi dei conflitti in medio oriente ed in nord africa, la competitività delle potenze economiche e  finanziarie asiatiche ed infine una sempre maggiore insofferenza degli “alleati ” europei avevano portato una costante stagnazione ed il debito pubblico era salito alle stelle, completamente fuori controllo.

La ennesima caduta degli indici di borsa a New York , il mercoledì nero dell’ottobre 2013, aveva scatenato il panico tra la popolazione e tra i politici; molti pensarono che era arrivato il loro momento per diventare grandi. Singoli Stati decisero unilateralmente di abbandonare l’Unione, milizie di fanatici si resero disponibili al soldo di chiunque, bande criminali urbane tentarono di impossessarsi di interi quartieri delle grandi metropoli.

Le forze armate degli Stati Uniti lasciarono il mondo, tutti richiamati in patria per riportare l’ordine. Ma con un tasso di diserzione medio del 35% ed il sistema produttivo quasi annullato Washington innescò la più grande guerra civile che la storia contemporanea ricordi.

Nel 2014, nella confusione più assoluta, le schegge impazzite della seconda guerra civile americana raggiunsero e coinvolsero l’intero Canada; la situazione era critica, molte fazioni possedevano armi nucleari ed avevano leader deliranti disposti ad impiegarle per contrastare chiunque. Il resto del mondo decise di intervenire.

L’Unione Europea ed il Consiglio delle Nazioni dell’America del sud intrapresero una azione militare sul suolo del continente nord Americano per riportare la pace e disarmare integralmente i gruppi di belligeranti. L’operazione terminò nel 2016 costellata da duri scontri e violente battaglie campali. Per tentare di fermare l’armata internazionale le fazioni lasciarono da parte le armi atomiche. Si dedicarono a svuotare gli arsenali di armi chimiche e batteriologiche e le impiegarono sul campo senza misericordia seminando morte tra la stessa popolazione che ritenevano di difendere dagli “invasori” europei e sud americani.

Nel 2017 malattie sconosciute e mutazioni affligevano tutte le forme viventi del continente americano settentrionale. Ma il conflitto era terminato; rimanevano gruppi di guerriglieri e bande isolate ma gli Stati Uniti ed il Canada erano ritornati ad esistere, anche se solo formalmente. Gli U.S.A. erano controllati militarmente e politicamente da una forza internazionale composta da Brasile, Messico, Argentina, Cile e Perù mentre il territorio del Canada era tutelato negli stessi termini dall’Unione Europea.

Il confine tra i due resuscitati malconci stati era diventato la “linea”. E per evitare contatti tra bande ed altre polarizzazioni che avrebbero potuto riaccendere il fuoco della guerra la “linea” doveva essere accuratamente presidiata; ma la attenta sorveglianza di questo confine richiedeva personale ed ingoiava risorse finanziarie a dismisura.

Così il “lavoro della linea” venne esternalizzato ed appaltato nel 2018 alla ConGlobal Security. Servizio che ai giorni nostri, primavera del 2041, la compagnia detiene ancora e lo gestirà, grazie ad un rinnovo del contratto, per altri dieci anni; uno dei migliori affari che questa azienda abbia mai fatto.

L’operatore addetto alla linea osserva con cura la ripresa satellitare; la vegetazione è tornata normale, le malattie genetiche e la contaminazione biochimica ora sono assenti,scomparse. I parametri positivi sono confermati anche dai dati raccolti e trasmessi dai “Big egg” i veri protagonisti di questa redditizia impresa. Sono loro, i droni, che al posto delle persone pattugliano e di fatto gestiscono l’infinita lunghezza della linea ed i territori circostanti permettendo costi relativamente ridotti ed elevata redditività.

Big egg è un nome confidenziale dato dagli operatori a questi loro particolari “colleghi”. Tecnicamente si tratta di M.R.M.D. MK 2 Multi Role Medium Drone versione 2.

Progettati dalla Super Mechanics S.p.A. in europa basandosi sulla componentistica prodotta dalla May Lay Inc. giapponese sono costruiti in India e commercializzati dalla Zhao Min Multicompany cinese. Dispongono di un sistema operativo con software per intelligenza artificiale ad autoapprendimento.

Una volta installati i parametri di missione sono in grado di gestire autonomamente situazioni operative individuali e di squadra senza intervento umano. Sono dotati di link satellitare per la ricetrasmissione dei dati verso postazioni estremamente remote e per l’eventuale intervento di comando a distanza diretto da parte di un operatore; il sistema di comunicazione è poi completato da radio HF/VHF/UHF e da un ricevitore GPS integrato da una piattaforma inerziale per il controllo di posizione ed assetto.

Il sistema di locomozione a quattro gambe e zampe di appoggio antropomorfe permette elevate velocità in qualsiasi genere di terreno, prestazioni esaltate da terreni impervi e con rilievi.

L’addetto in sala controllo, dopo il controllo satellitare di massima della intera lunghezza della linea, inizia ad osservare le immagini inviate dalle torrette sensori dei droni. si tratta di una supervisione perchè in caso di variazione di eventi sono i droni stessi ad inviare immediatamente un rapporto relativo all’accaduto ed alle azioni intraprese.

Uno dei tanti droni prosegue nel suo incessante pattugliamento e passa accanto ai cartelli, ora pesantemente segnati dal tempo, che qualche decennio prima indicavano la presenza di contaminazione chimica e batteriologica in quell’area. Dalla solo controllo si verifica lo stato degli avvenimenti di ogni singolo “Big egg”.

Quello selezionato in questo istante ha effettuato l’intervento più recente da poche ore; i sensori ad infrarosso attivo e passivo hanno individuato un gruppo di individui che nell’oscurità tentava di attraversare la linea. Ormai i gruppi di guerriglieri si sono trasformati in bande di contrabbandieri e criminali comuni;l’unità microfonica, nonostante la distanza, ha digitalizzato le loro voci ed il sistema di sintesi vocale ha intimato loro di allontanarsi nella loro stessa lingua mentre il faro li ha illuminati a giorno.

Si sono dispersi immediatamente, ma non sempre tutto procede così bene; in molti altri casi i droni sono diventati il bersaglio di armi da fuoco e razzi anticarro che poco possono fare contro la struttura in composito carboceramico dei M.R.M.D. MK 2.

Ma situazioni di questo genere richiedono una inevitabile risposta armata che i “Big egg” affidano al cannone a tiro rapido da 60 mm, connesso ad una riserva proiettili di svariate caratteristiche, oppure ai lanciarazzi multipli da 20 mm; se opportuno il sistema di intelligenza artificiale provvede all’occultamento tramite i lanciatori di fumogeni.

La supervisione della sala controllo consente di verificare che il drone in esame ha una riserva del 100% di razzi e fumogeni ed una scorta del 93% di proiettili per il cannone; il livello delle celle a combustibile che forniscono energia e locomozione al “Big egg” è pari al 60% e questo significa che se la riserva di munizioni non sarà completamente intaccata prima e non ci saranno guasti, rarissimi, questo M.R.M.D. MK 2 rimarrà in servizio lungo la linea per altri 12 mesi prima di rientrare al deposito per le operazioni di pulizia e manutenzione.

L’operatore si alza dalla postazione e si dirige al distributore di bevande calde; una breve pausa e poi la selezione di un altro “Big egg”.

Giorni dei droni; perenne incessante pattugliamento.

Tempo della ConGlobal Security.

Costruzione:

Per la costruzione ho impiegato, ed adattato, materiale di recupero. Il “corpo” è stato ricavato dal contenitore della sorpresa di un ovetto di cioccolato mentre la base è una parte di un raccordo per impiantistica elettrica.

Per la costruzione della gambe e delle zampe ho impiegato del tubetto di ottone, dei manicotti isolanti staccati da dei capicorda ed infine del legno. I soffietti che ricoprono gli arti sono in stoffa.

 

Un vecchio bottone che vagava disperso è diventato, con l’aggiunta di qualche strass, la torretta sensori. Gli strass sono diventati “ottiche” dopo essere stati cartavetrati per rendere la loro superficie sfaccettata sferica; ovviamente sono diventati opachi e quindi sono stati sottoposti ad una prima lucidatura con la carta vetrata da carrozziere bagnata e poi si è provveduto alla lucidatura finale con il polish.

Lo stesso percorso è stato seguito per costruire il faro; è diverso il bottone di partenza perchè è sferico invece che piatto. Un ultimo bottone è diventato l’antenna del GPS.

Il cannone è stato costruito con del tubetto in rame di due misure; con del plasticard sagomato ho preparato le ginocchiere e con lo stesso materiale è stata prodotta la staffa dell’antenna a stilo.

A sua volta l’antenna è stata costruita impiegando del filo di rame diametro 0,12 mm.

Per avere la certezza dell’omogeneità dell’insieme sono state effettuate numerose prove a secco delle varie parti. Dalla banca pezzi sono stati prelevati le coppie di lanciarazzi e lanciafumogeni; stessa provenienza per le fotoincisioni.

Di seguito alcune foto delle fasi del montaggio dei vari pezzi.

 

 

Colorazione e invecchiamento:

La prima operazione è stata la stesura del primer grigio Tamiya in modo da rendere omogenee tutte le superfici. Poi si è passati alla colorazione di tutto il modello con verde oliva Lifecolor; sono state dipinte le bande rosse di riconoscimento sulle gambe e con la tecnica del sale ho ricreato le scrostature.

Ho ricreato sul corpo le scrostature dipingendo con un pennello il giallo anticorrosione, della Lifecolor, che rappresenta il colore di fondo del drone; ho poi passato una mano di trasparente lucido seguito da un filtro ad olio a punti su tutta la superficie per renderla invecchiata e vissuta.

Le parti in rilievo sono state sottoposte ad un leggero dry brush con due toni di marrone e con le polveri dei gessetti per belle arti ho creato le colature di sporco e di ruggine operando anche in questo caso un lieve dry brush. Infine con il trasparente opaco è stato sigillato tutto il modello.

Potete vedere alcune immagini della colorazione e dell’invecchiamento.

L’ambientazione:

Il genere di ambientazione deriva dal contesto operativo del drone; per ricreare il terreno è stato utilizzato il Das opportunamente modellato.

Una volta essiccato è stato dipinto con del marrone scuro al quale sono stati sovrapposti dei passaggi con del marrone più chiaro e del nero stesi a pennello con un dry brush meno secco del solito. L’albero è stato preparato partendo da un ramoscello secco sul quale è stato incollato del Floquil di tre diverse dimensioni e colori.

Per smorzare poi la fluorescenza del Floquilè stato eseguito un dry brush con tre toni di verde diversi (chiaro, medio, scuro). L’erba ed i cespugli sono stati riprodotti utilizzando materiale scenografico per modellismo ferroviario; per smorzare i toni troppo accesi si è seguita la stessa procedura di dry brushing impiegata per  la chioma della pianta.

Infine sono stati aggiunti i cartelli sviluppati da una immagine reperita in rete, opportunamente ridotta, e resi rugginosi con le polveri dei pastelli per belle arti.

Per questo particolare dry brush penso che non esista una regola fissa ma è opportuno scegliere marroni e verdi secondo i propri gusti personali e l’ambiente che si desidera

Conclusioni:

Mi sono divertito nel creare questa realizzazione che è la dimostrazione di come è possibile fare del modellismo partendo da materiali semplici e di recupero.

Ed ecco a voi lo M.R.M.D. MK 2 in azione.

 

 

Venimous Viper – F-16 A dal kit Hasegawa in scala 1/48.

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Credo di poter affermare che, per tutti noi appassionati di volo e di aeronautica, il film Top Gun sia una pietra miliare delle nostre vite! Da quando ero bambino ho perso oramai il conto, non so neanche più quante volte io abbia visto quella pellicola. Gli anni sono passati ma il mio interesse per gli aerei “Aggressor” non è scemato anzi, si è rafforzato tramutandosi poi in un mio “pallino” a livello modellistico.

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Eccomi, quindi, per presentarvi la mia ultima fatica: una “Vipera” molto velenosa… un F-16 A del NSAWC.

 

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Qualche informazione in più sul soggetto:

Il Naval Strike and Air Warfare Center (NSAWC) ha sede sulla Naval Air Station di Fallon, nel Nevada. Esso è chiamato più comunemente “N-Sock” ed è il centro d’eccellenza per l’addestramento e lo sviluppo di nuove tattiche e tecnologie dell’U.S. Navy e dei Marines; Il NSAWC, come lo conosciamo oggi, è risultato dall’unione di tre reparti in uno: Il Naval Strike Warfare Center (già basato a Fallon dal 1984), la Carrier Airborne Early Warning School, e la famosa Navy Fighter Weapons School (la Top Gun) trasferitesi entrambe dalla celebre Naval Air Station di Miramar, in Florida, nel 1993. A oggi, gran parte dell’iter addestrativo riguardante il combattimento simulato e le tattiche di volo è svolto dalla Top Gun (attualmente inquadrata in un vero e proprio Squadron) che dispone di una vasta linea di volo comprendente svariati velivoli; tra questi, la scuola utilizza assiduamente nel ruolo di velivoli “Bandits” (avversari) quattordici F-16 A Block 15 destinati, inizialmente al Pakistan. La storia di questi Viper (come sono chiamati gli F-16 dai loro equipaggi – nomignolo che ha soppiantato del tutto il suffisso di fabbrica “Fighting Falcon”) è stata abbastanza controversa e travagliata, e ha avuto inizio nel dicembre del 1981 quando il Pakistan firmò un contratto con l’amministrazione statunitense per la fornitura di ben centoundici velivoli. A causa della decisione del governo pakistano di munirsi di ordigni nucleari nella corsa al riarmo contro l’India, gli USA posero un embargo allo stato asiatico bloccando immediatamente l’esportazione dei restanti settantuno velivoli ordinati e non consegnati. Di questi, ventotto erano pronti al momento della crisi con gli States ed essi furono destinati direttamente all’AMARC (Aerospace Maintenance And Regeneration Center) – il deposito a cielo aperto di Tucson, Arizona.

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Alla fine del 1998, dopo la rescissione dell’embargo contro il Pakistan per aver contribuito alla lotta contro il terrorismo internazionale, gli States restituirono parte dell’importo versato e saldarono il debito fornendo alla repubblica islamica ventiquattro nuovi F-16 Block 50/52. Dopo un periodo d’indecisione, nel 2002 l’amministrazione Bush acconsentì ad un programma di recupero che riportasse in condizioni di volo i vecchi F-16 A pakistani. Dei ventotto “conservati” presso l’AMARC, quattordici vennero destinati all’USAF mentre i restanti furono aggiornati allo standard Block 15 AM – OCU e immessi presso la Top Gun School di Fallon. Il soggetto da me scelto è l’esemplare numero 90-0947, codice individuale “56” – uno dei Viper NSAWC con la bellissima livrea a tre toni di grigio.

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Il kit:

Per riprodurre un F-16 A nella scala del quarto di pollice, le opzioni non sono molte. Tralasciando il vecchissimo Monogram (poi re inscatolato dalla Revell), la scelta può ricadere sui nuovi Kinetic (partendo dal kit 48011 ad esempio). A mio avviso, la soluzione migliore è scegliere lo stampo Hasegawa – con qualche anno sulle spalle e, certamente, meno aggiornato… ma che fa ancora bene il suo dovere. La scatola da me scelta è la numero V-1, una delle prime inserite in catalogo e datata 1987.

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Il contenuto si suddivide in tre stampate di Styrene color grigio chiaro con il classico dettaglio di superficie finemente inciso cui l’Hasegawa ci ha abituato da molti anni; in totale ci sono circa 109 pezzi. Chi mi legge da tempo conosce la mia propensione a utilizzare set in resina e aftermarket per migliorare i miei modelli e, anche questa volta, non ho disatteso la tradizione!

A corredo mi sono dotato dei seguenti articoli:

• Black Box – F-16 A Cockpit set.

• Aires – Wheel Bay (codice 4194) e Exhaust Nozzle (codice 4133).

• Cutting Edge – F-16 NSI Seamless Intake.

• Eduard – Exterior & Interior Details Photoetched Set (codici 48530 e 49276) e Express Mask (codice EX002).

• Eduard Brassin – Late Style Wheels Set (codice 648011)

• Master – Pitot e sensori AOA (Angle of Attack) in ottone tornito (codice 48008).

Dopo questa doverosa presentazione è tutto pronto per entrare nel vivo di quest’articolo passando a esporre tutte le fasi che mi hanno portato a mettere in vetrina questo bellissimo F-16.

Il Cockpit:

Come consuetudine i lavori hanno avuto inizio da una zona che, personalmente, reputo fondamentale: il cockpit. Quello fornito da scatola è, ovviamente, non all’altezza per un modello nella scala del quarto di pollice. Per la sua sostituzione ho optato per l’unica scelta disponibile, in altre parole l’aftermarket in resina della Black Box (oggi conosciuta come Avionix) che è l’unica (assieme alla CMK ma la qualità del suo accessorio è sotto le aspettative) a commercializzare un abitacolo corretto per la versione A del Viper. Purtroppo il set della Black Box non è per nulla facile da reperire, essendo in catalogo già da molti anni; la via più veloce per acquistarne uno è sicuramente E-Bay, ma potreste essere fortunati e trovarne delle copie ancora disponibili presso i negozi on line degli States. Le prime operazioni per adattare la resina al kit hanno determinato la totale asportazione della palpebra del cruscotto e di parte del pianale posto alle spalle del pilota, dove sono presenti anche i meccanismi cinetici per la chiusura del canopy. Per eliminare le parti originali in plastica mi sono avvalso della Trumpeter Razor Saw, una piccola seghetta da modellismo con tre lame intercambiabili di varia misura; lo strumento mi è tornato molto utile permettendomi dei tagli precisi senza il pericolo di rovinare le zone limitrofe.

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I pezzi in resina non sono molto precisi, in particolare, la palpebra che è leggermente più corta di un millimetro rispetto alla sua sede; per ovviare all’inconveniente ho aggiunto un paio di listelli di Plasticard da 0,5 millimetri nella parte terminale del glare shield allungandolo, di fatto, per fargli assumere le corrette dimensioni (foto qui in basso).

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Anche la vasca soffre di un sottodimensionamento abbastanza accentuato, ma a questo si può rimediare giocando un pochino con gli spessori delle paretine laterali da aggiungere ai lati dell’abitacolo. In pratica, basterà non assottigliarle troppo, in particolare alla base, e dare a entrambe un ingombro più pronunciato che possa colmare il vuoto lasciato dalla vasca stessa. Ovviamente, il ricorso a molte prove a secco vi sarà di grande aiuto per collocare tutti i pezzi nel modo più consono.

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Continuando ad analizzare gli interventi da eseguire sulla vasca, si è reso necessario anche l’assottigliamento e la riduzione di spessore di quest’area evidenziata nella foto:

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L’azione è atta a far assumere al seggiolino la tipica inclinazione di 30° rispetto all’asse orizzontale, posizione molto vistosa che caratterizza tutti gli ACES II montati sui vari Block del Viper. Ora qualche nota sul sedile: come ho già accennato qualche riga sopra, l’F-16 da me riprodotto è un Block 15, ma sottoposto all’aggiornamento OCU (Operational Capability Upgrade). Dalle foto presenti su Airliners.net (vero e proprio punto di riferimento per tutti i modellisti), si può notare come l’upgrade della cellula abbia riguardato anche il seggiolino, sostituito con una versione più recente montata su alcune serie di F-16 C/D. Quindi, per rispettare al massimo il realismo, ho preferito scartare l’ACES fornito dalla Black Box (riferito alle prime versioni e riconoscibile dall’imbottitura del cuscino con cuciture verticali) sostituendolo con una copia più moderna della Quickboost (codice prodotto 48002). Il nuovo seggiolino va comunque adattato aggiungendogli sul retro una piastra di rinforzo che, nella realtà, dà maggiore solidità alle rotaie di lancio e una sezione di rod circolare da un millimetro a riprodurre il cannone per l’eiezione. Ecco degli scatti:

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Anche la consolle centrale, che la ditta statunitense fornisce separata dal resto del cruscotto, mi ha creato qualche noia. Essa, infatti, non ha dei perni di riscontro da sfruttare, e il corretto allineamento è demandato alla pazienza che ogni modellista deve avere a sua disposizione. Personalmente ho eseguito tantissime prove a secco aggiustando di volta in volta la posizione in modo che il “pedestal” non pregiudicasse il corretto inserimento del seggiolino. A questo punto ho, finalmente, steso una mano di Light Ghost Grey F.S.36375 (Gunze H-308) su tutto l’abitacolo rifinendolo poi con il colore delle consolle laterali (Nato Black Tamiya XF-69) e aggiungendo qualche tocco di colore in rosso, giallo e grigio medio sui vari pulsanti e selettori.

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L’ACES ha la struttura e le cinture in Light Ghost Grey F.S. 37375, l’imbottitura per il busto in Dark Green Gunze H-64 mentre quella per la seduta è anch’essa in NATO Black Tamiya. Quest’ultimo colore è stato usato che per i cuscini rigidi del poggiatesta e per tutta la zona del porta paracadute dietro ad esso. Alcune targhette e cinghie prelevate dal set per gli interni dell’Eduard hanno alzato ulteriormente il livello di dettaglio.

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Per evidenziare meglio i dettagli e dare maggiore volume al “Pilot’s Office” sono ricorso prima a un lavaggio a olio in grigio scuro su tutte le superfici, poi alla tecnica del Dry Brush (eseguita con il grigio F.S. 36320).

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Presa d’aria, vani carrello e altri dettagli:

Le prese d’aria, nella maggior parte dei casi, rappresentano un vero e proprio incubo per tutti i modellisti che si dedicano ai jet moderni…. E il Viper non si sottrae da questa regola, anzi! Inizio subito col dire che l’intake dell’Hasegawa (ma, purtroppo, è un fattore comune a tutti i kit) ha una scomposizione abbastanza cervellotica e molto complessa per ciò che riguarda la stuccatura delle giunzioni. In pratica, una volta chiusa la strutta a “guscio”, arrivare in tutti i punti interessati al montaggio per lisciare le fessure è veramente difficoltoso. Per fortuna mi è venuta in soccorso, ancora una volta, la resina. Ho deciso di sostituire il tutto con l’aftermarket della defunta Cutting Edge che produceva una bellissima presa d’aria “seamless” (ovvero, senza giunzioni e tutta in un sol pezzo) con un condotto molto lungo e realistico. Reperire quest’accessorio non è stato semplice, poiché la produzione della Cutting è terminata già da qualche anno, ma girovagando sul provvidenziale E-Bay sono riuscito a trovare qualche appassionato con dei pezzi ancora disponibili. Prestate attenzione ad acquistarne la versione giusta: quella montata sul Viper oggetto di quest’articolo è la Normal Shock Intake (comunemente detta presa d’aria “bocca piccola”), quella con apertura di dimensioni ridotte.

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Un altro vantaggio, non da poco, è che la presa d’aria è stampata già in color bianco – accortezza che mi ha risparmiato un noioso lavoro di verniciatura nelle parti interne già molto strette. Nella foto qui in basso potete notare una piccola porzione di plastica evidenziata dal pennarello blu. Quella zona dovrà essere limata e abbassata di qualche decimo di millimetro per permettere al pezzo in resina di scivolare meglio nel suo alloggiamento e rimanere più in squadro possibile.

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Per evitare interferenze con l’unione delle due semi-fusoliere, ho limato e assottigliato almeno un millimetro di materiale dalla parte superiore del condotto. Con un’immagine si può intuire meglio (la zona interessata è quella in rosso):

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Da alcune prove d’inserimento fatte, mi sono accorto del sottodimensionamento delle due alette che convogliano lo strato limite all’interno della fusoliera. Per fargli riprendere le giuste proporzioni ho aggiunto due pezzi di Plasticard opportunamente ritagliati e incollati:

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Terminata la lavorazione sulla presa d’aria, mi sono dedicato all’adattamento del pozzetto carrelli posteriore del set Aires. Quello anteriore è stato, purtroppo, scartato per l’impossibilità di adattarlo all’intake seamless dove gli spessori del condotto interno sono troppo sottili per inserire il blocco in resina fornito dall’Aires. La prima operazione ha riguardato la totale asportazione della plastica originale del kit e le prove a secco per verificare gli ingombri della wheel bay prodotta dalla ditta ceca; con mia sorpresa mi sono accorto che il pezzo era più corto di almeno un millimetro in senso longitudinale, e che lo stesso lasciava una fessura abbondante rispetto alla fusoliera. Per risolvere l’inconveniente ho agito come mostrato nelle immagini sottostanti:

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In pratica ho incollato il pozzetto centrandolo nella sua posizione con quanta più precisione possibile e limitando parzialmente il gap; fatto ciò, ho aggiunto dei listelli di Plasticard nella parte interna incollando il tutto con una corposa quantità di Attack, e stuccando con largo utilizzo di Milliput sia dall’esterno, sia dall’interno. Altro intervento necessario è stato quello di creare un invito nella base del pozzetto per permettere alla presa d’aria di innestarsi nella fusoliera. Ovviamente i due aftermarket (il Cutting Edge e l’Aires) non sono ideati per coesistere contemporaneamente nello stesso modello per questo, mediante carta abrasiva a grana grossa (va bene dalla 400 in giù), ho ricreato quella svasatura che potete vedere in foto su cui si è adagiato il condotto dell’intake.

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Studiando la documentazione in mio possesso (in particolare il libro della DACO, una vera e propria Bibbia!), mi sono accorto che l’F-16 è ricco di dettagli facilmente visibili anche in scala. Contro ogni mia aspettativa, ho passato molte ore a riprodurre particolari che, alla fine del modello, gli hanno dato quel tocco di realismo in più. Tra questi piccoli interventi posso annoverare l’apertura delle due griglie dell’APU e del sistema di raffreddamento del circuito idraulico, poste rispettivamente a destra e a sinistra del troncone posteriore della fusoliera. Ho preferito forare la plastica con un trapanino a mano in modo di avere maggiore sensibilità e delicatezza; i bordi delle aperture sono state, poi, rifinite manualmente con una limetta da unghie, mentre internamente la plastica è stata assottigliata usando una fresa montata su un trapanino elettrico. Per simulare le griglie metalliche ho utilizzato un pezzo di tulle riciclato da una bomboniera, e incollato all’interno con due gocce di Attack Gel.

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Rimanendo in questa zona del modello, mi sono accorto di alcune omissioni dell’Hasegawa nell’incisione di due pannelli presenti sul lato destro della carlinga; mancano, infatti, due sportelli: quello a ridosso del pozzetto carrelli principale è d’ispezione per il sistema idraulico dei freni di riserva, quello verso la coda contiene l’indicatore per il livello dell’olio del motore. Ho reinciso le pannellature corrette con uno scriber e l’ausilio delle provvidenziali dime Verlinden… pochi minuti e il gioco è fatto. Per pulire e rendere più precise le incisioni, ho steso su di esse una pennellata veloce di Tamiya Extra Thin Cement lasciando asciugare bene il tutto e, soprattutto, senza toccare la plastica con alcuno strumento.

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La volata del cannone inclusa nel kit è del tipo utilizzato sui primissimi esemplari. Quella montata sull’esemplare da me preso come riferimento, è del tipo più tardo con due sole feritoie (nel pezzo originale sono otto, quattro davanti alla bocca, quattro immediatamente dietro). Di queste otto apertura ho lasciato “libere” solamente quelle che vedete in foto, riempiendo le restanti con il Tamiya Basic Putty.

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Spostando le mie attenzioni verso la coda del modello, ho corretto e reso più realistiche le luci di navigazione poste alla base della deriva; così come sono stampate dalla ditta giapponese sono totalmente errate, per questo ho forato la plastica mediante un trapanino a mano e ricreato la parte trasparente con una sezione di sprue di recupero. I due vetrini sono stati incollati con colla cianacrilica, carteggiati per portarli alla giusta misura e lucidati con pasta abrasiva. Dalla parte interna ho spennellato del bianco opaco per simulare il colore neutro delle luci stesse (in foto è arancione per mettere in risalto l’intervento eseguito).

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Prima di procedere con l’unione delle due semi-fusoliere, ho tagliato via gli aerofreni facendo riferimento alle linee guida già incise sul modello. Per separare i quattro pezzi ho utilizzato un seghetto in fotoincisione che garantisce dei tagli precisi senza il rischio di rovinare o asportare troppa plastica.

 

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Il montaggio:

Come già detto in precedenza, lo stampo Hasegawa non è certo un prodotto nuovo e realizzato con le ultime tecnologie. Nonostante gli oltre venti anni che esso ha sulle spalle, la precisione degli incastri è tuttora molto buona; ci sono però dei punti critici che vanno affrontati con un pizzico di attenzione in più… vediamo quali.

Unione ali-fusoliera: le semi-ali sono scomposte, rispettivamente, in due parti ma il loro assemblaggio non presenta grosse difficoltà di sorta. Qualche noia in più arriva nel momento in cui vanno unite alla fusoliera poiché esse formano una fessura abbastanza pronunciata e, in alcuni punti, uno scalino rispetto al raccordo alare. Aggiungo che, proprio in corrispondenza della linea di giunzione, sul velivolo reale corre una pannellatura molto visibile che, per questo, va assolutamente riprodotta. Personalmente ho preferito utilizzare l’Attack sia come collante, sia come stucco, impiegandone un’abbondante quantità per garantire un incollaggio forte. Una volta secco, ho lisciato il cianacrilico con carta abrasiva grana 600 appianando, nello stesso tempo, anche gli scalini sopra citati; ovviamente, la carteggiatura ha comportato l’asportazione forzata di parte del dettaglio di superficie che in quel punto è ricco di rivettature (ripristinate, poi, con molta pazienza e l’aiuto di un Rivet Maker dell’Hasegawa).

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Unione radome – fusoliera: Altra zona con delle criticità è quella del radome. Accostandolo alla fusoliera, infatti, si nota subito come questo rimanga fuori squadro in particolare nella parte inferiore e in quella immediatamente davanti all’abitacolo. Riportarlo alle giuste dimensioni non rappresenta una difficoltà insormontabile, anzi, basta una passata di carta abrasiva e un po’ di stucco per livellare il tutto. Il problema sorge quando, a causa della carteggiatura del pezzo, gran parte delle linee in rilievo che rappresentano gli scaricatori di elettricità statica, spariscono inevitabilmente. Questi dettagli sono fondamentali e caratterizzano il muso del Viper in maniera inequivocabile e, per ricostruirli, ho utilizzato materiali di recupero facilmente reperibili; mi sono dotato, infatti, di un rocchetto di filo da pesca da 0,16 millimetri (lo trovate anche nei negozi Decathlon al prezzo irrisorio di 1,50 €) tagliandone degli spezzoni di opportuna misura.

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Le sezioni di filo sono state, poi, incollate sul radome utilizzando la colla Tamiya Extra Thin Cement che asciugandosi non lascia tracce e non crea anti estetici spessori. Avverto tutti i lettori che questa fase è molto delicata sia per il difficile allineamento dei dissipatori autocostruiti, sia per lo scarso potere adesivo della colla Tamiya che impiega qualche minuto ad asciugarsi e che mi ha costretto a tenere i pezzi di nylon in posizione “forzata” per lungo tempo (allo scopo mi sono aiutato con una pinzetta appuntita) con il rischio che questi si potessero spostare dal punto voluto. Ad ogni modo, con un po’ di pazienza e molta attenzione si ottiene un lavoro pulito che a modello concluso farà parecchia scena.

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La zona del musetto è stata ulteriormente dettagliata con l’aggiunta delle piastre per i sensori dell’Angle of Attack (angolo di attacco) completamente tralasciate dall’Hasegawa, e con l’aggiunta di un rinforzo posto proprio davanti alle antenne Radar Warning montate sotto all’abitacolo. Entrambi i dettagli sopra citati sono stati riprodotti con del nastro d’alluminio adesivo impiegato nelle riparazione idrauliche.

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Prima di aggiungere la deriva (in seguito stuccata con il Milliput) occorre adattare l’anello di raccordo del propulsore Pratt & Whitney; quello fornito in resina dall’Aires è, purtroppo, sovradimensionato di qualche decimo di millimetro e forma uno scalino abbastanza netto. Quindi, per prima cosa, con una limetta da unghie ho assottigliato sommariamente il terminale della fusoliera: Fatto ciò, ho incollato il pezzo in resina con lauto impiego del solito cianacrilico formando anche un “cordolo” sopra la giunzione per utilizzare la colla come stucco. In seguito ho carteggiato accuratamente il tutto arrivando a impiegare anche la carta abrasiva grana 400 per pareggiare tutti i dislivelli. Quello che vedete in foto è il risultato dopo aver rifinito la zona dello scarico con compound per la lucidatura della plastica.

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Ultimi dettagli:

Con il montaggio in pratica concluso, mi sono dedicato all’aggiunta degli ultimi dettagli presenti sul modello. Nella parte inferiore, ho montato il pezzo fotoinciso che rappresenta lo scarico dell’ECS (Environment Condition System) – il sistema di condizionamento climatico dell’abitacolo (freccia rossa). Poco più avanti è presente un piccolo sfiato rinforzato da una piastra metallica (freccia gialla); l’ho riprodotto forando con attenzione la superficie in resina (per evitare di bucare e far fuoriuscire la punta nel condotto della presa d’aria) e aggiungendo un rettangolino del solito nastro d’alluminio adesivo.

All’interno del pozzetto carrello anteriore ho sistemato un altro pezzo in fotoincisione prelevato dal set Eduard 48530 che ha aumentato il realismo dei vari longheroni e correntini presenti all’interno del wheel bay.

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Ho incollato il pitot in ottone tornito della Master stuccandolo con un limitato impiego del Tamiya Basic Putty. Lasciatemi spendere due parole di lode per quest’accessorio: estremamente ben fatto, economico e con un livello di realismo incredibile – ve ne consiglio l’acquisto vivamente anche perché nella confezione trovate le due sonde del sistema AOA che sono di una finezza incredibile!

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Nell’abitacolo ho inserito alcuni cavetti in stagno di opportuna misura, atti a simulare le tubazioni idrauliche del sistema di sollevamento del canopy. Oltre a questi particolari, ho prelevato alcuni pezzi dalle sopracitate fotoincisioni Eduard tra cui la guarnizione di ritenuta del canopy presente sul frames della fusoliera. Fatto questo ho potuto, finalmente, completare la verniciatura dell’abitacolo spruzzando sulle zone ancora “vergini” del nero opaco. Sempre in fotoincisione le antenne Tacan e UHF presenti sotto il muso e le griglie dei Chaff / Flare in coda.

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Giudicandole anti estetiche e fuori scala, ho eliminato del tutto le luci di navigazione poste sui lanciatori alle tip alari e sulla sommità della deriva, con l’intenzione di riprodurli durante gli step finali del modello… più avanti vi spiegherò come fare. Prima di procedere alla verniciatura ho affrontato quello che, convenzionalmente, è l’ultimo gradino del montaggio: l’aggiunta dei trasparenti. Nel kit sono presenti due tipi di vetrini, uno neutro (clear) e uno fumè. Per la parte fissa del canopy, in accordo con la documentazione, ho prelevato il pezzo clear; per la parte mobile, il fumè. Quest’ultimo presenta un anti estetico segno di estrazione proprio al centro della calotta (difetto comune in tutti i kit Hasegawa), eliminato mediante le lime della Squadron che hanno diversi poteri abrasivi. Per ridare la giusta brillantezza al canopy l’ho dapprima lucidato con il Tamiya Rubbing Compound (usando i tre prodotti uno dopo l’altro – Coarse, Fine e Finish), poi rifinito con una completa immersione nella cera Future che ha dato una finitura “effetto cristallo”. La parte fissa dei trasparenti è stata incollata con ciano acrilico e stuccata col Tamiya Basic Putty cercando di non rovinare troppo la trasparenza del pezzo. Niente paura se dovesse sfuggirvi la mano graffiandolo! Basterà adottare lo stesso metodo (compound più Future) sopra descritto.

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Verniciatura:

Ed eccoci alla fase, senza dubbio, più divertente della costruzione – la verniciatura. Prima di entrare nel vivo della spiegazione è necessaria una premessa: per riprodurre il camouflage a tre toni di grigio dei Viper NSAWC è necessario munirsi del foglio decal numero 48150 della Two Bobs.

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Nel momento in cui ho iniziato ad attuare la mimetica sul modello, confrontando le foto dei velivoli reali con lo schema proposto nel foglio istruzioni dalla ditta americana mi sono accorto di notevoli imprecisioni. Per questo motivo ho preferito tralasciare completamente le indicazioni fornite dalla Two Bobs e ricreare le macchie basandosi solamente sulla documentazione in mio possesso. Fin quando si tratta delle superfici superiori è facile intuire l’andamento… i problemi arrivano quando bisogna disegnare la mimetica delle superfici inferiori che scarseggiano di un’adeguata conferma fotografica. Ag ogni modo, con molta pazienza, nelle immagini sottostanti vedete quello l’andamento, più o meno fedele, che sono riuscito a ricostruire:

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Come primo colore ho steso il 36375 della Gunze (H-308), evitando di estenderlo a tutto il modello per non riempire troppo le sottili pannellature del kit. Il secondo colore, in ordine, è stato il 36270 della Gunze (H-306) cui ho aggiunto poche gocce di Gunship Grey F.S. 36118 per aumentare il contrasto con il grigio chiaro che, altrimenti non avrebbe avuto un effetto realistico. Per ultimo ho steso il grigio scuro: la Two Bobs indica per questa tinta il Gunship Grey F.S. 36118 ma, dopo alcune prove da me eseguite, ho notato che il colore in questione non si avvicinava granché alla tonalità vera. Per questo, dopo alcuni mix tra vernici a disposizione nel mio magazzino, ho trovato un buon compromesso partendo da una base di venti gocce di German Grey Tamiya (XF-63) e tre/quattro gocce di Gunze H-308 F.S. 36375. Anche questa volta ho utilizzato il Patafix per separare i vari colori, ottenendo delle sfumature precise e perfettamente in scala.

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Weathering:

Con la verniciatura ultimata mi sono dedicato all’invecchiamento del modello che, oltre a dargli un’aria vissuta e più realistica, mi ha permesso di volumizzare un po’ le linee del modello. Pur essendo dei velivoli Aggressor, gli F-16 basati a Fallon presentano comunque un grado di usura molto interessante (anche perché i velivoli, solitamente, non sono ricoverati in shelter ma lasciati spesso all’aperto). Basandomi sulla foto qui sopra, ma cercando sempre un compromesso che potesse risultare bene anche in scala, ho schiarito senza uno schema fisso il centro delle pannellature insistendo molto sulla deriva e sul dorso del velivolo. Per ricreare questo weathering mi sono avvalso della tecnica del Post Shading, desaturando i colori originali con del bianco in varie proporzioni e applicandola solo sulle superfici superiori, quelle effettivamente interessate al fenomeno dell’invecchiamento a causa dell’esposizione alla luce solare diretta. Così facendo ho anche ottenuto l’effetto “sbiancato” tipico delle vernici lasciate al sole e alle intemperie per parecchio tempo. Solamente nel caso del grigio scuro non ho impiegato il bianco per “tagliare” la tinta originale, preferendogli un grigio più chiaro (il 36270 può andare bene).

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Dopo questa prima fase, ho steso su tutto il modello tre/quattro mani di trasparente lucido acrilico della Tamiya molto diluito; quest’accortezza è servita per proteggere la verniciatura sottostante e preparare il fondo ai lavaggi. Questi ultimi li ho eseguiti con tre tinte differenti di colori a olio allungati con il diluente Humbrol (che asciuga rapidamente e non emette odori troppo sgradevoli): sul 36375 e sul 36270 ho utilizzato un grigio medio (una nocciolina di Bianco di Marte con la punta di uno stuzzicadenti bagnata con del Nero Avorio, entrambe della Maimeri), sul grigio scuro ho preferito un grigio più chiaro ma senza esagerare ed evitando un “effetto piastrellato” sul modello. Il washing è stato esteso anche ai pozzetti carrello (in precedenza verniciati in bianco opaco e lucidati con il trasparente acrilico assieme al resto del modello) ma, in questo caso, ho diluito ancora di più il colore a olio in modo da farlo scorrere per capillarità nei dettagli del pozzetto Aires. A questo punto, altre due mani del solito Clear Tamiya ha aperto la strada alla posa delle decalcomanie.

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Le decal:

Le decalcomanie, come già detto qualche riga sopra, sono realizzate dalla Two Bobs. La loro qualità è buona, con spessori di stampa molto contenuti e un ottimo potere adesivo. Personalmente le ho trattare con i liquidi ammorbidenti della Microscale costatando una discreta reazione al trattamento. Qualche appunto si può muovere alla fedeltà di riproduzione delle insegne: purtroppo, probabilmente per contenere i costi, i colori dei codici e delle scritte “NSAWC” non sono molto fedeli a quelli reali e, inoltre, le dimensioni delle coccarde da apporre in fusoliera (sotto la deriva) sono un po’ troppo ridotte. In ogni caso bisogna accontentarsi poiché il foglio della ditta di Bob Sanchez è l’unico disponibile per realizzare in scala gli F-16 della NAS Fallon. Il lavoro, comunque, scorre veloce grazie anche alla limitata quantità di decal da apporre. Per proteggerle e per livellare gli spessori delle decalcomanie ho steso, su tutto il modello, l’ultima mano di Clear Tamiya; esso, però, ha attenuato un po’ troppo l’effetto del post shading, per questo ho ricaricato nuovamente l’aerografo con i colori in precedenza desaturati, ed ho ripassato ancora una volta il centro dei pannelli. In questo passaggio ho preferito diluire ancora di più le vernici (praticamente al 90% e, in alcuni casi anche con un rapporto 1:1 vernice/diluente) per ottenere delle macchie ancora più sfumate e perfettamente integrate al resto della mimetica.

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Lo scarico motore:

Lo scarico del motore Pratt & Whitney F-100 è, a livello modellistico, un vero incubo! I petali reali, causa le alte temperature, assumono colorazioni particolari che variano molto rispetto alla luce che li colpisce. Per trovare una soluzione realistica al problema della verniciatura ho speso molto tempo scartando parecchie idee (anche perché l’aftermarket in resina dell’Aires è talmente bello e dettagliato da meritarsi un trattamento di riserbo); alla fine, dopo vari esperimenti, ho usato il metodo che segue. Per prima cosa ho verniciato l’interno dell’exhaust con del bianco opaco per simulare il materiale ceramico con cui è rivestito.

 

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Dopo di che, ho steso sui petali una prima mano di Steel dell’ALCLAD – un colore abbastanza scuro che servirà anche per ricreare le zone di retrazione dei petali stessi. Alla successiva fase di mascheratura ha fatto seguito una passata di un mix di 20% Steel e 80% Pale Burnt Metal; contrariamente a quanto scritto e detto in giro per il web da altri modellisti, ho sperimentato con successo la miscela di due colori ALCLAD ottenendo un buon risultato. L’unica accortezza è di agitare bene e spesso il composto altrimenti i pigmenti metallici contenuti nella soluzione tendono a separarsi. Ad ogni modo la nuova tinta ottenuta dal mix risulta ancora troppo scura e, per questo, ho diluito in acetone (con percentuale del 50% – va benissimo anche quello da unghie) il Pale Burnt Metal stendendolo in velate leggere sopra a tutto lo scarico. Quest’ultimo passaggio mi ha permesso di centrare in pieno la caratteristica tonalità “giallognola” del P&W F-100 e, inoltre, cogliere anche il cambio di colore in base alla luce ambientale (se si sposta sotto a una luce diretta lo scarico in resina si ottiene uno scurimento del colore, proprio come nella realtà). I

 

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Il condotto del reattore vede stampato, sul terminale esterno, anche l’anello in titanio: il primo è stato verniciato, all’interno, con il bianco usato in precedenza e poi sporcato con un lavaggio in Bruno Van Dyck e Tamiya Weathering Set (i gessetti). Il secondo è stato colorato con un fondo in White Alluminiun Alclad cui, sopra, è stato aggiunto un leggero strato di Clear Blue ALCLAD per ottenere il caratteristico colore blu dovuto alla brunitura del metallo.

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Il metodo dei lavaggi e dei gessetti sopra descritto l’ho attuato anche nella parte interna del sistema di retrazione dei petali conseguendo un risultato che ben si accosta alla realtà. Le piccole scritte di servizio “No Step” in rosso provengono da un foglio dell’Afterburner Decals.

Il pod ECM AN-ALQ-167:

L’AN-ALQ – 167 è un pod per contromisure elettroniche da svariati anni in servizio presso l’U.S. Navy e i Marines. Essendo questo un sistema ECM già sorpassato, non è più in servizio di prima linea ma svolge ancora il suo ruolo tra le fila del NSAWC; viene utilizzato, in particolar modo, proprio dagli F-16 Aggressor per disturbi elettronici durante gli addestramenti sui poligoni e nelle esercitazioni quando questi assumono il ruolo di “Bandits” (avversari). Nella scala del quarto di pollice il pod non è, attualmente, riprodotto. Ne esiste uno in plastica contenuto in una delle prime scatole Monogram dedicate al Tomcat, ma esso è poco dettagliato e rappresenta una versione mai impiegata dai Viper Aggressor. Visionando le foto a mia disposizione ho notato che l’AN-ALQ-167 è un dispositivo frequentemente utilizzato, e l’idea di dotarne il mio F-16 mi ha subito preso. Non nascondo che mi piace complicarmi la vita… la sua autocostruzione mi ha portato via un bel po’ di tempo, ma devo ammettere che è stata fonte di grande soddisfazione! Partendo dal presupposto che il pod, in scala 1/48, misura 7,1 centimetri di lunghezza e 5,3 millimetri di diametro, mi sono messo alla ricerca di un profilato plastico a sezione tonda purtroppo con scarsi risultati. La plastica è il materiale ideale per il tipo di lavorazione di cui sto parlando in queste righe… siamo abituati a lavorarla e si presta bene al tipo di lavorazione di cui sto parlando in queste righe. Mio malgrado, ho ripiegato su un tondino di legno che, se non altro, rispettava le proporzioni quasi alla perfezione. Passo ora a elencarvi tutte le operazioni fatte:

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Per prima cosa ho tagliato a misura il pezzo in legno e l’ho montato sul mandrino di un trapano a colonna per ricreare un primo abbozzo delle ogive presenti sia sul muso, sia in coda. Il materiale ligneo in eccesso è stato asportato con l’aiuto di carta abrasiva grana 300 e una lima. Dopo la prima fase di sgrossatura, ho dato una forma più appuntita alle ogive cercando di rispettare quanto più possibile la forma reale delle stesse.

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Mediante del rod a sezione circolare con diametro 0,5 millimetri, ho ricreato le due cinture che tengono unite le suddette ogive al resto del pod. Per incollare il profilato ho impiegato la solita colla cianacrilica. La piastra del sistema di aggancio al pilone (quella in posizione centrale) è il risultato dell’unione tra due listelli di plastica a sezione quadrata, poi lavorati a colpi di lima per smussare gli angoli e fargli assumere la forma più consona. Il tutto è stato poi raccordato al resto del corpo con dello stucco, e poi lisciato.

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A questo punto ho curato tutti i rimanenti dettagli: alle rispettive estremità sono presenti due piccole prese d’aria che raffreddano i circuiti elettronici; per riprodurle ho usato del lamierino di rame sottile opportunamente ritagliato e piegato con una piega-fotoincisioni per ottenere degli angoli a novanta gradi. Allo stesso tempo ho aggiunto le piastre dove andranno incollate le antenne (prelevate dal set della Wolfpack riguardante il pod ALQ-188) e le alette stabilizzatrici (rifatte in Plasticard).

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Per eliminare le venature del legno e ottenere una superficie perfettamente liscia, ho steso sul pezzo due/tre mani di Mr.Surfacer 500 della Gunze; dopo aver atteso l’asciugatura di ogni strato, ho lucidato il primer con della carta abrasiva grana 2000 e del compound ottenendo una finitura quasi a specchio!

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A questo punto il pod sarebbe pronto per la verniciatura e per essere alloggiato sotto il pilone sub-alare ma, per eliminare tutti i difetti dell’autocostruzione e rendere il tutto più solido, ho preferito utilizzare il pezzo in legno come master per creare uno stampo in gomma siliconica e ottenerne una copia in resina.

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Questo che vedete è il risultato finale dopo aver completato il pod con tutti i suoi elementi e averlo verniciato in Flat Blue XF-8 Tamiya, ad eccezione del muso in Light Grey F.S.36375.

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Andando avanti con i lavori mi sono accorto dell’inadeguatezza dei piloni forniti nel kit. Quelli stampati dall’Hasegawa, infatti, sono del tipo utilizzati sui primi Block costruttivi dell’F-16 A, mentre quelli effettivamente utilizzati dai Viper NSAWC sono del tipo più tardo (usati sulla variante C, ad esempio) che prevedono gli “sway braces” (i braccetti che stabilizzano i carichi esterni in volo) inglobati all’interno di una carenatura. Ho immediatamente scartato l’ipotesi si autocostruire anche questo componente… la mia voglia e la mia concentrazione erano già state messe a dura prova dall’ALQ-167! Per questo ho preferito prelevare un “pylon” da un kit Kinetic, aggiustarne le dimensioni, aggiungervi due perni di riscontro e copiare anch’esso in resina.

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Gli altri carichi esterni:

Quando si tratta di velivoli Aggressor, non ci si può sbizzarrire più di tanto con armamenti vari. Per questo motivo, dai Weapons set C e D dell’Hasegawa ho prelevato un pod ACMI (Air Combat Manouvering Istrumentation), e un AIM-9 L da trasformare in un pod CATM-9. La conversione) non comporta interventi invasivi: un CATM-9 (Captive Air Training Missile) altro non è che un Sidewinder svuotato di tutto il suo contenuto bellico (carica esplosiva e testata di ricerca IR) per far posto a tutta una serie di sensori per la registrazione dei dati di volo. I due pod sono stati verniciati, rispettivamente, in Flat Red Gunze H-13 (escludendo la parte iniziale in Flat Black) e in Flat Blue Tamiya XF-8 (ad eccezione della testata in F.S.36118 e delle alette in Flat White). Le scritte di servizio e i Serial Numbers provengono dal foglio Two Bobs 48172.

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Al pilone ventrale ho sistemato il serbatoio supplementare supersonico; quello da scatola è stato dettagliato con l’aggiunta delle due piastre di rinforzo applicate sopra alle saldature (ricreate con striscioline di nastro Tamiya), della valvola di sfogo per la pressione interna del carburante e delle bullonature nella parte posteriore (dei tondini di Plasticard ottenuti con una fustellatrice).

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Montaggio Finale:

Si avvicina il momento, tanto atteso, di mettere il modello in vetrina! Ho, quindi, dettagliato le gambe di forza dei carrelli dotandole delle tubazioni idrauliche rifatte con filamento di stagno. Sempre con questo materiale ho aggiunto dei cavi anche all’interno del pozzetto carrello anteriore, e ho modificato il relativo portellone in resina asportando da esso le due piccole scatolette stampate sul frontale; esse riproducono i fari d’atterraggio montati solamente dalla versione C e, perciò, assenti sull’F-16 A oggetto di quest’articolo.

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All’interno dei frames del canopy ho incollato alcuni pezzi in fotoincisione prelevati dal set Eduard numero49276 (i ganci di ritenuta della calotta, l’unico specchietto retrovisore e due maniglie), aggiungendo anche l’Head Up Display sulla palpebra del cruscotto.

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All’interno della presa d’aria ho aggiunto la lama del sistema anti-ghiaccio (in Flat Black) alla cui base c’è uno stencil d’attenzione che riporta la scritta “HOT”; quest’ultimo proviene dal foglio dell’Afterburner Decals numero 48016.

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Una mano finale di trasparente opaco Gunze H-20 ha dato la giusta finitura a tutto il modello e, conseguente a essa, ho potuto ricreare le luci di navigazione di cui avevo fatto cenno qualche riga sopra. Per rispettare la scala, queste sono state ricavate da un foglio di acetato dell’Evergreen dallo spessore di 0,3 millimetri, e da cui ho ritagliato dei piccoli rettangolini. Le “navigation lights” alle tip alari sono color ambra (personalmente ho usato una vernice arancione per pittura su vetro), mentre quella posta alla sommità della deriva è neutra. Il tocco finale l’hanno dato i dissipatori di elettricità statica montati sul bordo d’uscita alare, dei piani di coda e dell’impennaggio. Sul mio modello l’ho ricreati con lo stesso filo da pesca utilizzato per la lavorazione sul radome.

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Conclusioni:

Devo ammettere che un F-16, seppur inflazionato e troppo spesso riprodotto in scala, non può mancare nella collezione di ogni modellista. Per fortuna, la sua grande diffusione su scala mondiale gli permette di vestire livree sempre diverse e sempre più accattivanti facendolo risultare un soggetto sempre interessante! Personalmente, nel mio magazzino di scatole in attesa di “attenzioni”, ci sono ancora una decina di Viper… di sicuro, una buona percentuale di questi riceverà ancora una volta le bellissime mimetiche degli Aggressor! Buon modellismo a tutti.

Valerio – Starfighter84 – D’Amadio.

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The Cold War Fighter – Mikoyan Gurevich MiG 21 Bis-N – dal kit Academy in scala 1/48.

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Ogni tanto torno a riaffacciarmi qui nella homepage di ModelingTime.com ed a causa della mia latitanza gli admin avevano già chiamato da tempo “Chi l’ha visto?” per sapere dove ero finito, invece eccomi qua di nuovo, dopo otto mesi sono riemerso dal mio banco di lavoro con in mano una bella “canaglia supersonica”.

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Vi presento l’ultimo nato nella mia vetrina, un MiG 21 bis-N della Forza Aerea Bulgara. Il titolo del mio articolo, doveva essere “balalaika supersonica” che deriva dal nickname di questo velivolo, dovuto alla somiglianza del MiG 21 con la balalaika appunto, uno strumento musicale in legno a corde tipico della Russia, con un lungo e sottile manico ed una cassa di risonanza triangolare, simile ad un liuto, ma con tre sole corde.. Ho preferito però rendere omaggio alla sua lunga carriera passata a difendere il suolo dei 58 paesi che ha servito, e che serve ancora, sempre pronto col coltello tra i denti….

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Sono da sempre appassionato di velivoli di fabbricazione russa, (e chi frequenta il FORUM di Modeling Time se n’è accorto) ma la spinta per iniziare a costruirne una piccola flotta l’ho ricevuta grazie gli articoli del bravissimo Gianni Cassi su quella che per me è stata una delle più belle realtà del modellismo aeronautico in Italia, Ali in Miniatura.

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Così con un piccolo tocco di afterburner ho preso lo slancio giusto per aprire quella scatola che mi aspettava polverosa nella mia riserva personale. Questo kit è stato in assoluto la prima scatola che ho comprato in 1/48, ormai quattro o cinque anni fa, ma l’ho tenuto sempre in stand by perchè, essendo appunto la scatola numero 1 nella scala del quarto di pollice ed il MiG 21 per me un aereo di ineguagliabile fascino, ho aspettato di assorbire il passaggio dalla 1/72 alla 1/48 prima di metterci sopra le mie “manacce”…

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Il kit Academy è senza dubbio il miglior punto di partenza per realizzare un bel “21” come si deve, ma come tutti sappiamo, la scatola ci dice che all’interno troveremo un bell’ “MF”, mentre all’interno c’è tutto l’occorrente per costruire un “Bis-L”, come rappresentato anche dalla box art. Non avendo molta voglia di modificare e tagliare il kit,  ho optato per la soluzione più semplice: costruire un bel MiG 21 bis, senza fare nessun taglia e cuci.

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Togliendo il coperchio alla scatola ci troviamo per le mani delle ottime stampate in plastica iniettata finemente incisa e di color grigio chiaro, un bel foglio di istruzioni, ma delle brutte decal. Come tutte le vecchie scatole Academy le decalcomanie non sono un granchè, sono spesse, poco reagenti ai liquidi e ,soprattutto, buone solo per realizzare dei MiG 21 MF; così le ho sostituite con il foglio numero 48004 della Linden Hill. Ora in alcune scatole di produzione  più recente della suddetta marca possiamo trovare delle ottime Cartograf.

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Le decal del foglio Linden Hill, chiamato “Millennium Migs”, riguardano dei Fishbed di fine terza generazione, come alcuni MF, ed altri di quarta, ossia le due versioni della serie “bis”, la “L” o Lazur, o la più recente “N-sau”, oltre a degli stupendi trainer “UM” che hanno volato a cavallo dello scorso millennio.

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Il montaggio scorre via molto bene, l’unica difficoltà sta nell’allineare i due tronconi che formano la fusoliera, ma chi ha un po’ di pratica non se ne preoccuperà più  di tanto. Personalmente ci ho dovuto lavorare un po’ per ottenere un discreto allineamento. Per chi volesse ottenere il massimo da questo kit può aggiungere un cockpit in resina ed uno scarico, io ho preso solo il cockpit della Pavla, economico ma efficace. “Economico” se non ne devi comperare due, ma poi scorrendo le righe scoprirete il perchè!

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L’esemplare che ho riprodotto io è un MiG 21 Bis-N sau, che si differenzia dalla versione L,esteriormente per delle antennine che ho ricostruito in scratch e che qui sotto vi mostro in foto: le vedete sotto al muso e alla sommità della deriva.

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Sicuramente tutti conoscerete la storia di questo aeroplano sia dal punto di vista storico-tecnico, sia da quello commerciale; insomma, per farla breve, è stato uno dei più grandi successi non solo della Mikoyan-Gurevich ma di tutta l’aviazione militare del dopoguerra.

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Il MiG 21 è un caccia bisonico con ala a delta sviluppato dalla OKB 155 di Artem Ivanovic Mikoyan e Michail Iosifovic Gurevich, per essere precisi, il caccia a reazione prodotto nel maggior numero di esemplari al mondo, oltre 10.000 fabbricati nella sola Russia ed all’incirca altri 3000 su licenza. Ha servito quasi 60 aviazioni ed è ancora in servizio in molti paesi.  In Bulgaria il “mio” MiG 21 affianca ora dei più recenti Mig 29. Ha sparato proiettili in mezzo mondo, ottendendo grandi successi come in Vietnam, dove ha fatto crollare al suolo una trentina di B-52 e 103 F-4 Phantom II per una perdita di 54 Mig 21. Per non parlare di tutti gli altri aeroplani americani che hanno avuto la peggio sui cieli vietnamiti come gli F-105. Per contro le ha prese sonoramente durantie i conflitti arabo-irsaeliani dai Mirage III CJ.

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Motorizzato da una turbina Tumanskij R-25 questo aereo arriva alla velocità di 2230 km/h pari a mach 2,1 e da semplice ed affidabile caccia leggero, con 3 secondi di autonomia di fuoco per il cannone ,si è trasformato negli anni in un vero multiruolo ognitempo capace di far bella figura in ogni situazione. Le sue dimensioni sono piuttosto contenute in 15,7m di lunghezza per 7.15 di apertura alare, i tecnici russi hanno messo tanto di buono, ma anche un piccolo serbatoio per il carburante; infatti, uno dei punti deboli di questa macchina è stata sempre l’autonomia, sofferta soprattutto dalla versione “R” da ricognizione.  Se ci fate caso quando sfogliate le vostre monografie lo vedete sempre almeno con un serbatoio ausiliario attaccato.

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Rispetto ai MiG 21 MF e agli altri delle generazioni precedenti è un’aereo totalemente riprogettato, migliorato nella struttura, migliorato nella resistenza e soprattutto razionalizzato in base alle nuove esigenze operative, insomma il MiG 21 bis non è stato solo un restyling ma un vero e proprio nuovo aeroplano.

La costruzione:

Tornando a parlare di plastiche e di resine, come da prassi si inizia con l’aprire la scatola con tanta buona volontà, cercando già con la mente di comporre il puzzle che troveremo al suo interno.

Il cockpit:

Il primo step è stato quello di adattare il cockpit in resina della Pavla, operazione non troppo complicata , ma nemmeno da novizi del modellismo. Vi ricordo che per maneggiare la resina servono un paio di guanti ed una mascherina, dato che è un materiale altamente nocivo alla salute. Una volta adattato alla perfezione il “pilot’s office” e tagliati tutti i micropezzetti che lo compongono, non c’è da far altro che perdersi le due paretine laterali e spendere altri soldi per comprare un cockpit nuovo. Io ho fatto proprio così! Voto 10 e lode!


Sono partito usando come colore di base l’ XF 23 Tamiya che poi con i vari lavaggi, trasparenti e dry brush è diventato un grigio verde, immaginando che con l’effetto scala e l’invecchiamento generale del modello, un verde sgargiante non sarebbe stato il massimo della realtà. Dopo il fondo ho dato una mano di trasparente lucido ed ho effettuato dei lavaggi in grigio di payne e nero ad olio che una volta asciutti sono stati le fondamenta per dei tocchi di pennello asciutto in alluminio e grigio chiaro. Tutto è stato sigillato con del buon flat clear della Gunze.


Per quanto riguarda il pannello strumenti, per i quadranti in particolare, ho verniciato strumento per strumento con un pennello sottilissimo a simulare le lancette e poi ho sigillato ogni indicatore con una goccia di cera future per dargli un po’ l’effetto lente e far finta che li ci sia un vetrino. I passaggi precedenti sono gli stessi che ho utilizzato per la vasca del cockpit.

Le paretine hanno ricevuto gli stessi procedimenti degli altri pezzi e qualche tocco di rosso, nero e giallo a simulare pulsantini e levette colorate.

Stessa lavorazione anche per la palpebra…

Il discorso cambia per il sedile che ha ricevuto come base il grigio f.s. 36270 della Gunze, poi lucidato e “lavato” con colori ad olio 50% nero e 50% bruno van dyck. Dry brush in argento e grigio.

(vista generale del cockpit…)

Il montaggio:

Prima di chiudere le semifusoliere che compongono il muso ho aggiunto 20 grammi di piombo, una volta incollate le valve ho stuccato la paretina posteriore del cockpit con del milliput, dall’interno perchè rimanevano delle fessurine tra questa e la parte superiore della fusoliera. Magicamente lo stucco era dello stesso colore della guarnizione consumata e sbiadita che sta nel MiG 21 e l’ho lasciata senza nessun tocco cromatico.

Si vernicia poi la parte interna dello scarico, come già detto molto spartana, ma chi s’accontenta gode e fa prima a finire il modello. Si chiudono poi le altre due metà che compongono la parte posteriore di fusoliera. Unendo i due tronconi che compongono il velivolo c’è da fare attenzione ad uno dei due punti critici del modello, se non si sta attenti nell’incollare le due metà verrà a crearsi un piccolo e quasi inevitabile dislivello.  A me è capitato, ma sulle plastiche si notava una leggera flessione, comunque niente di preoccupante o di irrisolvibile. Ho steso delle leggere colate di attak liquido che una volta asciutte sono state levigate con varie grane di carta abrasiva. Quei segni neri che vedete sono pennarello a spirito, il metodo che uso per verificare le stuccature…

Naturalmente c’è stato da reincidere qualche pannello un po’ dappertutto.

Il montaggio della gobba, o dorsal spine che fa molto più trendy, non crea grossi problemi ed è stata stuccata con della cianoacrilica sulle giunture con la deriva e con il muso, mentre tra gobba e fusoliera sono andato con del milliput. Non l’avevo mai usato essendo un affezionato dello stucco bianco Tamiya, però per le fessure messe in posti scomodi fa bene il suo lavoro e puzza la metà.


Il secondo punto critico è stato stuccare la radice alare, in quanto ogni volta si formavano delle fessurine per dei ritiri del milliput che mi hanno costretto a fare molti e molti passaggi. Oltre a questi due problemini con questo kit mi sono trovato abbastanza bene.

Stesso procedimento di stuccatura per il pod-cannone e per la pinna ventrale.


Ho iniziato poi ad effettuare la conversione in bis-n costruendo con del plasticard il supporto per l’antennina sotto al muso, quel pezzetto di plasticard che vedete  in foto…


Poi ho avuto un sussulto quando mi sono accorto che dovevo stuccare e carteggiare quella rientranza sul muso a forma di mezzaluna che vedete in quest’altra foto. Ho risolto carteggiando meglio che potevo, dato che la posizione non era per niente agevole e poi ho ritagliato del nastro adesivo d’alluminio. usando come dima la fessura stessa, costruendomi così una piastrina ed applicandola nel buco. Risultato? Poco sforzo ed una camicia in meno da lavare e poi stirare…

La verniciatura:

A questo punto ci troviamo di fronte a qualcosa che inizia ad assomigliare alla geniale invenzione di Mikoyan e Gurevich e possiamo finalmente spruzzare un po’ di primer, non prima di aver igienizzato la superficie con acqua e sapone per piatti ed una bella passata di polish Tamiya, per eliminare gli ultimi graffietti. In questo caso come fondo ho usato un grigio f.s. 36270 della Gunze, semi-gloss in modo da far risultare eventuali magagne guardandolo in controluce cosa che con l’opaco può sfuggire, magagne che puntuali sono saltate fuori come ogni volta. Veloci carteggiature alla base della deriva e sulla gobba in unione al muso.

Prima della verniciatura vera e propria ho spruzzato un bel pre-shading in nero lucido, (con pressione di 0,5/1 atmosfere a seconda dell’esigenza del momento), in corrispondenza delle linee di pannellatura ed ho spruzzato qualche macchietta all’interno dei pannelli. Il tutto sarà la base di un’intensa opera di preombreggiatura che si protrarrà fino alla fine della verniciatura.


Il primo colore che ho spruzzato è stato il colore della pancia e della metà inferiore del serbatoio, il light blue. Ho usato il Tamiya XF23,  molto preciso per questa colorazione. Ho dato qualche velata leggera di vernice per smorzare un po’ la preombreggiatura, poi ho iniziato a giocare intorno alle linee nere e alle macchiette ottenendo il risultato che vedete in foto…

Il verde chiaro invece è l’XF71 Tamiya, il cockpit green per i velivoli giapponesi della seconda guerra mondiale, spruzzato come il celeste, stesso metodo,  stesso risultato. Prima di dare questo colore ho mascherato con nastro tamiya e scotch da carrozziere.


Il verde scuro invece è il Gunze H330 dark green, il verde Nato dei jet inglesi come il Tornado, l’Harrier e il Jaguar. La mascheratura è stata effettuata con il Patafix, ma prima di verniciare ho effettuato un’altra preombreggiatura “sparando” su tutte le zone da verniciare delle macchiette prima nere e poi bianche per provare nuovi effetti e nuove sfumature ed ha funzionato bene!!

Il marrone è l’H84 Gunze, color mogano. Ho usato un marrone che tendeva poco al rossiccio perchè anche per questa tinta ho sperimentato delle ombreggiature…stavolta macchiette rosse e poi bianche. Mascheratura con il Patafix…

A vernicie asciutta è il tempo di lucidare, una bella lucidata con il clear della Gunze sarà la base al lavaggio per delineare le pannellature, colori ad olio miscelati al 50 e 50, Bruno van Dyck e nero, diluiti in acqua ragia come se avessi dovuto spruzzare la tinta ad aerografo. Il colore dato con un pennellino sottilissimo scivola nelle incisioni e si posiziona da se’ dove deve, lasciando poco sporco in giro per il modello. In seguito sii tirano via gli eccessi di tempera con un panno morbido lasciando un velo di lieve sporcizia che farà da base al post shading. Il post shading l’ho eseguito miscelando ad occhio le tinte di base col bianco che toglieranno un po’ di verve ai colori, ma ci restituirà un po’ del fascino dell’ aereo vissuto, anche se in scala. Dopo di questa fase si stende un’ulteriore mano di lucido e si passa alle decal.

Le decal:

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Le decal della Hi Decal Line sono sottilissime e reagiscono bene ai liquidi della microscale tanto da risultare un filino delicate. Unico neo le coccarde… sono formate da due dischetti da sorapporre, il primo per il bianco ed il secondo per il rosso ed il verde.  Poco male rispetto alle fatiche che avremmo fatto con le decal da Academy della scatola. Per far entrare le decal nelle pannellature, una volta ammorbidite dal micro set e dal micro sol le ho ripassate con il bordo di un plettro da chitarra che a casa mia non mancano, alcuni sul lato sono sottili e finiscono a mo’ di lama. Ho usato uno di questi.

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Dopo le decal si rilucida per evitare il silvering e poi si da qualche colpetto d’aerografo caricato a grigio per stemperare la loro cromaticità ed amalgamarle al resto dell’invecchiamento. Ho usato del grigio Gunze f.s. 36270 diluito in maniera considerevole….molto più della ormai famosa consistenza del latte…Per rendere la finitura opaca che un mig bulgaro merita ci ho spruzzato su un intero serbatorio di flat clear Gunze.

Assemblaggio finale:


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Ultimo giorno di lavoro: montaggio dei carrelli, già dettagliati in precedenza con filo di rame a simulare i tubi, piloni e missili aria aria,  sonde, antennine eccetera. Si incollano il sedile e la cloche, gli aerofreni e i piani di coda, si costruiscono in sprue filato una manciata di antennine sparse per l’aeroplano e poi  si incolla il tettuccio in posizione aperta con due gocce di vinavil. Ultima azione riporlo in vetrina, cosa non facile dato che è talmente pieno di antennine ed alette che non si sa da quale parte prenderlo senza far danni.


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Ed anche questo modello è finito in vetrina, appena terminato l’ho guardato con il triste sorriso con cui si saluta un amico che parte…dato che ci ho lavorato con così tanto piacere che mi è dispiaciuto terminarlo…questo è uno dei miei aeroplani preferiti, un “must” nel campo del modellismo aeronautico,  che si trova nella maggior parte delle collezioni di noi modellisti, ed in questo caso vestito di una mimetica alquanto insolita e poco vista in giro, cosa che mi ha fatto affezionare ancora di più a questi pochi grammi di plastica e resina che però per me hanno un significato particolare…


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Arrivederci al prossimo modello…tra qualche mese!

Mauro Balboni

Slave I Star Wars Boba Fett’s Revenge – Revell Easy kit

Ecco un nuovo articolo sul mio tema preferito: Star Wars.

Tanto per ricapitolare le puntate precedenti, ecco un elenco di altri articoli riguardanti Star Wars che è possibile leggere su Modeling Time:

Ma torniamo a noi.

Dopo un lungo periodo di “attesa del momento giusto”, finalmente ho messo mano su una delle scatole che più rappresentano il mondo di Star Wars sia nella prima che seconda Trilogia. In questo caso il modello fa riferimento ai colori e alle modifiche della seconda Trilogia, in cui Boba Fett, riesce a catturare Han Solo e  a trasportarlo via dalla Città delle Nuvole.

Per chi volesse approfondire tutta la storia della Slave I, può consultare il sempre ricco Wookieepedia alla pagina dedicata.

Breve contestualizzazione (dal foglio Revell, wikipedia etc).

Dopo un’estesa modifica, la Slave I, precedentemente un’astronave della polizia classe Firespray, venne utilizzata durante la Guerra dei Cloni dal cacciatore di taglie Jango Fett. Una delle caratteristiche principali di questa astronave è la possibilità di volo verticale anche a velocità paragonabili a un Y-wing fighter. Il progetto iniziale con delle celle di detenzione all’interno, diventò molto utile come trasporto per il cacciatore di taglie. Sebbene all’epoca di Jango Fett fosse già considerata un’astronave obsoleta, le continue riparazioni e modifiche, anche con l’aggiunta di armi illegali, la resero una delle astronavi più potenti in circolazione. Alla sua morte, il figlio Boba Fett che fino a quel momento aveva partecipato in modo passivo alle azioni del padre, prese il suo posto e divenne anche lui cacciatore di taglie (non solo utilizzando la sua astronave ma anche il suo elmetto!). Le ulteriori modifiche di armamenti e di colorazione, trasformarono la Slave I visibile in Episodio II in quella della vecchia Trilogia.

Il modello


Come tutti gli altri modelli della serie Easy-Kit della revell, tutto è felicemente illustrato dal foglio allegato alla scatola che inoltre è anche a colori. Pur essendo un modello di facile fattura e che volendo può essere assemblato senza l’ausilio della colla, in certi punti è auspicabile utilizzarla per rendere tutto più stabile.

Secondo me, questo modello può essere costruito in vari modi. In modo velocissimo (stacca, incastra), veloce(stacca lima incastra), lento(stacca,lima, incastra, stucca), lentissimo(stacca, lima, incastra, stucca, colora). La scelta oltre che dipendere dal livello di modello finale che vorrete raggiungere, sarà dettata anche dalla vostra capacità di aspettare di vedere il modello finito. Cosa che io non ho avuto e quindi mi sono semplicemente accontentato di costruirla e sporcarla per renderla meno giocattolosa. Nulla vieta però di poter stuccare con grande precisione le giunzioni, ricolorarla da capo, fare le maschere etc etc etc… Comunque, essendo un modello precolorato e  fatto apposta per essere montato in modo easy, le uniche azioni strettamente necessarie sono quelle di estrarlo dallo stampo, limare i pezzi e montare.

Una caratteristica simpatica di questo velivolo è la possibilità di scegliere la posizione di pilotaggio. Come visto nel film e descritto nella contestualizzazione, questa astronave ha la possibilità di viaggiare in verticale e in orizzontale. Questa è chiaramente una scelta a vostra discrezione come intuibile a pagina 6 della guida Revell. Personalmente ho scelto la posizione verticale. Per due motivi: è più scenica e la posizione alternativa suggerita nelle istruzioni sembrava sbagliata. Per intanderci, avrei dovuto piazzare Boba Fett con il viso rivolto indietro e le spalle al “vetro”….

posizione (secondo me) sbagliata

Sporcatura e invecchiamento

Il “velivolo” è già colorato (meglio di altri della serie) e quindi l’unico modo per migliorarlo velocemente è sporcarlo per dare profondità alle pannellature e a tutte le rientranze. Dopo aver provato le mie solite tecniche da minuaturologo, ho deviso che il risultato non era così esaltante e così ho deciso di chiedere a Valerio (Starfighter84) come sporcare meglio. Lui ha mi ha subito suggerito di usare i colori a olio. Così ho fatto una prova, che non mi è dispiaciuta. Naturalmente ho creato il mio “intruglio” personale per cercare di mischiarlo alle mie precedenti tecniche. Così ho michiato ciò che di solito non si deve mischiare… le chine con i colori a olio il tutto con del diluente… Centrifugando il tutto con un pennello, ho preparato questa mistura che con molta semplicità ho spennellato sulla parte interessata e successivamente rimosso con lo scottex. Il risultato è stato una via di mezzo da gli aloni della china e le sporcature dell’olio. Mischiando la china nera e il bruno Van dyck è venuto quest’effetto “sporco e rovinato” caratteristico delle nave di Star Wars.

prima

dopo

prima

dopo

Lo stesso effetto l’ho utilizzato all’interno dell’abitacolo associandolo a del semplice dry brush e alla personalizzazione del colore delle varie console e schermi.

Risultato Finale

Galleria

The Iranian Eye – RF-4 E Phantom dal kit Hasegawa in scala 1/48.

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Senza dubbio il Phantom è uno dei mostri sacri della storia dell’aviazione ; L’F-4 ha costituito, almeno fino alla fine degli anni ’80, il punto di forza di ben dodici paesi diversi ed è ancora utilizzato da qualche nazione dopo quasi 60 anni dal primo volo.

La mia scelta di costruire un esemplare IIAF è stata casuale, poiché inizialmente avevo intenzione di riprodurre un RF-4G della Hellenic Air Force,molto accattivante dal punto di vista del weathering.

Girovagando su internet alla ricerca di materiale per iniziare i miei lavori ho trovato una foto che ritraeva un meraviglioso esemplare in livrea iraniana!

La scelta a questo punto è stata obbligata dato che sono un amante delle livree desertiche

Il Kit:

Ma veniamo al modello. Il kit è il famoso hasegawa in scala 1/48, un buon kit che a mio avviso presenta alcuni handicap di non poco conto se rapportati al prezzo, ad esempio diversi pezzi in positivo, l’impossibilità di poter abbassare slat e flaps direttamente da scatola senza comprare costosi aftermarket oltre a decals pessime e nemmeno complete negli stencils. Tuttavia è il miglior kit esistente in commercio ed è corretto nelle forme e ha un buon fit.

Gli aftermarket utilizzati sono stati l’ottimo cockpit in resina dell’Aires (dedicato alla versione RF-4 B , ma modificando in parte i cruscotti si può adattare bene anche ad un RF-4 E), il postbruciatore e gli ugelli di scarico della stessa ditta,  e il foglio decals di altissima qualità della ditta HI-LINE 48-023.

Il lavoro è iniziato dall’adattamento del cockpit Aires nella fusoliera,  operazione, fortunatamente, poco complessa. In seguito, dopo aver fatto una bella colata di cianoacrilica per fissare il tutto, ho unito le due semifusoliere e il montaggio è proseguito abbastanza velocemente e senza particolari fessure da stuccare.

Gli unici punti in cui sono intervenuto sono la giunzione ali fusoliera dove ho utilizzato lo stucco epossidico Tamiya, e e sulle minime fessure delle prese d’aria utilizzando  il White Putty, sempre della Tamiya. Per l’apparato di fotoricognizione non ho fatto ricorso ad alcun aftermarket poiché, per quello che si vede con i portelli chiusi, va benissimo quello che ci fornisce il kit Hasegawa.

A questo punto è arrivato il vero dilemma! Quali colori utilizzare per il sabbia e per il marrone della mimetica??? Le istruzioni HI-Line  davano il Federal Standard che non corrispondeva a nessun colore in commercio. Perciò sono andato, come direbbe l’amico Massimo “Pitch Up” del forum di Modeling Time, a occhiometro! E ho deciso di utillizzare i colori Tamiya XF-52 Flat Earth che andrà schiarito con del bianco, e l’XF-59 Desert Yellow che raggiunge la giustà tonalità dopo essere stato “mixato” con del Gunze H-310 F.S. 30219.

Successivamente a una mano di bianco come primer ho effettuato il preshading solamente nella zona inferiore del velivolo (che verrà verniciata in Camouflage Grey Gunze H311) spruzzando qualche macchia di nero anche all’interno dei pannelli.

A questo punto per me è iniziata la parte divetente: l’esecuzione della mimetica!

Dopo aver steso il colore sabbia (XF-52 schiarito), sono passato alle mascherature col famoso Patafix. Una volta ultimato il camouflage, sono partito con il post shading schiarendo molto l’interno dei vari pannelli. Con laverniciatura e il primo step di invecchiamento, ho ripassato i tre colori della mimetica con le tinte originali del barattolino molto diluite. Facendo così il modello ha preso un’aria decisamente “spagnoleggiante” (aggettivo nato dalla scuola modellistica spagnola che gioca molto sui contrasti e sulle ombreggiature accentuate), e devo dire che mi ha davvero soddisfatto.

Dopo aver colorato la parte inferiore del “Fantasma”, ho steso tre mani molto diluite di Future che hanno preparato il fondo per i successivi lavaggi. Sul sabbia ho effettuato un washing in Bruno Van Dyck, sul marrone ho fatto un mix al 50% di nero e 50% Bruno Van Dyck  e sul verde ho utilizzato il nero puro. Sul grigio della zona inferiore ho effettuato un lavaggio in grigio chiaro. Tutti i colori a olio sono stati diluiti con poco diluente Humbrol per ottenere una consistenza  molto densa e delle pannellature molto definite. A questo punto ho passato un altro paio di mani di Future per lucidare a dovere il modello  e iniziare la posa decals; Che dire, le decalcomanie Hi-Line sono veramente eccezionali, ottima aderenza e ottima reazione ai liquidi Gunze Setter e Revell Decals Soft, non si potrebbe desiderare di meglio!

In seguito alla desaturazione delle decals ho passato l’ultima mano di Future per sigillare il tutto, e ho  sporcato la zona inferiore dell’aereo con i gessetti colorati. Purtroppo non ho ottenuto l’effetto desiderato: infatti la zona inferiore risulta ancora troppo pulita. Devo affinare la tecnica dei gessetti, non ho molta esperienza. Tuttavia ,questo forse non è un male poiché le pochissime foto che ho reperito di Phantom iraniani li ritraggono abbastanza puliti.

La finitura finale al modello l’ha data una mano di trasparente opaco smalto della Model Master, dopo di che, sono passato all’assemblaggio e alla colorazione dei carrelli al quali è stato applicato un lavaggio in BrunoVan Dyck. Una volta incollato il carrello ho passato un’altra mano molto leggera di trasparente opaco e ho eliminato le mascherature  dal canopy e dal windshield!

Finalmente il mio RF-4 Phantom in carico alle forze aeree dello Scià di Persia è finito!

Colori utilizzati:

Sabbia Tamiya XF-52 shiarito con bianco
Verde Scuro Gunze H309
Marrone Tamiya XF-59 schiarito possibilmente con F.S.30219 e un po’ di bianco
Grigio Gunze H311

Consiglio di diluire i colori Tamiya con il loro diluente specifico e di aggiungere una minima parte di tamiya retarder, il risultato è quasi a livello dei Gunze.


Il Gobbo Maledetto – Sm.79 “Sparviero” dal kit Italeri in scala 1/72.

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1217 esemplari costruiti dal 1936 fino 1943.
Venti anni di operatività nei ruoli di bombardiere, silurante e trasporto.
Primato mondiale su circuito chiuso di 2.000 km.
Inconfondibile linea elegante ed aerodinamica.

Bastano questi dati per farsi un idea di cosa rappresentò il “gioiello” dell’ingegner Alessandro Marchetti per la nostra aeronautica e per farsi un idea di cosa significhi questo velivolo per un modellista italianofilo della seconda guerra mondiale: impossibile resistere alla tentazione di esporne uno in vetrina!
Da buon settantaduista quale io sono, la scelta è stata quasi obbligata:kit italeri in 1/72.
Appena acquistata la scatola mi sono buttato a capofitto sul trimotore,consapevole di cosa dovevo aspettarmi.

Il kit:
L’Sm.79 Italeri (codice 1290) è sicuramente da annoverarsi tra i kit degni di nota dell’ italica marca: dettagli interni molto buoni, pannellature in negativo ottimamente incise, piani mobili posizionabili, decal accettabili e qualità della plastica buona.

Note dolenti sono:

  • Gli incastri,ove è richiesto uso abbondante di stucco e carta vetrata.
  • L’approssimazione di alcuni pezzi,come l’intelaiatura superiore del vano bombe
  • La mancanza di importanti dettagli.

…ma, si sa, questa è l’italeri.
In conclusione,sicuramente si può ottenere un buon risultato anche montando il kit da scatola, ma per una resa migliore e molto più fedele è indispensabile  l’acquisto di set di dettaglio, o l’autocostruzione con materiali vari. Personalmente, ho scelto quest’ultima via reputandola più divertente e ricca di soddisfazioni.

Montaggio, autocostruzioni e verniciatura degli interni:
Per prima cosa, dopo una sommaria prova a secco, ho iniziato dettagliando la vasca del puntatore basandomi su foto dell’aereo vero; in pratica,  ho realizzato con del semplice filo di rame alcune intelaiature mancanti.
Stesso trattamento per quanto riguarda l’interno dell’aereo:
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In seguito ho riprodotto il sistema di puntamento delle bombe (un dispositivo caratterizzato da molte leve posto nella parte anteriore della vasca, subito dopo il vano bombe), ed ho aggiunto qualche particolare nel cockpit e sul pannello strumenti.

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L’autocostruzione più impegnativa è stata quella del castello bombe e delle varie guide per gli ordigni; per prima cosa ho rimosso l’apertura inferiore del suddetto vano proposta dall’Italeri (una piastra di plastica con cinque fori) e dopo aver costruito da zero la struttura tubolare che ne delimita la zona (sempre con del filo di rame, ma questa volta con diametro maggiore), ho realizzato le cinque guide con del foglio di rame tagliato su misura e poi modellato a forma di cilindro. Il tutto è tenuto insieme da un asticella di plasticard.
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Successivamente, allo scopo di ottere un risultato più realistico e con dimensioni fedeli alla scala,  ho ricreato l’intelaiatura presente sotto la caratteristica “gobba” dello Sparviero con tubicini di plastica Evergreen, plasticard e filo di rame ed utilizzando il pezzo fornito dal kit come riferimento.
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Infine, ho dettagliato i tre motori stellari con il solito filo di rame.
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Terminate le autocostruzioni ho iniziato la verniciatura degli interni, seguita dall’invecchiamento con dei lavaggi ad olio.

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A questo punto è arrivata la fase del montaggio vero e proprio unendo le due semifusoliere e le ali; necessario l’uso di stucco, dato che le giunzioni (sopratutto quelle ali/fusoliera) non sono il massimo in quanto a precisione.
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Finito il lavoro di stuccatura e di carteggiatura, ho realizzato l’ultima autocostruzione : le guide dei siluri sotto al ventre del modello. Certo, questo significa proprio complicarsi la vita, ma quelle del kit proprio non mi garbavano!
Per prima cosa, basandomi su foto dell’aereo vero, ho  modificato le guide dell’italeri accorciandole in altezza e eliminando le inutili strisce di plastica tra un “asta” e l’altra.
Una volta incollate sul modello, ho realizzato i due agganci del siluro utilizzando il solito filo di rame e lamina di rame tagliata a dovere.
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Prima di avventurarsi in questa difficile autocostruzione,consiglio di fare molte prove a secco in quanto c’è il rischio che il siluro assuma un inclinazione errata alla fine della lavorazione.

Per chiarire meglio le idee, faccio ora un breve riassunto delle varie modifiche da me eseguite:

  1. Vasca del puntatore.
  2. Sistema di puntamento bombe.
  3. Vano bombe.
  4. Intelaiatura superiore del vano bombe.
  5. Cockpit/pannello strumenti.
  6. Guide siluri.
  7. Motori

Verniciatura:
Il modello è stato verniciato interamente ad aerografo con colori acrilici.
le macchie sono state realizzate a mano libera, mentre ho utilizzato del nastro tamiya per realizzare lo stacco tra il grigio dei bordi d’attacco delle alli e della nache motori, e la mimetica.

I colori utilizzati sono:

  • TAMIYA NATO brown – XF-68.
  • GUNZE H-65 Black Green+ 5% di Giallo
  • LIFECOLOR UA 107 Italian Sand
  • GUNZE H-308  Gray

L’esemplare  che ho deciso di riprodurre è il numero “2” del 132° Gruppo Autonomo A.S. (Aero Siluranti) della 281a Aquadriglia di stanza a Rodi, nel 1941.

Terminata la verniciatura,ho passato la consueta mano di trasparente lucido Tamiya, invecchiato il modello con dei lavaggi ad olio ed applicato le decal. Quest’ultime sono state trattate con il Mr. Mark Softer e Mr. Mark Setter della Gunze per ammorbidirle ed evitare il silvering.
Infine ,dopo aver dato una nuova mano di lucido ed una di opaco Gunze, ho terminato il modello posizionando i cavi delle antenne
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Per concludere, sono soddisfatto del lavoro ma, come in ogni modello, c’è qualche imperfezione che avrei potuto evitare con un po’ più di pazienza. Concorderete tutti sul fatto che noi modellisti difficilmente ci accontentiamo al 100% del nostro lavoro!

Sperando che sia piaciuto anche a voi, vi saluto tutti.

Ciao!

Leonardo “thunderjet” F.
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