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Blue Saint Aggressor – F-5E Tiger II dal kit AFV Club in scala 1/48.

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Ecco finito il primo dei due modelli scelti per il Mini Group Build che, per l’inverno del 2010, ha tenuto occupati tanti utenti del forum di Modeling Time con il tema degli “Aggressor”. Ho scelto di riprodurre un F-5E Tiger II  per provare la nuova scatola dell’AFV CLUB nella scala in 1/48 art.48102 viste le positive recensioni sul kit, e poi perché sono rimasto affascinato dalla mimetica “Blue Saints” dell’Aggressor 01 Bu.No 730865.

A prima vista  il kit si rivela ottimo: plastica buona e non troppo morbida, pannellature e rivettature  precise e finissime, lastrina in fotoincisione per dettaglio canopy e prese d’aria… insomma, ci sono tutti i presupposti per gettarsi a capofitto in questo nuovo progetto! Preso sempre dall’inguaribile “malattia” dell’aftermarket, ho arricchito lo stampo con il cockpit della Aires codice 4483, le wheel bay codice 4490,  gli speed brakes  codice 4491 e il tubo di pitot Quikboost codice 48356.

Qui vorrei aprire una piccola parentesi: la foga iniziale dei set in resina mi ha fatto ricredere sul loro acquisto (tranne che per il cockpit), perchè il montaggio degli speed brakes prevede una modifica dove il rischio di rovinare in maniera permanente la parte da tagliare del kit è alto; ho, quindi, preferito lasciare quelli originali che sono già abbastanza dettagliati. Discorso analogo per i pozzetti carrello poichè,  nel mio esemplare, i vani posti dietro gli aerofreni sono previsti con portelli chiusi. Per il pozzetto anteriore ho deciso di utilizzare quello in resina ma, alla fine, il bel dettaglio interno è stato completamente oscurato dal portellone che a terra è sempre chiuso.

 

Si parte col montaggio del cockpit AIRES, molto bello e semplice da inserire all’interno delle fusoliere. In particolare, tutto il sistema di martinetti e bracci che permettono al canopy di sollevarsi (già molto complesso anche sul velivolo reale), ha messo a dura prova la mia pazienza… comunque, alla fine, ne ho avuto la meglio! Sostituisco il pannello anteriore in resina con quello del kit …. non mi piace il sistema delle fotoincisioni adottate da AIRES per gli strumentini.  Al seggiolino è stato aggiunto il tubo dell’ossigeno e il filo del microfono, riprodotti utilizzando del filo di rame elettrico. Al contenitore per le mappe presente sulla consolle di destra ho cannibalizzato delle microdecals per creare la dicitura “Map Case” che da un tocco di realismo in più al tutto.

Vasca e sedile sono verniciati in Dark Sea Grey XF-54 Tamiya, mentre le consolle, il pannello strumenti e il poggistesta in nero opaco. Un lavaggio ad olio in nero ed un dry brush in bianco hanno dato maggiore profondità ai tanti particolari.

Come detto, il cockpit si monta con relativa semplicità, ma la stessa cosa non si può dire per i portelli del vano armi che la AFV Club ha previsto aperti. Anche le prese prese d’aria e le auxiliary intake soffrono di qualche problema di fitting e, di conseguenza, occorre molto stucco e un’attenta carteggiatura. Queste operazione invasive, purtroppo, hanno rovinato parte del bel dettaglio di superficie e delle rivettature… morale della favola, occorre un successivo lavoro di reincisione.

 I piani di coda sono uniti tra loro e fissati con un piccolo perno in plastica interno che dovrà essere sostituito con uno in metallo (ho usato una graffetta per l’occasione e la punta fine del trapanino), perché troppo debole. La AFV Club ha previsto che le superfici mobili di governo siano fornite separate dal resto del modello e posizionabili a piacimento; almeno in questo caso l’unione delle parti è preciso e non si formano fessure troppo vistose e fuori scala. Il montaggio procede con l’unione del troncone posteriore della fusoliera che è abbastanza problematico. Purtroppo i due pezzi formano uno scalino di almeno 2 millimetri nella parte inferiore della fusoliera, e almeno 1 nella parte superiore. Ovviamente questi dislivelli constringono il modellista ad un tedioso lavoro di stuccatura e carteggiatura… con perdita delle tante rivettature presenti in quelle zone.

 

Perla reincisione della  porzione superiore della fusoliera ho adottato un piccolo stratagemma: con un foglio lucido ho tracciato la linea di pannellatura semicircolare, poi l’ho riprodotta su una scheda di plastica a formare una dima. Successivamente l’ho appoggiata sul modello e sono intevenuto con lo scriber. Per la parte inferiore ho utilizzato il classico metodo del nastro Dymo… e tanta pazienza!

Buoni i carrelli che necessitano solamente di una rifinitura con carta abrasiva per eliminare le linee fastidiose dello stampo. Si migliora il tutto con l’aggiunta di filo di rame per simulare i condotti idraulici. Le gambe di forza e i cerchioni degli pneumatici sono in bianco (ho optato per il Flat White Tamiya) e, successivamente sottoposti ad un lavaggio ad olio in nero diluitissimo. L’opera di miglioramento continua con l’aggiunta di striscioline di Plasticard sui rail alari per simulare le slitte e gli attacchi dei missili,  e con l’antenna VOR/ILS posta alla sommità deriva. Qui l’originale risulta troppo spessa e imprecisa nella forma, quindi meglio usare ancora il  Plasticard sottile e ricostruirla da zero.

Si passa ad un pezzo forte del kit, il canopy. Oltre ai meccanismi complicati di apertura e chiusura, il set Aires fornisce molti dettagli per i frames interni. Consultando a documentazione mi sono accorto di alcuni vistosi dettagli da ricreare: con dei pezzettini di avanzo in fotoincisione ho ottenuto delle “staffe” su cui andrà adagiato un tubo laterale rifatto in filo di rame rigido (posto sul lato destro). Sull’altro lato (a sinistra) l’aftermarket della ditta ceca precede già un pezzo in resina ben particolareggiato. Di seguito ho montato anche la fotoincisione che copre il frame anteriore, quella dove andranno aggiunti anche i due specchietti retrovisori. Come per l’abitacolo, anche il tettuccio è verniciato in XF-54 Tamiya.

A conclusione di questa fase, ho aggiunto il Magnetic Compass (in gran parte autocostruito) al vetrino anteriore.

 

Passiamo ora alla verniciatura. Come detto sopra, il soggetto scelto è l’Aggressor O1 “Blue Saint” e per tale mimetica mi sono affidato,  questa volta, agli smalti Testors/Model Master poichè nella loro gamma sono già presenti le tinte (abbastanza fedeli) pronte per l’uso.

Le corrispondenze Federal Standard per i colori sono le seguenti:

  • 35190 – Model Master 2131.
  • 35109 – Model Master 2031.

Per chi si sentisse più a proprio agio con gli acrilici, in rete ho trovato queste “ricette” per ottenere le esatte tonalità:

  • Light Blue: 85% X-2 + 15% XF-8 (colori Tamiya).
  • Dark Blue: 40% XF-8 + 40% X-2 + 20% XF-60 (colori Tamiya).

 Per dare maggiore brillantezza alle tinte, ho steso su tutto il modello una mano di White Alluminium Alclad come primer. Dopo aver atteso i necessari tempi di essiccazione, ho steso il primo colore della mimetica partendo da quello più chiaro dei due. La tinta è stata schiarita del 15% circa con del bianco per rispettare l’effetto scala. A vernice ancora non del tutto aciutta, ho eseguito un post shading abbastanza esteso su quasi tutti i pannelli.  Ho aggiunto anche altri “spot” con tonalità di azzurro e grigio (ottenute miscelando varie tinte più chiare o più scure alla tinta di base) soprattutto sulle fiancate e sulla deriva per simulare vari ritocchi di vernice che facilmente si potevano vedere anche sul velivolo reale.

Passata la prima fase si procede con la seconda, quella più complicata: la verniciatura con il colore più scuro. La documentazione, durante questo delicato passaggio, è fondamentale per capire al meglio l’andamento della mimetica “tigrata” di questo bellissimo esemplare. Quindi, foto alla mano, ho cercato di riprodurre al meglio le “macchie” mediante l’uso del classico Patafix.

Steso il colore Model Master 2031 (sempre leggermente schiarito), prima che s’asciugasse del tutto e senza aver tolto le mascherature, ho applicato la seconda sessione di post shading schiarendo il colore di fondo sempre in maniera un pò “esagerata”, con gocce di azzurro chiaro e bianco; ho preferito mantenere le mascherature al loro posto per non debordare con gli effetti di invecchìamento sulle strette e articolate macchie in azzurro chiaro già precedentemente “trattate”.

Dopo i soliti e inevitabili ritocchi alla verniciatura, mi sono concentrato sulla zona motori: il terminale della fusoliera  è stata verniciato con l’Alluminium Alclad a cui è stato aggiunta qualche goccia di Dark Alluminium, per i coni di scarico, invece, ho optato per il Dark Alluminium puro. L’interno di quest’ultimi è stato spruzzato con il Jet Exaust e qualche sbuffata di clear blue Tamiya.

Prima di iniziare con i lavaggi e la posa delle decal ho applicato diverse mani di trasparente lucido Gunze H-30. Per i “washing” ho preferito un mix di grigio ad olio non troppo scuro in modo da non appesantire il modello, e di nero diluitissimo per le zone metalliche.

Sigillati i lavaggi con una nuova mano di lucido, ho applicato le decal provenienti dal foglio 48-015 della Twobobs. Le decalcomanie sono sottili ma resistenti, e reagiscono molto bene anche agli ammorbidenti più aggressivi come il Mr, Mark Softer della Gunze. Qualche insegna, a mio avviso, è sovradimensionata ma niente di cui preoccuparsi comunque. L’ultima mano di trasparente ha protetto le decal e ha aperto la strada al montaggio degli ultimi dettagli. I carrelli s’inseriscono a forza nei loro scassi, quindi è meglio assottigliare leggermente i perni per permettere un incastro meno problematico; quello anteriore necessita, inoltre, si un’attenzione maggiore per poterl posizionare in modo realistico: ricordatevi, infatti, che esso è leggermente ruotato in avanti rispetto all’asse verticale del velivolo. Il gancio d’arresto si monta senza difficoltà ed è stato, preventivamente, verniciato in bianco e strisce nere.

Una mano generale d’opaco Gunze H-20 ha dato la giusta finitura al modello ed ha decretato, ufficialmemte, la fine dei lavori!

Ennesimo banco di prova per me nell’uso degli smalti e soprattutto nell’avventurami in questa magnifica mimetica un po’ esagerata nel post come segnalatomi da qualche amico di MT, ma certamente scrupolosa al modello preso come riferimento. La questione post è sempre molto combattuta; diciamo che ho voluto sfidare me stesso in una tecnica molto complicata da gestire e soprattutto senza cadere nell’errore della banalità. Quello che più mi ha interessato, quindi, è stato il dare la “terza dimensione” al modello e di toglierlo dalla piattezza con cui si può cadere quando si affrontano certi lavori, quindi credo che quell’usura accentuata abbia contribuito a mettere ancor più in risalto il bellissimo schema mimetico che il nostro “Blue Saint Aggressor” mostra!

Un ringraziamento và a tutti voi, cari amici di Modeling Time, che mi avete supportato durante tutto il Work In Progress, e soprattutto a MAURO (CoB), uno dei nostri moderatori, che mi ha gentilmente regalato le introvabili decals della TwoBobs per quest’esemplare.

Con questo è’ tutto!

 

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Ciao e B(u)onomodellismoVox a tutti!

Francesco “Bonovox” Miglietta.

Una vecchia gloria…. – F-8E Crusader dal kit Monogram in scala 1/48.

Il perchè di una scelta…

Sono fermamente convinto di una cosa. Non esiste modellista aeronautico “over forty” che non custodisca nell’armadio almeno una scatola di montaggio della Monogram.

Questo marchio statunitense, fino ai primissimi anni novanta, deliziò frotte di modellisti con nuovi standards qualitativi. Quando la maggior parte delle altre ditte offriva ancora delle decals per gli abitacoli, la Monogram realizzava pannelli strumenti e consolles in rilievo, seggiolini degni di tale nome, carrelli estremamente realistici e pozzetti profondi e ben dettagliati. Aprendo una di queste scatole si era sicuri di trovare un bel pilotino (con una tenuta di volo storicamente corretta), la giusta quantità di carichi esterni e almeno due livree tra cui scegliere. Nei modelli di maggiori dimensioni c’era anche uno o più membri del personale di terra, scalette o altri piccoli gadgets sempre apprezzati dai modellisti. Con i suoi prodotti la ditta dell’Illinois ci ha abituati ad aerofreni da montare in posizione estesa, qualche superfice di governo mobile e pannelli delle armi apribili. Molti di questi stampi hanno continuato a godere di un certo successo commerciale sotto il marchio Revell, almeno fino a quando altri produttori hanno proposto gli stessi velivoli con livelli qualitativi più moderni e – soprattutto – con tutte le pannellature riprodotte in negativo. Il trend attuale ha così condannato all’oblio tante delle scatole presenti nei nostri armadi, proprio per i dettagli di superfice riprodotti in positivo. Magari ogni tanto queste scatole sono oggetto di un’apertura estemporanea per fantasticare su versioni e colorazioni, ma poi vengono sempre mestamente riposte per via di quelle benedette pannellature in rilievo!

Dopo questo lungo preambolo avrete capito che di scatole Monogram ne ho più di qualcuna . Da quando nel 2008 ho ripreso a realizzare aeroplani ho sempre convissuto con il rimorso di tutti quei modelli, acquistati talvolta mettendo da parte la paghetta o grazie a regali di genitori e parenti, lasciati nel buio delle loro vecchie scatole. Mi sembrava (e sembra) un inutile spreco e quasi una mancanza di rispetto per oggetti che sono spesso legati a ricordi di un momento o di un  periodo della nostra vita. Magari è anche per questo che non ce ne separiamo.

La reincisione completa mi spaventava, o forse dovevano verificarsi le condizioni ideali perché mi decidessi ad affrontarla. Ecco che su Modeling Time per il GB 2012 viene scelto il conflitto vietnamita. E’ il mio primo Group Build da quando sono iscritto e voglio assolutamente partecipare. Rispolvero il mio vecchio amore per il Crusader, The Mig Master. Ho anche la scusa per acquistare una bella scatola Hasegawa, cockpit Aires, decals aftermarket e tutto quello che serve perché un modellista dei nostri giorni sia pronto ad affrontare la sfida di turno sul proprio tavolo da lavoro. Completato il G-91Y ADV Models e con bel 3 Crusader Hasegawa già in corso di costruzione da parte di altri amici di Modeling Time , non mi andava proprio di “annoiare” tutti con un ennesimo Crociato made in Japan. Quella vocina che continuava a ripetere “reincidi, reincidi, reincidi” è tornata a farsi sentire.  La chiave di volta è stato un saggio consiglio del mio amico Gigi (Moro21) che un giorno mi ha detto  : “Procedi per gradi. Prova prima a reincidere le superfici piane, magari gli alettoni, poi le ali e vedi come viene.”

Ho seguito alla lettera il consiglio di Gigi. Per semplificarmi ulteriormente la vita ho deciso di adoperare come dima le stesse pannellature in positivo presenti sul modello. Sul Crusader sono precise, ben definite e tutto sommato molto semplici nell’andamento e nella forma. Gli amanti del calibro inorridiranno. In questo modo è inevitabile un seppur minimo spostamento di tutti i pannelli.  D’altro canto in soltanto quattro serate di lavoro mi sono trovato a concludere questa fase davvero tediosa.

Dopo aver eseguito lo stesso numero di passaggi (a garanzia di pannellature ugualmente profonde su tutto il modello), con lo scriber (una punta di compasso fissata in un mandrino) ho potuto cancellare i pannelli in rilievo con la carta abrasiva. Per meglio definire i bordi delle incisioni adopero uno stuzzicadenti la cui punta è stata indurita con un velo di ciano.

Un paio di passaggi uniformano i bordi dell’incisione e la puliscono dai residui. Se questo non dovesse bastare una leggera spennellata di Tamiya Tappo Verde ed una successiva seppiatina ridoneranno alla pannellatura la sua dignità modellistica.

Il montaggio: 

Nonostante i miei tempi da bradipo in men che non si dica mi sono ritrovato con il modello cavia reinciso e pronto per l’assemblaggio . A questo punto  – vista la sviolinata iniziale sulla bontà delle scatole Monogram – sono doverose alcune precisazioni. I modelli di questo marchio non sono ovviamente esenti da difetti e imprecisioni. La qualità complessiva delle scatole varia a seconda del modello e della serie. Mentre il top per i velivoli moderni a mio giudizio si è raggiunto con la  Century Series (fatta eccezione per il 104), altri modelli presentano un livello di dettaglio inferiore. Il Crusader rientra tra queste scatole di “fascia intermedia”. Il cockpit presenta un bel pannello strumenti  che ha richiesto solo un attenta verniciatura e un po’ di drybrushing. Le consolles al contrario sono alquanto approssimative.

 Il carrello principale è un po’ troppo basso (si racconta che le misurazioni per i disegni degli stampi siano state effettuate su un velivolo non più operativo con gli ammortizzatori scarichi) ma – soprattutto – la sezione del canopy è più larga del dovuto.  Per limitare i danni ho pertanto deciso di rappresentare il velivolo con il tettuccio chiuso (il difetto si nota soprattutto con la cappottina alzata), pesantemente armato (per giustificane l’assetto seduto) e con le ali ripiegate (opzione gentilmente offerta dalla scatola). L’unica concessione agli aftermarket ha riguardato un bel  Martin Baker in resina  della Cutting Edge ( F-5) che è andato a sostituire quello presente nel kit, per nulla adatto ad un F-8E.

Osservando le foto in mio possesso ho notato che, in parcheggio, il grosso aerofreno ventrale rimaneva quasi sempre aperto. Visto che ormai questo vecchio modello si era trasformato in una sorta di laboratorio, ho deciso di autocostruire aerofreno e relativo pozzetto, adoperando il solito plasticard ed un intera carta di credito. Potete usare la vostra carta scaduta o, ancora meglio, quella di vostra moglie in corso di validità.

E’ stato necessario anche autocostruire i pozzetti  del gancio di arresto e quelli degli attuatori laterali del carrello principale.

Il fantasioso arresting hook presente nel kit è finito nella banca dei pezzi, sostituito da uno realizzato con profilati Ever Green.

Mentre mi arrabattavo per ridare forma alle povere semifusoliere sventrate e martoriate, ho deciso di separare i flaps per poterli posizionare parzialmente abbassati. Per mia fortuna il nostro Andrea (Barlo) aveva appena descritto il metodo da lui adoperato per effettuare un’operazione di taglio chirurgico sulle ali di uno Spitfire MkV. Con il mio incisore Tamiya e le precise istruzioni di Andrea sono riuscito in pochi minuti ad eseguire la separazione delle superfici di governo. Le parti mobili, perfettamente sopravvissute all’operazione, sono state successivamente rifinite e dettagliate nelle sezioni laterali, ben visibili nelle posizioni intermedie.

Continuando a lavorare con l’aerofreno e il relativo pozzetto, ho assemblato i quattro AIM-9D prelevati da un Weapons Set  Hasegawa. Un minimo di dettaglio è stato aggiunto anche nella zona di ripiegamento delle estremità alari.

La presa d’aria, profonda in modo passabile, è stata incollata ad una delle semifusoliere e poi stuccata e carteggiata dallo stesso lato prima di chiudere queste ultime.  Una volta avvenuta tale unione l’altro lato è stato levigato adoperando pezzettini di spugnetta abrasiva incollati su di uno stuzzicadenti.  Le prese d’aria carenate presenti sul cono di scarico, corrette nelle dimensioni con un’abbondante carteggiatura,  sono state forate con un trapanino a mano per conferire alle stesse maggior realismo.

Altro punto dolente del kit è costituito dal parabrezza. I disegnatori hanno deciso di rappresentarlo senza comprendere nel pezzo i frames inferiori che lo vincolano alla fusoliera.  Ho dovuto pertanto incollare il pezzo trasparente senza poter contare sulla provvidenziale “safety line” costituita dal bordino inferiore.

Dopo la necessaria stuccatura non ho potuto fare altro che alzare di circa un millimetro la mascheratura dei frames, a discapito della corretta linea dei trasparenti laterali del windshield. Nella realtà infatti questi sono più bassi del canopy.

La colorazione:

Per la verniciatura del modello sono state adoperate vernici acriliche Tamiya e Gunze. La colorazione ha avuto inizio con un accenno di preshading  effettuato con un grigio medio. Questa tecnica del pre non riesco ancora a padroneggiarla. Tuttavia, avendo per la prima volta adoperato dei rapporti di diluizione più elevati per i colori, su questo modello qualcosa del preshading originario si riesce ad intuire, almeno ad occhio nudo.

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Sono passato poi a stendere su tutte le superfici inferiori, i vani carrelli e le gambe degli stessi il bianco opaco Tamiya (XF-2) . Grazie ai consigli di Valerio (Starfighter84) ed Enrico (Enrywar67) ho diluito il colore con il suo thinner  quasi al 70%. Con una tale diluizione e numerosi passaggi leggeri (intervallati da una manciata di minuti) a bassa pressione, ho ottenuto senza alcuna difficoltà una finitura inaspettatamente setosa e piena, ben lontana dal tipico affetto gessoso di molti opachi di questa marca.

Per il classico grigio gabbiano delle superfici superiori sono passato alla Gunze che realizza il 36440 già in versione lucida (H-315 = FS 16440). Mi sono ritrovato questo colore perché inizialmente avevo programmato di adoperare il bianco lucido della stessa marca per le superfici inferiori. Sono riuscito comunque a stendere questo gray gloss senza problemi, aerografandolo a bassa pressione dopo averlo schiarito con qualche goccia di XF-2.  I soliti salsicciotti di Patafix hanno permesso di ottenere una linea di demarcazione tra i due colori leggermente sfumata e irregolare,  così come riscontrato dalle foto dei velivoli del VF-211.

Ho anche approfittato per adoperare per la prima volta e su superfici limitate i metallici Alclad . Con il White Aluminium sono stati verniciati il cono posteriore della fusoliera e i bordi d’attacco di ali, ailerons e coda. Il solo cono di coda ha poi ricevuto delle velature in Dark Aluminium per “cuocerlo” un po’. Pur con un’esperienza così limitata, non posso non confermare le fantastiche qualità di queste lacche metalliche sia in termini di impiego che di risultato finale.

Con la vernice diluita sempre al 70% ho poi cominciato a lucidare il modello con il trasparente lucido Tamiya (X-22) . I successivi lavaggi sono stati effettuati con colori ad olio diluiti con il Thinner Humbrol. Ho miscelato il bianco e il nero per ottenere due tonalità di grigio. La più chiara è stata adoperata su tutto il modello, la più scura è stata riservata alle superfici mobili.

Il lavaggio è stato rimosso dopo circa due ore con una pezzolina. Per creare un minimo di differenza cromatica con le superfici inferiori ho poi provveduto ad effettuare un drybrushing con bianco Vallejo su pozzetti e carrelli. Il giorno successivo, sfruttando i lunghi tempi di asciugatura degli olii, ho provveduto a “tirare” ulteriormente, con un pennellino 00,  i lavaggi presenti  nelle pannellature.  In questo modo ho attenuato ulteriormente i lavaggi stessi e ho cercato qualche effetto filtro.

Nel passare una successiva mano di X-22 per sigillare i lavaggi mi si è presentato un problema mai riscontrato prima. In alcune zone della superficie sono comparsi – visibili soltanto in controluce – dei piccolissimi aloni translucidi. L’unica spiegazione di questo effetto, coperto dalla successiva mano di trasparente – è di aver esagerato con la diluizione dell’X-22. Troppo diluente Tamiya non è stato evidentemente gradito dagli strati di vernice sottostanti. Per fortuna tutto è filato liscio. La prossima volta però per i trasparenti tornerò a rapporti di diluizione meno estremi e che riesco a gestire meglio.

Le decals:

Il mio esemplare ha indossato i colori del VF-211 per rappresentare la matr. 15092 NP103. Questo velivolo,  ai comandi del Commander Air Group Harold L. Marr, è stato il primo ad inaugurare il mito del Crusader Mig Killer.  Il 12/06/1966 il C.F. Marr riuscì infatti ad abbattere un Mig-17 e a danneggiarne seriamente un secondo.  Il 15092 ebbe però vita breve e nell’ottobre dello  stesso anno , passato in carico al VF-162,  fu abbattuto dalla contraerea nordvietnamita. Il T.V. Leach ai comandi venne fortunatamente recuperato.

Le decals della AVI Print si sono rivelate davvero valide, con un buon potere coprente ed una velocità di adesione quasi eccessiva. Vanno perfettamente d’accordo con Micro Set e Micro Sol. L’unico consiglio che mi sento di dare e di non forzarne la separazione dal supporto di carta. Lasciatele inumidire per bene altrimenti rischiano di rompersi quando le maneggerete.  Questo foglio (48006), pur disegnato per il kit Hasegawa, è stato impiegato senza grandi problemi anche sul Monogram. Il solo intervento di adattamento necessario ha interessato le decalcomanie riproducenti il motivo a scacchi bianchi e rossi simbolo dei  “Fighting Ceckmates”. Ho effettuato alcuni piccoli tagli alle estremità perché le decals si adattassero  al timone di profondità del mio F-8E. Con il solito Rojo Mate (957) Vallejo ho eseguito alcuni piccoli ritocchi al timone e al bordo della presa d’aria. Per la maggior parte degli stencils ho attinto a piene mani dal generoso foglio presente nella scatola del Crusader Hasegawa.

Una miscela di  X-22 e X-21 (Flat Base) ha conferito al modello la sua finitura  finale, volutamente  satinata per simulare il buono stato generale dei velivoli imbarcati, soprattutto nei primi mesi di crociera.

L’ambientazione:

Con una configurazione così particolare questo vecchio Monogram non poteva starsene solo soletto nella vetrinetta. Vinta la mia atavica ritrosia nel dedicarmi alle ambientazioni, sono riuscito a realizzare una basetta lavorando nelle pause tecniche imposte dal modello. Su una cornice di legno ho incollato un ritaglio ricavato da uno dei due fogli Verlinden in cartoncino riproducenti una sezione del ponte di una portaerei moderna. Una generosa mano di Gunze Flat Clear H-20, dato ad aerografo, ha eliminato l’antiestetico l’effetto translucido del cartone. Il modello è stato quindi posizionato su questo minidiorama, accompagnato dagli immancabili fermi alle ruote (ricavati dal solito plasticard) e da un Cat/Ag Officer di provenienza Fujimi.

Conclusioni:

Quello che doveva essere un progetto veloce, volto a sperimentare i risultati di una reincisione  totale, si è poi trasformato in qualcosa di più impegnativo durato circa cinque mesi .

Ci sono stati inevitabili momenti di stanchezza e di sconforto, ma una volta posizionato il modello sulla sua basetta ho provato un senso di soddisfazione del tutto particolare.

Finalmente, dopo oltre 24 anni dal suo acquisto, il mio F-8E Monogram riposa contento nella vetrinetta.

Sono sicuro che ogni tanto lancia al kit Hasegawa la tipica occhiata di sfida che i modelli “montati”  riservano a quelli che giacciono ancora nelle loro scatole.

Attende senza paura un prossimo confronto con il rivale giapponese. Non ne uscirà vittorioso, ma nessuno potrà negargli l’onore delle armi.

Un Ultimo consiglio…

Provate a dare almeno una possibilità ad uno dei vostri vecchi acquisti. Ormai l’avete comprato chissà quanto tempo prima e giace abbandonato tra tante altre scatole. Potrebbe fornirvi l’occasione di sperimentare  nuove tecniche , di lavorare in relax senza il timore di rovinare l’ultimo arrivato, pagato ad prezzo che non rivelereste nemmeno sotto tortura.  Sono convinto che riuscirete ad incidere, tagliare e ricostruire, garantendovi la soddisfazione tutta personale di vedere rinascere ciò che ormai davate per superato.

Qualunque sarà il risultato finale, avrete ridato vecchia linfa ad un qualcosa nato con un solo scopo: essere assemblato per farvi divertire.

Guido Maria SPILLONEFOREVER Brandolini.

Accessories Review – Clark 46 TOW Tractor by Videoaviation.com in scala 1/48.

Normalmente, sulle pagine di Modeling Time, siete abituati a leggere recensioni inerenti nuovi kit di montaggio o aftermarket a essi dedicati. Questa volta è con piacere che esco fuori dalle righe per presentarvi un interessante accessorio che potrà rendere il vostro modello ancor più accattivante e particolare: il trattore aeronautico Clark 46 in scala 1/48 della Videoaviation.com.

Qualche cenno storico è d’obbligo: il trattore Clark, meglio conosciuto come “Clarktors”, entrò in servizio negli Stati Uniti negli anni ’60. Affidabile e maneggevole (era in grado di eseguire curve strettissime e di districarsi in spazi molto contenuti), ebbe una notevole diffusione anche in molte forze aeree dei paesi occidentali diventando comune su quasi tutti gli aeroporti europei. Ovviamente anche l’Aeronautica Militare italiana impiegò con successo questo piccolo mezzo dotato di un robusto e potente motore da sei cilindri raffreddato a liquido. Non sono, infatti, rare immagini dei Clarktors che rimorchiano gli F-86 o gli F-84 dell’AMI… quindi, modellisti italianofili, questo “trattorino” dal caratteristico colore giallo potrebbe fare al caso vostro!

Il kit:

L’articolo della Videoaviation.com (il cui titolare, Maurizio Amelotti, è un affermato reporter e modellista che ha all’attivo svariate ore di volo) è stampato completamente in una resina grigia priva di bolle e di sbavature. La qualità dei circa ventotto pezzi, racchiusi in una solida scatola di cartone, è altamente professionale.

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La progettazione del Clark ha richiesto un anno di lavoro, le parti sono state interamente realizzate con il metodo CAD e il prototipo è stato ottenuto mediante prototipazione 3D: questo vuol dire che, pur essendo un prodotto artigianale, esso mantiene comunque una qualità sopra la media. Analizzando più nel dettaglio il contenuto della scatola, risalta l’attenzione nel confezionamento dei pezzi contenuti in due sacchetti trasparenti “zip-lock”; il pezzo più voluminoso è rappresentato dalla cofanatura motore che è protetta da uno strato di materiale anti – urto e imballata a parte.

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Gli pneumatici hanno un bel dettaglio del battistrada e i cerchioni sono ben particolareggiati. La piastra, che sul mezzo reale era montata davanti al cofano, presenta dei fori di aerazione puliti e perfettamente simmetrici (come già detto, merito della progettazione al CAD); nel foglio istruzioni viene suggerito di “pulire” i suddetti fori con una punta da 1,2 mm ma, anche così, le aperture sono già prive di sbavature.

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A proposito delle istruzioni: è presente un foglio A4 a colori di chiara e facile consultazione.

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Il volantino è, senza dubbio, il particolare più fragile del modello e per questo ne è fornito uno di scorta in caso di rottura. La piantana dello sterzo, invece, è rappresentata da un pezzo cilindrico d’ottone.

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I Clark potevano avere svariate configurazioni dei ganci di traino (molte volte frutto di modifiche fatte in loco direttamente dagli specialisti) che variavano in forma e posizione. La Videoaviation.com ne ha inserite due differenti tipologie per soddisfare qualsiasi esigenza.

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La lunga Towbar è ben stampata e non è soggetta a deformazioni.

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A completare il tutto troviamo due figurini ottimamente scolpiti: il primo può essere sistemato alla guida del trattorino. Per renderlo più realistico, il braccio destro è separato dal corpo per posizionarlo a piacimento, sia sul volante, sia sul copriruota. La testa è ruotata all’indietro verso destra dando l’idea che il conducente stia parlando con l’altra figura in piedi, la seconda fornita.

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In conclusione, questo Clarktors può essere l’accessorio ideale per un piccolo diorama discreto e poco invasivo. Quel tocco in più che può mettere il vostro modello, il soggetto principale, ancor più in evidenza. Oltre che nella scala del quarto di pollice, presto arriveranno le riproduzioni anche nella 1/32 e nella più piccola 1/72. CONSIGLIATO!

Per tutte le info e l’acquisto, cliccate su www.videoaviation.com

Buon modellismo. Valerio – Starfighter84 – D’Amadio.

Decals Review: Afterbuners Decals F-16C/CG 64th Aggressors Squadron in scala 1/48.

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Un po’ di storia.

Il 64th Aggressor Squadron, di stanza presso la Nellis AFB, è una delle unità più particolarie con una storia abbastanza travagliata dell’USAF. Già attivo durante la Seconda Guerra mondiale, alla fine del conflitto fu momentaneamente disattivato per poi tornare operativo nel 1946 come parte dell’Alaskan Air Command. Ebbe un ruolo marginale nel conflitto vietnamita dove, equipaggiato con i Convair F-102A, lo squadron fu incaricato della difesa delle Filippine. Rischierato temporaneamente in Sud Corea durante la crisi del 1968, il 64th fu nuovamente sciolto nel 1969 contestualmente al ritiro dei propio Delta Dagger.

Nel 1972 il reparto ebbe nuova vita quanto, il 15 ottobre, gli furono assegnati diversi T-38 Talon inizialmente destinato al già sconfitto Su Vietnam. Con i nuovi velivoli il 64th iniziò un programma di addestramento alle tattiche e al combattimento aereo manovrato in cui i piloti americani, durante la Guerra del Vietnam, manifestarono delle gravi e preoccupanti carenze. Nel 1988 lo Squadron transitò sui nuovi F-16 A Fightning Falcon sostituendo, di fatto, i T-38 e gli F-5E presi in carico circa dodici anni prima. I continui tagli alla difesa, però, presero nuovamente di mira il reparto decretandone una nuova chiusura già due anni dopo, nel 1990. Attualmente il 64 th Aggressor Squadron è di nuovo operativo dal 2003 con ventiquattro nuovi F-16 C Block 32 e 42 verniciati con delle bellissime mimetiche ispirate ai velivoli sovietici e del blocco dell’Est.

Le decals.

Con passare degli anni, vari camouflage sono state applicati a questi velivoli e, attualmente, credo che siano tra i più affascinanti. Per realizzare un F-16 Aggressor del 64th Squadron, ci viene incontro un fantastico e completo set di decals, prodotto dalla nota Afterburner Decals. E’ disegnato per i kit Tamiya 1/48, specificatamente per i Block 25/32/42.
A distanza di poco più 3 mesi del rilascio, il set è già diventato molto difficile da reperire…. quindi, nel caso foste interessati, affrettatevi ad acquistarlo!

Il set,(codice 48-085) vè confezionato nella classica bustina trasparente, in formato A4. Al suo interno troviamo i due fogli di decals e numerose “schede” a colori, stampate su fronte/retro, con le relative istruzioni.

Nel primo foglio troviamo i vari markings e codici di reparto, mentre nel secondo sono presenti le walkways e gli stencils di manutenzione.

Da notare la presenza di un “bonus” con la possibilità di realizare ben due modelli (con la scelta di 3 versioni) nella scala 1/32.

Le decals sono stampate dalla nostrana Cartograf, che si sa, ha differenti range qualitativi a seconda delle richieste del committente.Su questo prodotto,però, non ci sono appunti da fare: le decals sono impercettibili al tatto e ciò conferma lo spessore ridotto al minimo. Altra nota positiva riguarda i colori, saturi e ben riprodotti.

Gli schemi proposti sono Artic, Blue Flanker, Desert Flanker, Lizard ed il nuovissimo ed unico schema Blizzard.Per ogni mimentica troviamo le referenze con i Federal Standard e il colore abbinato del pitot.

Sono presenti anche vari riferimenti e suggerimenti che ci aiutano a non commettere errori districandosi tra i vari Block costruttivi del Viper (25/32/42). 

Le versioni proposte sono ben venticinque ed ognuna di esse, nelle istruzioni, è completata con una “modeller’s note” dove vengono illustrate particolarità (con tanto di data delle modifiche eseguite!) di ogni singolo esemplare. Davvero utile e interessante!

Le possibili versioni da realizzare sono le seguenti:

 

ARTIC:

  • F-16C Block 32, 86-0280, Red 80, 64th AGRS COMMANDER, 2012
  • F-16C Block 32, 86-0273, Red 73, 2012

 

BLUE FLANKER:

  • F-16C Block 25, 84-1244, Red 44, 57 th ATG COMMANDER, 2012
  • F-16C Block 25, 84-1301, Red 01, 2012
  • F-16C Block 25, 85-1418, Red 18, 2012
  • F-16C Block 32, 86-0251, Red 51, 2012
  • F-16C Block 32, 86-0271, Red 71, 2012
  • F-16C Block 32, 86-0273, Red 73, 2009
  • F-16CG Block 42, 88-0548, Red 48, 2009
  • F-16CG Block 42, 90-0727, Red 27, 2008
  • F-16CG Block 42, 90-0740, Red 40, 2008

 

DESERT FLANKER:

  • F-16C Block 32, 87-0307, Red 07, 2007
  • F-16C Block 25, 84-1220, Red 20, 2012
  • F-16C Block 25, 84-1236, Red 36, 2012
  • F-16C Block 32, 86-0269, Red 69, 2008
  • F-16C Block 32, 86-0283, Red 83, 2009
  • F-16C Block 32, 87-0267, Red 67, 2009

 

LIZARD

  • F-16C Block 32, 86-0280, Red 80, 64th AGRS COMMANDER, 2010
  • F-16C Block 32, 86-0272, Red 72, 2007
  • F-16C Block 32, 87-0307, Red 07, 2004
  • F-16C Block 32, 86-0220, Red 20, 2012
  • F-16C Block 32, 86-0272, Red 72, 2012
  • F-16C Block 32, 86-0299, Red 99, 2012
  • F-16C Block 32, 87-0321, Red 21, 2012

 

BLIZZARD

  • F-16C Block 32, 86-0269, Red 69, 2012

E qui le versioni proposte in scala 1/32:

  • F-16C Block 32, 86-0280, Red 80, Artic , 64th AGRS COMMANDER, 2012
  • F-16C Block 25, 84-1244, Red 44, Blue Flanker, 57th ATG COMMANDER, 2012
  • F-16C Block 32, 86-0269, Red 69, Desert Flanker, 2008

Alcune unità le troviamo riproposte in diverse mimetiche, a seconda dell’anno; ad esempio, l’esemplare 86-0280 è presente sia in mimetica Lizard (2007) sia in quella Artic (2012). Come ricordato anche nel foglio di istruzioni, le decalcomanie sono progettate ed indeate su base del kit Tamiya in scala 1/48. Niente paura per i possessori del vecchio stampo Hasegawa: le insegne sono facilmente adattabili ma si dovrà tenere a mente che la IRF Doors (In Flight Refuelling) e le walkways saranno sottodimesionate.

Considerando il numero di stencil a disposizione, è possibile realizzare ben 3 velivoli completie, aggiungendo quelli presenti nei kit di montaggio, le possibilità si espandono ulteriormente. Senza contare, poi, le decal “bonus” in 1/32! Questo set ha un costo di circa 20 Dollari statunitensi, prezzo che, a mio parere, è ottimo considerando che in commercio esistono prodotti più “blasonati” a costi più alti e di qualità inferiore. Lo consiglio vivamente a chi volesse realizzare un Viper in versione Aggressor.

Piccola curiosità riguardante l’esemplare 84-1220 in mimetica Desert Flanker: sul portello del carrello anteriore troviamo la dicitura “To punish and enslave” (l’opposto del classico “To serve and protect” delle volanti della Polizia americana) con tanto di simbolo dei “Decepticons”, chiaro riferimento al film “Transformers” di Micheal Bay  dove a mostrare quel “logo” è appunto il Transformers “cattivo” Barricade (avente le sembianze di una Mustang della Polizia). Insomma, una vera chicca!

Buon modellismo a tutti!!!

Carmine “ilGamma” Gammarota.

Carioca Skyhawk – AF-1 Falcão (A-4KU) dal kit Hasegawa in scala 1/48.

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Il Brasile: sole, mare, spiagge bianche, belle donne…. e gli A-4 Skyhawk!

Se pensando a questo stupendo paese tropicale vi sono venute in mente le prime quattro cose, bè… siete delle normalissime persone. Se oltre a quelle avete aggiunto il piccolo bombardiere della Douglas, allora siete anche degli “incalliti” modellisti! Ebbene sì, forse non tutti sanno che la Marinha do Brasil – la Marina Militare Brasiliana – nel 1998 acquisì dal Kuwait, grazie anche all’interessamento del governo americano, ventitré (di cui tre biposto) A-4 KU Skyhawk. All’atto della consegna, avvenuta in settembre, gli ex velivoli kuwaitiani avevano all’attivo poche ore di volo: circa 1700 sul totale di tutte le cellule.

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Gli A-4 KU erano, sostanzialmente, basati sulla variante M (A-4 M e OA-4M) americana di cui conservavano la capacità autonoma di avviamento del propulsore, terminale della deriva squadrato, freni aerodinamici, paracadute freno e il motore J52-P-408. Nonostante la presenza della “Avionic Hump” (la tipica gobba posta sopra la fusoliera) la “KU” era dotata di un sistema ECM meno sofisticato, e di minore capacità di utilizzo d’armamento rispetto alle versioni impiegate dal Corpo dei Marines.

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Dopo la formale accettazione da parte della marina brasiliana, gli Skyhawk del Kuwait furono ridisegnati ufficialmente AF-1 (per i monoposto) e AF-1A (per i biposto) “Falcao”. Le uniche modifiche che furono apportate riguardarono la colorazione e l’aggiornamento del sistema di tiro per permettere l’integrazione del missile aria/aria MAA-1 “Piranha”, prodotto localmente dalla Mectron, e di ordigni anti-nave. Nonostante questi upgrade, gli aerei vengono a oggi impiegati nel solo ruolo di caccia intercettori.

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Il modello:

La via più facile e veloce per ottenere una riproduzione in scala di un Falcao è partire dal kit numero 09729 dell’Hasegawa. In definitiva la scatola contiene lo stampo di un A-4 M cui è stato, provvidenzialmente, aggiunto lo sprue relativo al musetto di uno Skyhawk E/F (contraddistinto dalla lettera identificativa “R”). La vera nota negativa risiede nella scarsa reperibilità del prodotto giapponese, messo fuori catalogo oramai da qualche anno; l’unico modo per ottenerne uno è armarsi di pazienza e setacciare il web (in particolare E-Bay) alla ricerca di privati che ne mettessero in vendita qualche pezzo conservato nelle proprie collezioni personali.

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In alternativa, si possono percorrere due strade: la prima, la più costosa, consiste nel “Kit Bashing” di un A-4 E/F da cui prelevare la sezione anteriore per montarla su di un M…. Siete pronti a sacrificare due modelli per ottenerne uno solo?

La seconda, più semplice ma comunque non meno esosa, è l’acquisto della scatola numero 09575 o 09943, dedicati alla variante israeliana “N”, entrambe contenenti la tanto ambita stampata “R”.

Di norma sono abituato a dotare i miei modelli di numerosi aftermarket. Il kit giapponese dello Scooter (uno dei tanti nomignoli affettuosamente affibbiati all’A-4), però, è già bello e completo di suo. Il dettaglio superficiale (in un fine e preciso negativo) e quello concernente le parti interne è abbastanza ricco: lo testimoniano, infatti, i vani carrello che sono già stampati con una miriade cavi e tubazioni.

Questa volta, intenzionato anche a eseguire un montaggio veloce e rilassante, a completamento del mio Skyhawk ho acquistato solo pochi ma, a mio avviso, indispensabili accessori:

  • Eduard photoetched Zoom set FE482: non amo particolarmente le fotoincisioni, tanto meno quelle pre colorate che tanto di moda stanno andando da qualche anno a questa parte. Ad ogni modo la scelta per un set di arricchimento dell’abitacolo per gli A-4 KU è, purtroppo, limitata a questo prodotto.
  • Eduard Xpress Mask EX339: comode e pratiche, permettono di mascherare canopy e windshield con poco tempo.
  • Quickboost Colt Resin Gun Barrels 48222: questo set economicissimo fornisce i due cannoncini Colt da 20 mm in resina per sostituire quelli originali in plastica. Indubbiamente essi donano un tocco di realismo in più che non guasta mai.
  • Verlinden Escapac IG-3 Ejection Seat: gli A-4 e TA-4 KU furono equipaggiati con la versione IG-3 dell’ESCAPAC, una delle ultime prodotte. La Verlinden è l’unica, attualmente, a riprodurne in scala la copia più esatta. Oltre a questo, il seggiolino in resina presenta un dettaglio molto ricco con cinture già stampate.
  • FCM Decal “Skyhawk Part 1” 48044: il bel foglio decal della brasiliana FCM contiene tutte le insegne per ottenere un Falcao (biposto o monoposto) nella scala del quarto di pollice.

Dopo questa doverosa presentazione, tutto è pronto per iniziare con il montaggio vero e proprio!

Il cockpit:

Come di consueto per la stragrande maggioranza dei kit, i lavori hanno avuto inizio dal cockpit. Il suo livello di dettaglio potrebbe già essere sufficiente ma, per i miei canoni, esso rimane comunque un po’ spoglio. E’, però,  doveroso premettere che l’abitacolo ha dimensioni molto contenute e una volta chiuse le due semi fusoliere gran parte dell’interno rimarrà precluso alla vista.

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A conti fatti un set di fotoincisioni può bastare ad arricchire, quel tanto che basta, il pilot’s office. L’Eduard, nel suo Zoom Set, fornisce le consolle laterali suggerendo di eliminare tutti particolari pre stampati; personalmente ho scartato i pezzi PE mantenendo intatta la vasca di plastica e mettendo in risalto i vari bottoncini con un mirato dry brush in grigio e l’aggiunta di qualche pulsante in rosso e giallo. La strumentazione del cruscotto, al contrario, è stata asportata per far posto a quella fotoincisa della ditta ceca.

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L’intero abitacolo è stato dipinto in grigio chiaro F.S.36375 (ad eccezione dei rack avionici laterali in nero opaco), ed anche il pannello strumenti principale ha subito una parziale sovra verniciatura poiché la sua pre – colorazione poco si avvicinava alla tinta di fondo. Per fare questo ho mascherato con pazienza i singoli quadranti avvalendomi di piccole striscioline di nastro Tamiya; non ho badato granché alla precisione poiché, una volta incollato in posizione, la strumentazione rimarrà alquanto in ombra.

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Per mettere in risalto gli angoli e dare maggiore profondità, tutta la zona è stata sottoposta a un lavaggio eseguito con un grigio medio (la punta di uno stuzzicadenti “sporcata” di Nero Avorio Maimeri con l’aggiunta di poco Bianco di Marte della stessa marca) abbastanza diluito.

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Il seggiolino, invece, presenta la struttura in nero opaco, i cuscini in Olive Drab Vallejo (più facili da stendere a pennello) e le cinture in Ocean Grey XF-86 Tamiya. Anche in questo caso il sedile è stato sottoposto a un accurato “Washing” in Bruno Van Dyck che ne ha accentuato i contrasti; il tocco finale l’ha dato il solito procedimento a “pennello asciutto” in grigio chiaro e varie tonalità di verde (tra cui Cachi Drab e Luftwaffe Camo Green della Vallejo) che hanno messo in risalto tutti i piccoli dettagli come, ad esempio, le bellissime pieghe del tessuto che ricopre lo schienale. Per impreziosire ulteriormente il piccolo Escapac ho prelevato le maniglie di espulsione e alcune placchette di manutenzione dalle fotoincisioni Eduard già segnalate qualche riga sopra.

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Nonostante l’abitacolo sia, in pratica, da scatola, bisogna comunque intervenire assottigliando la plastica nel punto indicato dalla freccia nella foto che segue:

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Purtroppo la paratia del meccanismo di apertura del canopy che va incollata alle spalle della piastra blindata del pilota forza sulle semi fusoliere non permettendo il loro ottimale allineamento. Asportando un po’ di materiale nel punto indicato tutto tornerà a posto.

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Il montaggio:

Il montaggio è uno dei veri pregi di questo kit: semplice e lineare (aiutato anche dalle forme essenziali del velivolo), scorre molto veloce e senza particolari difficoltà. Prima di chiudere le due semifusoliere, ricordatevi di inserire all’interno del muso una cospicua quantità di piombini da pesca per evitare che il modello ultimato si sieda sulla coda (rischio accentuato anche dal caratteristico assetto dell’aereo), di verniciare i condotti delle prese d’aria e la ventola del turbo fan in bianco opaco e di inserire la camera di combustione del propulsore (verniciata in nero opaco).

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La caratteristica gobba che conteneva le apparecchiature avioniche supplementari non crea particolari difficoltà di montaggio, e l’uso dello stucco è davvero ridotto al minimo (personalmente ho utilizzato il Mr.Surfacer 500 a tale scopo). Discorso simile può essere fatto anche per le prese d’aria, che s’inseriscono con relativa precisione rimanendo pressoché in sagoma col resto della fusoliera. Ad ogni modo, per permettere ai condotti di innestarsi senza sforzo nei rispettivi alloggiamenti, ho preferito allargarne leggermente gli scassi utilizzando una lima a testa piatta.

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Come di consueto il pezzo A-6 (l’inserto da aggiungere in coda) mi ha costretto a un tedioso lavoro di carteggiatura e riempimento poiché esso è leggermente sottodimensionato e poco preciso negli incastri. Gli aerofreni, che l’Hasegawa fornisce separati per poter essere lasciati aperti, in realtà a terra sono spesso chiusi; così ho deciso di raffigurarli in questa posizione chiudendo e stuccando il tutto. Per facilitare l’allineamento delle superfici mobili ed evitare che esse potessero “annegare” nei rispettivi vani, ho incollato dei piccoli spessori di Plasticard:

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La grande superficie alare s’incastra molto bene nella sua sede lasciando solo piccole fessure. Personalmente, per non rovinare le numerose pannellature, le ho riempite utilizzando il Milliput con il solito sistema di creare un salsicciotto da spingere bene dentro il gap e portare via l’eccesso con una spugnetta bagnata di acqua.

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Dall’ultima immagine qui sopra si può notare anche il lavoro di adattamento subito dallo scarico: questo, infatti, è stato preventivamente controllato per verificare il corretto “fitting” rispetto alla sua sede. La prova è stata molto utile poiché ha rivelato dei grossi problemi dimensionali del pezzo (indicati dalla freccia rossa). Allo scopo di raccordare decentemente il terminale del propulsore al resto del modello, ho aggiunto alla sua base un tondino di Plasticard da 1 mm sagomato a dovere. Poi, dopo averlo incollato, l’exhaust è stato rifinito con ampia carteggiatura e massiccio uso di stucco. Qui sotto il risultato finale:

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Prima di incollare e raccordare il parabrezza (immerso assieme al canopy nella solita cera per pavimenti Future per donargli maggiore brillantezza), ho dipinto la palpebra sottostante in nero opaco e lumeggiato i particolari con il Tyre Black Gunze H-77, e aggiunto l’HUD (Head Up Display.) L’interno delle luci di posizione sono state verniciate in rosso (a sinistra) e blu (a destra) e, in seguito, incollate con ciano acrilico, rifinite e lucidate con pasta abrasiva. Con lo stesso criterio ho sistemato il piccolo indicatore di approccio integrato all’interno del bordo di attacco dell’ala sinistra, cui ho dipinto il fondo in argento per simulare la parabola riflettente.

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Conoscendo la mia solita pigrizia per la cura degli ultimi dettagli in prossimità della fine dei lavori, ho preferito preparare tutti i vari portelloni, pozzetti, gambe di forza e pneumatici dei carrelli con un po’ di anticipo: da premettere che ciò che ho elencato sopra va dipinto completamente in bianco opaco (ad eccezione delle gomme in Tyre Black H-77 cui ho evidenziato il piano di rotolamento del battistrada con una “sbruffata” di Grey F.S.36375), l’insieme ha subito il solito lavaggio con il medesimo grigio utilizzato per il cockpit molto diluito e fatto penetrare negli interstizi per esaltare la profondità. Ricordo poi che il ruotino anteriore era dotato del sistema di steering per la sterzata dello pneumatico (pezzo E-25), quindi l’aggiunta di qualche cavo idraulico ed elettrico, seguendo come riferimento la documentazione, lo completerà a dovere.

Prima di dichiarare, finalmente, ultimata la fase del montaggio, ho auto costruito le due antenne ILS installate su entrambe i lati della deriva. Al contrario di quanto indicato nel foglio istruzioni Hasegawa, queste piccole “fins” non sono squadrate, bensì hanno una forma pressoché rettangolare con bordi arrotondati.

Per ricrearle sono partito dalla cornice di un vecchio foglio di fotoincisioni in Alpacca (una lega di stagno e alluminio) che ha uno spessore ridotto e perfettamente in scala. Sull’impennaggio verticale ho aggiunto le piastre di rinforzo per la sede delle antenne: queste sono ricavate da un pezzo sagomato di alluminio adesivo per lavori d’idraulica.

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In accordo con la documentazione ho aggiunto anche una sottile antennina sotto al muso ricavata da una sezione di sprue stirato a caldo.

Verniciatura:

La fase della verniciatura è stata, senza dubbio, la più difficoltosa. Non tanto per l’attuazione della particolare mimetica che i “Carioca” Scooter vestono, ma per la riproduzione delle esatte tinte con cui essi sono rifiniti.

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Ufficialmente lo schema prevede tre diverse tonalità di grigio, una molto chiara per le superfici inferiori e due più scure per quelle superiori. Purtroppo, in commercio, non esistono pigmenti pronti all’uso e per realizzarli bisogna necessariamente affidarsi a miscele di vari colori. Di seguito le proporzioni da me realizzate:

Grigio chiaro F.S. 36515:

  • 80 gocce di Gunze H-307.
  • 40 gocce di Gunze H-325.
  • 55 gocce di bianco.

Grigio medio F.S. 36314:

  • 50 gocce di Gunze H-308.
  • 4 di XF-82 Tamiya.
  • 3 gocce di Blu XF-8 Tamiya.

Grigio scuro F.S. 36187

  • 40 gocce XF-66 Tamiya.
  • 20 gocce XF-24 Tamiya.
  • 4 gocce di blu XF-8 Tamiya.

La mimetica è stata riprodotta sul modello con il classico metodo del Patafix partendo dal grigio più chiaro delle superfici inferiori per finire con quello più scuro. Per la caratteristica conformazione dell’A-4, ho dovuto dividere verniciatura del grigio F.S. 36187 in due fasi: dapprima ho riempito le zone più basse della fusoliera e della deriva, poi ho mascherato nuovamente per terminare la colorazione a ridosso della dorsal spine e delle ali.

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In particolare, il tono più scuro è quello che mi ha creato più di qualche problema durante i vari mix. Guardando le foto dei velivoli reali esso assume continuamente dei viraggi differenti apparendo, di volta in volta, come un Gunship Grey o come un Extra Dark Sea Grey. In alcune immagini la vernice aveva anche degli stranissimi riflessi verdastri. Non è stato semplice coglierne l’esatta tonalità e, difatti, alla prima prova la tinta era troppo cupa e spenta.

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Per riportare il tutto a un tono più fedele a quello vero ho passato, su tutto il modello, una velatura di Light Compass Grey F.S. 36375 (Gunze H-308) su tutto il modello per schiarire leggermente il grigio più scuro e simulare un minimo d’invecchiamento.

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Il terminale del musetto e le aree circostanti le volate dei cannoni sono in nero opaco, mentre l’exhaust è stato rifinito con il Dark Alluminium Alclad (steso direttamente sulla plastica “nuda”) in seguito brunito con un paio di mani leggerissime di Hot Metal Sepia Alclad per simularne la cottura dovuta alle alte temperature dei gas di scarico.

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Weathering e Decalcomanie:

Parlare di “weathering” per i Falcao brasiliani non è del tutto corretto: i velivoli, infatti, sono sempre ben tenuti e presentano di rado segni di sbiaditure e di fuoriuscite di liquidi idraulici. Più per enfatizzazione modellistica che per reale necessità, ho comunque deciso di desaturare la sola mimetica superiore con le tinte di base leggermente schiarite con del bianco. Quest’operazione ha regalato al mio piccolo Skyhawk un minimo di tridimensionalità aggiuntiva che non guasta mai!

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Ad ogni modo, prima di procedere con i successivi passaggi ho steso su tutto il modello un paio di mani di trasparente lucido Tamiya X-22 diluito al 70% circa e addizionato di alcune gocce di Paint Retarder della stessa casa; questo accorgimento ha lo scopo di preparare il fondo sia alle varie insegne, sia agli indispensabili lavaggi per l’enfatizzazione delle pannellature.  Quest’ultimi sono stati eseguiti con due tonalità di grigio lasciando la consistenza del composto molto densa in modo da avere una sicura penetrazione ed una buona definizione delle sottilissime incisioni del modello. Ovviamente ho esteso i lavaggi anche all’interno dei pozzetti carrello (in precedenza verniciati in bianco opaco Tamiya) utilizzando, alla scopo, lo stesso grigio ad olio delle superfici inferiori.

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Tre successive passate di trasparente hanno sigillato i vari washing, e creato una superficie lucida e liscia per evitare il fastidioso effetto “silvering” delle decal. Quest’ultime, come già ricordato, provengono dal foglio della FCM Decal, ditta brasiliana che ultimamente sta commercializzando degli interessantissimi prodotti. Le decalcomanie sono stampate dalla Microscale negli USA, ed hanno dei bellissimi colori vividi e saturi. Il potere adesivo è elevatissimo, tanto da richiedere un posizionamento rapido dell’insegna – pena la presa definitiva del collante. Il film trasparente è ridotto al minimo ma, di contro, esso è davvero spesso; purtroppo è l’unica vera pecca di questo aftermarket.

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L’altezza delle decal incide, anche se in minima parte, sulla loro capacità di adattarsi alle pannellature sottostanti. Occorrono diverse passate di liquidi emollienti (personalmente ho utilizzato il Micro Sol e Set della Microscale) e la punta di uno stuzzicadenti per donargli il classico effetto “Painted On” che tutti i modellisti cercano. Comunque, con un minimo di pazienza si riesce a farle conformare a dovere. Obbligatorio, poi, sigillarle con almeno tre o quattro mani di lucido per ridurre almeno un po’ il citato problema dello spessore.

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Carichi esterni e ultimi dettagli:

Osservando la documentazione ho notato come gli Skyhawk della Marinha, di norma, sono equipaggiati con i serbatoi supplementari di carburante. Inoltre, proprio per il ruolo di caccia-intercettori che ricoprono, questi A-4 sono spesso equipaggiati con uno o due AIM-9L Sidewinder. Devo ammettere che i Falcao in configurazione aria/aria sono ancor più affascinanti del solito: con il loro carico di missili hanno un aspetto molto accattivante!

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Stregato da questa configurazione ho, ovviamente, deciso di riprodurla anche sul mio modello in scala. Allo scopo ho prelevato i due Sidewinder dal Weapons Set C dell’Hasegawa, li ho carteggiati per eliminare tutto il dettaglio superficiale già stampato e ne ho forato lo scarico mediante una punta montata su di un trapanino a mano. La loro colorazione prevede il Light Compass Ghost Grey F.S. 36375 (per il corpo) e il Dark Grey Tamiya XF-24 (per la testata). Ho, poi, aggiunto le fascette di ancoraggio (in alluminio) e quelle per l’identificazione del tipo di esplosivo (gialle e marroni) usando delle striscioline di nastro Kabuki: a mio avviso quest’accortezza rende l’ordigno molto più realistico.

Per rendere il tutto più particolareggiato ho aggiunto delle piccole scritte di servizio provenienti da un foglio di trasferibili della Hobby Decal (codice 48062). Gli stencil sono bellissimi, ma estremamente complicati da applicare su spazi così ristretti! Ho, quindi, aggirato il problema trasferendoli, appunto, su di un film trasparente ritagliandoli uno ad uno e posiziondoli sul corpo dei missili.

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Finalmente si giunge al montaggio degli ultimi particolari: la vistosa antenna posta sulla gobba va prelevata dalla stampata E (pezzo numero 5). Inoltre ne va aggiunta una più piccolina che apparteneva al sistema di navigazione TACAN posta proprio davanti al pozzetto del carrello anteriore (stampata F, pezzo numero 5). Di fronte al parabrezza è presente un piccolo tubo di venturi (stampata E pezzo 32), accoppiato con un Pitot montato più avanti verso il muso (stampata F pezzo 24). Nella parte posteriore del velivolo, proprio accanto al gancio di arresto esiste un piccolo sfiato per la pressione del sistema idraulico (stampata e pezzo 24). A questo punto non mi rimane montare i pezzi rimanenti quali carrelli, portelloni e piani di coda (lasciati in ultima istanza sfruttando il pratico sistema ad incastro studiato dall’Hasegawa), dare al modello la giusta finitura opaca, “liberare” i trasparenti dalle proprie mascherature e rappresentare il canopy (dettagliato con gli specchi retrovisori e i ganci di chiusura provenienti dal zoom set dell’abitacolo) rigorosamente in posizione aperta!

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Conclusioni:

Nella mia continua ricerca di soggetti “esotici” e poco noti, questo A-4 rimarrà per molto tempo il mio preferito! Da subito sono stato stregato dal bel contrasto con cui le sgargianti coccarde brasiliane spiccano sulla mimetica in grigio scuro.

La qualità e la facilità di montaggio del kit Hasegawa hanno reso la realizzazione di questo modello ancor più piacevole e rilassante. Ovviamente non sarà l’ultimo Skyhawk che entrerà nella mia collezione… che il prossimo sia un esemplare argentino?

Buon modellismo a tutti!

Valerio – Starfighter84 – D’Amadio.

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DVD Review – Painting and Weathering Tecniques for U.S. NAVY Jets.

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E’ con grandissimo piacere che presentiamo l’opera di un nostro utente, Simone Fiorito a.k.a F12AAA , ad oggi uno dei maggiori esperti mondiali di verniciatura ed invecchiamento di jets imbarcati o comunque particolarmente usurati.

Il realismo estremo delle suo opere si cela dietro un certosino lavoro di documentazione, studio e progetto su carta delle varie fasi di pittura ed invecchiamento che conducono, infine, ad un lavoro complesso che ripaga pienamente di ogni singolo sforzo fatto.

Ecco quindi quest’opera che illustra, con ben 3 dvd della durata complessiva di 210 minuti, il modo di operare di questo apprezzatissimo modellista alle prese con un F-14D tomcat del vf-31 tomcatters impegnato nella campagna IRAQUI FREEDOM in vece di caccia-bombardiere ed ormai alla fine della sua carriera operativa, come ben testimonia l’usura di tale velivolo.

Dettagli sul kit e aftermarkets utilizzati sono presenti sul sito del modellista nella gallery riservata a questo modello.

L’opera si articola in 12 capitoli: si parte dallo strato di base e spiegando le varie operazioni di pre-shading, post shading e ritocchi sulla livrea, si arriva alla stesura della finitura finale passando, inoltre, per tutte le fasi di verniciatura ed invecchiamento che coinvolgono parti quali carrelli di atterraggio e pneumatici. Viene omessa (a mio avviso giustamente in quanto di carne a cuocere ne abbiamo molta in questi dvd) la fase di montaggio del modello non essendo argomento principale del lavoro.

Degna di nota è la presenza di un capitolo apposito riguardante quello che probabilmente è uno degli argomenti ad oggi più discussi del panorama modellistico: Il salt Weathering, ovvero la cosiddetta “tecnica del sale”, che consente di ottenere effetti iper-realistici di chipping della mimetica, presenti sulla maggior parte dei velivoli imbarcati ma non solo.

La visione del dvd è praticamente in “first person”, ovvero è come se fossimo al fianco dell’autore durante la sessione di modellismo e potessimo guardare nel dettaglio le sue lavorazioni. Lo sfondo scelto è bianco, e la sapiente calibrazione delle luci permette non solo di apprezzare la più minima sfumatura cromatica, ma di non affatticare affatto la vista. Non sono mai presenti ombre che infastidiscono la visione o che comunque coprono dettagli.

 

Un’altra scelta intelligente dell’autore, a mio avviso, è la totale assenza di colonne sonore durante i capitoli pratici di modeling. Ciò rende possibile, con grandissimo risvolto didattico, di ascoltare il fruscio dell’aria che fuoriesce dall’aeropenna e permette quindi di comprendere quale sia magari la pressione più idonea per certe operazioni. Tale particolare (come anche le percentuali di diluizione e la nomenclatura dei colori) è comunque descritto con apposite didascalie con le quali l’autore esplica in modo conciso e chiaro ogni nuova lavorazione.

Il formato del DVD è WMP con risoluzione 1920×1080 pixels, con codec compatibili con la maggior parte dei programmi video disponibili anche gratuitamente in rete. Il testo è sia in italiano che in inglese.

L’opera è acquistabile presso il sito dell’autore

 http://digilander.libero.it/f12aaadesign/DVD/DVD.htm

dove vi invito anche a prendere visione delle sue realizzazioni presenti nella model gallery.

A mio avviso questi dvd sono davvero quanto di più chiaro ci sia in giro per mostrare tecniche complesse che possono trovare campo di impiego anche al di fuori delle livree US navy (o comunque usurate), come ad esempio modellando carri o navi, e che comunque sono parte immancabile del bagaglio tecnico del modellista moderno.

 

Un addestratore per la cavalleria – OH-58 D “Kiowa Warrior” dal kit Academy in scala 1/35.

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Ho realizzato l’idea di costruire un OH-58D mentre armeggiavo con un SuperCobra. Alcuni aftermarket per quest’ultimo provenivano dalla Werner’s Wings, un’azienda “artigianale” di Baltimora. Il proprietario è il noto Floyd Werner, pilota con tante ore di volo sui vecchi Cobra e Kiowa, ed attualmente su un EC-120 come ufficiale di volo del Batltimore Police Department. Dopo essere diventati “virtualmente” amici, mi son deciso a realizzare uno degli elicotteri sui cui ha voltato di più, il Bell OH-58D Kiowa Warrior. L’OH-58, nelle versioni A e C, è un’elicottero appartenente alla famiglia dei Bell 206 , mentre il D deriva dal Bell 406.
Quest’ultimo è il risultato del programma AHIP (Army Helicopter Improvement Program). Principale differenza tra la versione D (warrior) e le altre, è la presenza degli UWP (Universal Weapon Pilon) sui due lati, che permettono di equipaggiarlo con i classici AGM-114 Hellfire, missili ATAS (Stinger), rocket pods da 7 pollici, ed una mitragliatrice M296 calibro .50 . Il dettaglio, forse, più importante che ci permette di distingure il Kiowa Warrior, è la presenza di una “palla” sul rotore principale, ovvero la Mast Mounted Sight, contenente alcuni sistemi  come il TvS (sistema televisivo),  il TIS (sistema per l’acquisizioni di immagini termiche) ed il LRF/D (Laser Range Finder/Designator) Le “antenne” vistose sulla parte frontale, invece non sono altro che un efficiente sistema di tranciacavi per la protezione in volo a bassa quota.

Il modello:

Il kit usato come base è l’Academy OH-58D KIOWA WARRIOR THUGS (2197), regalo della mia ragazza!
Questa scatola, abbastanza datata, permette di costruire un Kiowa “early version”, quindi le conversioni in resina sono più che obbligatorie. Veniamo agli aftermaket:

  • Werner’s Wing “OH-58D Kiowa Warrior Upgrade Set” (cod. 35-01):questa conversione comprende la nuova “doghouse”, ovvero l’intake, un nuovo supporto per l’ALQ-144, formation lights, piastre di protezione che sostituisconio le porte, nuove porte posteriori, antenne GPS e BlueForce ed il sistema AN/APR-39.
  • ZactoModel “OH-58D MMS kit”: La nuova MMS in resina, prodotta dal noto modellista russo Alexander Rogal e venduta dalla statunitense ZactoModels. In questo piccolo kit, troviamo appunto la torretta MMS, molto dettagliata, comprendente le due lenti iridescenti (una opaca ed una lucida), più quattro nuovi “picht horns” per il rotore principale, da sostituire agli originali.
  • Fireball Modelworks “SKULLS AND SPURS OH-58D” (cod. FMD-20-35): Dalla nota azienda “garage factory” del Sig. Joseph Osborn, troviamo questo fantastico set di decals stampate su fogli Microscale. Oltre alle dettagliatissime istruzioni, c’è la possibilità di realizzare ben 8 modelli di Kiowa e per ognuno ci sono delle indicazioni per i differenti sistemi di armamento/difesa.
  • Fireball Modelworks “Modern US Helicopter Missile Markings” (cod. FMD-21-35)

All’inizio il modello che avevo in mente era proprio quello su cui ha operato Mr. Werner in Bosnia, impegato nelle operazioni della SFOR (Stabilisation Force). Il problema è sorto nei pattini di atterraggio.Questa versione, così come altre recenti, è equipaggiata con i nuovi pattini MPLH, i quali sono totalmente differenti. Putroppo, come aftermaket, non erano più disponibili presso la Werner’s Wing, quindi ho ripiegato su un’altra versione (su consiglio della mia ragazza). Il modello in questione è un addestratore, con parte della fusoliera verniciata in arancione alta visibilità, del 1-14Avn Regt, presso Ft.Rucker, in Alabama.
Caratteristiche principali di questo modello sono l’assenza dell’ALQ-144, dei laser/radar detectors e delle porte/protezioni corazzate, antenna FM presente solo sul lato destro, UWP equipaggiati con Hellifire ed il pattino sinistro giallo.

Il montaggio:

Una volte reperite tutte le foto necessarie (poche su questo modello, ma per fortuna abbastanza buone) ho studiato le istruzioni del kit/conversione, ho tagliato l’intake e il supporto ALQ dalle due semifusoliere. Inoltre ho forato le zone vicino al motore per incollare delle griglie fotoincise.

Fatto ciò, son passato al cockpit. La prima modifica è stata tagliare parte del cruscotto e creare con del plasticard il sistema CABS, ovvero il sistema di airbag con cui sono equipaggiati i Kiowa ed i BlackHawk.

Per la strumentazione, ho forato il pannello ed inserito ritagli in acetato per orizzonte artificale, altimetro e per il resto dei quadranti, mentre per i due schermi ho usato del negativo fotografico. Putroppo i dettagli del cockpit lasciavano a desiderare, quindi, armato di tanta pazienza, ho ricreato i vari pulsanti su i due ciclici e sul collettivo del pilota. Nella parte inferiore ho ricreato le varie centraline e relativi cablaggi. Per quanto riguarda i sedili, li ho rivestiti con del nastro Tamiya, per simularne le grinze del tessuto, mentre per le cinture ho usato quelle fotoincise specifiche per l’Apache, eliminando quella centrale (l’Apache ha le cinture a 5 punti, il Kiowa a 4). Dietro al sedile del pilota, ho ricreato la centralina del modulo CABS, cablaggi vari e le centraline degli interfoni.

Il tutto è stato verniciato usando il Tamiya XF-69 Nato Black, corretto con qualche goccia di nero XF-1. Sui sedili, con l’aiuto di un cutter, ho scrostato i bordi, facendo tornare alla luce il colore del nastro ,in modo da ottenere l’effeto dei sedili rovinati. Successivamente sul cruscotto ho usato un gessetto bianco sbriciolato, per simulare la polvere, elemento onnipresente in questi velivoli.

Una volta chiuse le due semifusoliere, ho incollato e stuccato il nuovo intake, le porte posteriori, il supporto ALQ, antenna GPS e BlueForce sul tronco di coda. A queste ultime ho aggiunto alcuni cavetti in rame. Dato che sul supporto non sarebbe stata montata l’ALQ, con del plasticard sottile ho ricreato il piattello tondo su cui va posato, prima disegnandolo con un compasso. L’interno del rotore è stato verniciato con il Tamiya XF-4 Yellow Green.

Dopo aver immerso i trasparenti nella cera Livax, ho aggiunto dettagli al vetro superiore. Come prima cosa ho creato il montante centrale interno, usando un rod in plasticard dello spessore di 0,88mm, appiattito in una morsa, ottenendo così un profilo rettangolare. Col dei rod di sezione 0,5 mm ho realizzato i grossi fasci di cavi che successivamente sono stati ancorati al montante ed aggiunto scarti di fotocincisioni per altri “ameniccoli”.

I passi successivi sono stati l’assemblaggio del rotore principale, (con i nuovi pitch horn in resina) e gli UWP con relativi rack, simulando cavetti e fascette con fili in rame e nastro Tamiya. Questi ultimi son risultati sovradimenzionati ene ho  usati altri presenti nel kit di un SuperCobra.

Verniciatura:

E finalmente siamo alla verniciatura, la mia prima volta con l’aerografo. Il colore principale è l’Helo Drab FS34031, prodotto esclusivamente dalla Model Master, sia in acrilico che in smalto. Dopo aver mascherato le zone su cui andava dato l’arancio e provato ad eseguire un leggero preshading, ho “spruzzato” su tutto il modello l’Helo Drab acrilico. La variante in smalto invece (che è tendente al grigio), è stata data sempre ad aerografo, ma nelle giunzioni delle pannellature ed in modo più disordinato sulla coda. L’effetto è stato volutamente marcato, sia per andare incontro al problema di attenuazione dovuto ai trasparenti, sia per dagli l’aria usurata tipica di questi velivoli addestratori.

I “crosstubes” dei pattini sono stati verniciati in alluminio, mentre il pattino sinistro in Yellow Zinc Chromate. Per le fascette sui pattini ho usato alcuni scarti di fotoincisioni. Dopo aver aspettato 24 ore, ho applicato del Maskol sulla parte superiore dell’intake, per poter simulare le scrostature e mascherato tutto per poter dare l’arancio. Essendo un colore “fluo”, ho usato il bianco Tamiya XF-2 come fondo e successivamente il Fluorescent Red Orange, colore unicamente prodotto dalla Model Master solo nella versione smalto, corrispondente al Federal Standard 28913.

Decals & Weathering:

Ultimata la fase di verniciatura, ho dato la prima mano di lucido X-22 per poter proseguire con la posa delle decals. Per queste ultime, ho impiegato circa 3 ore a causa dei numerosi stencils.

Da questo si scorge un lavoro minuto, di ricerca e di impiegno da parte di Joseph Osborn. Il lavoro di posa è stato eseguito con i liquidi MicroSet e MicroSol. Per quanto riguarda i lavaggi, ho usato il colore in smalto Helo Drab diluito col thinner MIG. il problema restava simulare alcune pannellature sporche e verniciate in modo molto blando. La soluzione è stata trovata per caso, spennellando un po di colore usato per i lavaggi, su alcuni pannelli e soffiando solo aria con l’aerografo.Il tutto in maniera esagerata, in previsione della successiva mano di trasparente. In questo modo il colore ha assunto un aspetto molto polveroso e colato, avvicinandosi molto al soggetto reale.

Ultimo passaggio, il trasparente opaco XF-86, che, come previsto, ha attenuato il lavoro di lavaggio ed ha reso il tutto omogeneo.

 Armamento:

L’esemplare in questione è equipaggiato su entrambi il lati con la versione da addestramento degli AGM-114, ovvero i CATM-114 (captive training). Per riprodurli son bastate delle semplici decals, provenienti dal foglio “Modern US Helicopter Missile Markings” mentre per simulare la testata IR, ho tagliato la punta del missile, rimpiendola con una goccia di Humbrol Clearfix.

Ritocchi finali, hanno visto l’aggiunta di cavi ed altri piccoli dettagli sullo stabilizzatore di coda.

Prima di lasciarli alle foto, vorrei mostravi questa litografia, inviatami da Mr.Werner, con tanto di dedica.

 Buon modellismo a tutti!

Carmine “ilGamma” Gammarota.

 

Kit Review: Mig-21 MF “Fishbed” – Italeri in scala 1/48.

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Nell’ultimo periodo la politica commerciale dell’Italeri ha visto l’alternarsi della creazione di scatole di montaggio completamente nuove, e il reinscatolamento di stampi provenienti da altre ditte modellistiche.

Il kit del Mig-21 oggetto di questa recensione rientra a pieno in questo trend; esso è, infatti, il conosciutissimo modello dell’Academy che, nonostante il peso degli anni sulle sue spalle, è ancora un buon prodotto.

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Il Fishbed coreano non ha bisogno di molte presentazioni… basta girare un po’ su Internet per trovare molte review e argomenti sul suo conto. Vale comunque la pena ricordare alcuni dei suoi punti forti:

    • Dettaglio di superficie in un bellissimo negativo, preciso e pulito. Rivettature ben riprodotte e limitate alle zone dove, effettivamente, sono presenti anche sul velivolo reale.
    • Scomposizione semplice da cui deriva un montaggio abbastanza agevole.
    • Costo contenuto.

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Di contro lo stampo presentava (e tuttora presenta) una serie di piccoli errori (fusoliera con diametro troppo accentuato e bugne dei vani carrelli in fusoliera in posizione troppo avanzata) che, nonostante tutto, non inficiava la bella linea del Mig-21 e le forme del modello in scala. Inoltre Il Fishbed Academy è stato, da sempre, presentato come un MF ma, in realtà, all’interno del “box” tutti i pezzi sono riferiti alla versione Bis del caccia sovietico.

In circolazione esistono molti set di conversione per riportare il kit alla versione MF “pura”; in particolare segnalo l’ottimo aftermarket in resina della Quickboost (che fornisce gobba e deriva corretta) venduto a un prezzo più che onesto.

Parlando più approfonditamente del “reboxing” Italeri, lo stampo è contenuto in una scatola ad apertura superiore con la nuova accattivante grafica di copertina. La qualità della plastica color grigio è, come al solito, di buona qualità – compatta e senza sbavature.

Chiare e puntuali le istruzioni.

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Senza dubbio il punto forte della scatola Italeri risiede nel bellissimo foglio decalcomanie incluso. Questo è stampato dalla Cartograf con insegne ben riprodotte, sature e in registro. Il film trasparente è ridotto al minimo ed è, stupendamente, lucido! Inoltre, esso è completo di una grande quantità di stencil di manutenzione.

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Come accennato nelle prime righe di questa recensione, lo stampo Academy/Italeri si riferisce alla versione Bis del caccia sovietico. Correttamente, l’ufficio grafico della ditta di Calderara di Reno ha inserito quattro soggetti tutti riferiti all’ultima versione del Fishbed:

  1. Mig-21 Bis Iraqui Air Force – 70th Squadron, Basra Air Base – 1979
  2. Mig-21 Bis N-SAU Hungarian – Air Force, 47th Squadron – “Griff” Fighter Regiment. Papa Air Base 1995. Questo Fishbed apparteneva alla versione N-SAU che si differenziava dalla Bis per una dotazione avionica più aggiornata. Esternamente si differenziava per la presenza di due antenne RWR alla sommità della deriva e sotto il bordo d’attacco della presa d’aria. Se avrete voglia di autocostruire questi due piccoli particolari potrete correttamente riprodurre quello che, a mio avviso, è l’esemplare più interessante del foglio decal. Da notare, inoltre, come i disegnatori della ditta bolognese abbiano azzeccato le giuste dimensioni delle insegne di nazionalità al contrario dei designer della Eduard che le hanno riprodotte con proporzioni non corrette tra i colori.
  3. Mig-21 Bis Soviet Frontal Aviation. Russia 1971. Questo Mig-21 portava la classica livrea in metallo naturale.
  4. Mig-21 Bis Indian Air Force, No.3 Squadron. Pathanko Air Base, 1999. Questo soggetto, appartenente al così detto “Tiger Squadron” o “The Rattlers” è, senza dubbio, il più appariscente tra tutti quelli proposti.

In definitiva, il reinscatolamento da parte dell’Italeri di questo kit è una piacevole sorpresa per noi modellisti. Il kit Academy, a mio avviso, regge ancora bene il confronto con il più nuovo e blasonato Eduard d’ultima generazione; con una piccola aggiunta di dettaglio si ottiene una bellissima riproduzione in scala di un mito dell’aviazione moderna.

Buon modellismo!

Valerio – Starfighter84 – D’Amadio.

L’ultimo tra i Perduti – Sd.Kfz. 182 Pz.kpfw. VI Tiger Ausfuehrung B Koenigstiger dal kit Tamiya in scala 1/35.

 

Introduzione: 

In generale mi piace rappresentare un modello il cui mezzo reale abbia avuto una storia da raccontare. L’evento bellico, infatti, mi aiuta ad ottenere un migliore approccio al progetto che intendo realizzare. Questa volta mi sono interessato ad un Koenigstiger prodotto nel marzo 1945 e assegnato allo Schwere Panzer-Abteilung 511. Nel caso specifico, il 31 marzo 1945 la 3^ kompanie del Battaglione carri pesanti 511, precedentemente rubricato come Schwere Panzer-Abteilung 502 (*), ricevette 8 Koenigstiger direttamente dalle officine Henschel & Sons di Kassel che vennero immediatamente impiegati nei combattimenti contro gli Alleati direttamente nell’area circostante la fabbrica. Sfortunatamente le fotografie del mezzo reale sono piuttosto rare. Ad ogni modo il volume  di T. Jentz “V.K. 45.02 to Tiger II” con i disegni in scala di H. Doyle rappresentano una eccellente fonte di informazioni soprattutto dal punto di vista tecnico.

(*) Lo Schwere Panzer Abteilung 502 venne, infatti, rinumerato in 511 per ordine n. 1/30724/44 dell’OKH con effetto da 5 gennaio 1945.

 

I Koenigstiger prodotti nel marzo 1945:

 I Koenigstiger del lotto di produzione del marzo 1945 evidenziavano, rispetto ai lotti delle produzioni precedenti, numerose differenze esterne, sia nello scafo che nella torre.

 Lo scafo differiva per i seguenti elementi:

  • Ruota motrice a 18 denti;
  • Cingoli con maglie del tipo Kgs 73/800/152;
  • Due serrature/chiusure circolari sul portello del pilota e dell’operatore radio;
  • Eliminazione del cric di sollevamento e del blocco di legno dalla parete posteriore dello scafo;
  • Eliminazione del cavo per il riavvolgimento del cingolo dalla parete sinistra dello scafo;
  • Introduzione di quattro sfiatatoi posizionati sulle pareti esterne posteriori dello scafo per migliorare il sistema di ventilazione nei serbatoi di carburante;
  • Copertura corazzata delle ventole del motore;
  • Gancio per mantenere aperto in sicurezza il portello di accesso al vano motore;
  • Reti di metallo sulle ventole motore per prevenire l’inserimento di bombe a mano;
  • Parafanghi anteriori rinforzati;

 La torre, invece, differiva per i seguenti elementi:

  • Protezione, contro la pioggia e i riflessi solari, a forma di U rovesciata, saldata sopra l’apertura per il puntamento;
  • Pannelli per l’alloggiamento dei contenitori di gas tossici (due nella parte posteriore della torre e uno sul blocco corazzato di protezione del cannone);
  • Protezione arrotondata aggiuntiva saldata su ogni lato delle barre di torsione del portello di accesso posteriore alla torre;
  • Portello di accesso posteriore alla torre semplificato;
  • Copertura di 40mm del portello di accesso del porgitore;
  • Due ganci posizionati ai lati della torre a gruppi di quattro per cingoli di scorta.

 Koenigstiger: il modello Tamiya.

 Il modello è il kit Tamiya n° 35164 che, a mio avviso, nonostante gli anni e l’uscita del modello della Dragon, è ancora un eccellente piattaforma di elaborazione. Ho suddiviso il lavoro in cinque fasi: torre, scafo, cingoli, colorazione e invecchiamento e, in ultimo, ambientazione.

Come primo intervento, provvedo, solitamente, a carteggiare lo scafo, la torre e le principali componenti con carta a grana fine e, successivamente, con la paglietta per i piatti. Questo procedimento mi aiuta a prendere contatto il modello e ad individuare le eventuali imperfezioni da correggere. Come successivo intervento provvedo a sigillare i vari buchi predisposti per l’ancoraggio dei pezzi incollando con colla cianoacrilica dei piccoli tubicini di plastica. Come ultimo interevento preliminare, rimuovo i dettagli inesatti e/o sovradimensionati.

Prima fase: la torre.

Dopo aver chiuso e stuccato le due parti principali della torre, ho riprodotto con un coltellino X-Acto knife i punti di intersezione delle le piastre d’acciaio (frontali, verticali e posteriori) allungando quelle situate nella parte inferiore della torre in quanto nel modello risultavano più corte di 02  mm. Ho poi aggiunto una striscia di plasticard completata con un bollone esagonale realizzato con la punzonatrice Punch and Die.

La copertura corazzata da 40 mm del portello del porgitore, introdotta nel luglio del 1944, è ben fatta per cui ho solo aggiunto:

  • Le otto imbullonature saldate a 45° a coppie di due ad ogni angolo del portello;
  • La serratura e il lucchetto.

I due cardini del portello sono, invece, errati; quelli corretti erano più simili a quelli adottati per il Porsche Tiger II, così li ho ricostruiti. Intorno al portello ho aggiunti otto piccoli buchi; stesso procedimento ho adottato per i buchi intorno al Nahverteidigungswaffe. A partire da agosto 1944 la cupola del capocarro non era saldata ma imbullonata alla torre mediante sette grossi bulloni. Nel mezzo reale mancava, quindi, la saldatura intorno alla cupola mentre, invece, era presente una sottile linea che ho riprodotto “girando” attorno alla cupola con una lama X-Acto ben affilata. Nella cupola erano presenti, come per il Tiger Ie, due piccoli tubi che dovevano servire ad installare la copertura in tela contro la pioggia e/o il sole. Per riprodurli ho utilizzato due tubicini della Minimeca incollati simmetricamente l’uno all’altro; ho completato la cupola con il fermo situato “a ore 12” rispetto al periscopio.

Il modello Tamiya riproduce il portello di accesso alla cupola del capocarro in un solo pezzo. Nel mezzo reale, invece, era composto da almeno due parti che ho riprodotto cannibalizzando il portello di un vecchio Tiger Ie Tamiya rimasto inutilizzato da un precedente progetto abbandonato. Per finire ho aggiunto gli alloggiamenti per il lucchetto di chiusura: uno sulla cupola e un altro sul portello.

Come indicato nei disegni presenti nel volume “V.K. 45.02 to Tiger II”, il portello, situato nella parte superiore della torrre, per l’espulsione dei bossoli esplosi è collocato in una posizione troopo arretrata. Ho, quindi, chiuso, stuccato e carteggiato lo spazio per il pezzo C8, ho rimosso il parapioggia circolare e l’ho ricostruito incollandolo più vicino al portello. Ho aggiunto il buco e i dettagli più minuti.

La guida per il puntamento, situata di fronte alla cupola del capocarro, deve essere riposizionata e integrata con il dettaglio a forma di L. Nel settembre 1944 venne stabilito di aggiungere un elemento a forma di U rovesciata per prevenire infiltrazioni di acqua piovana o fastidiosi riflessi solari all’interno dell’apertura relativa al sistema di puntamento. In realtà questa modifica divenne operativa solo a partire da gennaio 1945. Per riprodurla ho incollato una striscia di metallo opportunamente sagomata.

Il mantello corazzato a protezione del cannone incluso nel modello è quello dei primi lotti di produzione. Volevo, invece, riprodurre quello liscio e più compatto montato sui mezzi del lotto di produzione del marzo 1945. Purtroppo, al tempo di questo lavoro, il modello Tamiya (Battle Ardennes Tiger) così come il kit di conversione n° MGP 02 della Artisan Mori non erano ancora disponibili. Ho, quindi, ricoperto il pezzo originario con lo stucco della Squadron modellandolo con le dite fino ad ottenere la forma e le dimesioni ottimali. L’effetto corrugato, tipico dei pezzi realizzati per fusione, è stato ottenuto pennellando il pezzo con abbondante colla liquida tamponando la superficie ancora umida con un pezzo di paglietta per piatti. Il procedimento è stato ripetuto più volte sino ad ottenere l’effetto desiderato. Ho poi ridotto randomicamente la rugosità utilizzando la carta a grana media. Ho completato l’intervento posizionando sul lato destro del mantello il numero “02” ricavato dalle cifre presenti sui tralicci delle stampate.

I sei bulloni posizionati sul collare del mantello erano assicurati l’uno all’altro con un cavo d’acciaio passante al centro di ogni bullone. Questo accorgimento serviva ad evitare che le vibrazioni prodotte dal cannone facessero, nel tempo, allentare i bulloni pregiudicando la stabilità della piattaforma di tiro. Ho, quindi, riprodotto i buchi sui bulloni aggiungendo il cavo realizzato con un filo di plastica stirata a caldo. 

Il cannone è stato sostituito con quello della Jurdi Rubio, che si è rivelato abbastanza ben fatto: mi sono, quindi, limitato ad aggiungere il bullone/fermo sul freno di bocca.

I Koenigstiger prodotti nel marzo 1945 montavano un portello di accesso posteriore semplificato. Dal punto di vista modellistico, però, non è altrettanto semplice modificare il pezzo n. D11 originario del kit. Dopo numerosi e insoddisfacenti tentativi ho chiamato l’amico Giuseppe Schiavottiello della Modeldiscount il quale, molto gentilmente, mi ha spedito il set di conversione della Artisan Mori (grazie mille, Giuseppe!). In effetti il portello posteriore della Artisan Mori è veramente superbo: la qualità della resina è elevata, senza bolle o fastidiosi ritiri e il livello di dettaglio è eccellente. Ho solo aggiunto la maniglia e le due placche in metallo posizionate nel lato inferiore.

Gli alloggiamenti per l’argano da 2 tons sono posizionati in modo errato e, quindi, sono stati ricollocati.

Ho poi aggiunto, dal set Aber, i punti di aggangio dei pannelli per i gas tossici: uno sul mantello del cannone e due nella parte posteriore della torre.

Prima di incollare gli agganci per le maglie dei cingoli di scorta (quattro per lato) (**) ho riprodotto l’effetto fusione anche sulla torre applicando lo stesso metodo utilizzato per il mantello del cannone, mentre l’effetto seghettato sul bordo delle piastre è stato realizzato utilizzando una fresa rettangolare montata sul trapanino fatto girare alla minima velocità. Alla fine ho aggiunto le saldature. Personalmente non uso il pirografo perché, a mio avviso, si ottiene un effetto completamente sbagliato e irrealistico; preferisco un diverso approccio incollando delle sottili striscie di plastica che poi vengono trattate con una fresa rotonda a bassa velocità; con la paglietta per i piatti ripulisco le striscie dai residui di plastica e ripasso le saldature con abbondanti pennellate di colla liquida ripetendo il passaggio con il trapanino. Il procedimento è stato ripetuto fino ad ottenere l’effetto desiderato. Le quattro depressioni circolari posizionate parallelamente alla piastra frontale (utilizzate per allineare le piatre tra di loro prima di procedere alla saldatura) hanno un diametro troppo ridotto e, quindi, vanno rifatte. Per migliorare l’effetto ho anzitutto allargato i buchi chiudendoli dall’interno con tubi di plasticard facendo attenzione a non posizionarli “a filo” ma lasciandoli leggermente incassati. Poi ho riempito le singole depressioni con stucco della Squadron. Inserendo uno stuzzicadenti tagliato con lo stesso diametro delle depressioni ho iniziato contemporaneamente a premere e ruotare lo stuzzicadenti in modo da creare un sottile bordo irregolare che simulava perfettamente i residui di fusione. 

 

(**) Solo i Koenigstiger con torre prodotta dalla Wegmann avevano sei agganci per lato. 

Seconda fase: lo scafo.

La prime modifiche interessano il ponte posteriore. Le foto del mezzo reale mostrano una apertura a forma di “C”, non presente nel modello Tamiya, tra il congiungimento della piastra verticale posteriore e le prese d’aria rettangolari. Per realizzare il dettaglio ho, anzitutto, ridotto di 1 mm le due prese d’aria rettangolari ricostruendo l’area mancante utilizzando tre striscie della Evergreen di differente lunghezza: una della medesima lunghezza della presa d’aria; le altre due della medesima lunghezza allineandole alle estremità lasciando, quindi, nel centro lo spazio idoneo a simulare l’apertura a C. Le striscie sono poi state incollate, coperte con colla cianoacrilica e carteggiate per eliminare i punti di giunzione.

Ho, poi, riprodotto i punti di ancoraggio situati nella parete posteriore utilizzando dei tubicini di diverso diametro della Evergreen. Le cerniere di chiusura, invece, sono state riprodotte usando i dettagli fotoincisi della Aber e le viti a farfalla della Modelkasten. Ho completato le protezioni corazzate degli scappamenti con i gli anelli di sollevamento (due per ogni protezione) riprodotti con tondini Evergreen e dischi ricavati con il Punch and Die. Le protezioni sono poi state testurizzate con una fresa circolare montata sulla Dremel impostata a velocità ridotta. Ho poi aggiunto i numeri di fusione ma solo sulla protezione sinistra, come rivelato dalle foto del mezzo reale.

A partire dall’ottobre 1944 vennero aggiunte quattro piccoli tubi per migliorare la  ventilazione nei sette serbatoi di carburante. I tubicini sono stati riprodotti con filo di rame mentre i punti di ancoraggio sono stati realizzati con striscie e bulloni di plastica.

Il portello di accesso al vano motore necessita di numerosi dettagli. Anzitutto le coperture corazzate delle ventole di areazione erano differenti l’una dall’altra: quella posizionata più vicina alla torre era piatta per evitare pericolose interferenze con il percorso di rotazione della torre; quella più lontana era, invece, arrotondata. Ho poi aggiunto lo stopper prelevandolo dallo Jagditger della Dragon. Poi i tre stopper rettangolari posizionati intorno al perimetro del portello sono stati integrati con tre tubicini Minimeca. Infine il dettaglio di forma semicilindrica posizionato tra le due coperture corazzate è stato rimosso e sostituito da una striscia di ottone opportunamente sagomato.

Per completare la parte posteriore dello scafo:

  • Ho aggiunto i piccoli ganci di sollevamento della Aber (quattro per la griglia di destra e tre per la griglia di sinistra);
  • Due bulloni alla base della antenna;
  • Un tubicino della Minimeca per riprodurre la base dell’antenna;
  • Le griglie della Aber;
  • I bulloni sulle griglie rettangolari di ventilazione.

A partire da novembre 1944 il portello dell’operatore radio e del pilota vennero modificati con l’introduzione di due serrature circolari. Per rendere il dettaglio ho chiuso la serratura preesistente, l’ho stuccata riproducendo le nuove serrature con sezioni di tubicini Minimeca da 0,5 mm. Le maniglie, invece, sono state riprodotte con tubicini di rame.  Le linee di saldatura delle piastre è stata realizzata utilizzando il medoto già sperimentato per la torre utilizzando striscie della Evergreen, abbondante colla liquida e testurizzazione con una fresa circolare montata sul trapanino impostato alla velocità minima. Il faro Bosch è ben fatto e proporzionato per cui ho aggiunto solo qualche dettaglio e il cavo di alimentazione.

Nella parte inferiore dello scafo, in prossimità della ruota di rinvio, sia nel Koenigstiger di produzione Porsche che in quello di produzione Henschel, erano presenti due scanalature arrotondate (uno per lato); questi incavi, facilitavano l’accesso ad una specie di tassello circolare (di cui, francamente, non sono riuscito a comprendere la funzione), che risultava visibile solo sui Koenigstiger di tarda produzione in quanto gli scafi non erano ricoperti dalla pasta anti-magnetica Zimmerit e, solo raramente, operavano con i parafanghi laterali montati (***). La scanalatura è stata realizzata incollando due striscie di metallo, parallele tra di loro scavando molto delicatamente la superficie rimasta libera con la solita fresa circolare fino a raggiungere la profondità desiderata. Il dettaglio è stato completato aggiungendo i dischi di plastica. Sui Koenigstiger di tarda produzione le scanalature potevano essere a sezione squadrata anziché a sezione arrotondata; è, quindi, possibile realizzare entrambe.

(***) Il dettaglio è ben visibile a pag. 97 del volume “Schwere Panzer in detail” di B. Culver e U. Feist, Ryton Publications e a pag.169 del volume AFV Photo Album, Armoured fighting vehicles on Czechoslovakian territory 1938 – 1968 di T. Canfora.

Il Koenigstiger era un carro decisamente massiccio ma senza i parafanghi (sia quelli laterali che quelli anteriori e/o posteriori) si dimostra ancor più imponente. Ho, quindi, rimosso tutti i punti di ancoraggio dei parafanghi laterali stampati sullo scafo sostituendoli con quelli, maggiormente definiti, della ModelKasten già compresi nella confezione di cingoli n. SK-6. La rimozione dei parafanghi anteriori e posteriori ha comportato la necessità di ricostruire i residui dei punti di fusione (tre per ogni parafango) delle cerniere che, una volta ricostruiti con sottili fili di plastica, opportunamente modulati su una dima appositamente realizzata, assumono la forma di una C rovesciata.

Lo scafo è stato completato con la testurizzazione e le linee di fusione tra le piastre.

Alla fine ho aggiunto:

  • Gli agganci della Aber n. 35040 per gli strumenti di manutenzione del mezzo;
  • L’ancoraggio, posizionato di fronte al portello dell’operatore radio, per la copertura del visore circolare dell’operatore radio;
  • Tre ganci per il sollevamento della piastra posizionata a copertura della trasmissione;
  • Due morsetti dal set Aber posizionati sulla piastra della trasmissione.

Terza fase: i cingoli.

Ho utilizzato il kit della Friul n° ATL-37 che contiene anche due ruote motrici a 18 denti. Sinceramente preferivo il vecchio sistema di montaggio con la chiusura sul dorso della maglia. Il nuovo metodo di montaggio, pur essendo più resistente rispetto a quello originario, è penalizzato dal fatto che l’estremità del filo di rame, che viene utilizzato per unire le maglie tra loro, è sgradevolmente visibile una volta completato l’assemblaggio. L’unico modo per risolvere il problema è quello di coprire l’estremità della maglia con un dischetto di plastica realizzato con il Punch and Die; un lavoro decisamente fastidioso, se si pensa che il treno di rotolamento del Koenigstiger necessitava 86 maglie sul lato destro e 88 sul lato sinistro.   

 Quarta fase: colorazione e invecchiamento.

 Anzitutto ho ricoperto l’intero modello con una leggera passata di primer bianco Tamiya in modo da uniformare i differenti materiali utilizzati nel progetto e per facilitare l’individuazione di eventuali errori e/imperfezioni. Ho poi utilizzato il nero Tamiya XF1 per evidenziare i dettagli e per introdurre le sfumature di base per la successiva colorazione mimetica. L’individuazione del colore di fondo dei Koenigstiger di tarda produzione non è facile. Ci sono, in effetti, due possibili opzioni: fondo rosso anticorrosione oppure verde antiossidante. Nel settembre 1944 l’OKH emanò una direttiva secondo la quale i singoli sub-appaltatori, prima di consegnare le principali componenti corazzate, dovevano verniciarle con il rosso anticorrosione su cui, successivamente, la fabbrica Henshel (per gli scafi) e la ditta Wegmann (per le torri) avrebbero applicato lo schema mimentico con il Dunkelgelb (RAL 7028) e il Olivgruen (RAL 6003).

Nel novembre 1944, invece, l’OKH stabilì che le componenti corazzate dovessero essere consegnate con una base di Olivgruen (RAL 6003) lasciando, alle ditte incaricate dell’assemblaggio finale, il compito di completare lo schema mimentico spruzzando a bordi definiti il rosso Rotbraun (RAL 8017) oppure il giallo sabbia (RAL 7028). Questo secondo ordine divenne operativo il 1 marzo 1945 ma l’OKH, consapevole della scarsità di materie prime, stabilì che le scorte di vernici ancora disponibili, potessero essere utilizzate fino al maggio 1945. A mio modesto avviso è, quindi, verosimile che i Koenigstiger completati nel marzo 1945 venissero verniciati, indifferentemente, con una base di rosso antiossidante oppure di verde Dunkelgruen. E’, altresì, possibile che le componenti principali del carro (scafo, torre, cannone e ruote), essendo prodotte da diverse ditte che, come accennato, avevano l’obbligo di verniciarle prima della consegna alla Henschel e alla Wegmann, evidenziassero, per esempio, differenti sfumature nel Dunkelgruen applicato alla torre rispetto a quello utilizzato sullo scafo oppure che un altro Koenigstiger avesse lo schema mimentico applicato solo sulla torre ovvero solo sullo scafo e viceversa.

Sulla base di queste considerazioni, ho prima spruzzato il modello con una base   Dunkelgruen. Ho poi ripassato il tutto con sottili spruzzate di bianco per schiarire il colore di fondo. Per le striscie mimentiche avevo in mente il cosiddetto “schema a piovra” che consisteva in striscie di Dunkelgelb date a pennello solo (a mio avviso) sulle superfici verticali aggiungendo, all’interno delle striscie in Dunkelgelb, dei cerchi in Rotbraun sempre a pennello. Il colore Humbrol no. 105 è perfetto per simulare l’Olivegruen (RAL 6003). La scelta del colore per le striscie gialle è stata, invece, più difficoltosa. Ho provato il Desert yellow Tamiya XF59, il Giallo scuro XF60, il Buff Tamiya XF57 e il Sabbia Humbrol ma nessuno mi ha completamente soddisfatto. Alla fine ho provato l’Humbrol no. 81 che, dopo una prima impressione assolutamente negativa, si è rivelato la scelta ideale. I cerchi in marrone sono stati dipinti a pennello utilizzando il marrone rossiccio Tamiya XF64.

Per ridurre il contrasto tra i colori ed aggiungere un primo effetto di invecchiamento, ho dato una leggera passata ad aerografo con il Buff Tamiya XF57. Per evitare che i  granatieri, trasportati sul ponte posteriore, potessero provocarsi delle lesioni appoggiandosi agli scappamenti, ho posizionato sopra i medesimi un pannello rettangolare per la protezione laterale dei cingoli, sottratto ad un Panther, piegandolo in modo piuttosto grossolano e dipingendolo con uno schema mimentico a tre toni in modo da creare un forte contrasto con il verde scuro del Koenigstiger.

Dalle poche foto in mio possesso, i Koenigstiger della 3^ kompanie non avevano né numeri tattici né Balkenkreuz. Così, per questo progetto, niente trasferibili Archer!    

 Quinta fase: diorama setting.

Non sono un amante dei diorama. In primo luogo, perché non sono molto bravo a creare delle ambientazioni realistiche e credibili. In secondo luogo, perché preferisco concentrare la mia attenzione sul dettagli, anche più minuti, che in un diorama potrebbero passare inosservati. Questa volta, invece, ho provato a realizzare qualcosa di diverso anche se non volevo creare un vero e proprio diorama. Ho, quindi, preparato una sottile base di Das che poi ho ricoperto con una soluzione di acqua e Vinavil su cui poi ho posizionato un po’ di erbetta e sabbia. Il tutto è stato spruzzato con il giallo sabbia Tamiya Sand Yellow per stemperare il verde troppo brillante dell’erbetta. Purtroppo solo alla fine mi sono reso conto che lo strato di Das era troppo sottile compromettendo l’effetto di sprofondamento che un carro da 70 tonnellate di peso avrrebbe dovuto, più realisticamente, evidenziare. Sorry!

Il soldato è della ditta Wolf cui ho sostituito la testa con una prodotta dalla Hornet. Ho usato gli smalti della Humbrol per la divisa e gli olii per l’incarnato. Le croci rosse sull’elmetto e sul bracciale provengono da un vecchio foglio di trasferibili della Verlinden. Il figurino, posizionato nell’ambietazone quando la pasta Das era ancora morbida, esalta le impressionanti dimensioni del Koenigstiger rispetto a quello del soldato sottolineando il senso di pena e desolazione che pervade la scena: il soldato, senza apparenti emozioni, guarda il carro abbandonato e passa oltre. Chi è “L’ultimo tra i perduti?” Il soldato o il carro?

 

Elementi e materiali utilizzati.

  • Modello Koenigstiger Tamiya n° 35164
  • Cingoli FriulModel n° ATL-37
  • Tubicini assortiti Minimeca
  • Set di dettaglio in fotoincisione Aber n° 35040
  • Portello posteriore per la torre Artisan Mori n° MGP02
  • Colori acrilici Tamiya XF1, XF2, XF57, XF59, XF61, XF62, XF64
  • Olympus Digital Camera C-2500L

 

Bibliografia.

  • Germany’s Tiger tanks, VK45.02 to Tiger II, Design, Production & Modifications di T.L. Jentz and H. L. Doyle, Schiffer Military History (*)
  • Germany’s Tiger tanks, Tiger I & II: Combat tactics di T.L. Jentz, Schiffer Military History
  • Schwere Panzer in detail di B. Culver e U. Feist, Ryton Publications
  • Tiger in Combat I di W. Schneider, J.J. Fedorowicz Publishing
  • The Combat history of schwere Panzer-Abteilung 507 di H. Schneider, J.J.Fedorowicz Publishing 
  • Achtung Panzer no. 6, Dai Nippon Gaiga (*)
  • King Tiger Heavy Tank 1942 – 1945 di T.L. Jentz e H. L. Doyle, New Vanguard 1, Osprey Pubs
  • Tiger Model Fibel no. 468, Model Art
  • Sd.Kfz. 182 Pz. Kpfw. VI Tiger Ausf. B “Koenigstiger”, volume 1 di W. Trojca
  • Sd.Kfz. 182 Pz. Kpfw. VI Tiger Ausf. B “Koenigstiger”, volume 2 di W. Trojca
  • Bulge King Tiger di Mario Eens in Military Modelling, Vol. 32 No 4 2002 (*)

(*) raccomandati

Ringraziamenti.

Desidero ringraziare:

  • ­L’amico Giuseppe Schiavottiello della Modeldiscount per avermi fornito il set della Artisan Mori;
  • Gli amici dello Studio Fotografico Elit di Cantù (Paolo, Maurizio e Carlo) per i preziosissimi consigli sull’utilizzo della macchina fotografica digitale e del programma di fotoritocco PhotoShop;
  • L’amico Valerio per aver offerto la possibilità di pubblicare l’articolo sul sito Modeling Time.

 Buon Modellismo a tutti. Filippo Chessa.

Kit Review: Macchi Mc.200 – Italeri scala 1/48.

Copertina

Dire che il Macchi C.200 sia stato uno tra i migliori caccia della II Guerra Mondiale al pari di “mostri sacri” quali P-51, Me.109, Spittfire, è ovviamente un falso storico. Affermare, però, che il Saetta sia stato un velivolo molto importante perla RegiaAeronauticae per la storia della nostra aviazione, questo è sicuramente vero. Il 200 ha, infatti, rappresentato, assieme al suo contemporaneo Fiat G.50 dalle caratteristiche generali però inferiori, quell’anello di congiunzione tra i biplani CR42 e i ben più prestanti Macchi 202 e Reggiane Re 2001 prima, e i famosi velivoli della serie 5 (Macchi Mc 205, Fiat G.55, Reggiane Re 2005) poi. Ottimi aerei questi ultimi ma prodotti in pochi esemplari con cui era impossibile risollevare le sorti della nostra nazione nel secondo conflitto mondiale. Con il Saetta i piloti italiani fecero quel salto di qualità passando dagli arcaici biplani in tela e legno, ai più moderni monoplani dalle caratteristiche di volo ben diverse. Il primo volo della creatura dell’Ing. Castoldi avvenne nel 1937, e l’aereo rappresentava quanto di meglio potesse offrire l’industria aeronautica italiana del tempo. Esso era, infatti, monoplano, di costruzione interamente metallica, carrello retrattile con ipersostentatori sulle ali ed elica a passo variabile in volo. A questo si aggiungevano delle ottime doti di robustezza e maneggevolezza con caratteristiche di volo più che buone.

Retro

A tali peculiarità stonava però la presenza di un tettuccio aperto (imposto dagli stessi piloti che non si trovavano a proprio agio in un abitacolo chiuso), una non ricca strumentazione, un armamento non adeguato per la presenza di due sole mitragliatrici Breda-Safat da 12,7 sparanti attraverso il disco dell’elica che ne limitava ancora di più l’efficacia offensiva. Ciò nonostante il Macchi 200 è rimasto in servizio tra le file della Regia Aeronautica e poi tra quelle dell’Aeronautica Cobelligerante al Sud e dell’ANR al Nord, fino al termine del conflitto, operando con onore su tutti i fronti di guerra, dal torrido clima africano alle gelide temperature della steppa russa, o sul più mite Mediterraneo.

Scatola

Il modello Italeri.

Modellisticamente parlando il Macchi Mc. 200 è da sempre uno dei soggetti aeronautici tra i più gettonati, ma purtroppo il Saetta è stato un po’ snobbato dalle principali case modellistiche. Analizzando principalmente la scala 1/48, solamente qualche ditta minore come la genovese Astrokit, la statunitense Pacific Coast  Models o la francese Classic Airframes hanno immesso sul mercato scatole di montaggio relative al nostro velivolo, ma tutte non esenti da pecche più o meno gravi. A colmare la lacuna, ci ha pensato la nostrana Italeri con l’uscita di un ottimo kit appunto nella scala del quarto di pollice.

Stampata 1

Stampata 2

Contraddistinta dal numero di catalogo 2676, già alla vista la scatola si presenta assai accattivante con la sua box art raffigurante un velivolo della 369a Squadriglia in volo. Il contenuto si compone di due stampate di color grigio chiaro più una per le parti vetrate dall’ottima trasparenza, alle quali va aggiunto una lastrina di fotoincisioni e l’immancabile foglio decals, grazie al quale è possibile realizzare quattro differenti velivoli della Regia Aeronautica, operanti nei vari teatri operativi di guerra. Chiaro e di facile interpretazione il foglio istruzioni con la nuova grafica “3D”.

Ala inferiore

Fusoliera

Ala superiore

Ottimo il dettaglio di superficie in negativo come pure ben realizzati gli interni dell’abitacolo (con paratie laterali separate e ben dettagliate) e dei vani carrello, da arricchire ulteriormente con le fotoincisioni fornite. Queste riguardano il pannello strumenti e le cinture di sicurezza del seggiolino e altri elementi per le gambe di forza dei carrelli. Il montaggio non offre alcuna difficoltà, con fusoliera e ali che combaciano bene, riducendo al minimo l’utilizzo dello stucco. Ritornando alle ali, i flaps sono già separati dal resto dell’ala consentendo di collocare le superfici mobili nella posizione a piacimento; un buon modo per “movimentare” un po’ il modello una volta finito. Ottimamente riprodotto l’apparato motore che ben rende giustizia al radiale Fiat A.74 RC.38. Di buona fattura anche la naca che presenta un portellino d’ispezione apribile per mettere ancora più in vista il motore radiale.

Trasparenti 1

Trasparenti 2

Come accennato, il foglio decals consente di riprodurre quattro diversi esemplari di Mc.200. Si può, infatti, scegliere fra un esemplare della 369° Squadriglia 22° Gruppo Autonomo, operante in Russi nel 1941, o per uno della 365° Squadriglia Autonoma Caccia Terrestri, basato a Napoli nel 1940. Si può inoltre optare per un velivolo con le insegne della 85° Squadriglia 18° gruppo operativo nel1942 sulla base greca di Araxos o infine per un Macchi del 150° Gruppo Autonomo Caccia Terrestri operativo a Tirana nel 1941. Le decal sono ben stampate, in registro e dai colori saturi. Una caratteristica che, oramai, l’Italeri ha preso come riferimento per i suoi kit “bran new”: stampo di ultima generazione completato da un ottimo foglio decalcomanie.

Fotoincisione

Decal

Che dire, topo tanta attesa finalmente un ottimo kit a iniezione di un Macchi Mc.200 che, finalmente, colma una lacuna nel mercato modellistico. I lettori saranno felici nell’apprendere che l’Italeri ha da poco immesso sul mercato anche la Serie II del Saetta…. perchè non costruirli in accoppiata?

Buon modellismo. Stefano D’Amadio.

Istruzioni 1

Istruzioni 2